Il senso delle nuvole per Marzia

L’idea di Marzia, per questo sabato di luglio, è quella di scovare qualche margaro delle Valli di Lanzo intento nel suo lavoro. Noi, convinti  di  trovarne alle pendici del Monte Bellavarda, come successe già in passato, la convinciamo a navigare con noi in Val Grande sopra Cantoira e sotto le nuvole. Raggiungiamo in auto la deliziosa borgata di Lities (1175 m), conosciuta anche tra gli arrampicatori per la sua Rocca, su cui sono state tracciate alcune vie di roccia alquanto interesssanti (a detta di coloro che ci si sono cimentati), indossiamo lo zaino e partiamo alla caccia de lou marguè.

Ci troviamo a pochi minuti dallo scempio provocato dalla valanga che ho documentato nel post: “La neve presenta il conto“. Grazie alle informazioni aggiornate di Gulliver, scopro che il tratto di sentiero rovinato a suo tempo dalla slavina è stato ripulito dai resti dei faggi crollati a terra. E allora non ci resta che camminare e farci risucchiare dal vento di föhn che dalla testata della Val Grande sprofonda nella pianura piemontese. Siamo circondati dall’azzurro sconfinato del cielo. Solo qualche innocua nuvola bianca ogni tanto arreda il colore dell’universo.

Il sentiero si fa subito ripido e in breve incontriamo un pilone votivo purtroppo parecchio malandato. Provo sempre molta tristezza nel pensare che tanti altri di questi pilastri della fede, nelle Valli di Lanzo, sono destinati a crollare. Sarà un segno dei tempi?

Chi ama viaggiare per le vallate, per i sentieri e per le mulattiere, sa molto bene quanto sia piacevole incontrare questi simboli della fede dei montanari. I piloni votivi hanno origini antichissime. Sembra che i primi a costruirli, sotto forma di semplici ometti di pietra, furono i celti che li posizionarono in punti particolari, come i crocicchi, per poi in seguito diventare rappresentazioni di divinità. Con l’avvento del cristianesimo si procedette a “trasformarli” in simboli di devozione con la posa della croce. Personalmente ritengo che sia molto grave non cercare di mantenerli in buono stato affinché possano continuare a testimoniare la presenza, in epoche relativamente recenti, delle genti alpine con i loro insediamenti, e i loro percorsi di fede, che per secoli hanno permesso la vita in questi ambienti così severi.

Saliamo e incrociamo la zona dove la valanga, con il suo carico di neve e di devastazione, lo scorso inverno ha lasciato anche lei una testimonianza: quella delle bizzarrie del clima. Sarà anche vero che solo qualche decennio fa era quasi normale che nevicasse così tanto. Ma era anche altrettanto normale che a delle copiose nevicate seguissero, già ad inizio primavera, delle giornate caldissime con punte di oltre 30 gradi? Già nel mese di maggio, così di improvviso? Adesso dobbiamo attenderci, dopo la sfuriata temporalesca di venerdì scorso, che ha portato ad un brusco abbassamento delle temperature, un ritorno del caldo asfissiante. Era così anche 30 anni fa?

Questa colonna del cielo non ha retto alla furia della slavina. Mi fa un po’ paura pensare che anche l’uomo, con la sua “impronta”, abbia probabilmente contribuito a modificare il clima. Sarà anche questo fòou un povero e muto testimone delle follie di noi uomini?

Forse un domani si scoprirà che le mutazioni climatiche non sono  state  indotte dalle attività umane (sono anni però che i climatologi ci avvertono della progressiva tropicalizzazione del clima mediterraneo).  Forse. Ma adesso, di fronte alle continue emergenze climatiche, cosa dobbiamo pensare? Che ci sono sempre state? Non è forse un scusa per coprirci gli occhi e tirare comunque avanti al di là di tutto? Mi domando se non ci stiamo comportando come la scena del film Titanic quando la nave affonda e l’orchestra continua a suonare imperterrita e incurante dell’imminente sciagura.

Abbandono questi pensieri. L’azzurro del cielo contrastato dal verde intensissimo mi rapisce lo sguardo. Voglia di salire lassù. Di andare oltre e cavalcare nell’universo attraversando questo tempo e questo spazio ai limiti dell’apocalisse.

Anche io albero, come loro. Anche io con la voglia spasmodica di avanzare verso il clelo e di protendermi nell’infinito, unica via di fuga da un mondo che mi lascia con tante domande e ben poche risposte. E’ lassù che stanno navigando gli uomini del futuro? Quante volte mi sono chiesto il significato di raggiungere una cima per chi si cimenta nelle scalate. Conquistatori dell’inutile? Convergenza di linee? Desiderio di Dio? Semplice sfida con se stessi? Perchè andiamo lassù? Cosa cerchiamo?

Personalmente sento dentro di me un spinta verso il cielo, una voglia di proiettarmi oltre verso un futuro che ci attende lassù nell’universo. Credo che sia il nostro destino e penso anche che la voglia di contattare il confine tra terra e cielo non sia altro che un intenso desiderio di abbandonare, su questa nostra Terra, un essere umano ormai antiquato. Quell’uomo che tratta se stesso come un qualcosa da buttar via. E’ ora di andare verso un’altro uomo? Che abita l’universo? Un uomo il cui cervello non è confinato nei limiti perversi della nostra civiltà?

Solo al culmine di quelle linee percepisco un uomo nuovo che estende la sua mente nel cosmo. La punta di una montanga un po’ come una freccia che ci proietta in altri mondi. Che forse sono già dentro di noi ma non siamo ancora in grado di navigarli ed esplorarli.

 

Ci sono uomini che hanno lasciato stupendi e commoventi segni del loro passaggio su questi monti. Ci raccontano di cosa siginificava vivere, o forse sopravvivere, ad una natura implacabile nella sua durezza. Segni sul territorio.

E, per chi ha avuto la fortuna di incontrare un montanaro, segni sulla pelle e sui volti scavati dalla fatica. Il volto di un anziano montanaro dona saggezza. Ci racconta che nella vita, senza la fatica, ogni nostro proposito è vano. Chi oggi ci fa credere ingannevolmente che tutto è possibile, facile e raggiungibile, non porta con sé alcun segno di umanità e di umiltà. E oggi questo muretto a secco cosa ancora è capace di offrirci?

Forse ci  dice che serve per “guidare” le vacche al pascolo? Forse, se finalmente troveremo lou margué. Ma che sia solo un miraggio il margaro che stiamo inseguendo? Eppure le tracce del suo passaggio sono ovunque. Qui siamo a Lavassé che oggi, grazie a presenze aliene, che mi accompagnano verso il cielo, mi svela finalmene il significato di questo nome, così originale per un arp.

Marzia come un segugio sta cercando il suo totem. Ed io mi sento un po’ in colpa per, forse, aver sbagliato luogo quest’oggi. Ma noi non ci arrendiamo…

Al vàtchess dove sono? Guardo il cielo. Oggi sento la mia anima colorarsi di quell’abbacinante azzurro, dono del vento. E quelle nubi che da lassù guardano noi. E osservano Marzia intenta nella ricerca del pastore e delle sue vacche.

In mente ho la vetta. E oggi vorrei ai confini del cielo anche serpillo e blacksheep77. Questo è un viaggio in sella al vento. Oggi tira forte ed ogni tanto ci fa barcollare. La prossima stazione è il Santuario di San Domenico a 1772 m di quota. Lo intravedo là dove il verde del pascoli bacia il blu dipinto di blu accarezzato dal bianco dei vapori.

Nuvole che navigano liberamente, senza confini, tra questo universo di montagne. Nuvole che accompagnano il nostro cammino immersi ne lou vant marin. Ma oggi caldo non fa e ce ne rendiamo conto presto avanzando sempre più verso il cielo.

Ecco il bivio. Il Santuario di San Domenico è proprio lì a sinistra. Un pilone votivo ci informa di un punto importante: preseguendo verso est si scende alla Miniera di talco Brunetta. Se invece si procede verso nord-est è il Colle della Gavietta che ci attende per farci valicare verso la Valle Orco.

Dove vai pastore? sembra chiedersi Marzia mentre osserva i pascoli del Bellavarda. Qui, sopra la nostra terra, è il verde che troneggia tutto intorno a noi. E’ un verde unico, bagnato dalle piogge di venerdì e pettinato oggi dal vento di nord-ovest.

Il Santuario attende noi viandanti per donarci una piccola pausa, giusto il tempo per bere alla sua fontana e per buttar giù un pezzo di cioccolata. Taro l’altimetro e sbircio il filo d’arianna elaborato dal GPS: è questa la tecnologia che permette di sognare di andare oltre? Quando la voglia di navigare al di là dei confini di un sentiero non sarà più possibile da contenere?

Quando l’unica cosa di cui avremo bisogno di indossare, per dissolverci tra le nebbie autunnali, sarà un semplice sacco e un bastone per sorreggere il  nostro corpo?

Quanti sogni meravigliosi nello zaino di Marzia. Quello è il bastone che l’accompagna tra i pascoli alla ricerca della montagna narrante. Che cosa rappresenta per blacksheep77 la vetta? E perché non gliel’ho chiesto? Forse perché so già la risposta.

Ci incamminiamo verso la cima. Dal Santuario in poi il pendio diventa decisamente più ripido e obbliga a cambiare passo: lento e costante, senza strappi. E’ questo il passo che ci proietta nell’ascensione finale mentre il cuore, con il suo pulsare, scuote l’assopita vita che alberga dentro di noi: in questo sabato non sono più  l’uomo sedentario che parla con le macchine. Oggi è la mia macchina la protagonista e chi parla con me non è un essere umano bensì un mondo intero.

Come non ringraziare sentitamente chi ha donato il proprio tempo per indicare a noi escursionisti la via del cielo? Questo picchetto, perfetta segnaletica CAI, adottata anche dalla Regione Piemonte, ci dice che siamo sul sentiero giusto. Poco oltre intravediamo l’Alpe Bellavarda inferiore a quota 1961 m. Dietro di noi alcuni escursionisti seguono le nostre ombre sui pascoli sconfinati della Val Grande di Lanzo.

Siamo al giro di boa dell’Alpe Bellavarda inferiore e il vento aumenta di intensità. Non sentiamo il freddo mentre ci muoviamo: il nostro corpo ci scalda tra i pendii del Bellavarda. Come non meravigliarsi di fronte a tanta bravura, fatica e ingegnosità che hanno contraddistinto le genti alpine nella loro opera di addomesticamento della montagna?

Un ometto, perfetta segnaletica approvata dai montanari, ci suggerisce il passaggio verso l’Alpe Bellavarda superiore. Stagliato contro il cielo pennellato di bianco, sembra osservarci con sguardo di superiorità. Sembra dirci: “Quando la tecnologia vi abbandonerà sarò io che vi porterò dove voi intendete andare”. “Non è il vostro Dio la tecnologia”.

Forse ha ragione il mio amico ometto: forse non dobbiamo mai dimenticare che la più grande tecnologia che esista al mondo risiede dentro la nostra testa. Quella che Dio ci ha donato e lasciato liberi di usare come meglio crediamo.

Ecco alla nostra sinistra emergere i tetti di lose dell’Alpe Bellavarda superiore. E le vacche?

Marzia le cerca mentre osserva intorno un po’ sconsolata senza trovarle. Lei cerca animali e il pastore che li guida. Nel frattempo qualcuno cerca una vetta tra la furia del vento. Verso ovest si intravede la testata della Val Grande di Lanzo sommersa dalla goùnfia. E’ l’effetto provocato dal vento di caduta che proviene dalla Francia. Al di là si concentrano le precipitazioni, la né cade nel versante sopravento e invece da noi, in Italia, nel versante sottovento, è la tormenta ad avvolgere le cime.

 

Lasciato alle nostre spalle l’arp, una deliziosa sorpresa ci coglie all’improvviso: una macchietta marrone, sul pendio finale verso il Bellavarda, ci osserva nel nostro cammino: sono un mucchietto di caprette che sole solette vagano tra li prà.

Chi puntano? Blacksheep77 improvvisa qualche richiamo. Ma come vengono richiamate le caprette in queste vallate francoprovenazali? Marzia non nasconde la sua felicità e quella che provo io è come una sensazione di armonia e di naturalezza: cerco di decifrare quelle sensazioni ma ancora adesso mi sfugge la chiara traduzione di quelle emozioni.

Forse la vetta alberga in noi in una moltitudine di forme, di elementi e di sensazioni. La cima di Marzia è quella che emerge nella vita di questi animali: la ciévra, la vàtchi, lou bérou, lou marguè, l’arp, … ma sì, è così straordinario poter leggere, mentre sto scrivendo, queste parole in francoprovenzale: parlén a nosta moda come ci dice il bellissimo libro: “Lassù sotto la luna – vita agro-pastorale nelle alte valli” di Gianni Castagneri edito da Neos Edizioni.

Fotografa Marzia, fotografa e documenta senza stancarti mai perché il tuo straordinario amore per la montagna, e per la vita che ancora la cosparge, merita di essere fatto conoscere a tutti coloro che viaggiano tra i monti. Questi sono messaggi importanti: la vita non è quella che si disperde in sfuggevoli ed effimeri sogni prodotti dai carnevali  mass-mediatici. Il segreto della vita è dentro di noi e i montanari hanno fatto davvero l’impossibile per lasciarci inequivocabili testimonianze di esso. Tocca a noi coglierne i simboli. E forse, con un po’ di sforzo, ma noi siamo abituati ad esso, possiamo tentare di trasportarli nella nostra sterile quotidianità dove le tracce di umanità sono sempre più labili.

 

Una capretta sembra volerci guidare verso la croce del Monte Bellavarda. Più saliamo e più lou vant ci investe con violenza. E fait frèt. Siamo proprio in direzione della testata della Val Grande di Lanzo. La bìsa atlantica è come un treno che non si ferma davanti a nulla.

Sono in maniche corte ma è ora di coprirmi. Indosso una lupetto. Generalmente sopporto abbastanza il freddo ma oggi, con mio grande stupore, qualcuno fa meglio di me.

Il senso delle nuvole per Marzia l’ho scoperto tra i pendii della Bellavarda. Ma ancora oggi un po’ di mistero, in quella figura stagliata contro il cielo, aleggia tra i verdi pascoli. Tra quegli animali in festa intorno a lei.

Volgo lo sguardo verso il mio mondo là dove sono venuto alla luce in mezzo ai labirinti d’asfalto. Tra il cemento delle abitazioni dove lo spirito dell’uomo si perde in mille rivoli di non senso. Sento un po’ la clausotrofobia delle prigioni, io che, grazie a Dio, in gabbia non ci sono mai stato. Ma la domanda sopraggiunge inevitabile: proprio così doveva andare?

Dovevamo in pochi decenni distaccarci così profondamente e così violentemente da questa natura dura e implacabile per trasportarci in una realtà che sovente mi sembra senza via d’uscita, proiettata verso un percorso di distruzione del mondo?

Qui, su questi pascoli di montagna, la natura era, e lo è ancora, certamente severa  ma mai in grado di spingere i suoi abitanti in follie autodistruttive come ormai succede laggiù, dove tutti i giorni la nostra civiltà scarica nell’ambiente, quell’ambiente che ha dato la vita a noi esseri umani, ogni sorta di porcheria e veleno prodotti dalla perversione consumistica che da tempo ha reso gli uomini schiavi di se stessi e dei propri bisogni, anche quelli meno necessari ed urgenti. Possiamo sperare di perseguire una vita sana e più equilibrata con il nostro mondo? L’eccesso che contraddistingue il nostro tempo siamo destinati a pagarlo molto caro e forse, già adesso, scorgiamo le prime testimonianze, come quel faggio crollato a terra, sebbene ci sia ancora qualcuno che nel mondo predichi il consumismo oltre ogni misura per l’unico scopo di fare profitto. Ma in questo paradigma, dove è il fine? Dove è il progetto?

E dov’è l’uomo che cammina?

Beppeley

10 Responses to Il senso delle nuvole per Marzia

  1. blacksheep77 says:

    …sono senza parole… ne hai già scritte tante (troppe?) tu e non so se mi merito una cosa del genere!
    bellissime foto, come sempre.

    Mi piace

  2. serpillo says:

    Abbiamo “rischiato” di portarci a casa le caprette… due in particolare mi chiamavano toccandomi gentilmente lo zaino con il loro musotto e dopo avermi annusato le ho accarezzate e sembrava mi sorridessero…

    Serpillo

    Mi piace

  3. gpcastellano says:

    Bellissimo il racconto e la scelta delle immagini, accostate a parole antiche e ricerca di perché moderni (o essi stessi ancora più antichi delle medesime parole?).

    Mi piace

  4. Beppeley says:

    Grazie di cuore a Blacksheep, serpillo e GP. Mi sento comunque in dovere di chiedere scusa a tutti i lettori per gli erroracci del mio scritto. Sto cercando di correggerli tutti… ieri sera era tardi e sono riuscito a rileggerlo una volta sola… Oggi ho chiesto anche l’aiuto a serpillo… ma non è bastato… Ai tempi della scuola sarebbero comparse parecchie sottolineature rosse… La colpa spesso è della fretta, di quella rozza e inconcludente superficialità, tratto disitintivo della nostra epoca… ed io ci sono cascato… e non è la prima volta… Migliorerò… ne sono certo. La farò per voi cari lettori così prodighi di complimenti. Grazie ancora…Non merito tanto.

    Mi piace

  5. Beppeley says:

    gpcastellano: detto da te… il “bellissimo” per me è davvero il massimo… Tu non sai quanto apprezzo la tua capacità di esprimerti… di narrarre … la tua dote di sintesi cristallina… Grazie.

    Mi piace

  6. gpcastellano says:

    @beppeley: eh no, così non vale! adesso divento rosso!

    Mi piace

  7. blacksheep77 says:

    qui andiamo avanti ad arrossire tutti!

    Mi piace

  8. ometto83 says:

    Grazie Beppeley per i tuoi splendidi racconti..con le parole fai trasparire tutta la tua grande passione per le nostre montagne, la loro cultura e le loro genti.
    Come dice Mauro Corona, non esiste solo la montagna dove nevica firmato, ma anche quella di “serie B”. Quella più vera e che noi amiamo…continua così, a farla vivere attraverso i tuoi coinvolgenti racconti..
    Franz

    Mi piace

  9. utente anonimo says:

    Ciao Beppelay, anche se non sai parlare piemontese è bello che tu ti stia cimentando con il “parlaà ala nosta modda”, (purtroppo non so come si scriva in maniera corretta).
    marese

    Mi piace

  10. JohnDeere says:

    Complimenti per tutto: per “l’unione virtuale” di blogger appassionati che diventa reale, per il racconto e le foto. Come sempre qualche dubbio io lo nutro sulla contrapposizione così netta che scrivi tra montagna e resto del mondo ma mi limito, affascinato dal racconto.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: