Il Pizzo Scalino

Manca poco all’alba. A sinistra si nota il Sasso Moro (3108 m), più in lontananza, mezzo nascosto tra le nuvole, il Piz Argient (3944 m), uno dei satelliti del Bernina.

Testo e foto di Giovanni Baccolo

Apriamo la porta del rifugio, il sole non è ancora sorto e la nebbia avvolge tutto in un’umida confusione. Qualche cima di larice sbuca qua e là tra le brume, un lontano rumore d’acqua, erba ingiallita, un silenzio ovattato che nasconde tutto, nient’altro. Sembra proprio che l’autunno non sia arrivato soltanto sul calendario, ma che abbia voluto annunciarsi con tutta la sua potenza in questo suo primo giorno.

Siamo in alta Valmalenco, una valle laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso nord fino a raggiungere il 4000 più orientale delle Alpi, il Bernina, al confine con la Svizzera. La nostra idea è raggiungere la cima del Pizzo Scalino (3323 m) dalla via normale che attraversa il suo ghiacciaio. Si tratta di una gita non troppo lunga (dai rifugi intorno a Sasso Moro la cima dista circa 4 ore, con un dislivello di 1200 metri), ma che attraversa paesaggi meravigliosi che offrono splendide viste del massiccio del Bernina, di quello del Disgrazia e di vasta parte delle Alpi Centrali. La vista dallo Scalino è così ampia perché è una montagna solitaria e dalla sua cima non vi sono impedimenti che limitano lo sguardo. Esso rappresenta la massima elevazione di un massiccio poco conosciuto, credo a causa dei tanti vicini celebri che ne oscurano l’indubbio fascino. Ma al di là del fascino diciamo panoramico c’è anche quello provocato dall’ardita silhouette di questa montagna che non a caso è soprannominata il Cervino della Valmalenco. Il nome Scalino è dovuto alla curiosa presenza di un gigantesco scalino di roccia che lo circonda quasi interamente. La cima vera e propria è infatti separata dal basamento da ripide pareti che fanno sembrare questa montagna un’enorme piramide adagiata su un pulpito. Il motivo di tale conformazione è da ricercarsi nella geologia della montagna. Leggi il resto dell’articolo

Il sentiero per Santa Cristina

“Nella misura in cui aiuta una persona a muoversi nel mondo e a cercare il bene, un sentiero, per definizione, ha un valore.”
(Robert Moor)

La bellezza di un luogo e il suo riflesso lungo il sentiero

Di un luogo misterioso delle Valli di Lanzo, la rupe ove sorge il santuario di Santa Cristina, ve ne abbiamo parlato spesso, alcune volte non molto bene quando purtroppo ci siamo trovati davanti le ruspe che spianavano sentieri storici, con tutti i danni collaterali del caso. Ora però è il momento della rivincita perché i volontari del Cai Lanzo, lo scorso aprile, hanno recuperato un percorso storico che parte dalla frazione Bracchiello (843 m) del Comune di Ceres. Un vecchio ma bellissimo e sorprendente sentiero di pietra e sudore che fa raggiungere la piccola deliziosa borgata dei Monti di Voragno (973 m), col sentiero n. 261 e un pezzettino del n. 260, e poi Santa Cristina (1340 m) con il n. 242A.
La meta è importante ma il viaggio ancora di più: finalmente Santa Cristina, uno dei luoghi simbolo di tutte le Valli di Lanzo, ha ritrovato un viaggio entusiasmante da fare in compagnia dei vecchi montanari che hanno scolpito il versante sud della Val d’Ala. Leggi il resto dell’articolo

Lasciamo spazi di silenzio

Si leggono tante cose sulla montagna, soprattutto in estate quando sembra che succeda tutto e il peggio di tutto. Tante banalità, tanto marketing, tanto spettacolo, tanta competizione, tanti numeri. Tanto consumismo. La montagna sembra trasformata in un gigantesco specchio delle nostre meschinità, della nostra misera quotidianità infarcita di carnevalate urbanocentriche.

E allora proviamo ad uscire dai “sentieri più battuti” per proporre una riflessione di Andrea Bocchiola sulle prospettive di sviluppo dell’Alpe Devero (pubblicata originariamente sul sito di Mountain Wilderness). La troviamo genuina e necessaria, come certe montagne che sudiamo nei nostri vagabondaggi. Colmi di silenzio, solitudine e di estraneità.

La necessità del vuoto. L’uomo e lo spazio alpino.

Nel Parco della Barre des Ecrins, in Francia, non ci sono impianti di risalita, non c’è copertura cellulare e i sentieri non sono segnati. Il parco è frequentatissimo.
Qui dove sono, mentre scrivo, la natura è selvatica e pericolosa. Il cellulare prende poco o nulla e all’ingresso dell’area un cartello avvisa che da quel punto in poi ognuno è responsabile di se stesso. Non sono disperso chissà dove in Karakoram. Sono in California, nella zona dei Needles, e siamo in tanti, alpinisti, scalatori, hikers. Nessuno sembra aver bisogno di nient’altro che del poco che c’è. Ossia niente. Nessuno pensa a sconvolgere questo spazio con i segni di quella antropizzazione che lo circonda da ogni dove.
Al Devero, piccola nicchia di solitudine alpina sin troppo sotto assedio, si pensa invece di penetrare persino quel poco di spazio selvatico rimasto, la valle del Bondolero e un tratto del Cazzola, con degli impianti di risalita. La cosa, vista da così lontano, è ancora più incomprensibile e inusitata.
Non penso alle molte ragioni ambientaliste, economiche, logistiche che si oppongono al progetto. Altri più addentro di me lo stanno già facendo. Leggi il resto dell’articolo

Montagne del diavolo

Le ripide pareti di roccia incombenti sul villaggio di Balme

“QUEST’OGGI TEMPO BELLO SONO A CERCARE SETTE PECORE PER QUESTE MONTAGNE DEL DIAVOLO”.
Una delle tante iscrizioni che si trovano incise sulle rocce della grande parete che sovrasta le case di Balme.

Su queste montagne del diavolo e sulla via per conoscerle, il Labirinto Verticale, si trova molto materiale in rete. Noi qui ne abbiamo parlato in un paio di occasioni grazie a due pilastri della cultura delle Valli di Lanzo, ovvero Giorgio Inaudi e Gianni Castagneri, entrambi innamorati del villaggio di Balme (1439 m), ultimo Comune della Val d’Ala che si incontra prima di raggiungere il Pian della Mussa (in auto) e i valichi ad oltre 3000 metri di quota (a piedi), che consentono di guadagnare l’Alta Moriana in Francia attraversando montagne severe e bellissime.
Nato una quindicina di anni fa da un’idea di Inaudi, questo percorso per escursionisti esperti (il Club Alpino Italiano lo classifica con la sigla “EE“) consente di aggrapparsi alla mastodontica ed impressionante parete che domina, verso nord, i balmesi e coloro che giungono fino a qui per godere degli ambienti di alta quota di un angolo selvaggio delle Alpi Graie meridionali. Se la strada asfaltata terminasse a Balme, per continuare a viaggiare (a piedi, magari dopo aver trovato una tappa di ospitalità in questo minuscolo borgo alpino) avresti ben tre scelte cardinali: verso sud inoltrandosi nel magnifico Vallone del Paschiet, lungo la Grande Traversata delle Alpi, con i suoi laghi e l’omonimo Passo, verso ovest per toccare il Piano e poi i valichi storici con le sue vette oppure verso il diavolo, ovvero in direzione nord, arrampicandosi sui Torrioni del Ru o, come dicono i balmesi, “al ròtches at Bàrmes”, le rocce di Balme che sanno raccontarti qual è la loro anima. Non del diavolo bensì molto verticale e severa, un ambiente di alta montagna adatto a chi dispone di piede fermo ed apprezza gli ambienti aerei, esposti e verticali su terreni prevalentemente rocciosi. Leggi il resto dell’articolo

Ghiacciai delle valli di Lanzo – Osservazioni 2017

Ghiacciaio di Sea e Uja di Ciamarella (3676 m) visti da NE-Foto Camosci bianchi – Agosto 2017

Testo e foto di Franco Rogliardo
(tutte le foto sono ingrandibili cliccandoci sopra due volte)

Note generali

Prosegue anche nel 2017, come nelle due precedenti annate, il depauperamento delle masse glaciali, il quadro complessivo dei ghiacciai delle Valli di Lanzo è estremamente negativo. La stagione di ablazione Maggio-Settembre 2017 è stata la terza più calda degli ultimi venti anni, dopo l’estate torrida del 2003 e la quasi altrettanto calda del 2009. La fusione primaverile iniziata a Maggio ha registrato nei mesi a seguire una brusca impennata, le ondate di calore estivo hanno rapidamente fuso quasi tutta la neve invernale entro la metà di Agosto. Dei sedici ghiacciai osservati solamente 6 conservavano ancora un buon innevamento residuo: Mulinet Sud e Nord, Martellot, Talancia-Girard e Levanna Sud e Nord, tutti situati al piede della catena alpina Monfret-Levanna Orientale sopra il paese di Forno A.G.. L’ablazione è poi proseguita sino ad inizio Novembre (con il mese di Ottobre insolitamente tiepido) causando la scomparsa generalizzata del manto nevoso stagionale sulla quasi totalità degli apparati. In tardo autunno tutti i ghiacciai soffrono di scarsa o assente alimentazione, evidenze di fusione profonda si osservano anche nei settori più elevati dei bacini di raccolta; sensibilmente meno penalizzati i ghiacciai situati lungo la catena alpina Monfret-Levanna Orientale, dove il ghiaccio ha cominciato ad affiorare solo nella seconda metà di Agosto, e l’ablazione diretta sul ghiacciaio si è così limitata alle dieci settimane di fine estate inizio autunno.
Ghiacciaio Croce Rossa e Glacier d’Arnès (Francia): ad inizio Settembre risultavano scoperti quasi completamente (anche alle quote più elevate) dalla neve invernale, rimarranno in ablazione sino ad inizio Novembre. Leggi il resto dell’articolo

Tutte le strade portano in (alta) montagna

In bicicletta verso Pian del Re

Testo e foto di Toni Farina
Video da YouTube

Strade che salgono in alto. Oltre i paesi, verso le arene del silenzio. Le infrangono.
La questione è da tempo oggetto di contesa. E così accadrà anche quest’anno, 2018, con l’arrivo della calura estiva. Contesa fra portatori d’interesse diversi, talora opposti, sostenitori di posizioni che è arduo conciliare. Da un lato i fautori del turismo dolce per i quali queste strade devono essere in via prioritaria lasciate a camminatori e ciclisti. Una posizione che, è importante sottolinearlo, è fatta propria anche da titolari di esercizi commerciali, gestori di rifugi e posti tappa per i quali l’escursionista è il cliente principale. Un cliente esigente, che mal tollera la convivenza con i motori. Soprattutto se il cliente in questione proviene da oltralpe.
Dall’altro i fautori della massima “la montagna è di tutti”. “Non bisogna escludere nessuno”. Soprattutto non bisogna escludere quell’importante fetta di mercato composta da motociclisti e fuoristradisti, molti dei quali, provenienti anche da oltralpe, trovano sulle montagne del Bel Paese un terreno di gioco molto libero, impensabile nelle loro contrade. Una posizione condivisa da gran parte degli amministratori pubblici, restii a imporre limitazioni.
La questione è da tempo oggetto di contesa, ma nell’estate 2017 è diventata più stringente. Complice il gran caldo, la montagna è diventata luogo di salvezza. E così sarà anche quest’anno e nel tempo a venire. Ma la montagna è per sua intima natura anche luogo del limite: etico (per ci crede) e fisico. E così dalle Dolomiti alla Conca del Prà in Val Pellice, dall’Ossola alle Alpi Liguri è tutto un fiorire di soluzioni intermedie, “provvisorie”, “sperimentali”, spesso figlie dell’italica incapacità di decidere.
Numero chiuso, orario o periodo stagionale limitato, pedaggio, navetta. Lo scopo è di accontentare tutti. Col rischio di non accontentare nessuno.
Tuttavia emergono qua e là timidi segnali. Nulla di strutturato, però si inizia a capire che un accesso più dolce ai luoghi turistici di alta montagna non solo è possibile, ma può essere anche vantaggioso. Può creare qualità. E così si aderisce a campagne di mobilità sostenibile, nella speranza (convinzione sarebbe eccessivo) di dare un impulso a quel turismo tanto vagheggiato, quanto ancora semi-clandestino. Leggi il resto dell’articolo

Magie in alta Val d’Ala

Un’escursione strabiliante, magnetica che dona sensazioni uniche, soprattutto in questo periodo dove estate, primavera ed inverno danzano inisieme. Un’escursione elegante che rapisce l’anima, sconvolgendola di panorami struggenti e memorabili. Ti chiede solo una cosa: di partire presto, molto presto, prima che puoi, per il fondamentale rendez-vous con il Sole al Colle del Vallonetto (2485 m), dove le lame di luce vi coglieranno di sorpresa, catturandovi per sempre.

Qui non ci sono piste dal volto urbano. Si sale in sella ad un sentiero, inizialmente la Grande Traversata delle Alpi, e si cavalca per circa quattro ore in abissi selvaggi e spalmati di silenzi. E’ l’escursione prediletta per chi desidera ritrovare se stesso, per chi ha bisogno di curarsi le ferite del giorno prima, quelle che grondano di cemento, frastuono, traffico, inquinamento, caos e solitudine metropolitana. Leggi il resto dell’articolo

“Avvicinare le montagne”

“E intanto il conflitto tra ambiente e ski-business aumenta in modo drammatico. Servono piste sempre più lisce e veloci, così si lavora a colossali sbancamenti e si prosciugano interi fiumi per l’innevamento artificiale. E c’è di peggio: la monocultura dello sci finisce per “cannibalizzare” tutte le altre opzioni (albergo diffuso, mobilità alternativa ecc.) perché distrugge i luoghi. Vedi Recoaro, dove le gloriose terme sono in agonia, ma si finanzia un impianto a quota mille, dove nevica un anno su cinque.”

(Paolo Rumiz, 2009)

Quando si cercano soldi per impianti sciistici si trovano subito. Vi siete mai chiesti perché? Personalmente una risposta ce l’ho: perché portano voti.

Ad esempio, la piccola stazione sciistica di Ala di Stura (Valli di Lanzo), che si sviluppa tra i 1200 e i 1800 metri di altitudine (una di quelle condannate dai cambiamenti climatici), ha visto il pieno appoggio da parte del neoeletto alla Presidenza della Commissione Ambiente alla Camera, onorevole Alessandro Benvenuto. A proposito, sapete che per produrre l’innevamento artificiale delle piste di Ala di Stura si succhia l’acqua da un incantevole lago alpino per “armare” i cannoni? Qui potete vedere con i vostri occhi.

Adesso sotto il tiro dei cannoni si trova la zona dell’Alpe Devero, alle porte del Parco Naturale Veglia e Devero, sempre in Piemonte. Il Club Alpino Italiano ha già espresso la sua posizione, ribadita di recente con un comunicato stampa (qui potete leggerlo). Ecco un passaggio significativo ed importante: Leggi il resto dell’articolo

L’ultima scena di un mito

Cresta di Bionnassay dal Rif. Gonella – versante S del Monte Bianco (foto di Alberto Cucatto)

«Nell’accingermi ad enumerare le imprese del Castagneri sento che sto per fare buona parte della storia alpinistica della Sezione Torinese; sono 25 anni di alpinismo schietto ed ardito che si compendiano nel suo nome e nei quali egli ebbe come guida la presidenza perpetua delle nostre escursioni; con lui si accompagnarono i fondatori del nostro Club e molti dei più noti ed arditi dei nostri colleghi.»

Guido Rey, 1890

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Un mito lo riconosci dall’uscita di scena e che la guida alpina di Balme Antonio Castagneri lo sia, nessuno lo mette in dubbio. Ma quale ultima scena ha fatto smarrire questo grandissimo alpinista delle Valli di Lanzo? Cosa ha potuto fermare le imprese di un personaggio così straordinario?

Metti insieme la roccia e il ghiaccio e cerca i migliori interpreti italiani di questi due terreni. E poi sogna la gloria sul Monte Bianco. Siamo alla fine del XIX secolo e la roccia si chiama Antonio Castagneri (Toni dei Tuni di Balme, villaggio dell’alta Val d’Ala) mentre il ghiaccio è Jean-Joseph Maquignaz. Il sogno lo fa il conte Umberto Scarampi di Villanova – socio del Cai Torino – nell’imminenza di sposarsi. Desidera lasciare la sua firma sul massiccio più alto d’Europa facendosi condurre da due tra le più forti ed esperte guide dell’epoca. Come se oggi mettessimo insieme Simone Moro e Steve House. Per fare cosa?

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Come una volta?

Poco importa se un sentiero lo percorri decine di volte. Ogni volta sarà diverso. Pensiamo poi a questo 2018, così insolito, dal punto di vista climatico, rispetto agli ultimi anni. Non ricordo ancora così tanta neve sopra i 2000 metri sebbene ci troviamo in primavera inoltrata. Ma questa montagna, così ricca di verde e bianco (l’azzurro non l’abbiamo visto molto…), com’è? Più vera? Più ricca? Più misteriosa? Più severa? Più silenziosa? Più rassicurante?
Ecco, la cosa che si percepisce immediatamente, anche senza percorrere sentieri, è che la montagna è molto più rumorosa perché i torrenti, con il progressivo aumento delle temperature, stanno rilasciando con gradualità imponenti quantità d’acqua. E’ ormai da qualche settimana che il fragore dei rii, di fondovalle o quelli di versante, ti accompagna costantemente. Questa è la prima inevitabile differenza del paesaggio montano (sì, perché credo che il paesaggio sia fatto anche di fondamentali elementi immateriali e invisibili, come i suoni della natura). Se è il silenzio profondo a contraddistinguere un inverno molto nevoso e con temperature “normali”, allora in primavera è il perpetuo fragore delle acque che restituisce anche un importante elemento paesaggistico delle Alpi. Di certo molto rassicurante, soprattutto quando noti come ogni versante sia solcato da rii e cascate che danno vita alla nuda roccia. E poi, quando si tratta di guadare, ti accorgi che finalmente in questa lunga primavera, la montagna è stracolma di energia. Fa quasi paura pensare di dover zampettare sui sassi ricoperti dalla corrente per proseguire lungo la tua ascesa. Questa meravigliosa sostanza arriva dagli estesi nevai che ancora si incontrano a quote relativamente basse per la stagione in corso. E’ davvero difficile credere di essere già a giugno e il confronto con gli ultimi anni ti lascia spiazzato e con mille domande.

Una per tutte: ma questa è la montagna di una volta? Leggi il resto dell’articolo

Il sentiero delle apparizioni Mariane

Pilone di roc dou Pat (1290 m)

[…] sacralizzano il territorio, mitigano l’ancestrale lotta fra la natura inerte e la natura vivente. In terra o quasi in cielo, costruiti per necessità concrete o per liberare il senso d’infinito, parlano di una vita colma di soprannaturale.

Il pilonèt come il cioché del capoluogo evocano il bisogno di un aiuto che venga dall’alto, più in alto ancora che dalle vette irraggiungibili.

Una fede fatta di simboli, slanci, sacrificio e segreti, vuole farsi segno, dare vita alle pietre, ai boschi, ai pascoli.  Correndo verso l’alto di Marco Fassero

Le Valli di Lanzo, delizioso “parco naturale” del Piemonte, si trovano a Nord-Ovest di Torino e appartengono alle Alpi Graie meridionali. Confinano a Nord con la Valle dell’Orco, ad Est – praticamente ai loro piedi – si adagia la pianura, a Sud con la Valle di Susa mentre ad Ovest confinano con la Val Moriana, in territorio francese.

I confini geografici, soprattutto con la Francia, anziché limitare l’isolamento hanno favorito frequenti spostamenti a piedi attraverso i colli, sia per scambi commerciali e sia per quelli culturali. Ciò che lega ed unisce ancora oggi, gli uni agli altri, è la lingua francoprovenzale e simili usi e costumi.

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Il camoscio di Urtirè

Sono le 11 e 22 di un sabato vernale e umido quando un sentierino ci conduce nell’amena borgata di Urtirè, dove ad attenderci c’è un ignaro camoscio che bruca serenamente la sua fresca, tenera e verdissima erba, cascata dal cielo dopo il prodigo inverno.

Siamo sottovento e non percepisce la nostra presenza. Noi, immobili come statue, e col silenzio al massimo del volume, osserviamo questa bellezza delle Alpi, mentre scattiamo decine di foto.

Siamo a circa 100 metri di distanza dall’ungulato. Non è per niente facile riuscire a fare stare fermi i camosci perché appena sentono una minima presenza umana, fuggono con una rapidità impressionante, quasi imbarazzante.

Oggi succede qualcosa di incredibile. Il camoscio continua a brucare mentre noi giaciamo pietrificati tra le baite di Urtirè, sperando che questo incontro duri più delle altre volte. Ma fotografarlo con la testolina immersa nei fili d’erba e seminascosto dai i tronchi, non è molto accattivante. E allora, sempre stando piantati come pali, provo a fischiettare debolmente. Leggi il resto dell’articolo

La vì dla lòbia (la via del balcone)

Ultimi metri prima del tuffo nel vuoto. Siamo sulla Cresta della Scuola dove comincia la misteriosa vì dla lòbia. Sullo sfondo il Monte Rosso

[…] Allorché con lo sguardo ritorniamo dal lontano al vicino, notiamo ai nostri piedi, dopo alcuni rozzi scalini, intagliati direttamente nel dirupo, l’originarsi di una scalinata costruita con pietre a secco. Essa scende nel vuoto in cinque rampe con quarantanove ampi gradini, poi si ferma e non riusciamo a comprendere quale possa essere stata la sua funzione. Scoprirò poi, leggendo uno scritto firmato da Marco Gozzano, che la cengia naturale, su cui la scalinata si chiude, segna l’inizio di un sentiero, ormai non più praticabile, conducente ai pascoli di Pian Peccio inferiore; questo passaggio permetteva agli abitanti di Monaviel e della Vija di raggiungere in quota l’alto vallone di Crosiasse con un percorso molto più breve rispetto a quello delle altre possibili vie, economizzando quindi tempo e fatica. L’amico Ezio Sesia mi informerà essere il sentiero denominato la vì dla lòbia – la via del balcone – poiché, un tempo, un mancorrente in legno proteggeva chi percorreva la gradinata trasportando magari pesanti carichi; si possono ancora scorgere dilavati monconi di legno i quali avevano sicuramente la funzione di sostenerlo. Quand’ero giovane, alla vista dell’Acropoli di Atene, provai una forte emozione e mi fu naturale esclamare «Ecco mia nonna!» tanto sentivo affondare nella cultura classica e nella sua grandiosa magnificenza le mie radici più profonde. Oggi, dopo aver appreso a potare drasticamente il superfluo e l’inutile dalla mia vita, questa povera opera, ciclopica per le possibilità degli uomini che la realizzarono, nella sua primitiva struttura che ha saputo, tuttavia, resistere agli anni e alle intemperie, mi commuove assai più del Partenone e delle eleganti, perfette linee architettoniche dell’Eretteo. A volte anche indigenza fa rima con bellezza, non solamente la maestosità dell’abbondanza. Bisogna, però, scavare l’anima, così come i minatori dei creus scavarono la montagna, privandola delle sue ricchezze, per imparare ad apprezzare e a trarre gioia da una povera grande bellezza (dal post Una povera, grande bellezza).

Siamo in bassa Val d’Ala, versante sud, in uno degli angoli più straordinari di tutte le Valli di Lanzo. Leggi il resto dell’articolo

Il patrimonio escursionistico del Piemonte

[…] Il passaparola è il mezzo principale che ha motivato il soggiorno. Occorre ricordare come il passaparola può funzionare in entrambi i sensi: può essere “positivo” che invita cioè a visitare le valli attorno al Monviso, la loro cultura ed il loro ambiente incontaminato; ma può anche malauguratamente essere “negativo” qualora la realtà incontrata non corrisponda più alle attese, e questo vale soprattutto per i visitatori stranieri. Quindi occorre che l’intero ambiente (come quello in generale e delle montagne in particolare) venga preservato intatto con un’apposita tutela ambientale e paesaggistica. […]

Quanto avete appena letto è tratto da “Politiche Piemonte n. 52” pubblicazione dell’IRES Piemonte dove, tra l’altro, si trova un interessantissimo articolo di Carlo Alberto Dondona, La valorizzazione del patrimonio escursionistico regionale (il documento in pdf è scaricabile anche qui).

Un tema attualissimo quello del passaparola che fa il paio con con quello della preservazione dell’ambiente: “occorre che l’intero ambiente (come quello in generale e delle montagne in particolare) venga preservato intatto con un’apposita tutela ambientale e paesaggistica“. Leggi il resto dell’articolo

Non c’è pace per il Vallone di Sea

Il torrente Sea nei pressi dell’area individuata per la captazione a scopo idroelettrico

Informiamo che c’è una richiesta di costruzione di una centrale idroelettrica, con derivazione ad acqua fluente sul Torrente Stura di Sea localizzata nel Vallone di Sea a 1340 metri di quota. Siamo nel territorio del Comune di Groscavallo (Val Grande – Valli di Lanzo – Città Metropolitana di Torino).

Il proponente è la Nord Idra srl, una società con sede legale a Marostica (VI).

In questa fase del progetto chiunque può dare il proprio contributo in merito consultando e valutando la documentazione ed inviando le osservazioni scritte sul progetto entro il 7 maggio 2018. Come?

Le date importanti da ricordare:

  • 7 maggio 2018: termine ultimo per trasmettere osservazioni e/o contributi sul progetto che chiunque può fare (leggere oltre per ulteriori dettagli);
  • 29 maggio 2018 ore 10:30: visita locale di istruttoria – alla quale potrà intervenire chiunque vi abbia interesse – con ritrovo presso il Municipio del Comune di Groscavallo. La suddetta visita locale è propedeutica alla Conferenza dei Servizi. Si evidenzia che nel caso di ammissione di domande concorrenti, la visita potrà essere rinviata ad altra data (informarsi prima allo Sportello Ambiente su eventuali modifiche della località dell’incontro);
  • 5 giugno 2018 alle ore 9:30: Conferenza dei Servizi con ritrovo presso la sede della Città Metropolitana di Torino, Corso Inghilterra 7, Piano 5 Stanza 30.

Modalità per consultare gli incartamenti: Leggi il resto dell’articolo