La passione paura

Quello che trovate qui di seguito credo sia perfettamente in tema con gli ultimi post sul Piano di Vassola.

Trovare connessioni con altri “mondi” è sempre un’esperienza importante che mi lascia un barlume di speranza per una vita migliore.

Oggi lo sguardo è quello di Elena Pulcini, filosofa, che presenterà il suo ultimo libro “La cura del mondo” sabato prossimo al Circolo dei Lettori di Torino durante il programma di Torino Spiritualità.

Siamo partiti da lì, da un angolo bellissimo del nostro mondo. Ed è da quel luogo che creiamo connessioni perché siamo consapevoli che il nostro mondo ha bisogno di passioni vere e sincere. Come quelle che qui ci animano.

 Urge prendersi cura del mondo

Ossessionati dall’io (io, io e solo io!) e allo stesso tempo ossessionati dal noi (noi, noi e via tutti gli altri!). Abbiamo molte paure (immigrati, criminalità), ma non per le cose per cui dovremmo davvero avere paura (effetto serra, nucleare, autoritarismo crescente). E siamo individualisti esasperati e allo stesso tempo abbiamo un bisogno disperato (o cerchiamo l’illusione confortevole) di un «noi» che ci dia un’identità, quale che sia. Davvero viviamo in una realtà ambivalente, in un mondo in frantumi e fatto di frammenti, ma anche unificato (un’altra ambivalenza) dal mercato e dalla tecnica. Ecco allora questo importante saggio di Elena Pulcini, docente di Filosofia sociale all’Università di Firenze: La cura del mondo. Sottotitolo: Paura e responsabilità nell’età globale. Un articolato viaggio tra individuo, comunità, società, tecnica, paura, passioni e responsabilità; e soprattutto tra Anders, Jonas, Arendt, Bauman e Nancy. Un libro per cercare di capire dove ci sta portando la globalizzazione. Per vedere come agiscono insieme globale e locale, unità e molteplicità, individualismo e comunitarismo. Per valutare se siamo davvero preda di troppe patologie, «sia nella struttura antropologica dell’individuo e nei percorsi di formazione dell’identità, sia nelle forme di costruzione del legame sociale ». L’età globale – scrive l’autrice – è caratterizzata da molte polarizzazioni. La prima, «vede da un lato l’emergere di un individualismo illimitato, e dall’altro la nascita di forme di comunitarismo endogamico». Un individualismo incapace di porsi dei limiti e di avere responsabilità sul proprio agire, «esito sia del modello prometeico della prima modernità […]; sia dell’individualismo narcisistico della postmodernità».

Producendo un «io globale» composto di tre figure: «l’individuo consumatore e l’individuo spettatore, caratterizzati da atomismo e indifferenza, edonismo e conformismo, passività e insicurezza; e l’individuo creatore, spinto da una coazione al fare, ma che ha smarrito, insieme alla progettualità… il senso e lo scopo dell’agire, finendo per ledere i suoi stessi interessi e per mettere in pericolo la sopravvivenza dell’umanità e del mondo». Per contro, ecco rinascere il bisogno, fortissimo, di comunità: pericoloso se vede «l’affermazione del Noi opponendosi a un Loro, reinventato come nemico», producendo quelle che Pulcini chiama «comunità immunitarie » (per immunizzarsi dai pericoli esterni). C’è poi una seconda polarizzazione: l’eccesso di pathos (nel comunitarismo) e l’assenza di pathos (nell’individualismo). E la paura, o meglio l’angoscia. O meglio ancora: «una paura globale » distruttiva di tutto e soprattutto del legame sociale; una paura che innesca meccanismi di difesa fondati sul diniego o sull’autoinganno, per nascondere paure ben più reali. Che fare? Recuperare le passioni, scrive Elena Pulcini. E quella passione particolare che è la paura. Non quella che chiude ed esaspera. Ma quella che produce responsabilità e soprattutto la capacità di «prendersi cura».

Dalla paura alla «cura», dunque. Alla «responsabilità per» (per il mondo, per l’uomo, per la vita), correggendo le patologie prometeiche e narcisistiche e riconoscendosi, l’uomo, come «parte di una rete di vincoli e di reciproche connessioni che lo costituiscono, appunto, come soggetto in relazione». Ma per svolgere questa «cura del mondo» serve «un’immagine del futuro», occorre pensare una forma del mondo migliore di quella attuale, «un mondo unito ma non unico, interrelato ma non omologato, comune ma non indifferenziato ». Cosa che abbiamo smesso di fare da troppo tempo. Invece di avere «paura di» dovremmo avere «paura per» (per l’ambiente, per le generazioni future) e agire di conseguenza, praticando quella «cura» che è «apprensione e sollecitudine». Passando dall’idea di «comunità» a quella di «essere-in-comune» (noi e gli altri). E così superare – se ha ragione Elena Pulcini, più ottimista di noi – la perversa e comunque suicida polarità tra «individuo illimitato» e «comunitarismo immunitario».

Lelio Demichelis


La filosofa Elena Pulcini interverrà a Torino Spiritualità (sabato 26, h 18,30, Circolo dei lettori). Svolgerà i temi del suo ultimo libro «La cura del mondo», in dialogo con Gabriella Turnaturi.

Beppeley

5 pensieri su “La passione paura

  1. Bella parola il “prendersi cura” anche se difficile.

    Proprio ieri sera ho sentito parlare del documentario di Fanny Amstrong ” the age of stupid”.

    Speriamo che questa “responsabilita’ per il mondo, per l’uomo, per la vita” venga recepita in tempo da tutti in modo da non dover dire, come nel filmato apocalittico:

    – Avremo potuto salvarci ma non lo abbiamo fatto. Che cosa avevamo in mente quando, davanti alla prospettiva dell’estinzione, ci siamo limitati a scrollare le spalle?-

    Non chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati.

    Serpillo

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  2. @serpillo: spero che si riesca a riflettere su quanto sia importante un “luogo” inteso come spazio dell’anima. Se lo vediamo così, il Piano di Vassola – ma ovviamente potrebbe essere qualsiasi altro luogo alpino – lo possiamo considerare una parte di noi stessi in cui ci siamo “ricreati” a dispetto di una civiltà globale che invece mi sembra sempre più orientata a distruggere. Faccio un esempio. Il CAI con i suoi volontari fa una grande opera di manutenzione della sentieristica e di pulizia. Valorizza e permette ad altre persone di avvicinarsi a certi ambienti che hanno molte valenze positive. Ambienti necessari per noi esseri umani. Altre persone invece, mosse esclusivamente dalle istanze del profitto a tutti i costi, compiono opere di distruzione intese anche in senso lato. Ne è vittima non solo l’ambiente fisico, di cui si parla sovente, ma anche e soprattutto l’ambiente culturale e morale di chi ricerca l’escursione intesa come il chiamarsi fuori dall’ovvio e dalle cose prive di senso. La montagna custodisce in sé dei valori che sono inestimabili. Se la lasciamo frequentare solo più dalle ruspe, dal cemento e dalla miopia di certi personaggi, allora compromettiamo seriamente il nostro domani perché non ci sarà più nulla che ci permetterà di “uscire fuori”. Certi luoghi, come recita il film di cui tu parli, dovrebbero essere tenuti liberi dalla stupidità umana affinché altri, dopo di noi, possano rintracciare sentieri di senso.

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  3. Leggendo rapidamente il post mi vengono in mente due concetti. Il primo è la cura dei luoghi, sul quale esistono già commenti e approfondimenti. Il secondo è la sobrietà, intesa come consapevolezza dei propri limiti e limitazione alla espansione del proprio io. Su un editoriale di qualche tempo fa (corriere? repubblica? internazionale?) ci si chiedeva appunto che fine avesse fatto tale concetto. Ulteriore elemento di riflessione era la considerazione che, nel Padre Nostro, si domanda a Dio il Pane Quotidiano, e solo quello. Inutile accumulare più di quanto sia giusto e lecito consumare, no?

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  4. @gpcastellano: concordo con te. Difficile però comprendere il "giusto" e "lecito" consumo. Sono parole molto belle. Ma come si fanno a capire oggi quando pensiamo che la maggioranza delle popolazioni delle nazioni opulente non riesce a "vedere" cosa sta capitando al mondo vero grazie ai loro comportamenti sbagliati? L’utopia del "no limits", come una pubblicità sbandierava qualche tempo fa, non credo sarà facile da allontanare dai nostri stili di vita. C’è bisogno di un grosso sforzo e tanta fatica per immaginare un mondo nuovo e diverso. Personalmente ritengo si tratti soprattutto di un problema culturale e sono molto rammaricato dal fatto che nel nostro Paese si faccia davvero poco in tal senso. Basta osservare i desolanti panorami offerti della nostra televisione.

    @serpillo: le mode possono essere molto pericolose perché sovente il "gregge" che le adotta non è poi così ben guidato come da quei "pastori" di cui parla blacksheep77 nel suo blog. Sanno i "pastori" della nostra epoca condurre un gregge fra le risorse della nostra Terra senza alterarne gli equilibri precari? Personalmente ritengo di no perché ai nostri "pastori" interessa soprattutto il denaro così ben sostenuto e prodotto del pensiero a brevissimo termine. Produco (e distruggo) e faccio profitti senza curarmi di cosa lascio al mio passaggio (devastazione). I limiti dove stanno?

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