Scartablàri d’la modda d’Séreus (Valàddeus eud Leuns)

copertina vocabolarioPresso una gremita Sala Consiliare del Comune di Ceres (TO) gli autori Diego Genta Toumazìna e Claudio Santacroce – insieme al Sindaco Davide Eboli – hanno presentato sabato 27 aprile il volume dello Scartablàri d’la modda d’Séreus (Valàddeus eud Leuns) – Vocabolario del Patois Francoprovenzale di Ceres (Valli di Lanzo).

La lingua è viva ed in continuo movimento. Mi piace paragonarla ad una sorgente:  sgorga pura ma prima di giungere alla foce si contamina.

Questo vocabolario è la base di partenza per fissare vocaboli magari in disuso o dimenticati e parlati solo più da qualche anziano del paese.

Tramandare il patois non è una lotta contro il tempo, la contaminazione esiste.  Prima dal piemontese e dall’italiano e poi, chissà, le prossime saranno il cinese ed il rumeno o l’arabo a contaminare questa parlata.

In nome di un’unità nazionale e quindi di un’unica lingua, non si insegnava ai piccoli il proprio dialetto per paura che, giunta l’età scolare, questi non sapessero parlare correttamente l’Italiano.  Diversi studi dimostrano, invece, che i bimbi avendo a disposizione più codici linguistici (ad esempio il dialetto e  l’italiano) apprendono più facilmente anche altre lingue. Leggi il resto dell’articolo

“Venti” di montagna

logoRicevo ed inoltro volentieri invito della Società Storica delle Valli di Lanzo che presenta l’uscita del DVDLa Collana editoriale. I-XX (1955-1976)contenente la riproduzione digitale anastatica dei suoi primi venti volumi pubblicati ed esauriti da molti anni e il 120° volume della collana “Pagine nuove. Giovani autori per la storia e la cultura delle Valli di Lanzo – 3“.

Sabato, 18 maggio in Lanzo Torinese, Sala comunale presso l’ATL – via Umberto I, 9 – dalle ore 17:00.

“Di questo lavoro mi piace tutto”

MarziaCon mia grande gioia ho finalmente rivisto Marzia la scorsa settimana durante la presentazione del suo libro, il cui titolo l’ho preso in prestito per questo post. La serata era stata organizzata dalla sottosezione del C.A.I. di Sparone: salone polifunzionale pieno nonostante la pioggia copiosa.

Il suo ultimo lavoro “Di questo lavoro mi piace tutto – Giovani allevatori del XXI secolo, la passiodi questo lavoro mi piace tuttone per combattere la crisi” è entrato a far parte dei sei finalisti del 41° Premio ITAS del Libro di Montagna.

Domani alle ore 18:00, all’interno del Trento Film Festival, si saprà il vincitore.

“Ho scelto giovani con meno di trent’anni di età perchè si tratta di un comparto che sta nascendo e si sta sviluppando, ma nella maggior parte dei casi senza che la loro attività sia ancora stabilmente avviata. Ho potuto così ascoltare le idee, i progetti, le difficoltà incontrate da ragazzi e ragazze con la voglia di trasformare in un mestiere la loro passione per gli animali.”

Excelsior!

Spaccapietre

giovane donna con il garbin

Provenienza foto: “Lou Bouletìn ëd Sérëss” – Marzo 2013

Presento un’altra testimonianza scritta dalla cara amica Lia, montanara della Val d’Ala, che mi ha gentilmente concesso di pubblicarla qui.

Buona lettura!

Il tempo scorre veloce anche se qualche volta sembra non passi mai: è la nostra vita che rallenta ed è il ciclo naturale di noi tutti. Invecchiando le cose si osservano più intensamente e in modo diverso: si ripensa al passato e a coloro che ci hanno preceduti.

Quando percorro la strada provinciale che da Ceres sale ad Ala di Stura mi soffermo a guardare tutto il paesaggio: la strada asfaltata, bella, comoda, la natura tutto attorno selvaggia, i pendii coperti da ogni sorta di alberi, i rovi, le rocce enormi e le estese pietraie.

Nel 1920 questa strada era poco di più di un largo sentiero sterrato, percorso da calessi trainati da cavalli o da muli e da qualche rarissima vettura. La signora Solero Claudina di Bracchiello mi raccontava spesso di quegli anni. Noi ragazzi, diceva, finita la scuola e durante le vacanze eravamo mandati a fare la ghiaia per ricoprire la strada. Muniti di un sacco di iuta pieno di foglie secche per poterci inginocchiare sopra, spaccavamo tutto il giorno pietre che gli operai staccavano dalla montagna con le mine. Leggi il resto dell’articolo

Quando i pastori parlavano ai mesi

greggeOltre a studi approfonditi sul clima non dimentichiamoci dei detti popolari e l’acuta osservazione della natura da parte dei montanari unita ad uno spirito di sopravvivenza…

Articolo a cura di Giorgio InaudiBarmes news n.15

A Balme avviene spesso che il mese di aprile, invece di portare la primavera, come avviene alle quote più basse, porti invece furiose tempeste di neve. Qualche volta accade addirittura che siano le nevicate più intense dell’anno, magari dopo un inverno avaro di precipitazioni, trascorso a sperare l’arrivo della sospirata neve tra una perturbazione annunciata e un’altra che si risolve soltanto in un po’ di tormenta e di vento marino. Leggi il resto dell’articolo

Neve oltre i 1200 metri…

Li Fre“Neve oltre i 1200 metri, in calo in serata sui 1000 metri” ci dice il bollettino meteo di Nimbus per la giornata di sabato. La quota del limite delle nevicate è  perfetta per posare l’auto vicino a qualche villaggio delle Valli di Lanzo, imboccare il primo sentiero e mettersi in cammino sotto i fiocchi di neve.

Si torna in Val Servin per immergersi nei silenzi di quest’inizo di  primavera.

Cerco la neve, mi attrezzo a dovere e mi lascio trasportare dalle mie gambe. Il Sentiero Natura della Val Servin è uno di quei luoghi in cui incontrare se stessi in un dialogo benefico con l’ambiente montano antropizzato.

Qui non ci sono palazzoni, mega comprensori sciistici, paesoni e neve firmata.

In questo microcosmo alpino si sta bene in compagnia dei boschi e di quelle donne e uomini che hanno modellato queste strepitose vallate. Leggi il resto dell’articolo

Sopra la città, sotto la montagna

Sopra la città, sotto la montagnaSegnalo un interessante incontro culturale che si terrà giovedì 31 gennaio a Cirié (To), alle ore 21 presso La Soce Arci di Via Matteotti n. 16 (cortile interno).

Sopra la città, sotto la montagna (una produzione Hikers in doc)

Come interagire oggi con la montagna? Non è comoda da vivere, il tessuto socio economico è debole e la città diventa una risorsa irrinunciabile. I giovani se ne vanno, le aziende chiudono, le feste muoiono. Restano le case senza inquilini, il turismo del pic-nic, i motociclisti di passaggio e gli sportivi. Per un territorio che in passato vantava i passaggi di D’Annunzio e l’attenzione di Nietzsche, scuole vive e aziende di successo, non è un destino facile da accettare. Le Valli di Lanzo soffrono questa decadenza da anni, eppure oggi puntano su una nuova rinascita, con piccole ma continue speranze di ripopolamento: il ritorno è cominciato, in un modo tutto contemporaneo.

“Sopra la città, sotto la montagna”. È questo il luogo, o meglio il non-luogo, che il progetto video va a esplorare. Una città, Torino, al piè delle vette Levanna, Ciamarella o Bessanese. Di mezzo, le Valli di Lanzo. Tre storie che ripercorrono la linea ideale della ferrovia Torino-Ceres o del fiume Stura, a seconda dei punti di vista. Leggi il resto dell’articolo

La montagna dentro (2)

pastoreSono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere“.

Mi ha impressionato molto la drammatica vicenda del pastore della Valle Divedro Walter Bevilacqua che ha scelto di non sottoporsi ad un trapianto di rene per poter continuare a vivere.

Da quanto sto apprendendo dai mass media (anche sui notiziari della tv), le montagne perdono un uomo davvero speciale che aveva vissuto solo per gli animali e l’agricoltura.

Prima di tutto, prima di ogni riflessione, c’è la domanda: “Ma io lo avrei fatto?”. La risposta non è immediata, ma alla fine è un “no, forse no”. La mia debolezza mi scuote e solleva allo stesso tempo. Eppure, di fronte a Walter Bevilacqua, tolgo il cappello, con quel soffio di devozione piccola ma sincera che può sorgere anche tra uomini lontani.”

Così scrive Pino Suriano su “Tempi“.

Ecco quello che ho trovato su internet:

Il sacrifico del pastore. Rinuncia al trapiano e muore” – Vanity Fair (18 gen. 2013)

Lascio il mio posto a chi ha famiglia. Rinuncia al trapianto e muore“ - La Stampa (19 gen. 2013)

Un giro in Valle Maira

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www.ilventofailsuogiro.com

Elva è un bellissimo villaggio alpino adagiato in un conca immersa nella Valle Maira. Per capire quella montagna, e cosa gli è successo quando l’impetuosa industrializzazione della pianura cuneese s’è portata via i suoi montanari, può essere interessante partire dall’editoriale di Marco Albino Ferrari, che ha scritto per il numero di  Meridiani Montagne sulle Alpi Occitane (n° 49 di marzo 2011), e poi magari vedere il film il cui trailer mi è subito piaciuto molto.

Dopodiché non resta che mettere lo zaino in spalla…

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Chersogno

Monte Chersogno (3026 m)

Elva, in Valle Maira, ha conosciuto un triste primato nazionale. Negli anni Ottanta è stato riconosciuto come il comune più povero d’Italia. Spopolamento, mancanza di risorse, assenza di un turismo di grandi numeri avevano portato il piccolo comune occitano a uno stato di semi abbandono. Poi, anche grazie al film Il vento fa il suo giro (a richiesta, in allegato), le cose hanno cominciato a cambiare e questi luoghi si stanno lentamente conquistando l’attenzione di un pubblico consapevole. Oggi la Valle Maira è al centro di un vero fenomeno di riscoperta da parte di quella minoranza di estimatori della cultura alpina che rifugge le mete del turismo di massa (vedi pag. 74 e 102). Le difficoltà, però, non sono certo finite. Il vero buco nero, il vero problema che continua a gravare su queste aree marginali è l’assenza di politica. Di una politica per la montagna. Con lo spopolamento degli anni Sessanta-Settanta, anche il serbatoio di voti delle vallate alpine è andato esaurendosi e la montagna è sparita dagli interessi elettorali dei partiti. Leggi il resto dell’articolo

L’Ecomuseo delle Guide Alpine di Balme

Balme (1432 m), ultimo comune della Val d’Ala e più alto Comune delle Valli di Lanzo (TO) , si prepara a festeggiare il compleanno del suo Ecomuseo.

Nato il 30 novembre 2002, l’“l’Ecomuseo delle Guide Alpine A.Castagneri” è più vitale che mai.

D’altronde l’Ecomuseo - diverso dal semplice museo – è inserito all’interno di una comunità ed esponendo foto, oggetti, documentazione si occupa non solo della vita quotidiana del luogo ma anche delle tradizioni orali, del paesaggio e dell’architettura tutelando così il proprio territorio. Inoltre vengono trattate e promosse attività didattiche e di ricerca che coinvolgono non solo la collettività locale ma anche le istituzioni locali.

Ho scoperto questa definizione che trovo perfetta per identificare un ecomuseo: un patto con il quale la comunità si prende cura di un territorio (Maurizio Maggi, Ecomusei: guida europea, Allemandi editore, Torino, 2002, p.9). Leggi il resto dell’articolo

Con la fantasia

[...] Posso solo dire che spesso mi è capitato di incappare durante le mie escursioni nei boschi in alcuni ruderi di case abitate molti decenni fa e la curiosità è sempre stata tanta di entrarci e non mi sono mai fatto scappare l’occasione di dare un’occhiata all’interno giusto per immergermi con la fantasia nella vita montanara di persone che vivevano molto isolate dal resto delle altre. [...]“

Trovo molto bello questo commento di Riccardo fatto al post “Superpredatori“. E’ uno sguardo “cittadino” che si posa sui volti dei montanari (“persone che vivevano molto isolate dal resto delle altre”; infatti “noi” viviamo non isolati bensì ammassati nelle metropoli, ma siamo comunque soli). Mi piace il suo approccio verso le terre alte perché riesce a descrivere con efficacia quel lieve e sfuggente ”contatto”  che, durante un’escursione, si può prendere con la vita dei montanari facendoci sorgere sani e salvifici interrogativi sulla nostra vita da cittadini e confrontando il nostro stile di vita, divoratore di risorse, con quello delle genti alpine che facevano letteralmente miracoli per sopravvivere in ambienti durissimi. Leggi il resto dell’articolo

Il “garbin”

Uno spaccato di vita montanara non troppo lontana nel tempo… non è raro, ancora oggi, vedere camminare persone sotto il peso di fieno o di foglie, oppure trasportare riso, toma e salsiccia per la festa di qualche deliziosa borgata adagiata sulle montagne…

La montagna è sempre stata vista come simbolo di forza, di durezza e il montanaro come un essere a parte: robusto, di carattere chiuso, indomito, abituato ai sacrifici più pesanti, alla durezza del clima, ai pericoli delle valanghe, alle camminate lunghe e pericolose. Tuttavia l’intelligenza umana, da sempre, ha cercato di alleviare questa vita grama, cercando di rendere la fatica più sopportabile. Purtroppo si poteva fare ben poco, perché, essendo poverissimi, mancavano sempre i mezzi di qualunque genere.

Qualsiasi merce doveva essere trasportata sulle spalle: non esistevano né strade, né motori e spesso anche gli animali non potevano essere usati perché, in certi punti, le rocce erano enormi e i pendii troppo scoscesi. Solo l’uomo riusciva a mala pena a passare sui sentieri e sui valichi stretti e im­pervi, caricandosi ogni cosa sulle spalle o sul dorso.

Da qui l’idea di costruire i garbin, contenitori, se così posso dire, alcuni più piccoli, altri più grandi a seconda di chi doveva farne uso: erano piccoli se i portatori erano donne o ragazzi, per non dire bambini.

Venivano costruiti con vimini intrecciati, li vench, rami del salice, pianta che allora si coltivava proprio per questo uso come pure per le gerle che però erano poco usate. In primavera, quando la linfa del salice risale lungo il tronco fino ai rami più lunghi,  questi venivano accuratamente tagliati lasciando il tronco potato con cura: in tal modo ogni due anni si poteva ripetere la stessa operazione. Ai vench, o vimini, appena raccolti, veniva tolta completamente la corteccia; rimanevano bianchissimi e, legati in tante piccole fascine, erano messi sui solai a indurire per almeno tre mesi. In tal modo, arrivato l’inverno, erano pronti per essere intrecciati; prima però bisognava lasciarli a bagno nell’acqua per almeno una settimana per riacquistare elasticità perché non si spezzassero quando venivano intrecciati.

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Il pastore sulle Alpi piemontesi nel XXI secolo

Grazie al blog di Marzia scopro che in Rete c’è il trailer del film sulla pastorizia piemontese, in attesa di fondi per essere ultimato. Questo documentario fa parte del progetto ProPast finanziato dalla Regione Piemonte con la partecipazione del CAI Torino nell’ambito del progetto del Gruppo Terre Alte del Comitato Scientifico Centrale del CAI e l’Università degli Studi di Torino.

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Per saperne di più: www.gruppoterrealte.it/projects/il-pastore-piemontese-del-xxi-secolo

La “Vi ‘d Miculà”

In questo periodo, appena il sole spunta dietro le creste, le foreste che custodiscono la pietra dei montanari si incendiano di autunno. Se poi ci mettiamo una spruzzata di bianco, lassù, oltre i 2000 metri, sovrastato da un blu profondo, allora l’ambiente alpino ci dona contrasti davvero unici, da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

Questa mattina verso l’alta Val Grande di Lanzo c’è un po’ di goùnfia. I boschi di Groscavallo sono all’ombra, pioviggina e fa freddino. Oggi è meglio tenersi più in basso, verso Cantoira, dove il sole bacia i boschi esaltandoli di cromature terribilmente seducenti.

La “Vi ‘d Miculà” è uno storico sentiero forestale, posto sul versante sud della Val Grande e a monte del Comune di Cantoira (To), che collega la frazione di Lities (1144 m) a quella di Vrù (1039 m), adattissimo per immergersi nelle magie autunnali dei boschi.  Leggi il resto dell’articolo

I Serayé

Autunno: tempo di letture.

Ed io pubblico volentieri uno scritto di Lia sulla vita economia della valli di un tempo non molto lontano.

Nel 1800 le Valli di Lanzo erano ricche di materiale ferroso: molte le miniere in cui si estraeva il ferro. Così si ebbe un forte sviluppo artigianale: dalle serrature a Ceres, ai chiodaioli di Mezzenile.

La costruzione delle serrature era compresa principalmente tra Almesio, Chiampernotto e Mezzenile. Erano fatte completamente a mano da fabbri che utilizzavano il materiale estratto dalle miniere locali. A Ceres, nel 1820, il Francesetti segnalava un consistente numero di officine. Il Clavarino nel 1867 confermava la notizia, precisando che queste serrature venivano anche smerciate a Torino, con un introito annuo di lire 15.000. Erano moltissime le famiglie di serayé,  fabbri serraturieri che lavoravano in piccole officine a domicilio.

Di grande importanza fu l’azienda fondata a Ceres nel 1823 da Pietro Bertoldo, originario di Almesio, e continuata, di padre in figlio, da Maurizio, Mario, Pietro; ultimo della dinastia Sergio Bertoldo. Mario Bertoldo diede una vera impronta all’azienda, con il marchio B.M. (poi modificato nel 1940 dal figlio Pietro in B.M.C.); da vero imprenditore, fece costruire una serratura da un bravo artigiano di Ceres e con questo manufatto partecipò, nel 1924, all’Esposizione di Roma, ricevendo una meritata onorificenza. In seguito l’azienda espanse il proprio giro di affari in tutta Italia e nelle isole. Leggi il resto dell’articolo

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