La Stregoneria nelle Alpi Occidentali

Stamattina, poco prima di scendere dal bus, quello che tutte le mattine mi conduce al lavoro, incontro una conoscente che segue le lezioni di Antropologia Culturale del professor Massimo Centini all’Università Popolare di Torino (tra l’altro vengo a sapere che è un personaggio davvero straordinario, che ama anche intervallare le lezioni con divertenti barzellette…). Non mi accorgo, quando salgo, che lei è seduta da qualche parte e così mi immergo nelle pagine di un libro. Mentre sto per scendere, si accorge di me e mi sporge al volo un pieghevole… E così rimango piacevolmente sorpreso dal succulento Convegno promosso ed organizzato dal Comune di Saint-Denis (AO) e dal Circolo Culturale Tavola di Smeraldo, intitolato “La Stregoneria nelle Alpi Occidentali , con il patrocinio di svariate Istituzioni, che si terrà il 23-24 giugno proprio a Saint-Denis e che mi fa subito pensare ai post che ultimamente ho scritto su quelle escursioni che ci possono anche permettere di conoscere luoghi stupendi, sia intesi come territorio montano, sia come “luoghi della mente”, luoghi  pregni di immaginario popolare che ha arricchito le nostre montagne lungo secoli di insediamenti abitativi. Una patrimonio culturale custodito nelle nostre vallate che è da conoscere, come vale la pena ammirare uno stambecco, una vetta o semplicemente un incantevole paesaggio alpino.

Perché anche quanto “prodotto” culturalmente dalle genti alpine è un paesaggio straordinariamente seducente ed affascinante, in grado di farci sorgere sani interrogativi su come viviamo nella nostra epoca.

Tutte le informazioni su questo 3° Convegno Interregionale (accesso libero e gratuito sia al Convegno che alle mostre) le trovate nel pieghevole che potete scaricare cliccando qui.

L’ultimo secondo

L’altro giorno mi imbatto casualmente nel sito di Duccio Canestrini (grazie per avermi concesso di riportare qui il tuo pensiero) ritrovandomi così immerso in un suo articolo intenso e ricco di attualissime ed urgenti riflessioni: “Nel limite va trovata la misura del futuro“.

Qualche tempo fa avevo scritto in merito alla cultura del limite, quella conosciuta da chi non disdegna di tirarsi giù dal letto alle 5 di mattina  per inerpicarsi lungo i sentieri della nostre montagne. Perché il limite ti si appiccica sulla pelle, lo senti arrivare quando stai camminando da ore, quando la calura prodotta dal tuo corpo ti avvolge come una piovra e quando la tua meta è ancora allo stadio di miraggio. E così, forse, ti tocca tornare indietro perché intorno a noi c’è qualcosa di più grande della nostra presunzione. Oppure, come è capitato recentemente al mio amico paologiac (bellissimo il suo post “Incontri a Sea“), quando ti capita di riconoscere il tuo limite nell’impossibilità di attraversare un torrente in piena. O quando, per esempio, per chi ama arrampicare,  ti accorgi che quel 6a non riuscirai mai a superarlo se non dopo aver “sofferto” molto,  lungo percorsi rocciosi che ti tolgono il fiato e ti consumano le energie in un batter d’occhio. Leggi il resto dell’articolo

I camosci del Pian delle Masche

Un ottimo libro che ci permette di andare alla scoperta di luoghi stupendi, al di fuori degli itinerari escursionistici più battuti, è quello scritto da Marco Blatto, Raffaele Monti e Luca Zavatta che si intitola ”Le Valli di Locana, Piantonetto e Ribordone” edito da l’Escursionista & Monti editori.

Vi parlo di questa guida escursionistica perché mi ha permesso di scoprire qualcosa di più di quel “Pian delle Masche” di cui ho parlato nel post Tera dla nei, tera dli prà.

Questo pianoro delle streghe è una spianata circolare posizionata sulla cresta che unisce Cima Ròsta a Cima Loit, tra il vallone di Guaria e la conca sovrastante il santuario di Prascondù, nel comune di Ribordone (siamo in provincia di Torino a cavallo tra la Valle di Ribordone e la Val Soana). Molti sono i luoghi di montagna così battezzati dall’immaginario popolare delle genti alpine. Leggi il resto dell’articolo

Sulle tracce del mito

Forse qualcuno di voi si ricorderà dei post che ho scritto sulla leggenda dell’Uomo Selvatico riportando il pensiero di Annibale Salsa e di Massimo Centini. E forse qualcuno di voi sa quante volte in questo spazio virtuale abbiamo parlato della Val Grande di Lanzo (Torino) e di Vonzo (frazione di Chialamberto).

Massimo Centini, nel libro L’Uomo Selvaggio, Antropologia di un mito della montagna (Priuli & Verlucca), di cui ho parlato per la prima volta qui, riporta alcune fonti sull’Uomo Selvaggio raccolte sul campo nel corso di un’indagine condotta proprio nella Val Grande di Lanzo oltre a quella fatta in Val Grona (Cuneo).

Prima di riportare le interviste fatte ad alcuni abitanti della zona di Vonzo, vorrei fare una piccola introduzione su questo tema, così complesso e delicato parlandovi di un altro libro di  Massimo Centini molto interessante, uscito solo qualche giorno fa, che si intitola Creature fantastiche, viaggio nella mitologia popolare in Piemonte, Ligura e Valle d’Aosta  (Priuli & Verlucca) nella cui premessa viene subito fatta chiarezza sulla serietà di questi argomenti che attengono al mito e alle leggende popolari: Leggi il resto dell’articolo

Musei della pietra

“Arrivano in Ossola da ogni angolo del mondo: dall’America, dall’Asia, dal Medio Oriente, dai Paesi europei. Con l’obiettivo di studiare e recuperare un patrimonio rurale in evidente abbandono. E ridar vita a villaggi montani che, cadendo a pezzi, sotterrano anni di cultura. Come se il tempo passasse un colpo di spugna su un’architettura di alto pregio. Cancellandola [...]

[...] Gli amministratori devono esser consapevoli e orgogliosi di questi tesori che se solo li avessero gli americani farebbero salti di gioia. Leggi il resto dell’articolo

I piloni votivi

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Tutti  noi, giovani o anziani, camminando lungo le strade e i sentieri delle nostre borgate e delle baite in montagna, ci siamo fermati a guardare queste piccole costruzioni, “I piloni votivi”. Quanti ne abbiamo visti! Alcuni piccoli, altri molto grandi, quasi piccole cappelle, tutti esempi di fede, di religiosità, talvolta anche di superstizione; e, nelle loro nicchie più o meno grandi, immagini sacre, Crocifissi, Madonne dallo sguardo dolcissimo. Sono stati costruiti spesso in ringraziamento per pericoli miracolosamente scampati, spaventose calamità naturali o per gravi incidenti.

I nostri nonni avevano tanta fede, ma soprattutto il “timor di Dio”, ormai sempre meno sentito. Il pilone era considerato luogo di devozione: passando davanti alla nicchia molti si facevano il segno della croce. Personalmente mi sono fermata tante volte per una breve preghiera.

Ho visto piloni in alta montagna nei luoghi più impervi, vicino alle baite. Mi ha sempre colpito un fatto: mentre le case venivano costruite in pietra a secco, spesso mal riparate, i piloni erano costruiti con sabbia e calce, perfetti nelle linee, il piccolo tetto coperto da lose, sormontato da una croce di ferro. Il biancore dei loro muri, fra il verde dei prati e dei boschi, faceva un forte contrasto, visibile da molto lontano ed era proprio questo a incutere rispetto per il luogo.

Degno di nota è il pilone, dedicato a San Vito, che si trova sulla provinciale di Voragno, salendo verso destra. Si racconta che un corteo funebre, scendendo lungo la strada per portare il defunto al cimitero di Ceres per la tumulazione, si fermò alla “posa”, luogo dove veniva posata la cassa per un breve tempo (una volta le salme venivano portate a spalla chiuse in una rudimentale cassa di legno). Ad un tratto coloro che stavano accanto al feretro parvero udire alcuni rumori provenienti dalla cassa; stupiti e anche un po’ timorosi decisero di sollevare l’asse di legno che,  fungeva da coperchio. Quale non fu il loro stupore nel vedere l’uomo disteso dentro al feretro che dava segni di vita! Portati i soccorsi necessari, l’uomo riprese piena coscienza; alcune testimonianze asseriscono che visse ancora per molti anni. Per questa miracolosa ripresa della vita fu costruito il pilone di San Vito, tuttora in buono stato di conservazione.

Con tristezza e nostalgia dobbiamo constatare che queste dimostrazioni di fede non sono più sentite. Molti piloni, testimonianza della religiosità e della civiltà della nostra gente di montagna, sono oggi coperti da rovi e cespugli o sono addirittura crollati; solo in rare nicchie resta qualche immagine del tempo che fu.

Ormai l’uomo si ritiene superiore ad ogni legge, come se fosse immortale.

Lia Poma

Per approfondimenti cliccare qui (il file e’ in pdf).

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I racconti di una montanara

Il nostro blog si impreziosisce delle testimonianze della nostra cara amica  Lia, il cui cuore immenso abita una minuscola frazione della Val d’Ala dove il campanile della sua piccola Cappella scandisce il tempo di questo angolo silenzioso delle Alpi Graie (la foto qui a lato non rappresenta la Cappellina di tale frazione ma è altrettanto preziosa ed amata).

Ciò che scrive lo si può anche trovare su Lou Bouletìn ëd Sérëss dal quale emerge lo sguardo ricco di rara umanità e di genuina fede di una vera montanara delle Valli di Lanzo.

Il volto di Lia è un volto che commuove, che lascia profondamente attoniti e stupiti di fronte alle sue parole traboccanti di amore e di orizzonti di senso.

Grazie ai suoi racconti ed alle sue fedeli ed appassionate descrizioni, possiamo comprendere un po’ di più il luogo montagna magari essendo meno distratti di fronte a tutti quei segni, e a quelle testimonianze della vita dei montanari, di cui le Alpi sono custodi, e che ancora possiamo facilmente rintracciare durante un’escursione.

Mai è stato più bello, appagante e vero viaggiare tra i monti dopo che ci ha donato la calorosa accoglienza della sua dimora.

Grazie Lia di averci permesso di riportare qui, nel via vai virtuale di internet, il colore e il “sapore”, talvolta amaro, talvolta doloroso, delle tue care ed amate splendide montagne.

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Tera dla nei, tera dli prà

Complice la pioggia e la voglia di riorganizzare  il blogroll dei Camosci bianchi , mi trovo a rovistare in alcuni siti interessanti e ricchi di risorse che mi fanno intraprendere qualche bel “percorso” di montagna. Uno di questi è il sito Chambra d’oc – portal d’Occitènia (http://www.chambradoc.it/) che tra i vari “viaggi” che propone ce n’è uno che mi fa prendere contatto con la lingua francoprovenzale. Nella sezione “Vivre la monthana“ apprendo che c’è una canzone (file audio qui) che ci racconta di luoghi di montagna che possono essere anche uno spunto per fare delle escursioni insolite, alla ricerca di aree alpine un po’ meno conosciute e frequentate, al di fuori dei percorsi più battuti, ma sicuramente molto interessanti.

“E’ nel 1999 che Graziano Grua, Valsoanino di radici ha composto il canto “Terra della notte, Terra dei prati” con l’idea di proporla come Inno franco provenzale. Leggi il resto dell’articolo

Amatele, perchè sono cosa nostra

Maria Savi-Lopez, signora napoletana nata nel 1846,  ha scritto un libro bellissimo che si intitola «Le Valli di Lanzo – bozzetti e leggende» edito, come ristampa anastatica (la versione originale è datata 1886), da Arnaldo Forni Editore, di cui qui riporto la stupenda introduzione.

Non ho voluto appositamente adornare il testo con delle foto perché sarebbero davvero superflue, tanta è la bellezza e la poesia delle parole e dei pensieri di questa bravissima scrittrice che vanta una vastissima bibliografia (tra cui anche «Leggende delle Alpi»).

Oltre a dimostrare una grande talento nello scrivere, la signora Savi-Lopez ci fa apprezzare il vero volto di quello che noi oggi chiamiamo “escursionismo”. E se poi, a farcelo ammirare, è una napoletana, allora possiamo davvero crederci…

Se potete, trovatevi qualche minuto per perdervi tra le su parole  perché lo sguardo straordinario di questa donna, verso le sue amate montagne piemontesi, saprà farvi viaggiare con l’immaginazione e con la fantasia come solo pochi narratori sanno fare.

Non ve ne pentirete. Leggi il resto dell’articolo

Alpis Graia

Chiesetta di Pont-Serrand (1602 m - fraz. di La Thuile) dedicata a San Bernardo

l’uomo non poteva scappare perché un drago gli sbarrava la strada

La foto qui a lato (un clic per ingrandirla) raffigura San Bernardo da Mentone intento a tenere a bada un drago incatenato. Siamo in Valle d’Aosta, a Pont-Serrand (1602 m),  frazione bellissima del Comune di La Thuile, attraversata dalla antica via consolare delle Gallie, costruita dai Romani per guadagnare Alpis Graia  (il Colle del Piccolo San Bernardo) uno dei passi più importanti utilizzato nell’antichità per raggiungere le Gallie. Questo valico, prima della costruzione dei trafori autostradali del Bianco e del Frejus, era ancora uno dei più frequentati per andare in Francia (il Passo permetteva di collegare la Valle d’Aosta con la Valle della Tarantasia).

Ovviamente, nella nostra cultura, il drago riassume simbolicamente tutti gli aspetti della notturnità: mostro ridicolmente antidiluviano, bestia del tuono, furore delle acque, seminatore di morte, esso è una creatura della paura ereditata dalla mitologia celtica“.

 ”Nel Vangelo, nelle lettere paoline, in quelle di San Pietro e nell’Apocalisse, il «diavolo», il «dragone», «l’antico serpente» edenico, sono tentatori che corrompono l’uomo, lo spingono al male.

Dragoni, serpenti ed altri mostri hanno da sempre alimentato l’immaginario popolare delle genti alpine, come ci spiega Piercarlo Jorio (sue le citazioni in questo post), fino all’avvento del cristianesimo (ma certi riti e credenze di origine celtica non sono mai stati sradicati completamente: pensiamo, ad esempio, ai fuochi della festa di San Giovanni a Torino). Leggi il resto dell’articolo

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