Il sogno di Lia

Che il sogno di una nostra grande amica possa avverarsi prima dei prossimi cinquant’anni?

Leggete cosa ho trovato su “La Repubblica” del 20 settembre 2009: un articolo di Rumiz chiamato….

…La grande ombra verde ALPAGO (Belluno) – Era come una lebbra. In pochi anni la boscaglia s’era mangiata tutto: stalle, alpeggi, pascoli, fienili, praterie, persino le strade e i sentieri. Quando in autunno tirava lo scirocco, aceri e frassini si gonfiavano come vele e, oscillando, scardinavano il terreno con le radici, facendo entrare la pioggia in profondità. L’acqua non aveva più freni, le scarpate diventavano colate di fango, i canali di deflusso saltavano. La montagna intera si scorticava, mostrava la pelle viva, passava continuamente dal rischio incendi al rischio alluvione. Non c’erano dubbi: era l’effetto dell’abbandono, della grande fuga degli anni Sessanta; l’emigrazione, poi la corsa al benessere facile in pianura. Quando dieci anni fa intere fette di montagna cominciarono a scivolare verso il lago di Santa Croce, tra Vittorio Veneto e Belluno, un uomo, Sandro Fullin del paese di Tambre in Valturcana, decise di fare qualcosa. Chiamò i capifamiglia, li radunò sotto una quercia – l’albero totemico dei Cimbri, antichi abitatori dell’altopiano – e disse: o blocchiamo la foresta o saremo distrutti. Lanciò un’idea: riportare le pecore negli ultimi pascoli rimasti. Una volta ce n’erano cinquantamila, poi più niente. Non pecore qualsiasi, ma quelle nate qui, le bestie dell’Alpago. Tutti dissero sì, Follin trovò in Croazia gli ultimi esemplari dell’agnello alpagoto, li mise su una linea di pascoli recintati, quasi una linea Maginot contro l’invasore. Oggi la valle non ha più paura. La frana verde si è fermata. Le acque cominciano a rientrare a regime. Fullin ha piantato cinquanta chilometri di recinzioni con le sue mani, e ora vanta un presidio Slow Food con l’agnello di casa sua. Lui e i suoi sgobbano quindici ore al giorno, ma hanno vinto la battaglia. E hanno brevettato un sistema che può essere applicato ovunque in Europa, fra Carpazi e Pirenei. «I pastori bisogna portarli in montagna, altro che quei costosi Canadair che buttano acqua sugli incendi», ghigna il professor Giorgio Conti, specialista di territorio alla Ca’ Foscari di Venezia, e racconta di come la foresta selvaggia stia invadendo l’Italia più di qualsiasi altro Paese d’Europa. Gli studi più recenti confermano infatti che la tendenza è in atto un po’ ovunque nel continente: «l’espansione forestale continuerà in tutta Europa», si legge nello Stato mondiale delle foreste 2009 diffuso dalla Fao. Ma il caso del nostro Paese è particolarmente vistoso. L’ultimo Inventario nazionale delle foreste segnalava nel 2005 quasi due milioni di ettari di superficie boschiva più rispetto a vent’ anni prima.

E così la Liguria – la regione più verde d’Italia in rapporto alla sua superficie, anche più del Trentino – frana e brucia perché la giungla ha invaso i terrazzamenti secolari costruiti dall’uomo. L’Appennino tosco-emiliano è diventato terra di cinghiali. Nel Friuli Venezia Giulia la boscaglia trionfa, al punto che le vecchie malghe sono crollate sotto l’urto di piante spaccasassi che fanno l’effetto di bombe di mortaio. «Se i nostri vecchi uscissero dal cimitero, ci sparerebbero a vedere come gli abbiamo ridotto la valle» racconta Sergio De Infanti, guida alpina e albergatore di Ravascletto in Carnia. Il pascolo è finito, nei paesi intorno ci saranno si è no dieci vacche contro le duemila di cinquant’anni fa. Mostra il fronte della foresta che avanza, come quella terribile di Dunsinane sotto il castello di Macbeth, prima della battaglia che lo vedrà morire. «La parola bosco non ha senso, il bosco maturo si forma in secoli, sempre con l’aiuto dell’uomo. Questa che viene avanti è boscaglia spontanea, piante in competizione per l’acqua e il sole che occupano ogni spazio, si rubano nutrimento a vicenda e distruggono il sottobosco». Andiamo su per i prati sul lato nord, sopra il paese. L’unico spazio disboscato è la pista di sci che scende dallo Zoncolan. «Ho visto come comincia, d’autunno, quando arriva il vento dall’ Austria. Se il polline è maturo e secco al punto giusto, si leva una nube gialla che in un attimo feconda i prati dove non si sfalcia più. Dopo poco tempo ecco le nuove piante». Mi porta a vedere una boscaglia cresciuta senza la mano dell’uomo: una pena. Piante anemiche, asfittiche, magre, stentate. Per terra non un filo d’erba, una fragola, un mirtillo. «Ho cominciato a metterci mano, per me è una gioia, quando tolgo le piante malate sento che il bosco mi ringrazia». Parla del suo patto con gli abeti: «Loro hanno bisogno di me e io ho bisogno di loro». Allude alla sua caldaia d’albergo, tutta a legna, che gli fa risparmiare diciassettemila euro di gasolio l’anno. «La montagna è ricchezza, gli italiani l’hanno dimenticato per andare a vivere di stenti in città». Saliamo a vedere il bosco del vecchio Albino De Crignis, morto un anno fa. Ha fatto il boscaiolo fino all’ultimo, le sue cataste sono ancora lì. Entriamo in una cattedrale di abeti solcata da spade di luce.

È un altro mondo, fatto di bellezza e biodiversità. Tra le conifere ecco felci, noccioli, frassini, faggi, aceri, salici, ontani, muschi, fragole, e qua e là i rigonfiamenti delle ceppaie coperte di licheni e mirtilli. Bombardata dal mito americano della «natura incontaminata», l’Italia non sente e non vede l’inselvatichimento che scatena incendi, spinge in città lupi e cinghiali, minaccia gli argini ad ogni pioggia d’autunno. «Quello che non si vuol capire», insiste il professor Conti, «è che l’uomo è un eco-fattore capace di arricchire il suo habitat secondo natura e in modo originale». Fa qualche esempio: il cipresso, icona della Toscana, è stato portato dall’Iran. Il vino dei francesi l’ hanno portato i romani. Il mais non è padano ma viene dal Messico. La melanzana è araba, il pomodoro peruviano. «Alpi e Appennini sono il contrario della natura primigenia. La chiave del paesaggio sono le radure e i terrazzamenti, e questi sono il risultato di un compromesso millenario fra uomo e ambiente. Ora questo si sta perdendo». Gli ultimi paradisi sono l’ antitesi della cosiddetta «cattedrale naturale», concetto di per sé aberrante. Le praterie del Grappa? Meraviglie artificiali. Le distese di Asiago dove la mucche pascolano fra le orchidee selvatiche? Frutto di una guerra senza quartiere contro la sterpaglia. Gli abeti di sessanta metri del Cadore? Risultato di una selezione vecchia come la Repubblica di Venezia. E che dire delle radure superstiti di Cortina d’Ampezzo, altrove mangiata dal bosco e dal cemento: anch’esse conseguenza di un fattore umano, gli usi civici (chiamati localmente “regole”), dove a intervenire è la comunità intera con diritti di sfalcio e legnatico, ultima trincea contro l’urbanizzazione diffusa. Alla radice di tutto l’economia intensiva, che ha ucciso il rapporto di interdipendenza fra montagna a pianura. Le vacche da parmigiano non vanno più a pascolare nelle malghe appenniniche. I prosciuttifici di San Daniele non si servono più della scrofa nera che pascolava lungo la pedemontana friulana. Le mandrie bergamasche d’estate non vanno più in quota. I pastori dell’Abruzzo non hanno più tratturi liberi per transumare. Eppure il futuro dell’ economia italiana, con l’inevitabile crisi energetica prossima ventura, è tutto lì: nel ripristino di una cultura “verticale” capace di garantire l’equilibrio idrogeologico con lo sfalcio, l’energia col legnatico, il reddito grazie alla carne e alla lana, l’ecologia attraverso lo smaltimento sul posto del letame. Guai chi tocca la foresta, protestano i verdi integralisti. Ma l’Europa non è l’Amazzonia o l’Indonesia, massacrate da nuove culture e disboscamenti. Da noi gli alberi dilagano. In Germania un sito – www.landschaftswandel.com – mostra con simulazioni quale sarà, l’avanzata della foresta: una pestilenza, in termini percentuali, ancora più grave della cementificazione. In Austria stanno correndo ai ripari; il Parlamento ha approvato una legge che premia chi vive in quota, con aiuti tanto più consistenti quanto maggiore è l’altitudine. Forse anche noi ne avremmo bisogno, invece di limitarci a versare ampolle nel fiume più inquinato del mondo. PAOLO RUMIZ

Serpillo

21 Responses to Il sogno di Lia

  1. blacksheep77 says:

    avrei da parlare dell’alpago in modo particolare, ma… per adesso preferisco non farlo in pubblico.
    ti spiegherò poi come mai una volta che ci vediamo.

    per il resto, non posso che condividere quanto scrive rumiz

    Mi piace

  2. utente anonimo says:

    Bellissimo articolo…istruttivo soprattutto sul tema inerente il rapporto uomo-montagna. Ma queste cose, verranno un pochino insegnate nelle scuole?
    Grazie serpillo

    Mi piace

  3. JohnDeere says:

    C’è ben poco da aggiungere, ho aperto il blog apposta per dirlo anche io nel mio piccolo.

    Mi piace

  4. Beppeley says:

    Paolo Rumiz è un grande conoscitore delle montanità italiana. Continuerò ad esortare tutti coloro che amano la montanga a leggere il suo stupendo libro "La leggenda dei monti naviganti" per capire davvero quanto siamo ricchi senza saperlo.

    E Lia è una montanare DOC che mi ha "insegnato" l’abc della montanga. Ti sarò sempre grato per avermi indicato quella soglia.
    ____________________________________________________

    Recensione tratta dal sito IBS.IT del libro di Rumiz-
     
    Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola). Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario. E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela. Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due "libri", alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione. Questo racconto di "monti naviganti" è cominciato sul quotidiano "la Repubblica" ed è diventato un poema di uomini e luoghi, impreziosito da una storia "per immagini" della fotografa Monika Bulaj, che ha seguito Paolo Rumiz in alcune tappe di questa avventura

    Mi piace

  5. serpillo says:

    @ blacksheep: si’, grazie, ti aspetto per la chiacchierata 🙂

    @ utente anonimo: c’e’ un gran bisogno di portare a conoscenza questo mondo per poter sopravvivere. Che stiano facendo nelle scuole qualcosa.. non lo so. Molto dipende dalla sensibilita’ degli insegnanti. Ad esempio, al Rifugio Salvin, (http://www.rifugiosalvin.it/index.html) so di corsi alle scolaresche per introdurli nel “mondo dell’alpeggio e della montagna” con buoni risultati.

    @ johnDeere: visto il tuo blog. Tra poco il commento.

    @ grazie per il tuo “tocco”.

    Serpillo

    Mi piace

  6. gpcastellano says:

    c’è poco da aggiungere ai vostri commenti, che condivido in pieno. Domenica sono stato nel vallone del Bourcet: la parte bassa è stata sventrata dall’alluvione del 2008 che ha spazzato via strada sterrata e mulattiera. Nella parte alta, all’altezza delle gorge, invece di salire alle frazioni ho piegato verso Rocca Morel, sulle tracce del sentiero della "Transumanza Estiva". Bosco fitto, intricato, baite abbandonate e foresta che incombe. Rileggendo i pannelli all’inizio del sentiero si scopre che il bosco anni fa non c’era, tutta la "costa lunga" era dedicata a pascolo e coltivi. Forse, se mai fosse rimasto com’era, l’alluvione non sarebbe stata così disastrosa.

    Mi piace

  7. Beppeley says:

    @gpcastellano: non è solo la foresta che avanza a seguito dell’abbandono delle terre alte da parte dall’uomo… c’è anche un’alluvione  invisibile che procede senza soste e che non conosce resistenza Si chiama avidità, ignoranza e idiozia… Un "vuoto" di sguardi e attenzioni che potrà solo essere riempito dal niente…Quel niente di cui è cosparsa la nostra civiltà e di cui tutti i giorni siamo stanchi spettatori. E i politici, che forse dovrebbero fare qualcosa, sono esattamente uguali a noi che li abbiamo votati.
    Leggete quanta indifferenza verso tematiche così importanti (caso di Messina…)

    Senza Sapere
    di Massimo Gramellini (La Stampa)
     
    Se più niente ha il potere di stupirvi, ascoltate questa conversazione carpita dall’emittente Reggio Tv il giorno dei funerali delle vittime di Messina. C’è il governatore siciliano Lombardo che si lamenta con alcuni amici per aver firmato un decreto che consente a un consigliere comunale di costruirsi una casa in riva al torrente (quindi lievemente abusiva). «Capite? Chissà quanti ne firmo senza sapere, perché c’ho tanto di carte».

    Per certi versi sarebbe stato meglio che avesse agito in malafede. Mi sarei sentito un po’ più sicuro, un po’ meno affidato al caso. Quel che invece apprendiamo dalla viva voce di Lombardo è che siamo nelle mani di una banda di politici superficiali e stressati che non hanno alcuna consapevolezza dei loro atti. Non hanno consapevolezza di quel che dicono e che di solito è pensato e scritto da altri. Non hanno consapevolezza delle mani che stringono, perché vengono portati in giro come madonne pellegrine e indotti a dar retta a persone di cui ignorano la storia e la fedina penale. E non hanno consapevolezza dei documenti che firmano, spesso a tarda sera, nei ritagli di tempo fra il collegamento tv e la dichiarazione ai giornali: il loro vero lavoro. E’ chiaro che gente così dovrebbe almeno circondarsi di collaboratori preparati e integerrimi. Invece a prosperare in quella palude sono spesso i più servili, gli eterni portaborse. E così, dopo aver passato una vita a reclamare che fossero pulite, ci accorgiamo quanto sia importante che le mani della politica siano anzitutto attente, concentrate.

    Mi piace

  8. gpcastellano says:

    @beppeley: a vedere e sentire di determinati eventi trovo sempre più conferme di quanto enuncia il secondo principio della termodinamica: nei sistemi isolati il grado di disordine non può far altro che aumentare. E’ vero per la montagna, che lasciata a se stessa evolve verso la pianura (dopotutto il grand canon cosa è se non un immenso disastro ecologico?), è vero per il sistema politico, che, quando si ripiega su se stesso scollandosi dalla vita reale, diventa autoreferente e autodistruttivo. Il rimedio al tracollo sta nel non perdere la pazienza, nel donchisciottesco accanirsi contro i mulini a vento, nel mettere un dito nella falla sperando che la diga tenga, e intanto qualcuno altro presti anche lui il suo dito…

    Mi piace

  9. blacksheep77 says:

    la vicenda di cui parla gramellini è stata ripresa ieri sera da striscia la notizia

    Mi piace

  10. Beppeley says:

    …sapete quanti comuni di montanga sono presidiati da assessori che mai hanno messo piede su un sentiero? Il loro lavoro inizia e termina lì, nella loro casa comunale, come una piccola fortezza assediata da un mondo, immenso, che non conoscono. Magari vicino al comune passa la strada che arriva dalla pianura che si riempe nei periodi di festa e in estate di "sguardi" cittadini… E il nostro assessore magari esce dal suo ufficio per entrare a casa sua ad accendere la televisione dove ovviamente NON si parla di montagna. E così loro sono analfebeti come la maggioranza degli italiani che pensa di vivere in Arabia Saudita, senza sapere che l’Italia è fatta di montagne…rinchiusi nelle loro abitazioni-fortezza dotate di ogni marchingegno tecnologico…L’ultimo è il decoder che sta letteralmente facendo incazzare molte persone perché non funziona… Dovrebbero essere invece contenti di avere una importante occasione per depurare il loro cervello dalle idiozie che quella scatola diabolica sputa fuori tutti giorni senza ritegno… 

    Meglio farsi una sana camminata in mezzo ai boschi…loro sì che ne hanno da insegnare…

    Mi piace

  11. serpillo says:

    Al peggio non c’e’ limite… ma prima o poi (quasi) tutti si scuoteranno da questo "torpore", o tutti soccomberemo…

    Serpillo

    Mi piace

  12. utente anonimo says:

    Ciao a tutti.
    E’ molto interessante questa discussione. Per quanto concerne l’informazione nelle scuole – università, devo dire che alla facoltà di Scienze Forestali di padova il problema dell’abbandono dei pascoli, della mancanza di politiche efficaci per coloro che vivono in montagna, della mancanza di attenzione da parte dei media, della mancanza di attenzione degli abitanti della pianura se ne parla, anche molto. E’ chiaro che la soluzione ad un problema così complesso non è facile, non è unica ma speriamo che anche i giovani (come il sottoscritto) possano comprendere il problema e dare una mano, nel loro piccolo. Tuttavia dipingere con toni così forti l’avanzata del bosco, la rinaturalizzazione di vaste aree del territorio italico a volte mi sembra eccessivo. Concordo che sia necessario lanciare messaggi forti per far breccia nell’attenzione sia dei media che dei lettori, ma definire "pestilenza" l’avanzata del bosco, od incolpare "l’inselvatichimento" della nostra terra come causa degli incendi, alluvioni e chi più ne ha ne metta, mi sembra, ripeto, eccessivo.
    Ricordiamoci tutti che le montagne italiane, alla fine della seconda guerra mondiale, per cause ben chiare e spero ancora vive nella nostra memoria (anche di chi, come me, non le ha viste coi propri occhi) era in condizioni disastrose.
    Un saluto a tutti e continuate così,
    Efrem

    Mi piace

  13. marcopolacco says:

    @tutti: avete ragione. l’abbandono di casa nostra e’ il padre di tanti problemi. ambientali, ma anche sociali, occupazionali e culturali.

    La politica, mi dicono massima arte del mettersi a servizio della comunita’, e’ un mondo staccato dalla realta’… viaggia sull’onda della ribalta televisiva. una legge per l’immigrazione se c’e’ un delitto di cui e’ accusato uno straniero, una sulla privacy se li pizzicano fuori posto, una sulla magistratura se …….. ma la programmazione? la pianificazione? la realizzazione di un construtto che sia un po’ piu’ lungo della legislatura?

    Nic, si dice qui in Polonia, ossia niente, nulla, vuoto… E la sfiducia aumenta, e quando ti senti solo, a lottare sapendo che parti per una lotta persa, smetti di combattere. Pochi si ostinano a resistere, eroi di una guerra che sembra destinata alla sconfitta, ma che e’ vittoriosa nel cuore di ogni uomo o donna che credono nonostante tutto a vedere perpetuato lo sforzo dei propri progenitori nella vita fatta con e per il proprio ambiente. 

    L’avanzata incontrollata della boscaglia e’ un pericolo non solo per la crescita disarmonica degli alberi, la cattiva qualita’ del sottobosco, la poca resistenza radicale ai ruscellamenti d’acqua e via dicendo, ma soprattutto perche’ e’ la spia della montagna che va alla deriva.
    Un brutto sviluppo boschivo, d’invasione, e’ concausa e catalizzatore di frane, alluvioni, incendi, annessi e connessi non per se stesso, ma perche’ segno evidente del non presidio territoriale umano.
    Troppo spesso viene dimenticata (o vigliaccamente inserita nelle promesse elettorali) la funzione degli operatori agrosilvopastorali nella sorveglianza e nel primo intervento sul territorio, non perche’ costoro siano dei fenomeni, ma perche’ si tratta di uomini che accanto all’amore incondizionato per casa loro traggono dall’ambiente il proprio sostentamento, e quindi hanno il dovere e l’interesse a salvaguardarlo.

    Nel dopoguerra le montagne erano pelate come zucche dagli eventi bellici, verissimo. Io non c’ero ma pongo due quesiti. 1, in quegli anni i problemi quali erano? 2, dopo la prima tragica ripresa, la montagna come si e’ tirata fuori dalla fanga e a che prezzo? Alla prima onestamente aspetto lumi, ma per ragionamento personale e qualche lettura, penso che alla seconda la risposta pausibile sia: con il duro lavoro dell’uomo ostinato e caparbio suo figlio.

    E poi e’ iniziata la guerra di logoramento che oggi continua ogni volta che una malga non viene piu’ caricata..

    il 13 maggio saranno due anni che vivo senza televisione, quel soprammobile che e’ stato sostituito da una biblioteca. ho fatto un affare!  

    Mi piace

  14. Beppeley says:

    @efrem: mi ha fatto molto piacere leggere la tua opinione che ha certamente arricchito il dibattito. Grazie dell’incoraggiamento! Sarà molto utile quando ci ritroveremo stanchi e demoralizzati di fronte all’indifferenza che molte persone manifestano nei confronti di queste tematiche senza nascondere un non poco senso di superiorità.

    @marcopolacco: noi continueremo a "lottare" e saremo sempre più spronati a farlo fintantoché inconteremo persone in gamba come te! Non si trovano tanto facilmente giovani che hanno il coraggio di affrontare il duro lavoro. Oggigiorno è tutto un carnevale! E poi abbiamo disperatamente bisogno di persone come te che rinunciano allo stato passivo e vegetativo indotto dalle stronzate sputate dalla nostra tv mentre invece hanno il coraggio di attivare la loro mente leggendo un buon libro!
     
    Ma proprio in Polonia dovevi andare a finire!

    Mi piace

  15. serpillo says:

    @ gp: altro che Don Chisciotte! Mi sento una specie in via d’estinzione…ma non mi sento sola.

    @ efrem: benvenuto nel nostro blog e grazie per l’incoraggiamento.

    Si’, come dici tu, c’e’ un attenzione maggiore rispetto a qualche tempo fa alla montagna, agli alpeggi, alle foreste… ma trovo che il distacco tra le Terre Alte e la Pianura sia ancora abissale. Il Piemonte (ai pie dei monti) e’circondato da montagne ma sono ricordate dai piu’, a mio parere, solo nel periodo invernale dello sci e nella calura estiva con i pic-nic e la macchina a bordo prato.

    Non ho vissuto la Seconda Guerra Mondiale ma leggendo, sentendo i racconti dei protagonisti, dei miei famigliari ho capito che lo spirito era diverso da quello di oggi: la voglia di rimboccarsi le maniche (per ovvi motivi) e di agire era enorme. Oggi in concreto che si fa oltre a depredare e dimenticare il territorio? Tanto poi dai giornali e TV emerge che la montagna e’ assassina, l’acqua e’ criminale quando capitano frane ed alluvioni…

    @ marcopolacco: condivido il tuo pensiero ed il tuo amore per i libri. Per me la TV e’ un soprammobile “ciapa puer” (afferra polvere)

    @ beppeley: con il tuo commento non ho piu’ niente da agggiungere! grazie.    ;-))

    Serpillo

    Mi piace

  16. marcopolacco says:

    @beppeley: troppo buono.. sono solo uno fra tanti, anche se troppo pochi..

    Sai te dove la vita ci portera’… oggi e’ la Polonia, domani chissa’, ma ogni posto e’ uono per far sentire la propria voce..

    Mi piace

  17. blacksheep77 says:

    @efrem: se per questo, anche a torino se n’è parlato (quando frequentavo io, ed immagino (spero!) che si continui!
    però, come sempre, alle parole devono poi seguire i fatti.

    @beppeley: purtroppo anche negli uffici regionali siedono persone che… mi mordo la lingua e non vado oltre

    Mi piace

  18. JohnDeere says:

    @efrem e marzia: fatti non se ne sono visti, cmq un giovane laureato/laureando in scienze forestali ha l’obbligo morale di NON essere conservazionista quando si parla di boschi.
    @beppeley: vero, tanti assessori e sindaci non sono di montagna, ma perchè? Perchè io non mi metto a fare il sindaco, e piuttosto che fare un comune unico (unica vera soluzione) con il campanile di sotto meglio avere un forestiero… che poi questo sia negativo è tutto da vedere, dipende dalla bontà del personaggio. Certo che il Sindaco della grande città nel piccolo comune non conosce tanti aspetti (è lì solo per il cuore di bambino che ripensa alle vacanze dell’infanzia), ma magari un pò di dis-ciulina in certi ambienti la può portare

    Mi piace

  19. blacksheep77 says:

    …e poi l’assessore alla montagna della regione preferisce mollar tutto per andare a fare il sindaco in pianura…
    e qui la lingua non me la sono morsicata!

    Mi piace

  20. JohnDeere says:

    Beh ha capito che la cadrega gli stava scappando da sotto il sedere

    Mi piace

  21. souleiado says:

    … personaggi sensibili e dalla mente "fine" come Rumiz, in questo nostro Tempo geneticamente e culturalmente modificato, appaiono quasi come cantastorie o menestrelli (in fondo in discorsi come questi c’è un grande e profondo Amore) di un’epoca e di una vita reale quasi fantastici…se si ha la sensibilità di cogliere il senso delle cose.
    Nessuno pensa a fare l’interesse della Natura e del viver bene in senso autentico, oggi siamo per lo più diventati piccoli e meschini, attaccati e attrati da "beni" talmente effimeri da non avere sostanza e da essere palliativi al sempre più diffuso "male di vivere"…
    Non abbandoniamo "ci" così, perchè in tal modo non perdiamo solo la Natura e il senso della verità, ma la nostra stessa essenza.
    souleiado

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: