Alberi, le Colonne del Cielo

Prendo spunto da un articolo sulla morte delle querce (pubblicato da La Stampa il 2 marzo 2009 e che riporto alla fine di questo post) per parlarvi delle agende che il Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano cura ogni anno. Una di queste – davvero un’opera meravigliosa – è stata dedicata nel 2007 proprio agli alberi. Vi riporto la presentazione del Presidente Generale del Club Alpino Italiano, Annibale Salsa. Segue l’articolo del quotidiano La Stampa.

Alberi: testimoni muti del linguaggio vivo della Natura. L’appuntamento con l’Agenda 2007 del Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano è stato preso, dunque, con il mondo degli alberi. La loro presenza nella montagna, soprattutto nella media montagna ma non soltanto, genera frequentemente forme di benefica simbiosi con l’escursionista/alpinista. Egli, nel percorrere passo dopo passo, i sentieri dei boschi spesso per andare oltre ma anche per restarvi dentro – intrattiene un dialogo, quasi una “relazione di aiuto” con questi “fratelli separati”. La pianta, più degli animali, permette l’apertura di un dialogo e di una discorsività che non ha bisogno della parola o di qualsiasi emissione di voce umana, poiché si dipana nel silenzio della comunicazione meta-verbale.

Va ben oltre la grammatica emotiva del rapporto “stimolo-risposta” e prende tutto l’essere in un abbraccio cosmico che, a seconda delle sensibilità spirituali e culturali degli uomini immersi in tali esperienze, può rinviare ad un senso vuoi trascendente, vuoi immanente del divino. Gli alberi, come le montagne di cui sono il verde mantello, hanno sempre favorito il formarsi dell’immagine simbolica di tramite fra la dimensione “tellurica” e la dimensione “uranica” del mondo, fra la Terra ed il Cielo, tra l’Umano e il Divino in qualunque forma religiosa o sacrale siano stati declinati dalle diverse culture e società. Oggi, noi uomini facciamo sempre più fatica ad intercettare tali messaggi, abbiamo perduto la consuetudine con il linguaggio del silenzio che spesso ci spaventa per la sua primordiale potenza evocatrice.

Rischiamo di vedere nelle piante unicamente il loro valore commerciale (non autenticamente “eco-nomico” ovvero “eco-logico”), dimenticando che gli alberi e le piante sono la cartina al tornasole dei mutamenti ambientali e, più sensibili di noi, ci avvertono anticipatamente del male fisico che pervade il mondo. Una espressione tangibile del male che, molto spesso, è una diretta conseguenza del “male morale” generato dagli uomini.

alberi

Ma gli alberi e le piante sono anche laboratori didattici e libri aperti della Natura, cifre necessarie per una migliore interpretazione del paesaggio e per una seria conoscenza del territorio che, per noi del Club alpino, è soprattutto il territorio della montagna in ogni sua articolazione e manifestazione. Il mio auspicio è che, incuriositi dai testi e dalle didascalie nonché sedotti dal fascino delle immagini, i lettori della nuova Agenda 2007 (in gran parte escursionisti ed alpinisti) siano sempre più consapevoli che il “terreno di gioco” dell’andar-per-monti rappresenta una delle più nobili ed autentiche espressioni di cultura. Buona osservazione, quindi, e buona montagna se praticata con “intelletto” ed “amore”.

Annibale Salsa – Presidente del Club Alpino Italiano


Requiem per i boschi, colpa del clima 

di Alessandro Mondo

L’inizio della fine si manifesta con una calvizie precoce: il verde sfuma nel rosso e poi nel marrone, cadono le foglie, si disseccano le radici piu’ fini e periferiche. Il colosso cerca di reagire sviluppando numerose e brevi ramificazioni secondarie lungo il tronco principale. Quel che resta della chioma si sviluppa in altezza, nel disperato tentativo di raggiungere la luce. E’ l’ultimo atto di una battaglia silenziosa e implacabile che spesso termina con la morte dell’albero, esposto a parassiti (funghi e insetti) pronti a sfruttarne la vulnerabilita’. Cedono le grandi querce da 50 metri piantate da re Carlo Alberto nel Parco di Racconigi. Nelle zone di brughiera della Mandria ormai sono un ricordo. Piu’ in generale, muoiono i boschi del Piemonte: ridotti dallo sviluppo dell’agricoltura, e poi dell’industria; abbandonati a favore di attivita’ considerate piu’ redditizie; privati dell’acqua da coltivazioni idrovore (e’ il caso del mais a Racconigi). Da ultimo, espulsi come corpi estranei da un ecosistema in cui non si riconoscono piu’. La strage, innescata alla fine degli Anni 80, chiama in causa il cambiamento climatico ed e’ monitorata con crescente apprensione dalla Facolta’ di Agraria dell’Universita’ di Torino e dall’Ipla (Istituto piante da legno e ambiente). Giovanni Nicolotti, uno degli esperti dell’Universita’ che nel 2007 la Regione Piemonte ha chiamato al capezzale dei nostri boschi, conferma l’allarme e lo rilancia.

alberi

Il fenomeno non e’ una prerogativa del Piemonte: interessa tutto l’arco alpino e il centro Europa, spaziando dalla quercia al pino silvestre e all’abete rosso. «Ma il Piemonte conserva la maggior parte delle foreste di querce superstiti di tutta la Pianura Padana – spiega Nicolotti -: il nostro capitale raggiunge i 90 mila ettari di boschi planiziali concentrati in aree protette». Non foreste qualsiasi, gli epigoni di quelle che in epoca romana e poi medievale permettevano di attraversare tutta la Pianura Padana, dalla Gallia a Venezia, senza uscire dal loro cono d’ombra. Durante gli scavi per l’Alta Velocita’ Torino-Milano frequenti sono stati i ritrovamenti di imponenti tronchi di quercia, a 8-12 metri, datati intorno al 200-400 d.c. Non solo natura, quindi, ma un patrimonio di storia e cultura.

L’innalzamento delle temperature, la diversa distribuzione stagionale delle precipitazioni e il protrarsi del deficit-idrico, che ha provocato un forte abbassamento delle falde (con punte di 7 metri), rischia di completare in pochi anni l’opera dell’uomo. Il bosco arretra alla Mandria come a Racconigi, lungo le fasce fluviali della Stura di Lanzo, del Ticino, delle Lame del Sesia. Il fenomeno e’ particolarmente evidente sul fronte dei querceti. «Sui 20 mila ettari disponibili – aggiunge Nicolotti -, e’ stata rilevata una defogliazione media del 50%. In molti casi questo valore rischia di coincidere con il deperimento irreversibile delle piante. Dove accade, subentrano nuove specie pioniere e spesso esotiche». Rimediare e’ un’impresa. Questione di finanziamenti col contagocce – la Regione ha stanziato 120 mila euro in due anni, per affrontare il deperimento del pino silvestre la Svizzera ha impegnato oltre un milione di franchi svizzeri in tre anni -, e di tecniche di intervento: impianti di irrigazione per compensare il deficit idrico, tagli e diradamenti selettivi del bosco per ridurre la competizione di altre specie e favorire le migliori piante portaseme, diserbo manuale e progetti di lotta fitosanitaria a basso impatto ambientale, ripiantamenti. Il tempo stringe.

LA STAMPA del 2 marzo 2009 – Articolo di Alessandro Mondo

Beppeley

16 Responses to Alberi, le Colonne del Cielo

  1. gpcastellano says:

    Avevo letto tempo fa l’articolo della stampa, e mi aveva fatto riflettere a lungo e ricordare lo sfacelo di alberi pericolanti incontrato durante una gita alla mandria l’anno scorso, in una delle aree “chiuse” al pubblico. Sono transizioni e momenti critici, che lasciano sbigottiti. E non basta dire che se si innalza la temperatura, allora al posto di querce e faggi avremo banani e palme…

  2. JohnDeere says:

    La legislazione forestale italiana, fin dal 1877 prima legge forestale, è DA SEMPRE vincolistica. Vorrei sapere dov’è che si parla di valore economico dei boschi… magari fosse così, visto che l’unica funzione che permette la gestione delle nostre foreste è quella economica e non certo quella turistico-ricreativa! Ci vorrebbero leggi di sviluppo e non sempre e solo di tutela (tanto per dire in Piemonte si taglia annualmente meno dell’1% della superficie forestale, tenendo conto che sia la superficie che la massa tende ad aumentare sempre…)
    E così, trattando certe specie (querce) come santi intoccabili, oggi nei boschi planiziali e collinari abbiamo scheletri in piedi inutili che invece potevano benissimo essere tagliati a maturità (non si parla certo di alberi monumentali in questo caso).

  3. serpillo says:

    Che bello “immergersi” in boschi, perdersi con la mente e girovagare dentro di loro; in qualunque stagione sanno regalarti sensazioni impagabili. Che bello chiedere loro permesso per entrare nel loro mondo fatato…

    @ JohnDeere: ma e’ solo colpa della legge e della malgestione delle foreste che le piante muoiono? Scusa l’ignoranza ma pensavo che in diversi casi influisse anche il cambiamento climatico e l’inquinamento.

    Serpillo

  4. JohnDeere says:

    Non è colpa né della legge né della mal gestione… muoiono per il clima. Forse non mi sono espresso bene.
    In generale nei nostri boschi c’è una non gestione.
    Sulle querce il clima ha modificato il pensiero “selvicolturale” (???) portato avanti da sempre in favore di quella specie. A questo punto credo convenga rivedere certi dettami e prevedere il taglio delle querce favorendo altre specie.

  5. Beppeley says:

    @JohnDeere: un po’ di poesia…. capisco che giustamente c’è chi deve vivere “sfruttando” la natura… ma dobbiamo anche comprendere che c’è chi vive distruggendo la natura. E forse, senza volerlo, lo facciamo un po’ tutti. Ma noi, a differenza delle formiche, possiamo elevarci e guardare cosa facciamo. E ci poniamo domande.

    @serpillo: la penso come te…

    _________________________

    Da sempre l’albero ha esercitato sugli uomini una sensazione di mistero e di sacro, e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Non c’è forse attinenza fra
    le grandi cattedrali gotiche e la foresta? Il poeta indiano Tagore diceva che gli alberi sono lo sforzo della terra per parlare con il cielo e Cechov ha scritto che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune: l’uno e l’altro sono creati da leggi ugualmente logiche e semplici.
    Noi, uomini del terzo millennio, davanti agli alberi passiamo via in fretta, quasi senza guardarli, senza
    conoscerli e senza sentire le loro voci; eppure ognuno di essi ha un aspetto diverso e, messi insieme, formano una foresta. Se un albero ha vita limitata, come tutti gli esseri viventi, la foresta non ha tempo: si rinnova, si ritira, si espande, rinasce e muta nelle ere come muta il clima. Essa è anche la vita della Terra: senza la foresta la nostra Terra sarebbe materia inerte
    nel cosmo.
    Noi, uomini che ci riteniamo padroni e potenti, usiamo la foresta senza riguardo, sfruttandola per il nostro
    egoismo.
    Allora: andiamo per i boschi, stiamo nel silenzio ad ascoltare le voci degli alberi (sono tante e fanno un
    coro al Creatore); siamo rispettosi nel nostro andare, perché è come essere in un grande tempio … un
    luogo dove il pensiero si può raccogliere e sviluppare in meditazioni sulla vita, sulla bellezza del creato sulla nostra fuggevole esistenza.

    Mario Rigoni Stern

  6. JohnDeere says:

    Mitico Rigoni Stern, ma Beppeley posta anche qualche racconto su come si gestiscono i boschi sull’Altopiano. Poi scusate la scarsa vena poetica, ma la montagna non è una cartolina, è un territorio che va gestito e non lasciato andare (non ci fosse l’uomo… ma c’è), quindi… sulla poesia, sulla carta e tutto il resto ho detto basta da un pezzo: gestionegestionegestione
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  7. ometto83 says:

    Bel post, sempre di grande “attualità”. Nella storia del “pianeta Terra” si sono succeduti incredibili fatti, specie animali e vegetali incredibili, (molte ancora sconosciute), hanno fatto la loro comparsa, e per molte di esse è susseguita una scomparsa. Prendiamo il caso, noto anche alle pietre, della storia dei dinosauri…esseri che ai nostri giorni appaiono fantascientifici anche solo da immaginare, ma che hanno spadronneggiato incontrastati per un tempo ragguardevole…e che poi…puff, sono svaniti nel nulla senza quasi discendenza per farsi riconoscere, a distanza di decine di milioni di anni, grazie a un mucchietto di ossa fossilizzate.
    Ordunque, questa è la nostra storia passata, madre Natura crea e madre Ntura distrugge…ma questo lo ha fatto sempre lei, per una combinazione di fatti che oggi i ricercatori si affannano per individuare e comprendere.
    Affinchè nasca una nuova civiltà ne deve soccombere un’altra, dicevano i Romani. Se madre Natura non avesse fatto crepare i dinosauri, la nostra specie, quella dei mammiferi, non si sarebbe evoluta, e probabilmente nella migliore delle ipotesi noi saremmo ancora delle scimmiette pelose che si grattano il sedere tutto il giorno, preoccupandoci di non essere ingoiate da qualche temibile carnivoro invece di speculare a danno di tutto e di tutti.
    Quindi, il punto su cui dovremmo riflettere è il seguente a mio avviso: gli alberi stanno tirando le cuoia (c’è chi li vuole salvare per la biodiversità e chi perchè deve farne cellulosa per produrre carta da “culo” e sbarcare il lunario), in Amazzonia tirano le cuoia altre specie sconosciute da cui potremmo ricavarne grandi vantaggi (discorso sugli antibiotici per esempio)….insomma dovunque ci giriamo qualcosa sta scomparendo… ma mentre nella storia evolutiva una cosa andava giù e una cosa andava su, in questo caso mi pare che tutto scompaia e aumenti solo il numero di esemplari di una certa specie, la nostra…senza lasciare spazio ad altro…
    Sapete come funzionano i virus? In realtà sono una terribile cagata universale: per riprodursi entrano in una cellula, si intrufolano nel suo dna in modo che quando la cellula si replica produce altri virus invece che un’altra cellula…e ovviamente la cellula muore…quando le cellule sono finite e tutti gli organismi sono morti il risultato è che che crepano tutti gli organismi e tutti i virus…
    Forse c’è una piccola analogia…
    Allora dobbiamo cercare di capire meglio il nostro ruolo nel pianeta Terra e comportarci di conseguenza…Madre Natura, o chi per lei ( il caso, Dio…anche se non credo sia un’ipotesi necessaria), forse ha creato l’uomo come sorta di esperimento…avrà detto: vediamo un pò se diventano dei virus oppure se evolvendo riusciamo a salvare capra e cavoli…ovvero far nascere una nuova specie e salvare le altre nel contempo…insomma, una vera roulette russa….in cui la pallottola la mettiamo noi e dovremmo avere l’intelligenza di ricordardi dove è.
    Ciau nè
    Franz

  8. serpillo says:

    @JohnDeere: grazie per la tua precisazione 🙂

    @Ometto83: mi piace il tuo commento: peccato che l’essere pensante uomo non sempre ragioni… ciau ne’!

    Serpillo

  9. utente anonimo says:

    Mauro Corona …. che poi ammonisce:“Nelle scuole dovrebbero spiegare le “regole” del bosco ai bambini… E’ chiaro che il bambino nel bosco oggi si perde, nessuno gli ha insegnato a camminare…Bisognerebbe prima imparare a guardarlo, il bosco. Mettersi lì, osservare e capire. E nelle classi servirebbero contadini, artigiani e guide alpine, che spiegassero il bosco ai bambini. E in casa, in famiglia, si dovrebbe parlare di altre cose, non solo di auto e orologi. Come cresce un bambino che respira solo questi concetti? La scuola deve diventare una cosa entusiasmante. Mio nonno mi spiegava ad esempio che il bosco va sfoltito. Sennò cresce cespuglioso, soffocato. Di una famiglia di 20 faggi, ne devi lasciare 10, per dare loro spazio. Quando andavamo a rane, prendevamo quelle che servivano, non una in più. Questa lasciala, serve agli altri, mi diceva. II concetto di superfluo non deve esistere, nel bosco. E poi la neve… Te la devi spalmare sulla pelle. Devi sentirla addosso. Deve accompagnarti.”
    E c’è anche una baita, la Baita del Ghiro “…molto simile a un sogno. A inizio primavera alla baita del Ghiro il mormorio della vita si risveglia, si sente battere il cuore delle foglie che escono dal bocciolo. E i galli forcelli cantano in competizione con i cuculi” scrive Corona nel capitolo dedicato alla Baita, uno dei più belli del libro.
    ….La scrittura di Corona è pulita, efficace, senza forzature. E accompagna con leggerezza fin dentro al bosco. Quasi una lettura “sospesa”, a occhi chiusi, che aiuta a immaginare i protagonisti di quelle storie. Raccontando di gracchi, ai quali Corona porta il pane raffermo sulla vetta del Campanile di val Montanaja, di camosci e armi improprie, di cuculi che cantano fuori stagione, dentro alla neve del gennaio del 1907.

    “Scrivere è anche una salvezza, per dimenticare di esistere.. Si scrive anche per rimuovere per qualche ora i problemi, l’ansia e tante altre cose… Mentre cammino, mentre scolpisco, mentre scalo, è diverso. Ma mentre scrivo dimentico il resto, e ringrazio Dio per questa valvola di sfogo.
    E poi c’è la faccenda della memoria… E allora bisogna scrivere, è necessario, serve a lottare contro l’oblio, contro un mondo non vuole ricordare, perché la memoria fa paura… il passato è un abisso, un pozzo senza fondo…”
    ……………………………………………
    ho letto quasi tutto di Mauro Corona, già prima della fama di “Neve” e delle interviste; al di là della fantasia ci sono le ambietazioni e le emozioni che accomunano la vita in montagna ovunque.

    Marese

  10. Beppeley says:

    Ovviamente conosco Mauro Corona. Ne ho sentito parlare e mi hanno anche regalato un suo libro. Ma come lo hai citato tu…
    Grazie Marese.

    P.S.
    Le citazioni sono prese da un libro in particolare o da più libri? Ci dai qualche suggerimento?

  11. Beppeley says:

    @Marese: anche tuo nonno doveva essere una persona speciale…

  12. JohnDeere says:

    Il simpatico Corona, del quale ho letto quasi tutti i libri ma consliglierei quasi esclusivamente il volo della martora, era uno di quelli che faceva saltare le ceppaie con la dinamite… tutto assolutamente giustificato in quei periodi, per carità; giusto per non perdere di vista la difficoltà della montagna e della poca poesia che ci vedo da quando ci lavoro. Non vogliateme…

  13. lichene1 says:

    Non mi piace l’articolo iniziale: evoca catastrofi senza spiegarle come si deve. Anche dopo numerosi studi alcuni rapporti di causa-effetto non sono poi così chiari..
    è vero qualche specie è in difficoltà, ma altre sono in crescita: questa è la natura, anche se il nostro contributo è diventato importante.
    Sono d’accordo su una gestione più intelligente, ma non sempre quella del passato dev’essere presa come riferimento perchè i tempi erano diversi e il bosco si sfruttava fin troppo.
    Non posso che non condividere la poesia del bosco così come quella di ogni luogo della natura, però non ci si può fermare a quello.
    andrea

  14. Beppeley says:

    «Tu troverai di più dentro le foreste che dentro i libri.
     Gli alberi e le rocce ti insegneranno le cose
     che nessun maestro ti dirà.»
    San Bernardo di Chiaravalle

  15. Natura-e says:

    Io credo che le parole di San Bernardo di Chiaravalle citate da Beppe Leyduan siano una risposta ‘totale’: quale albero infatti, se non spontaneo, quale foresta se non spontanea anch’essa, quale roccia se non quella sollevata fin lassù dalla tettonica o spinta fin laggiù dal ghiacciaio, potranno parlare di forze eterne, ignote ai libri ed ai maestri?
    Troppo spesso indulgiamo ad un’idea di Ambiente gestito dall’uomo: pensando che ormai la mano dell’uomo è dappertutto, ed una natura spontanea, primigenia, è quindi nostalgia, o utopia.
    Troppo spesso concediamo al progresso la dignità di una realtà necessaria ed ineluttabile, anzi di Realtà, di fronte alla quale la Natura è un sogno:
    sono vizi culturali, suggeriti e indotti dal pensiero del Progresso e della sovranità dell’Economia, vizi che solleticano e seducono la pigrizia, mortificano il senso critico, e rendono servo e schiavo un uomo, un popolo, un’epoca.

    La sofferenza degli alberi, la sofferenza delle foreste è comune oggi in tutto il Paese.
    Penso ai filari di pini marittimi del Centro Italia, un tempo splendida cornice di vie consolari e strade di campagna, ora ridotti a pochi esemplari superstiti: una emergenza paesaggistica ed ambientale che la maggioranza delle amministrazioni non risolve in altro modo che con gli abbattimenti; spesso ben felice di sostituire il gigante secolare con un marciapiede elettorale. Penso alla strage di boschi appenninici che si deve ai piromani, quasi mai identificati e puniti. Querce, pini, e tante altre specie autoctone e non, oggi in crisi per la gestione dissennata del territorio… un paradosso, se si pensa che, come ha fatto sapere il Corpo Forestale, la superficie dei boschi è aumentata dal 2005 di ben 600 mila ettari. Ma già, lo stesso Corpo Forestale è vittima di un altro paradosso: l’ipotesi di smembramento ipotizzato in primavera dal Governo. Soffrono gli alberi, soffrono le foreste e soffre chi dovrebbe difenderle. A maggiori superfici teoricamente boscate non corrisponde una foresta in salute, ma spesso solo terreni incolti, in cui solo boscaglia ed i rovi riescono a vivere. Questo accade nel Paese dove, ben più che nel Reggello di Guareschi, accadono davvero cose che non possono accadere in nessun’altra parte del mondo.

    La sofferenza delle querce padane, quella dei pini delle pianure del Centro Italia, quella di tutte le foreste del Paese rendono più preziosa la risorsa naturale dei boschi di montagna: quella che non è intaccata dagli incendi, quella che vive al disopra delle sorgenti sovrasfruttate, una risorsa primigenia che allora va tutelata con rinnovata convinzione ed energia. E’ più urgente che mai lottare contro le nuove minacce ai boschi di montagna, rappresentate dalla captazione delle acque per imbottigliamento e dallo sfruttamento dei boschi concepiti ormai come gigantesche ‘biomasse’ da incenerire: lottare contro l’ennesima contraddizione, quella di una ‘economia sostenibile’ che in realtà graverebbe sulle risorse naturali e non sulle materie seconde da riciclare; ennesimo paradosso del Paese dove accadono cose che non accadono in nessun’altra parte del mondo. Ed è urgente lottare contro queste ipotesi perfide, perché celate dietro un modello di economia virtuoso e finanziate con fondi – pubblici – europei, a partire da casi esemplari come gli sventramenti dei boschi delle Valli di Lanzo, che distruggono il sottobosco antico per far posto all’arido sterrato delle piste ‘forestali’. Lottare nell’unico modo in cui è possibile farlo: mettendo questi casi esemplari in relazione con tendenze, modelli di sfruttamento, casi analoghi, per mostrare chiaramente l’arrembaggio alle foreste di montagna come tanti comunicatori, tanti autori, tanti giornalisti, tanti montanari stanno ben facendo.

    Già, i Montanari:
    ne ho conosciuti diversi, di varie parti delle Alpi e degli Appennini.
    Nessuno non amava le sue montagne.
    Nessuno le avrebbe cedute allo sfruttamento e al progresso.
    Tutti guardavano con distacco, appoggiati con sguardo malinconico al forcone, al rastrello o alla piccozza le ruspe, i camion e i cantieri, quando questi invadevano il loro suolo.
    Nessuno, per quanto semplice fosse la sua esistenza, considerava il progresso in arrivo una fortuna.
    Nessuno che potesse dirsi Montanaro.

    Già, Montanaro:
    avremo vinto quando potremo dire di esserlo, in questo senso, tutti.

    Francesco Paolo Mancini – Roma

    • Beppeley says:

      Ti ringrazio di questo tuo bellissimo commento. Credo che se ci fossero più persone a pensarla come te, questo mondo non si troverebbe sull’orlo di una catastrofe.

      Grazie.

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