Il Vallone di Vassola, il CAI e la Montagna Morta

Piano di Vassola

E’ troppo paradisiaco pensare di poter dormire sonni tranquilli per noi che amiamo profondamente la montagna. Mi sto sempre più rendendo conto, quando termino un’escursione, che tutto ciò che mi lascio alle spalle, prima di rientrare in auto, non è detto che sarà sempre lì ad attendermi affinché possa ritrovare una sana relazione con me stesso e con l’ambiente. E’ venuto il momento, triste e al contempo molto preoccupante, di aprire gli occhi e di non credere più che la montagna sarà sempre la stessa come in quelle bellissime fotografie che mi porto a casa e poi rivedo sul pc.

Oggi per puro caso rispolvero il numero di Gennaio – Febbraio 2008 del bimestrale Panorami che si occupa di Vallate Alpine. Lo sfoglio e un brivido mi percorre la schiena. E’ come se stessi rientrando da una di quelle tante escursioni bellissime, che faccio nelle Valli di Lanzo, con quella terribile sensazione di non ritrovare la montagna che amo così come l’ho lasciata, intatta e libera dalle mani diaboliche della sconfinata imbecillità umana. Un incubo. Torno così mentalmente al 98° Congresso Nazionale del CAI (18-19 ottobre 2008) quando il giornalista Paolo Rumiz, socio Cai, ha inviato una lettera dura ma assolutamente condivisibile per noi che della montagna ne facciamo quasi uno stile di vita (la lettera di Rumiz la trovate più sotto).

Cerco di andare con ordine. Leggendo l’articolo di Pinuccia Borgarello, scritto su Panorami in merito alle continue aggressioni nei confronti dell’ambiente alpino (qui nel mirino c’è uno dei luoghi più incantevoli di tutte le Valli di Lanzo), ho rivissuto all’istante l’incubo di una montagna che forse non rivedrò più:

“Montagna e tutela del territorio dovrebbero costituire un binomio inscindibile, tanto più che è così di moda mostrarsi ambientalisti (a parole naturalmente); invece la realtà è ben diversa e le cattive abitudini imperversano. Il movente è quasi sempre il dio denaro, direttamente o indirettamente: nel primo caso sotto forma di speculazione o altrimenti per indifferenza ed incuria, quando non si vede come trarre dalla difesa dell’ambiente un utile immediato e si preferisce qualcosa di più remunerativo. Che a compiere certe scelte siano i privati ha una sua logica, anche se inaccettabile, ma che tra i responsabili figurino anche le Istituzioni pubbliche a cui compete vegliare sulla montagna, diventa particolarmente odioso.

In Val Grande di Lanzo il discorso rischia di essere lungo, poiché alle vecchie ferite se ne aggiungono di nuove. Un vero e proprio attentato è in vista contro una delle zone più belle ed intatte del Comune di Chialamberto: il vallone di Vassola.

Vallone di Vassola

Nella stupenda conca glaciale del Pian di Vassola è in fase avanzata il progetto di costruzione di una diga sul torrente per realizzare un invaso artificiale, che verrebbe a deturpare un posto incantevole. Inoltre l’acqua, con una lunga tubazione e quindi con altri scavi e danni ambientali, varrebbe convogliata fino al sottostante villaggio di Vonzo, dove sarà costruita una centrale elettrica; altra cementificazione, per di più in un sito ad alto rischio geologico. A quest’ultima giungerà un’altra tubazione, che attingerà al rio che scende dal monte Bellavarda. In tal modo i due soli torrenti di questo territorio saranno pressoché prosciugati, con tutti gli effetti che ne derivano. L’insano progetto è nato per iniziativa privata, a scopo speculativo, poiché ci si propone di vendere l’energia elettrica così ricavata. Finora si è lavorato in silenzio, senza comunicazioni ufficiali, ma che il tutto abbia l’avallo del Comune e delle Istituzioni è pacifico, poiché altrimenti le cose non sarebbero giunte a tal punto.

Cementificazione, prosciugamento delle risorse idriche, impatto ambientale non interessano invece a chi dovrebbe tutelare la montagna”.

Torrente Vassola

Ho percorso il Vallone di Vassola nell’agosto del 2005 ed ho vissuto uno delle più belle esperienze in montagna: un giro ad anello di due giorni con pernottamento a 2500 m in riva al Gran Lago di Unghiasse. Il Vallone di Vassola è ricco di acqua e di silenzi indescrivibili: un luogo solitario dove il tempo sembra essersi fermato. A quota 2500 circa ci sono i bellissimi Laghi del Seone. Proseguendo si raggiunge il Colle della Terra d’Unghiasse da dove si ha un fantastico colpo d’occhio sul sottostante Lago di Unghiasse.

Il giorno successivo si scende lungo l’affascinante Vallone di Unghiasse per poi ritrovarsi al Piano di Vassola e infine a Vonzo. Questo giro ad anello è finalmente la realizzazione di un sogno che da anni alimentavo leggendo le relazioni degli autori di guide escursionistiche.

Giulio Berutto nella guida “Valli di Lanzo e Moncenisio” edita dall’IGC così descrive l’ambiente:

“Traversata lunghissima però estremamente raccomandabile per la grande varietà dei paesaggi, la selvaggia bellezza e l’accentuato contrasto fra la parte bassa, mediana e alta dei valloni dove si fondano mirabilmente il verde cupo dei boschi, il verde morbido dei pascoli, il ferrigno color delle rocce e in cui spiccano alcuni fra i più bei laghi delle Valli di Lanzo…”

Gran Lago di Unghiasse (2494 m)

Roberto Bergamino, nella guida “Andar per laghi nelle Valli di Lanzo” edita da Edizioni Arti Grafiche San Rocco, a proposito dell’escursione ai Laghi del Seone:

“Si risale, per raggiungere i laghi, tutto il Vallone di Vassola. I Laghi del Seone sono degli autentici gioielli incastonati nella selvaggia bellezza del vallone, in particolare è molto suggestivo il lago inferiore (m 2514).

Lago del Seone

Molto interessanti anche i piccoli borghi che si trovano all’inizio dell’escursione: Vonzo e Chiapili. Le case che costituiscono i due abitati sono stati brillantemente ristrutturate mantenendo così l’aspetto “antico” delle borgate.

Chiappili

Un’altra attrattiva del vallone sono i due ponti in pietra a schiena d’asino che scavalcano il torrente Vassola nei pressi dell’omonimo alpeggio (il Piano di Vassola dove si progetta di costruire una diga!). Nel cuore del vallone, tra innumerevoli salti rocciosi, gli alpeggi appaiono solo all’ultimo istante, integrati come sono in modo assolutamente perfetto nell’ambiente naturale in cui sono inseriti. Dopo una curva verso ovest il vallone di apre nel pianoro dove si trova l’Alpe Veilet (m 2223).

A far da corona alla testata del Vallone di Vassola si trovano il Monte Bessun, la Cima Giardonera, i Picchi del Seone ed il Gran Bernardé, tutte montagne che superano i 2700 m di quota. Impressionante, lungo tutta l’escursione, l’altissimo numero di alpeggi che si superano che si avvistano lungo i pendii e tutta la serie di opere per “addomesticare” la montagna (ponti, canali per irrigare i prati, mulattiere selciate) che ogni tanto compaiono improvvisamente e per brevi tratti. Sono tutti segni di un antico sfruttamento del vallone e sono anche muti testimoni di una civiltà, quella dei montanari, fatta di fatica e privazioni e che sta lentamente scomparendo.”

L’APT (Azienda di Promozione Turistica delle Valli di Lanzo ora ATL), con la collaborazione delle sezioni del CAI di Lanzo e di Ala di Stura, già nel 1995 scriveva sull’opuscolo “30 Escursioni in Val di Lanzo” in merito all’Alpe Vassola:

“Tra i Valloni laterali delle Valli di Lanzo quello di Vassola è il più lungo (6 km) e, se non il più bello pochi altri possono permettersi di rivaleggare. I borghi che si incontrano all’inizio dell’itinerario (Vonzo, Chiappili) sono esempi di ristrutturazione intelligente mirata a valorizzare le vecchie case di questi paeselli. L’aspetto del vallone, con le sue pareti sporgenti, è selvaggio; nella parte bassa si trovano due stupendi ponti ad arco di pietra.”

Non basta indignarsi. E’ necessario che tutti noi, che pensiamo alla montagna come un luogo da salvare dalla barbarie dell’uomo, prendiamo una posizione forte nei confronti di chi attenta all’ambiente alpino. Lo ha fatto appunto Paolo Rumiz. Ecco la sua lettera inviata al 98° Congresso Nazionale del Cai e pubblicata dal quotidiano il Trentino il 19 ottobre 2008:

“Oggi il Club Alpino Italiano si riunisce a Predazzo per la sua assemblea generale, e come socio da 45 anni, vorrei dire la mia sul tema dei temi: l’emergenza ambientale. Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e per l’Italia devono esporsi con coraggio, senza guardare in faccia nessun governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione.  Il Cai deve prendere coscienza di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che da esercitare, se necessario, platealmente, con iniziative clamorose. Non ci sono più alibi per defilarsi.  Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici e talvolta ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, nel Gruppo dell’Agner, nelle Dolomiti della Sinistra Piave. Poi a trent’anni ho lasciato l’arrampicata e ho messo famiglia, ma ho continuato a frequentare le crode con occhio attento alle genti e al loro habitat.  Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista, ma più la percorrevo più aumentava l’insofferenza per certo alpinismo – ginnico e narciso – che puntava all’estremo ignorando ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani (povera Alpe di Siusi!), la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali (San Martino).

Testata Val Grande di Lanzo

Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.  Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto uscito a puntate su “la Repubblica”. Il Grande Male era visibile ovunque, ma l’epicentro dell’orrore era il prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia erano stati così spaventosamente vuoti. Il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, era un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.  Non esiste in Europa un Paese con i corsi d’acqua nello stato pietoso di quelli italiani. Non mormorano più, sulle nostre valli è scesa una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini – è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti. L’opinione pubblica dorme, sta a noi del Cai svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse.

Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Valtellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale.  Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma anche i citrulli sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma più seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.  Ma la scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho trovato un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio. Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese. Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense. Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa. Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, cartografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria. “E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni”.  Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo?”

Paolo Rumiz

Il Vallone di Vassola è un inno all’acqua, non al denaro. Il Vallone di Vassola è un inno alla magnificenza della natura, non un inno al tempio del profitto. Il Vallone di Vassola non è un nonluogo, non è il nulla che oggi alberga in troppe menti che hanno la pretesa di progettare (il nulla appunto). Il Vallone di Vassola è un viaggio nella cultura e nelle civiltà delle Alpi non un viaggio nell’oblio. Nel Vallone di Vassola ci “vedo” fauna, flora, geologia, astronomia, antropologia, architettura alpina, ecologia,… Non trovo ancora (ma per quanto?) quel gorgo profondo di devastazione come quello che si trova nelle menti di coloro che “progettano” dighe in luoghi da consegnare intatti alle future generazioni. La “diga” dovrebbe progettarla uno psichiatra, una diga universale che possa più che mai arginare definitivamente l’infinita stupidità umana. In quel gorgo senza fine personalmente ci vedo solo la morte. Della montagna e quella di tutti gli uomini che l’hanno abitata e la vivono tuttora.

Non avendo letto altri articoli durante il 2008 in merito al “progetto”, non esitate ad aggiornare questo post nel caso qualcuno di voi avesse delle notizie recenti. Grazie.

Beppeley

17 Responses to Il Vallone di Vassola, il CAI e la Montagna Morta

  1. carloesse75 says:

    Immagino la passione che divide il rischio di avventurarsi oltre. Dipende da te quanto ritieni di altrepassare il limite, la montagna come tutte le altre cose create e naturali, vive il cambiamento…come noi sentiamo il caldo e sudiamo, come sentiamo il freddo e ci copriamo.
    Un saluto
    Carlo

  2. lichene1 says:

    è già da un po’ che avrei voluto parlare con voi di questo tema, ma c’è tanto da dire ed io ho la testa confusa da mille quesiti.
    Prima di tutto il progetto di invaso presentato da Beppe non è purtroppo il più devastante per le valli di Lanzo. Il progetto a mio avviso peggiore dovrebbe essere realizzato in val di Viù dalla SMAT per funzionare da riserva idrica per l’area metropolitana di Torino (questa vocazione della valli di Lanzo arriva da lontano). Purtroppo a parte qualche articolo su La Stampa non ho capito molto.
    Sono d’accordo con l’indignazione, ma il pensiero che mi assila da tempo è come fare a opporsi a questa visione cieca del progresso. Il primo problema è far capire alla gente le conseguenze di queste opere. A ottobre ho partecipato ad una marcia in ValChiusella contro un’opera analoga e mi è capitato di incrociare un anziano della valle che in maniera animata ci ha fatto capire quanto sia d’accordo con la costruzione della diga e come da sempre i montanari hanno sfruttato il più possibile le acque del loro torrente anche nelle fabbriche che hanno dato lavoro a molte persone. Peccato che nessuno gli abbia spiegato le conseguenze che lo sfruttamento di quelle acque ha causato.
    Un’ altra lettura della questione è quella energetica: la nostra società ha bisogno di una quantità crescente di elettricità. Qui di nuovo ci sarebbe da dire un sacco di cose sul sbagliato concetto di progresso, ma finchè non si agirà a cambiare la cultura della gente dovremo trovare il modo di procurarci altre fonti energetiche. Allora bisognerebbe discutere su come la nostra provincia o regione si procura l’elettricità: idrico, carbone, gas, fotovoltaico, nucleare? Ricordiamoci che una centrale idrica è considerata fonte rinnovabile e quindi benvoluta anche da parte di numerosi ambientalisti. Inoltre i poveri montanari sono abbagliati dalle possibilità di lavoro che la costruzione di un’infrastruttura ha bisogno: peccato che spesso la manodopera arrivi da lontano.
    Infine, come fare a far sentire la nostra voce? Gli esempi di politici che non ascoltano la base popolare sono all’ordine del giorno (e di nuovo si aprirebbero mille discussioni). Per non dire che ormai i soli che hanno il coraggio di far sentire la propria voce vengono subito tarchiati come facinorosi. Come ho già scritto bisogna unire le forze di tutte le genti di montagna delle varie vallate: a volte mi sembra che questa sia l’operazione più difficile.
    Andrea

  3. utente anonimo says:

    Che dire, purtroppo di questi scempi sono piene le nostre montagne.
    Io però mi sentirei di porre il dibattito in termini leggermente diversi, cioè non stiamo parlando di “progresso” criminale che va combattuto a prescindere, ma di interessi criminali che vanno combattuti.
    La cosa che trovo gravissima non è lo sfruttamento idrico di una valle o della costruzione di un invaso, ma che questa verrà fatta solo ed unicamente per questioni di interesse di alcuni singoli nell’accaparrarsi finanziamenti, fondi e quant’altro, costruendo una cosa che sicuramente non sarà fatta nella maniera più funzionale e a minor impatto possibile.
    Se effettivamente si facessero degli studi seri e si progettasse tutto per il meglio, venisse accertato che quello è il posto migliore per farlo e che la costruzione di questo invaso sarebbe funzionale alla produzione di una quantità di energia “pulita” notevole, lo vedrei come un “male”necessario, perchè indubbiamente devasterebbe una valle incantevole, ma realisticamente meglio questo che bruciare tonnellate di carbone o petrolio che alla lunga, anche se indirettamente, quella valle la distruggeranno comunque.
    I dubbi però nascono anche solo considerando il piano energetico del nostro bel paese, che prevede per esempio, che vengano utilizzati gli incentivi europei per le energie “pulite” per la costruzione di impianti che bruciano olio pesante esausto classificandolo come “recupero energetico”.
    Dubbi ancora più grossi per quel che riguarda l’idroelettrico nascono dal fatto che molti piccoli e medi impianti nati nei comuni alpini sono stati dimessi considerandoli poco produttivi, senza considerare che molti di essi rendevano indipendenti energeticamente i comuni limitrofi, certo non una cosa di grande portata, ma prima di costruire impianti nuovi perchè non sfruttare meglio quelli già esistenti? in qualsiasi corso di energetica o ingegneria energetica spiegano che gli impianti idroelettrici sono molto flessibili e anche se piccoli sono assolutamente utilizzabili e redditizi.
    Alla luce di quanto scritto la considerazione che veramente mi rende scettico davanti a certi progetti è che lo stesso “stato” che ha chiuso molti impianti piccoli che servivano molte zone servendole con energia importata da impianti che bruciano carbone/pertrolio, vuole costruirne di nuovi, devastando porzioni intere di territorio alpino per avere energia pulita………..come posso fidarmi di costoro quando fanno cose così palesemente in contraddizione tra loro?l’unica spiegazione sono degli interessi economici molto grandi per chi sta nella stanza dei bottoni della gestione del territorio.
    Ovviamente mi potrò anche sbagliare, ma l’analisi che mi pare possa trasparire da queste vicende è chiara, poi se dimostrassero senza ombra di dubbio che non è così, ma anzi che questi nuovi impianti sono un male necessario benvengano.

    Diè

  4. blacksheep77 says:

    avevo sentito anch’io di questo progetto…
    che dire, speriamo che non sia vero, che non lo facciano. il guaio è che siamo sempre di più, consumiamo sempre di più e, la maggioranza di noi, è brava a parlare “contro”, ma poi non è disposta a rinunciare a certe comodità per il benessere dell’ambiente (quindi… di tutti!)
    speriamo comunque di non doverci trovare tutti a guardare le foto nell’archivio del pc dicendo “questo oggi non c’è più”

  5. utente anonimo says:

    Sono coinvolto e sconvolto da quanto detto ma oltre al partecipare alle emozioni mi chiedo:COSA FARE CONCREATAMENTE? Davvero, in pratica, sul serio… Se il “nemico” ha mille forme e mille armi non credo sia comunque sempre impossibile combattere una battaglia, anche magari sapendo di perderla, solo per salvare l’onore e poter dire “io almeno ci ho provato”. Quindi mi chiedo: cosa occorre fare: riunirsi? raccogliere fondi? firmare petizioni? esposti alla procura della repubblica? fondare associazioni?… non lo so ma credo che i montanari ci abbiano insegnato per secoli a parlare poco ed agire molto… Chi sa quali mezzi utilizzare o ha proposte concrete, le tiri fuori no? Io non ho il sapere necessario ma collaboro volentieri per la difesa di ciò che sento profondamente mio…
    Un caso alla volta con calma e determinazione, fermezza e saggezza..

  6. Beppeley says:

    GRAZIE a tutti per il sostegno morale!

    Ho avuto l’onore di essere contattato da Legambiente Piemonte (trovate i link nel blog) nella veste del suo Presidente sig.ra Vanda Bonardo (ancora grazie mille per il suo interessamento). Con l’occasione mi ha trasmesso il comunicato stampa relativo all’Invaso di Viù-Combanera (lo si trova in formato .pdf anche sul sito di Legambiente Piemonte nelle news). Eccolo

    INVASO VIU’-COMBANERA

    TORNA UN PREOCCUPANTE PROGETTO CHE CREDEVAMO DEFINITIVAMENTE ARCHIVIATO

    NON SI COMPRENDE QUALE NUOVO FATTO SIA INTERVENUTO PER RESUSCITARE UN PROGETTO QUANTO MAI PROBLEMATICO DI CUI NON E’ ASSOLULTAMENTE DIMOSTRATA L’UTILITA’ MENTRE E’ EVIDENTE IL FORTE IMPATTO AMBIENTALE

    Se ne parla dal lontano 1962 e da allora è stato un andirivieni di proposte e smentite: il progetto dell’invaso di Combanera ogni tanto ritorna in auge!
    Alcuni giorni or sono abbiamo saputo dai giornali che Regione, Autorità d’ambito, Comunità Montana valli diLanzo, Comune di Viù e Smat hanno sottoscritto una bozza per dare il via agli studi di fattibilità del progetto, il primo passo di un percorso che potrebbe portare alla costruzione dell’invaso (a uso plurimo, cioè sia potabile che irriguo).
    Il Piano di Tutela Acque (all’Art. 40 punto 8) prevede però che “Nei bacini caratterizzati da un saldo negativo di bilancio, dovuto ad un fabbisogno non ulteriormente riconducibile con politiche di risparmio idrico e di razionalizzazione dei prelievi o a una naturale limitatezza della risorsa, la Regione promuove la creazione delle capacità di invaso previste dalle norme d’area, previa verifica di fattibilità tecnica, ambientale, sociale ed economica delle soluzioni praticabili, perseguendo il coinvolgimento e la condivisione delle comunità locali interessate dagli interventi.”
    “In questo caso, così come per gli altri bacini artificiali che da tempo si vogliono costruire in Piemonte, dovrebbero quindi venir dimostrati il saldo negativo di bilancio e la messa in atto di tutte le possibili politiche di risparmio idrico e di razionalizzazione dei prelievi, o l’esistenza di una naturale limitatezza della risorsa – spiega Vanda Bonardo, Presidente Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – A noi però non risulta che sia stato avviato nulla di concreto in questo senso”.

    Nel 2004, con la prima versione del Piano Tutela Acque dell’allore giunta Ghigo, venne presentata la lista dei 6 invasi che sarebbero dovuti sorgere in Piemonte (Viù Combanera, Maira Stroppo, Stura di Demonte-Moiola, Mastallone-Cravagliana/Sessera_Miste, Orba-Ortigòlieto). Già in quella occasione Legambiente produsse le prime osservazioni a riguardo. Il piano venne poi approvato dalla giunta Bresso che, con nostra soddisfazione, stralciò l’articolo con 6 invasi sostituendolo con l’art 40 sopracitato.
    “Chiaramente i consistenti interessi non solo della Smat fanno sì che il problema, scacciato dalla porta, ritorni dalla finestra – commenta Bonardo – Tuttavia per quanto concerne l’uso potabile va ricordato che la risorsa invasata non è la più adatta per l’uso acquedottistico, richiedendo trattamenti di potabilizzazione già di una certa importanza e va ricordato che la zona di Viù con a monte Usseglio e Lemie è abitata da 2000 persone che diventano 30.000 d’estate con tutto quel che ne consegue in termini di scarichi fognari sul bacino di raccolta delle acque. Probabilmente sarà un po’ meglio dell’acqua del Po ma si tratta pur sempre di acqua che riceve i residui di migliaia di abitanti! Come suggerisce ripetutamente la legge 36 sarebbe di gran lunga preferibile se si riuscisse a trovare acqua di qualità o perlomeno decente nel subalveo, ma temo che nessuno abbia la volontà di sponsorizzare uno studio dei ghiaoini pedemontani dell’area torinese per individuare aree idonee a pozzi per idropotabile”.

    Di seguito 8 buoni motivi per provare a risolvere il problema in un altro modo:

    • Sconvolgimento del regime del trasporto solido (sabbia ghiaia) a valle, con probabile conseguente innesco di fenomeni di erosione accentuata negli alvei e mancato apporto di sabbia alle spiagge marine
    • Problemi connessi allo sfangamento degli invasi. E’ necessario ricordare che le dighe oggi non vengono quasi mai svuotate in Italia, anche per l’impossibilità di reperire siti idonei allo smaltimento dei fanghi
    • Cave di prestito degli inerti per la realizzazione delle dighe, con impiego di quantità enormi di cemento e altri materiali da costruzione
    • Sottrazione di territorio, consumo di suolo e conseguente manipolazione degli ultimi ambienti naturali delle Alpi
    • Urbanizzazione totale con strade, infrastrutture e servizi vari di un’ampia area a valle della diga, con annessi problemi di traffico e sconvolgimento dell’area per la durata di parecchi anni.
    • Problemi connessi all’alterazione del regime naturale dei deflussi a valle. Si provocano gravi danni alle biocenosi fluviali.
    • Stati di ansia negli abitanti a valle degli invasi con eventuali ripercussioni sul valore economico delle abitazioni.
    • Cambiamenti del paesaggio, del microclima e dell’ecosistema. L’uso del lago come attrattiva turistica negli invasi da irrigazione è quasi sempre impedito dal fatto di dover essere un buco vuoto d’estate, offrendo così un paesaggio piuttosto desolato e privo di ogni attrattiva turistica. In genere gli invasi comportano modifiche peggiorative sia sull’ecosistema e sul patrimonio storico-culturale.

    http://www.legambientepiemonte.it/

  7. Beppeley says:

    @blacksheep77
    “Uso” il pensiero di Umberto Galimberti (Il Segreto della domanda – Apogeo editore) per risponderti (non saprei sinceramente fare di meglio):

    “Questa nostra società, che tutti definiscono complessa, a me pare molto semplice, anzi semplificata, perché ha nel denaro l’unico generatore simbolico di tutti i valori. Che cos’è bello, cos’è santo, cos’è giusto, cos’è vero sono infatti tutti valori subordinati a cos’è utile, cos’è vantaggioso, dove la misura è il denaro, che, da “mezzo” per produrre beni e soddisfare bisogni, è diventato il “fine”, in vista del quale si producono beni e, se la cosa concorre a questo scopo, si soddisfano bisogni. E’ noto infatti che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere circolare del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci che assicurano denaro.
    All’inizio e alla fine di queste catene di produzione (di merci e di bisogni in vista del denaro) si trovano gli esseri umani, instaurati come produttori e consumatori, con l’avvertenza che il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazioni di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione. Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia “prodotto”.
    A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che “non si può non avere”. In una società opulenta come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma “devono” essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione.
    Si conferma così il tratto nichilista della nostra cultura economica, che eleva il non-essere di tutte le cose a condizione del suo avanzare e progredire. E come allora non dare ragione a Günther Anders, che ipotizza la nientificazione delle cose come primo passo verso la nientificazione dell’umanità, naturalmente quella esclusa dalla circolazione del denaro, quella non produttiva, quella che non consuma?”

    Non ti sei mai chiesta che razza di uomo (o donna) è quello che inventa malattie per vendere medicine? Solo per fare denaro? L’uomo è malato e questa infezione sta contagiando anche quegli spazi, i luoghi di montagna, che fino a pochi anni or sono erano esclusi dalle follie economiche. A me piace tantissimo il pensiero di Augé sui nonluoghi. E’ chiaro che se la maggioranza degli esseri umani abita nei nonluoghi, il luogo (come lo è la Montagna) diventa un boccone ambito. Perché nessuno più lo abita! La montagna ha bisogno di sguardi attenti, di sentinelle che si preoccupino del suo avvenire. E a questo discorso è collegato il problema dell’anafalbetismo nei confronti del territorio in generale. Tutti siamo analfabeti. Quando La Stampa ha parlato dell’invaso di Combanera non ha fatto vedere su una mappa dove si trova. Neanche io adesso saprei dirti dove si trova precisamente. Ma allora se un territorio non esiste nella mia mente (analfabetismo) cosa me ne frega dell’invaso di Combanera? Se la mia mappa mentale è quella dei nonluoghi, allora per me l’acqua nasce da un rubinetto mica da una sorgente di montagna! Se tutto il resto non esiste, non conta, come faccio allora a posarci lo sguardo? Il luogo, come il territorio del Vallone di Vassola, esiste solo per chi in esso vede calcoli che lo tramutino in denaro. Tanto nessuno più lo abita, nessuno se ne fa cura. Non esiste e non conta nulla.

    “L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via”.
    Günther Anders, L’uomo è antiquato

  8. Beppeley says:

    Grazie mille per l’interessamento e i suggerimenti di:

    Maria Cristina Garofalo, Ryonen – Rappresentatnte Umbria Mountain Wilderness
    Blog: http://www.allocchetto.splinder.com
    http://www.sibillando.org/joomla/
    ____

    Vanda Bonardo
    Presidente
    Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta O.n.l.u.s.
    http://www.legambientepiemonte.it/
    ____

    Francesco Pastorelli
    Direttore CIPRA Italia
    http://www.cipra.org/it

    ____

    E grazie all’utente anonimo. Ne abbiamo da riflettere…

    Vi prego di informarci tempestivamente se avrete notizie in merito alla diga del Piano di Vassola. Cliccando su “commenti” verrà inviato il vostro intervento in forma anonima.

  9. blacksheep77 says:

    mi pare fosse beppe grillo a dire che questo sistema non funziona, perchè il PIL cresce di più se c’è una catastrofe (si ricostruisce, e allora…), una guerra, ecc…

  10. serpillo says:

    E’ fondamentale, secondo me, non essere isolati. MAI. Per ogni evenienza. E per isolamento non intendo avere come residenza una casa su per i bricchi o in mezzo al mare, ma creare, poco per volta una “rete” che ti permetta di non soccombere nella vita di tutti i giorni. Questa rete puo’ comprendere amici, genitori, famigliari, conoscenti ed allargandola un po’ di piu’ insegnanti, sacerdoti, comuni, associazioni….

    Gli stessi montanari, un tempo quando il telefono non era cosi’ diffuso, si affidavano alle campane per le loro comunicazioni. Nei momenti di festa le campane avevano un suono gioioso che si propagava nella valle; durante i tempi duri si trasmetteva un suono piu’ cupo e quando una persona moriva si poteva capire dal timbro chi era mancato se uomo, donna o bambino.

    Il guaio e’ che la vita corre veloce, velocissima e noi siamo intrappolati da mille e piu’ desideri creati dal dio denaro.

    Ma qualcosa bisogna pur farlo per non lasciare in eredita’ ai nostri figli, ai nostri nipoti, alle prossime genenerazioni un mondo devastato.

  11. Beppeley says:

    Ho scoperto che un sito che si occupa di pesca ha delle bellssime foto del Piano di Vassola e del ponte in pietra (l’unico rimasto).
    Ecco dove ho inserito l’ipertesto (vedere sul post)

    “…Un’altra attrattiva del vallone sono i due ponti in pietra a schiena d’asino che scavalcano il torrente Vassola nei pressi dell’omonimo alpeggio (il Piano di Vassola dove si progetta di costruire una diga!)…”

    Innamoratevene… ne vale davvero la pena!

  12. gpcastellano says:

    Scopro solo adesso – grazie all’amica marzia – questo blog interessantissimo e pieno di spunti di pensiero. Lo esplorerò quanto prima, perché tratta di argomenti e luoghi a me cari. Trovarsi, condividere e fare rete sono i primi passi. Bello, e grazie
    Gianpaolo Castellano

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