Uomo e montagna

Sabato scorso abbiamo in mente di tornare al Lago Casias (2076 m – Val d’Ala) dove siamo stati la prima ed unica volta nel settembre del 2001. Luogo questo davvero incantevole anche se già allora raggiungere il Lago, con partenza da Mondrone (1257 m – frazione di Ala di Stura), non fu per niente agevole. Il sentiero 212 a quell’epoca era in molti tratti invaso dalla vegetazione che rendeva faticoso il percorso.

Sappiamo che proprio lo scorso anno, a settembre, la TAM del CAI di Torino è venuta qui a fare la manutenzione e la pulizia di questo sentiero per renderlo nuovamente percorribile. Ma dopo le valanghe dell’inverno appena passato, come troveremo il percorso? Partiamo dalla piazza di Mondrone, dirigendoci verso i campi  che si trovano a valle dell’abitato, e in breve raggiungiamo il nuovo ponte del Pianard che permette di attraversare il torrente Stura.

Quello precedente è stato spazzato via dalla terribile alluvione del 15 e 16 ottobre 2000. Nel giugno 2007 è stato inaugurato il nuovo ponte costruito in posizione più sicura rispetto al precedente.  Dopo l’alluvione, come è successo per noi nel 2001, per incrociare il sentero 212  si doveva percorrere un tratto della mulattiera che conduce alla bellissima gorgia di Mondrone. Il 212 permette anche di raggiungere il Colle di Vallonetto (2485 m), da cui si può scendere nella zona dei Laghi Verdi percorrendo il tratto della GTA  Balme (1432 m) – Passo Paschiet (2435), e i Laghi Bianchi (2600 m circa –  tracce di sentiero: da non percorrere in caso di nebbia). La carta qui sotto (cliccarci sopra per vederla ingrandita) mostra il percorso della nostra escursione.

Osservando dal ponte del Pianard lo scorrere impetuoso del torrente Stura, il pensiero corre ai ghiacciai in quota e, per quest’anno, a tutti quei nevai ancora presenti pronti a restituirci l’oro bianco. Davvero oro per la nostra Pianura assetata di acqua. Non dimentichiamoci la terribile estate del 2003: anche nei paesi di montagna ci fu penuria di acqua ed era davvero desolante incrorciare i rii secchi lungo i sentieri.

E’ molto rassicurante ed amabile una natura così prodiga. Perché, mi chiedo, i nostri acquedotti devono perdere circa il 40% dell’acqua lungo il loro percorso? Perché allora per scongiurare il rischio che a Torino manchi l’acqua si deve pensare di costruire dei bacini artificiali, come quello di Combanera in Val di Viù? Quei pochi ma veri montanari, che ho avuto l’occasione di conoscere nelle Valli di Lanzo,  mi hanno sovente raccontato che sprecare era considerata un’offesa a Dio e nulla ai loro tempi veniva buttato. A mio modesto parere questo nostro disprezzo verso una risorsa così importante è anche una grave offesa a chi nel mondo deve percorrere diversi chilometri per accedere all’acqua. Si parla tanto di Africa in questi giorni, in vista del G8 all’Aquila, e mi è spontaneo pensare che noi, con la nostra civiltà, che ha fatto del buttar via, del rifiuto e dell’immondizia l’atto finale dei percorsi impossibili ed insostenibili del turbo-capitalismo, dovremmo ogni tanto pensare a chi nel mondo non ha niente.

E’ questo il punto di partenza per occuparci dei diseredati del mondo? Il rispetto delle nostre risorse, delle nostre ricchezze naturali e culturali che i montanari di una volta sapevano apprezzare e sfruttare sapientemente?

Ci addentriamo in un bosco incantevole: se continua così l’escursione di oggi si preannuncia indimenticabile.

I profumi che incontriamo sono indescrivibili e ci concedano una pausa, in questo sabato, dopo aver respirato durante la settimana lavorativa l’aria avvelenata di città.

Il percorso è davvero piacevole: ci sono tracce di attività umana nel bosco. Forse qui si sta approntando una base per una legnaia?

Mentre intorno a noi regna il silenzio, cerchiamo di intravedere i segni lasciati dai volontari della TAM di Torino. Oltre ai bolli, troviamo anche le bandierine rosse-bianche-rosse con il numero che identifica il sentiero sulle carte escursionistiche, importante per l’orientamento di chi si avventura tra i monti.

Tutti questi sono segni dell’uomo, di coloro che, o per lavoro, o per procacciarsi delle risorse, o per passione animata da spirito volontaristico, lasciano agli altri, che percorrerano questo luogo, un ambiente accessibile e frequentabile. E’ quella che si dice una natura addomesticata, a misura d’uomo. Ed è questa natura che apprezzo e che mi permette di “prendere” qualcosa che mi faccia sentire bene, che mi appaga.

Continuiamo il nostro cammino in questo bosco davvero stupendo. Ci troviamo nel versante all’invers (quello orientato a nord) della Val d’Ala.

Dietro di noi, il versante solatio ci mostra il suo abito estivo anche se quest’anno è facile chiedersi: “Ma anche lì, tra quei boschi, i sentieri saranno impraticabili a causa degli alberi che sbarrano i sentieri, caduti sotto il peso delle valanghe?”.

Ogni tanto penso al rilevatore GPS che ho con me nello zaino: spero che tracci con accuratezza nel bosco fitto. Mi piacerebbe avere un minimo di certezza che i sentieri di montagna, quelli storici e quelli che la Regione Piemonte intende accatastare, non scompiano a causa del loro abbandono, dell’incuria e degli eventi naturali che periodicamente ne rendono impercorrbili interi tratti: meno è frequentabile un sentiero e maggiore è la probabilità che esso scompaia per sempre. Forse in questo caso la tecnologia gioca a nostro favore, sempre che anch’essa sia accessibile in futuro.

Purtroppo ben presto ci dobbiamo rendere conto che anche qui la neve del lungo inverno appena trascorso ha lasciato il suo segno. Il sentiero cozza ineluttabilmente contro gli alberi che fungono da vere e proprie barriere: da qui in poi, se vogliamo tentare di proseguire, è una vera e propria caccia al tesoro. Quel tesoro che le valanghe si sono portate via lungo la loro disastrosa corsa verso valle.

In queste condizioni riuscire a proseguire è davvero faticoso e anche pericoloso: gli alberi non ci concedono grandi opportunità di movimento e sovente dobbiamo accovacciarci compeletamente per continuare a fare qualche piccolo passo. Il terreno inoltre è davvero instabile e non è possibile scegliere il percorso più agevole.

Ogni tanto siamo costretti a tornare sui nostri passi, per tentare qualche altro percorso. E’ impressionante il senso di disorientamento: senza un sentierosenza una seppur minima traccia, l’ambiente intorno a noi diventa subito ostile e facciamo fatica a capire dove ci troviamo.

E’ come trovarsi in un labirinto, senza via d’uscita. La percezione di essere immersi in una piacevole escursione tra i monti è scomparsa davvero in fretta. Siamo a quota 1400 m circa e troviamo ancora della neve in mezzo agli alberi. Probabilmente la copertura degli alberi le impedisce di sciogliersi velocemente.

Adesso mentre sto scrivendo penso alle parole di JohnDeere nel suo commento al post Mount Disney. Non c’è una sola montagna. La rappresentazione che abbiamo di essa dipende da molti fattori. Questa che oggi sto vivendo qui non mi piace. Se il luogo montanga fosse lasciato a se stesso, molto probabilmente ne avremmo un’immagine tutt’altro che idilliaca.

Tra i rami degli alberi intravedo un grosso nevaio. Una cascata imponente ci scava dentro per trovare il suo percorso verso valle, verso il mondo degli uomini. Verso il mare. Non la ferma niente e nessuno: la sua corsa è inarrestabile.

Il rumore dell’acqua impetuosa, immerso in questo ambiente che mostra segni inequivocabili della forza della nautra, è inquietante. Tutto intorno leggo messaggi ostili. Questa non è più una natura segnata da attività umane: le tracce presenti sono quelle di forze superiori e devastanti.

L’ immagine della valanga nella mia testa che cade da lassù, dove intravedo la nostra meta, quella meta sognata per questo tranquillo sabato di luglio, mi fa sentire la civiltà distante anni luce. Non sono sensazioni piacevoli come quelle che provavo nel bosco poco più a valle. Eppure non è trascorsa neanche un’ora dalla nostra partenza da Mondrone.

Desistiamo. Torniamo indietro cercando faticosamente un percorso che ci riporti sul sentiero e sconsolati per non aver ancora una volta potuto apprezzare il profondo blu del gioiello Casias.

La natura ci parla. E’ questo il senso di questa escursione? E’ questo il vero viaggio di scoperta? Siamo distanti pochi decine di chilometri da Torino, dalla civlità. Dalla televisione e dalle varie messe in scena dei mass-media. Un piccolo cammino, di un’ora soltanto, è stato come intraprendere un ricco dialogo con il mondo intorno a noi. Ma chi parlava a chi? Quello che troviamo attorno a noi, non è anche un po’ dentro di noi? L’uomo ha bisogno della natura e non può fare a meno di parlare con essa. E sappiamo oggi ancora ascoltarla? E cosa ci dice?

Riattraversiamo il ponte del Pianard e mi fermo ad osservare la bellissima schiuma bianca dello Stura. E’ come se mi specchiassi. Quella sostanza meravigliosa costituisce il 70% del mio corpo. Eppure l’uomo fa di tutto per disprezzarla: la si spreca, la si avvelena, la si sporca e ci si butta dentro di tutto… Qualcuno ha scritto che: “L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via“.

Mondrone ci attende. La mulattiera che incontriamo dopo aver attraversato il ponte di Pianard ci riaccompagna nel mondo degli uomini.

Intravediamo l’abitato, il piccolo ma bellissimo borgo che si trova tra il Comune di Ala di Stura e il Comune di Balme. Mondrone dà il nome a quella bellissima montagna che ricorda un po’ il Cervino. La montagna che fu teatro della prima ascensione invernale dell’alpinismo italiano.

Il Lago Casias si può anche raggiungere valicando il Colle del Vallonetto partendo da Balme. Forse da quella parte la montanga è più accessibile? Noi ovviamente speriamo che le istituzioni abbiano la volontà e le risorse per interessarsi del loro territorio così devastato dalle slavine. Di certo il lavoro non è poco. E di certo richiede parecchio impegno. Noi abbiamo deciso di donare un poco del nostro tempo per rilevare i sentieri e segnalare anche questo stato di cose alla Regione Piemonte.

Non è certo possibile immaginare il luogo montagna lasciato a se stesso. Ne pagheremmo tutti le conseguenze anche chi vive in pianura. Le alluvioni, e da queste parti si trovano ancora parecchi segni, ci insegnano che abbandonare le zone dove l’acqua si raccoglie e si prepara a scaricarsi violentemente a valle è molto pericoloso. Così come lo è abbandonare i boschi.

Il Lago Casias è lì che ci attende per parlarci un po’ delle meravigliose montagne che gli fanno da contorno e per raccontarci di noi uomini che, se vogliamo, possiamo imparare nuovamente a dialogare con loro. Perché le montagne sono un qualcosa di importante del nostro mondo. Vale la pena ascoltarle.

Beppeley

11 Responses to Uomo e montagna

  1. famekimika says:

    ciao, sto cercando di avviare un piccolo negozietto virtuale dove poter esporre le mie creazioni in vendita a piccoli prezzi (collane, orecchini, oggetti da scrivania, portafoto, ciondoli, gadget personalizzati etc..), mi farebbe piacere se, quando hai tempo, volessi farci un salto giusto x curiosare! Basta cliccare sul mio link al blog.
    In caso contrario scusa il disturbo…

  2. gpcastellano says:

    Da questo racconto si possono trarre mille spunti di discussione e ragionamento. Punti interrogativi, domande e riflessioni su chi siamo, cosa vogliamo trarre da noi stessi e dal mondo che ci circonda, come possiamo immaginare il futuro di un ambiente del quale, ci piaccia o no, facciamo parte. Bello, da rileggere mettendo in evidenza i punti di domanda.

  3. blacksheep77 says:

    bello da leggere e da vedere, come sempre.
    le vostre avventure tra i rami mi ricordano qualcosa… scene già vissute non tanto tempo fa in val di susa, e lì ne sono venuta fuori solo grazie alle tracce di una recente transumanza. dove la montagna non è più utilizzata, mi sa che tanti sentieri spariranno sempre più.
    grazie per tutti gli spunti di riflessione

  4. Beppeley says:

    GRAZIE a voi che trovate il tempo per leggere i miei post. Siete davvero delle persone preziose.
    Scusate se il sottoscritto invece non riesce ad essere così presente come voi nei vostri blog. Devo recuperare, lo so…Rimandato a settembre!

  5. blacksheep77 says:

    se aspetti settembre… sai quanta roba ti sforno io, nell’estate?????? 😉

  6. serpillo says:

    La natura che si re-impossessa di cio’ che le era stato tolto dall’uomo fa ancora piu’ paura: pensiamo di averla addomesticata e lei e’ sempre li’ pronta ad ogni occasione di emergere nella sua piu’ totale forza.

    Spunti di riflessione ce ne sono davvero tanti… speriamo che questo interessamento all’Africa non sia solo per pulirci le coscienze e vendere prodotti dato che i soliti mercati sono saturi ed in crisi…

    Serpillo

  7. gpcastellano says:

    La strada e la sua voce[..] Nel nostro recente viaggio in Provenza abbiamo attraversato la Crau, una immensa pianura costiera dove svernano migliaia di pecore. Le stesse pecore che, adesso, si trovano sparse per le Alpi Francesi ed Italiane. Pecore che, se oggi – spesso, ma non s [..]

  8. utente anonimo says:

    Ciao.
    Siete poi andati al Lago Casias?
    I sentiero si vede?
    Grazie

  9. serpillo says:

    @8: Ciao. No, non abbiamo raggiunto il lago. C’e’ molto lavoro da fare per ripristinare il tutto: la valanga e’ stata devastante e la desolazione tanta.

    Serpillo

  10. utente anonimo says:

    Non e’ percorribile il sentiero per il lago Casias al momento?

  11. Pingback: Estate indiana a Mondrone | camoscibianchi

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