Fame d’erba, desiderio di sé

… sapevo che un pensiero così (impropriamente “regalo”) fosse adesso più adatto a te che a me, Beppe…

Pastore

Chi può credere a persone come noi che reputano un libro “così” importante, in un mondo dove ogni giorno si santifica il superfluo, il non senso, amplificando all’inverosimile la dimensione del vuoto che rilascia il suo disarmonico pulsare?

Credevo che “Fame d’erba”, cercato per anni come un diamante raro, mi fosse necessario: necessario a quel che penso, a quel che la montagna mi concede di provare e di farmi vivere nonostante me stessa, a quel che ritengo essere il senso che la vita deve recare con sé. Valori che odorano-parlano-riflettono di umano.

E del suo patrimonio personale più immenso.

Da bambina, andavo in vacanza ad Oncino, in Valle Po, un paese povero a 1.200 metri di quota, dove allora vivevano pastori, boscaioli, portatori per le ascensioni dei “signori” al Monviso, persone che sottostavano ancora spesso all’isolamento silenzioso ed ovattato della neve…

E soprattutto d’inverno, dopo cena mio padre mi portava a trovare il suo amico pastore, che riceveva i conoscenti nella stalla delle vacche (il pastore non le chiama mucche), alla luce di un lume a petrolio, lui adagiato su una “paiasa” di fieno col viso fiero di un castellano nel suo ricco (povero) feudo, contento di poter raccontare le storie “di una volta”, offrendo magari la sua toma, ma sempre un bicchiere di vino versato dal “pintun” (bottiglione) – che quando mi veniva chiesto di andare a prendere nell’angolo, e pareva più grande di me, mi faceva sentire importante perché tutti si raccomandavano a che non lo facessi cadere…

Pecore al pascolo alle Bigone, Oncino

Ascoltavo incantata: erano storie di greggi, vacche, fulmini in alta montagna che incenerivano le pecore, visioni di madonne apparse nel grande bosco di faggi, aquile che rapinavano agnelli abbassandosi in volo, metri di neve che non uscivi di casa per giorni, epidemie di spagnola che avevano sterminato molti paesani in tempi passati, case diroccate e boschi solitari abitati dalle streghe da una certa ora in poi, e cui noi bambini non dovevamo avvicinarci mai, neanche in pieno giorno…

I miei occhi “vedevano” tutto, il mio silenzio assimilava tutte quelle parole, il pastore alla fine mi regalava un carezza con le sue mani ruvide e grandi.

Ricordo ancora l’odore della sua pelle.

Sulla via di casa, a completamento della mia felicità, mio padre staccava una grande candela di ghiaccio da una grondaia, ed io con un sorriso dolcissimo me la portavo sino a casa.

Una volta lì, mia madre sgridava il papà perché mi aveva portato da Alfredo (il pastore), perché così ero stata insieme a vecchi e ad altri bambini poco puliti, a uomini che bevevano vino, ad odore di formaggio, di bestie, di letame, a persone che parlavano un dialetto incomprensibile.

Mia madre non ha mai saputo che cosa io sognassi dopo serate così: un bel mondo, vi assicuro, perché la mia fantasia dava vita alle immagini ed alle parole.

In quella stalla ci sono tornata molte volte.

E non è mai mancata la carezza che mi accompagnava alla porta.

A distanza di anni, confesso che quell’odore caldo di letame, di cuoio, di fieno vecchio, il pensiero della “paiasa”, di quel pastore e delle persone che stavano sedute su sgabelli da mungitura e panche, e di quel lume a petrolio che decorava le pareti di calce della stalla con figure tremanti di fiamma sempre diverse da un alito d’aria all’altro, sono tra i più bei ricordi dell’infanzia che io conservo per sempre nel cuore e nell’anima…

Se amo tanto la montagna lo devo a ciò che ho vissuto allora, tra i 3 ed i 7 anni. Questo non è scritto su nessun libro introvabile, fa parte del mio patrimonio personale. E’ scritto ed inciso nel mio corpo, un libro che non può leggere nessuno. Fame d’erba, DESIDERIO di sé…

Souleiado

3 Responses to Fame d’erba, desiderio di sé

  1. Beppeley says:

    @souleiado: bellissimo!

    Benvenuta tra di noi!
    Felice di legarmi virtualmente con te in cordata come è successo realmente lassù tra i ghiacci nell’immensità delle montagne.
    Un caloroso abbraccio.

  2. serpillo says:

    Boun dzourn souleiado!

    benvenuta tra noi!
    I ricordi, le sensazioni, i profumi che si assimilano da piccoli, rimarranno sempre con noi.

    Serpillo

  3. blacksheep77 says:

    benvenuta, sì!
    da quel che scrivi… ti aspetto di diritto nel mio blog 🙂

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