L’impero nascosto

Alpe San Bernè

Tratto dal libro: “L’immaginario popolare nelle leggende alpine” di Piercarlo Jorio.

Sulle carte escursionistiche della Val Grande di Lanzo, San Berné (1969 m) è il nome di una zona cosparsa di alpeggi situati in splendida posizione sul versante sud della valle nel Comune di Chialamberto.

Da leggere con lentezza, come quella che caratterizza il cammino dei nomadi…

Il versante insolato, oltre il bosco e fin sotto la cresta spartiacque con la media Valle dell’Orco, si apre in una vasta fascia pascolativa, estesa dall’Uja di Bellavarda (dove intrecciano danze le fate trasvolate da Locana) alla Levanna Orientale, a tratti spianandosi in conche lacustri e in ampi terrazzamenti come quelli che ospitano, sui margini, il santuario della Madonna del Ciavanis e la cappella della Madonna delle Grazie alla Frassa, o ingolfandosi in splendidi valloni, come quello di Vassola con dislivello di 600 metri (ora minacciato dalla ennesima sconsiderata strada, che ne ha già irreversibilmente sfregiato l’imbocco da Chiappili).

Salendo verso il Santuario della Madonna del Ciavanis

Lungo i sentieri che la percorrono, le tracce materiali di una vita in altitudine, pur nella loro enigmatica laconicità, sono tante e tali e così intimamente connaturate, da suggerire che qui per prima che altrove si sia insediato l’uomo, qui abbia avuto per molto tempo la sua dimora stabile nelle balme e di qui abbia a lungo considerato l’angusto fondovalle boscoso prima di scendervi a colonizzarlo, conservando poi sempre, con questa primitiva sede, stretti rapporti stagionali nonché esistenziali.

Tutta l’area, magnificamente esposta sud in posizione altamente panoramica tra i 1700 e gli oltre 2000 metri di quota, manifesta segni impressionanti dell’azione glaciale e di inconcepibili sconvolgimenti naturali, come Roch Merlet e la Balma di Vonzo, immane e perfetto cubo monolitico di granito posato a perpendicolo dalle fate, secondo la leggenda di impronta celtica, sul limite di questo ancestrale paesaggio che conserva il mistero delle montagne sacre e inaccessibili.

Addentrandosi in Chiappili

La sensazione, percorrendolo, è che, di tali sovrumane gigantesche e mute impronte, gli uomini che vi hanno vissuto nel tempo abbiano inevitabilmente subìto la fortissima suggestione. L’attrazione esercitata dai funghi di ghiaia nel deposito morenico ad est di Vonzo (fraz. Volpetta) è indubbia.

A monte di Chialamberto, i valloni della Vassola e di Unghiasse (Unglasche) delimitano, con grande esattezza, una porzione di questo mondo totemico: salirvi attraverso un bosco di castagni, faggi, ontani, che ha quasi vinto la sfida di una ciclopica pietraia, in cui l’uomo ha fatto da arbitro onnipresente e discreto ritoccando, correggendo o completando con murature a secco di commovente bellezza, in un’atmosfera di luminosità filtrate, seguendo il filo propiziatorio di un sentiero interamente lavorato e gradonato, è come vivere un rito di iniziazione (l’ascesa/ascesi).

Il bosco (dove si confondono e fondono tutti gli aspetti del senso del sacro) va a infrangersi contro pareti granitiche, playground, terreno di gioco del più esigente free-climber. Oltre a questo ostacolo apparentemente insormontabile iniziano i vaccinieti e i pascoli deserti di vegetazione arborea, che si spingono fino ai 2747 m del turrito Gran Bernardé sul costone staccantesi dalla cresta divisoria a quota 2879 tra i monti Unghiasse (Ongiassa) e Bessun.

I quattro profondi solchi risultanti dall’attività escavatrice dei torrenti Paglia, Vassola, Unghiasse, Vercellina, delimitano le fertili aree di nomadismo pastorale puro alpino (5.087 ha) e d’insediamento temporaneo, collegate attorno ai 2363 metri di quota dal sentiero che immette a Ceresole attraverso il valico, ancora nell’Ottocento, chiamato di Crosett o della Deserta.

C’è subito da dire che il toponimo composito e il nome dell’alpeggio “samberné“, stravolti dai cartografi dell’I.G.M. che ignoravano il parlare per immagini come – S. Berné -, dovrebbero essere interpretati alla luce ragionata della relazione con una possibile attribuzione che l’ambiente geografico e l’antropizzazione hanno fatto vivere nei cicli generazionali e secondo i gradi di cultura.

Dunque, il significato di “samberné” potrebbe essere senza arrischiare troppo: “località posta oltre (al di sopra) il bosco di ontani”, non tralasciando il piemontese – berna – che indica la pernice bianca di montagna (Lagopus mutus) dal latino (avis) hiberna che però in arpitano è detta arbënna o albèina.

Panorama verso la Val Grande

La poderosa murglia rossigna che sovrasta quest’area, trascritta dai cartografi degli Stati Sardi “Gran Bernardé”, non sembra aver riferimento alcuno con i santi di Chiaravalle o di Mentone, figure chiave del cristianesimo medievale, ma potrebbero derivare dall’antico salasso-ligure bèrio (ancora presente nel potois valdostano come berrio) che significava “grossa pietra” (nel piemontese bërnardin è la quarta parte di un mattone).

Tutta la dorsale a pascoli compresa tra gli alpeggi – la daj- e – le giornà -, detta appunto samberné, è fiancheggiata da un complesso di manufatti di eccezionale rilevanza che si sviluppa senza una logica apparente, in una sorta di spavalda affermazione di dominio sul territorio che non trova riscontri se non nell’epoca megalitica. Sembra che un eterno presente di società patriarcali e guerriere sfidi il contemplativo pastore immodificatore di ambienti.

Betulle

Lasciate le ultime betulle e la provvidenziale torricella segnavia (provvidenziale veramente per il frequente asserrarsi di estivi umidi vapori), salendo verso la Daj, anche il meno sensibile tra gli indagatori del passato è subito coinvolto in un’atmosfera di “salto oltre lo specchio”.

Minacciose come postazioni di fortezze montane, strutture di massi sovrapposti sembrano voler interdire ogni ascesa e respingere l’intruso che ha osato superare il limite del “berné”.

Pare quasi che una comunità abbia sentito il bisogno di erigere attorno a sé barriere, di specificare in modo inequivocabile i limiti che separano lo spazio del gruppo da tutto ciò che è estraneo e quindi diverso nonché potenzialmente pericoloso.

Strutture di massi sovrapposti

La barriera ha in genere funzione di difendere chi sta dietro, proteggendo la comunità da un “fuori” minaccioso, ositle e sconosciuto. Da un “caos”.

Secondo un antico racconto persiano, il mondo sarebbe delimitato da un bordo di montagne, una specie di muro celeste alto fino al cielo.

Quello che sorprende è il loro impianto costruttivo e la forma: non sono infatti estese come muraglie vere e proprie, ma restano contenute nelle dimensioni di parallelepipedi ati fino a tre metri verso valle, a monte dai 50 ai 100 cm, con il perimetro formato di scapoli irregolari.

Questo sul lato destro, verso il Rio Vassola dove il crinale è marcato da una specie di spina dorsale di massi che s’inseguono. Sul lato sinistro invece, gli interventi umani hanno realizzato torricelle di pietre impilate in versioni diverse, sorprendenti e addirittura provocatorie per la genialità esecutiva non priva di una ricerca di effetti estetici e di fisionomie mutanti secondo la trasparenza dell’aria: lastre che fuoriescono – con l’energia concreta di becchi – dal rigore statico della composizione, gigantesche tavole di pietra che sorreggono come vassoi l’intera struttura in una concatenazione lirica di elementi, massi che sovrastano e completano il “cresciuto dal basso” come totem.

“…Su qualche colle o nei passaggi pericolosi delle Alpi, si trovano sovente, lungo i bordi delle mulattiere, monticelli di pietre disposte in prismi triangolari o a cono. Essi sono tombe assai antiche sulle quali le guide facevano generalmente lunghi e commoventi racconti. Mi è impossibile dare la dimensione di tali monumenti dal momento che, per una tradizione religiosa, la cui origine risale a tempi assai remoti, i montanari, ogni volta che vi passano nel corso della giornata e in qualunque numero siano, hanno l’abitudine di posarvi sopra un pietra.

Pilone

Qualcuno di questi monumenti si può osservare sui colli di Prabert, della Couchette, del Bon-Homme; al piano Des Dames; nella gola di Mal-Val o al Colle di Mal-Entra…” (M. Camby in: Monumens Celtiques, ou Recherches sur le culte des pierres, Paris, 1805).

“…Solevano pure gli alpigiani, e specialmente i Galli, onorare Mercurio, elevando le – Mongioie -, ossia mucchi di pietra in forma di piramidi o di torri, sui fianchi delle strade; esse servivano pure di segnale nei giorni in cui scendeva fitta la nebbia sui monti, ovvero uno strato di neve rendeva difficile riconoscere la direzione dei sentieri. Di tale usanza antichissima fa cenno lo stesso Salomone nei suoi proverbi (Prov. Cap. 26).

Nebbia

Quest’uso si conservò anche dopo la propagazione del Vangelo, ma sulla mongioia si collocò allora una croce.

Né ad altro fatto devonsi i nomi di parecchi dei nostri monti, come la Croce Rossa, la Croce di Ferro, la Gran Croce, la Crocetta, i monti Croisiasse e Croset, il passo delle Mongioie ora Mangioire, ecc…” (G. e P. Milone – Valli di Lanzo – 1911). “…se tu vai nei campi vedi are di legno, siimulacri di pietre riguardanti un mistero che si somministra a divinità insensibili, su are putrescenti…” (Massimo, vescovo di Torino, sec. IV).

Croce Rossa

“I Garoceli, come i Galli, adoravano Teutates (il supremo), Tarana (lo spirito del tuono), Bel, o Belen o Bellion (lo spirito del sole) il quale rappresentavano con pietre accatastate a mo’ di coni o di piramidi, simbolo di raggi solari; sopra tutte o parte delle pietre usavano scrivere quel nome” (E. Schedio, “De Diis Germanorum“). “…rimase intanto radicata nelle popolazioni l’usanza di erigere lungo le strade cappellette o piloni in sostituzioni delle edicole sacre a Mercurio, a Viaco, ad Ercole, tutti protettori dei viandanti…” (G. e P. Milone, “Le Valli di Lanzo“, 1911).

Beppeley

5 Responses to L’impero nascosto

  1. gpcastellano says:

    molto evocativo… Letto dopo la newsletter de “La boscaglia” mette la voglia di uscire e camminare.

  2. serpillo says:

    Alcuni neurologi sostengono che la nostra coscienza non e’ al passo con il mondo esterno: noi percepiamo la realta’ con un breve ritardo, giusto il tempo che necessita al cervello per eliminare le impressioni sensoriali che non ci sono indispensabili.
    Ma quando sono li’, nei luoghi descritti, tutti i miei sensi sono attivati e capto racconti di un mondo lontano, di una sacralita’ palpabile, di una presenza vicina… raccolgo una quantita’ di informazioni tali che mi sembra di rivedere la vita di allora e di essere in grado di leggere nel pensiero degli altri.

    Serpillo

  3. blacksheep77 says:

    i cartografi ne hanno fatte di tutti i colori… il top per me è “soleglio bue” per beau solei in val maira!

    …quest’estate bisogna organizzare qualche gita, eh?

  4. Beppeley says:

    @blacksheep77: certo Marzia! Va benissimo organizzare un’escursione. Ci fa molto piacere! Che ne dici di percorrere insieme la “Via dei Pastori”?

  5. Pingback: La neve presenta il conto | camoscibianchi

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