Arp sensa counfìn – escursionismo in alpeggio

Alpi 365 - Alpeggi senza confiniDomenica 25 Ottobre 2009 presso lo Spazio Incontri ad Alpi 365 si è svolta una tavola rotonda dal titolo Alpeggi senza confini: escursionismo in alpeggio. Una sintesi ed un commento relativi all’evento la potete trovare sul sito della Rete Sentieristica della Regione Piemonte. Se invece volete approfondire alcune tematiche trattate durante l’evento, allora proseguite nella lettura di quest post dove ho cercato di riportare quegli interventi che maggiormente hanno catturato la mia attenzione. Purtroppo la registrazione audio si è rilevata in più punti molto disturbata cosa che non mi ha permesso  di trascrivere alcuni passaggi importanti. Al termine lascerò alcune mie personalissime osservazioni inerenti soprattutto al ruolo che il Club Alpino Italiano può avere, anche in questo ambito, nel portare avanti la sua missione di conoscenza del luogo montagna a tutti i livelli.

Alpi 365 – Tavola rotonda Escursionismo in alpeggio

Paolo Ferraris dell’IPLA ha presentato la pubblicazione “Escursioni in alpeggio – Alla scoperta degli ambienti, del lavoro e dei prodotti d’alpe”.

Ferraris: “Nella mia trentennale esperienza all’interno delle scuole del CAI mi sono resto conto che quasi tutti quelli che in mantagna vanno, passeggiano, camminano, scalano, manco si accorgono del mondo che gli sta tutt’intorno. Camminano, guardano l’orologio, guardano casomai la guida che hanno in mano però poi tutto il mondo dell’alpicoltura che li circonda non li interessa neppure. Questa pubblicazione rappresenta un tentativo affinché l’escursionista capisca il mondo dell’alpeggio ma anche un tentativo che permetta a colui che in alpeggio lavora si correli con i potenziali compratori, con gli escursionisti che salgono dalla pianura. Questo perché evidentemente il turista che sale in montagna trova prodotti di qualità spesso anche ad un buon prezzo. Ma dall’altra parte lui stesso è di stimolo nel momento che cerca di comperare questi prodotti perché stimola il produttore a farli sempre meglio e a farli sempre più buoni. Il produttore ha così un ritorno economico perché si abbrevia la catena di vendita. Tra l’altro il consumatore quando torna in pianura è poi doppiamente contento perché mangia un prodotto buono e perché è convinto di aver sostenuto la montagna.” […]

Paolo Ferraris prosegue poi presentando la pubblicazione e descrivendo i vari capitoli che lo compongno. Oltre alle descrizioni dei prodotti che si possono acquistare, agli itinerari escursionistici e ai rischi nell’affrontare impreparati la montagna, c’è anche un capitolo che presenta le varie razze domestiche tra cui ovviamente quelle bovine e ovine.

Ferraris e CaligarisFerraris: “Nessuno è in grado di riconoscere le tipologie di razze presenti. Se poi si scende alle razze ovine ancora peggio. Mentre per le vacche qualche cosa si mastica, per le pecore nessuno riconosce niente e per le capre ben poco anzi, sovente le si scambiano per degli stambecchi. […] Ogni itinerario – sono una quindicina nelle province di Torino e Cuneo – è descritto con una breve scheda che presenta le difficoltà, l’impegno, i chilometri da percorrere, l’accesso e le varie notazioni classiche che poi sono seguite con la descrizione dell’itinerario. Inoltre c’è un capitolo che è intitolato “L’ambiente, l’alpe e i prodotti” dove si apre un pochino lo sguardo su ciò che c’è attorno. In certi casi quindi c’è un discorso sulla natura, in altri casi sull’alpeggio, in altri casi sulla fauna. Teniamo presente che buona parte di questi itinerari vanno a combaciare con percorsi all’interno di aree protette come i parchi naturali perché sulle Alpi molto territorio risulta protetto. Intervallano questi testi alcune schede che trattano alcuni temi specifici: per esempio la transumanza, la monticazione, gli attrezzi che si usano e che si possono vedere in alpeggio oppure le modalità di costruzione dei fabbricati che sono tipici di vallata in vallata. Chiude questa carrellata un interessante capitoletto sul lupo e il cane che spiega come con l’addestramento di cani speciali oggi è possibile tutelarsi, almeno in parte, dall’assalto dei lupi. Mi fa piacere confermare che questo indirizzo di coniugare le escursioni con l’alpeggio è apprezzato anche dai parchi naturali. E’ previsto un progetto legato ai parchi della Provincia di Torino i quali vorrebbero rivitalizzare alcune reti sentieristiche anche in funzione di poter visitare alpeggi e di poter avere l’occasione di poter apprezzarne i prodotti.”


Luca Battaglini, docente presso l’Università di Torino al Dipartimento di Scienze Zootecniche, ha parlato del sistema culturale transfrontaliero italo-svizzero che ha permesso di creare il Museo dell’Alpeggio in Alpe Devero nel Parco Alpe Veglia-Devero (ne ha parlato anche Marzia Verona in questo suo post) e di altre realizzazioni.

BattagliniBattaglini: “E’ molto importante che il turismo sia in grado di apprezzare queste differenze e queste ricchezze del territorio. […] Si è trattato quindi di creare un sistema culturale transfrontaliero. Realizzare quindi una rete anche museale, valorizzare le produzioni agricole di questo territorio, farle conoscere al turista, creare un impatto sul turista che non sia solo un qualcosa che abbia un ritorno di tipo economico per l’alpeggiatore ma ci siano anche delle interazione socio-culturali positive. E’ molto importante questo ritorno dal turista all’allevatore ma io direi anche dall’allevatore al turista. […] L’allevatore oggi è cambiato per alcune componenti. Ha capito l’importanza di far conoscere un prodotto ad un turista che magari in qualche modo è distratto da altre cose. Sicuramente questi ambienti sono molto belli e molto interessanti naturalsticamente ma la richezza delle produzioni è altrettanto da far riconoscere.”

Battaglini ha poi raccontato dell’Ecomuseo dell’Alpeggio o Centro di Documentazione realizzato nella sede delle ex funivie dell’Enel che sono state riutilizzate per questa sede. Altri esempi di valorizzazione dei prodotti riguardano il formaggio Bettelmatt e alle produzioni caseari con il raggiungimento di risultati molto interessanti.

Battaglini: “Si tratta di un’area protetta ma da proteggere di qua e di là del confine italosvizzero. Se si passa in Svizzera dal rifugio del Gottardo ci troviamo in un altro ambiente, diverso per le produzioni che hanno carattere industriale. Sicuramente anche è apprezzabile la ricchezza naturalistica di questo territorio. Il percorso quindi è un perorso senza confini, di collegamenti dall’Alpe Veglia attraverso l’Alpe Devero, dove ci si può fermare al Museo, si arriva poi al Passo San Giacomo e da lì si arriverà al caseificio del Gottardo. E’ stata realizzata anche una carta, ormai esaurita, che guida il turista attraverso un percorso tra pascoli alpini. Ma molto importante è il contatto con la gente che lavora in questi ambienti. E’ importante questo progetto per far conoscere il lavoro dell’alpigiano, per avvicinare il turista in un modo non invasivo. E’ il turista che riconosce il lavoro dell’alpigiano ed eventualmente attraverso iniziative come visite guidate per aiutare il turista a riconoscere queste opportunità che offre l’ambiente alpicolturale delle nostre montagne. L’alpeggio anche come risorsa didattica. Il territorio diventa quindi una specie di luogo di formazione dove l’allevatore magari riesce anche ad integrare il suo reddito grazie a delle attività di supporto al turismo con opportunità lavorative per le generazioni future. Il Museo dell’Alpeggio rappresenta quindi un luogo di fruizione reale e virtuale e non deve essere considerato come una cosa morta.”


Giuseppe TomasinoPaolo Caligaris invita poi a parlare Giuseppe Tomasino titolare del Rifugio Agrituristico Salvin ubicato nelle Valli di Lanzo (Valle del Tesso) per testimoniare il suo lavoro derivante da una scelta coraggiosa ovvero quella di trasfomare l’attività agricola in un’attività turistica senza tralasciare l’allevamento e l’alpeggio.

L’idea di questo rifugio è partita nel 1981 quando Giuseppe Tomasino ha ricevuto dai suoi genitori, da due generazioni allevatori, un’azienda agricola ancora funzionante vecchia maniera. C’è stata l’esigenza di recuperare l’alpeggio operando una trasformazione in quanto la zona era costituita prevalentemente da piccoli alpeggi situati ad una quota di 1600 metri circa. Giuseppe racconta come dall’anno 1900 in avanti questi alpeggi sono andati via via spopolandosi. Nel 1930 c’erano trenta famiglia. Ora è rimasto solo più lui. L’esigenza di creare il rifugio Salvin nasce soprattutto per fare in modo che le varie attività, quella dell’allevamento, quella della gestione della stalla e quella della lavorazione del latte, diventassero più redditizie a livello economico.

Nel 1983, grazie alle sollecitazioni dell’Assessorato alla Montagna della Regione Piemonte, Tomasino haRifugio Agrituristico Salvin colto l’opportunità di trasformare la sua attività in un agriturismo e quindi di permettere la ricettività a livello turistico per coloro che desideravano visitare l’alpeggio e la produzione di formaggio grazie anche alla strada sterrata che collega il fondovalle con il Rifugio Salvin.

Nella maggior parte dell’anno Tomasino lavora con i bambini, ha creato così un’aula didattica dove viene spiegata tutta la vita dell’alpeggio. I bambini possono anche partecipare alla lavorazione del latte e possono cimentarsi con la produzione dei formaggio, pane compreso. Nel rifugio si possono acquistare direttamente i prodotti. La parte didattica si svolge in parte in alpeggio e in parte vengono fatte delle escursioni che durano tutto il giorno per visitare gli altri alpeggi e la parte attorno. Poi c’è una parte più pratica che attiene al pascolo e alla cura degli animali, aspetto questo piuttosto critico in quanto è molto difficile da insegnare alle persone ed ai bambini in quanto pensano di assistere ad un cartone animato, si agitano e urlano spaventando così gli animali. E’ difficile farli avvicinare agli animali in modo adeguato.

Rifugio SalvinUna grossa difficoltà che ha incontrato Tomasino nella gestione dell’azienda è quella di riuscire a rimanere al passo coi tempi per quanto riguarda l’applicazione delle normative: per somministrare gli alimenti, per fare i formaggi, per presentarli in modo adeguato. Oggi non si può più pensare di presentarli come si faceva una volta nelle vecchie baite. L’altro aspetto critico che hanno al rifugio Salvin è quello attinente alla strada sterrata e alla rete sentieristica che necessiterebbe di maggiore cura integrandola con cartelli e segnavia per facilitare l’accesso all’alpeggio. Pur essendoci il CAI di Lanzo ed altre associazioni, che si dedicano alla manutenzione dei sentieri, sarebbero necessari interventi più frequenti per renderli sempre percorribili. Un altro problema riguarda la parte agricola ovvero la difficoltà di tenere funzionanti gli alpeggi. C’è una grossa mole di lavoro da fare e sarebbe auspicabile attuare dei miglioramenti ad esempio per le canalizzazioni e per le piste per muovere meglio gli animali. Un altro problema nella gestione dell’alpeggio riguarda la difficoltà di far comprendere al turista il giusto modo di avvicinarsi a questa realtà e di far capire il lavoro che ruota intorno alla produzione dell’agriturismo. Le prospettive per il futuro del Salvin attengono alla possibilità di rendere fruibile questa struttura durante tutto l’anno anche in inverno grazie a dei progetti riguardanti la realizzazione di percorsi praticabili con le racchette da neve.


La tavola rotonda che è seguita ha visto la partecipazione di diversi personaggi (vedere il volantino dell’evento) di cui vorrei riportare alcuni interventi che personalmente mi hanno particolarmente interessato e che riguardano l’approccio del turista-escursionista nei confroni della realtà dell’alpeggio. Come ho già detto all’inizio del post, in alcuni passaggi l’audio della registrazione è pessimo e non ho potuto trascrivere alcune testimonianze.

SalvinMichele Corti, vice-presidente di AmAMont e Docente dei sistemi zootecnici alpini, pone l’accento sull’importanza del turismo in alpeggio per assicurare un futuro a queste attività. C’è il rischio che tra venti-trent’anni, se non ci saranno stimoli forti da parte del turismo, le realtà degli alpeggi resisteranno solo più in forma museale.

Il Docente di Antropologia Alpina Paolo Sibilla ha presentato il volume “Alpi in Scena” e ha parlato del problema delle conoscenza dello spazio e delle identità alpine.

Paolo Sibilla: “Le osservazioni che sono state avanzate, soprattutto sotto il profilo tecnico, amminstrativo, economico e di allevamento del bestiame, hanno una caratterizzazione di modernità e questo è sicuramente un indicatore importante che ci porta a riflettere sulle economie montane e sulle strutture che queste economie alimentano. Quindi un discorso estremamente fertile. Ma è un discorso che a mio giudizio, e questo è emerso in numerosi interventi, necessità di una conoscenza più generalizzata del problema alpino, della cultura alpina. Non pensiamo che la montagna sia tutta uguale. La montagna non è tutta uguale. E non lo è soltanto nelle lingue che vengono parlate che pure sono una discriminante fondamentale e che la gente che visita le montagne non è nemmeno in grado di percepire. Si è detto che c’è un problema di visitatori distratti, di visitatori della Gregge verso il rifugio Tazzetti (2005)montagna che ritengono di usare la montagna esclusivamente per il loro loisir, per il loro tempo libero senza preoccuparsi che una conoscenza delle situazioni costituisce sempre e comunque un elemento indispensabile e prioritario […] Quindi siamo perfettamente consapevoli dell’esigenza che una conoscenza compelssiva va non a detrimento ma va in aiuto a delle conoscenze specialistiche come quelle che sono emerse in questa circostanza. Questo mi sembra fondamentale. Ma mi sembra fondamentale un’altra cosa. Mi sembra fondamentale che in questa circostanza l’alpeggio abbia costituito il centro di interesse perché l’alpeggio dal punto di vista storico, cultrale, sociale ed economico costituisce il fulcro attorno al quale si sono poi realizzate tutta una serie di altre attività economiche che hanno in qualche misura supportato le economie marginali della montagna. Quindi certamente noi oggi viviamo una situazione diversa e meno male che è così. Il turismo ha portato sicuramente altre forme, altre risorse, altre ricchezze, altre professionalità. Non dimentichiamo che le guide alpine funzionavano già nell’800. Quindi quello che è cambiato è il tipo di fruizione che si è avuta della montagna perché nella nostra economia di massa si è realizzata un forma di utilizzazione di massa della montagna. Ma questa utilizzazione di massa non deve far dimenticare che è necessario affrontare qualsiasi realtà, non solo quella della montagna, con la serietà che l’uomo moderno deve manifestare in ogni occasione. Una serietà che lo porta a conoscere. Una serietà che lo porta ad individuare le particolarità dei soggetti umani che si trova di fronte e non vivere i montanari come delle bestie selvagge, come delle persone che si pongono in un passato che ormai è tramontato anche se sicuramente si è fatto cenno al problema dell’identità. Ogni comunità ha l’esigenza di riappropiarsi o comunque di continuare a manifestare la propria identità come un valore. Ecco allora che al centro di tutto il discorso dobbiamo porre il soggetto umano. E penso che l’antropologia possa dire la sua su questo argomento. L’alpeggio, l’economia d’alpeggio certamente nei musei è molto difficile rappresentare una realtà così composita e così difficile da rappresentare dove l’economia d’alpeggio comporta produzioni, trasformazioni, lavorazioni, commercializzazioni, una mobilità dei soggetti, degli animali, un rapporto con gli animali e non solo con le persone. E si è detto come sia difficile far partecipare i bambini che vengono dalla città alla vita d’alpeggio. Perché? Perché non sanno nemmeno distinguere, giustamente come è stato detto, una pecora da una mucca. Ci sono delle forme di conoscenza che vanno proprio nella direzione di una formazione complessiva che va indirizzata nelle scuole anche prima che queste scuole arrivano a visitare l’alpeggio. Noi abbiamo dei docenti di scuola media che sono assolutamente ignoranti di montagna. Non sanno nulla. E come fanno a partecipare con i loro allievi ad una realtà così difficile? Così importante? Teniamo presente quanto la montagna occupa in quanto a territorio regionale. […] Noi ci troviamo di fronte ad un problema di consocenza e questo problema di conoscenza si può affrontare certamente da un punto di vista specialistico. Questo è fondamentale. Ripeto, non voglio sminuire l’importanza di questo aspetto ma dobbiamo pensare ad un quadro più generale che comporta che questa realtà si inglobi e si sostanzi in un rapporto tra le persone”.

Conclusioni di Paolo Caligaris:

Alpe d'Attia– quali sono le figure che possono permettere il passaggio generazionale di queste attività alpine?

– da quello che è stato fatto attraverso i progetti e da quello che è stato detto dai partecipanti alla tavola rotonda emerge una situazione variegata ma accomunata da un’esperienza comune; esperienza che da alcuni anni ci porta a considerare l’alpeggio anche come suo valore di esteriorità in campo cultrale e in campo didattico;

– occore un approccio diverso, un approccio più di rete, di sistema;

– la Regione Piemonte vorrebbe assumersi il compito della regia di questa realtà alla luce dell’esperienza acquisita, dei dati, delle ricerche, delle informazioni che abbiamo acquisito sia sulla realtà alpeggio, sia sui percorsi escursionistici, sia sui dati legati alla ricettività, sia ai rapporti continui con i nostri interlocutori; vorremmo effettivamente dare concretezza a nuove iniziative che abbiano una realizzazione assicurata anche nella fase post-progetto; un’altra sfida è quella di far diventare tutto ciò che è legato ad un progetto, ad un finanziamento pubblico una realtà consolidata ben integrata con il territorio;

– sappiamo che ci sono delle realtà territoriali dove c’è un accesso all’informazione sulla montagna, sulAlpe d'Attia tema specifico, abbiamo delle aree tutelate dal punto di vista ambientale con degli enti che operano come regia che presenta tutti gli effetti sul territorio come quelli dei parchi; abbiamo delle sinergie positive con le amministrazioni comunali; dobbiamo a mio avviso operare sulle aree che hanno una check-list postiva su alcuni aspetti a partire dalle infrstrutture, a partire da una condivisione di una iniziativa soprattutto con gli operatori turistici e con gli agricoltori e con gli enti che ne condividono le scelte con degli esempi virtuosi come quelli del Comune di Baceno per aggregare in un unico mix, in un’unica ricetta quelli che sono esempi, pochi ma buoni, che funzionano sul nostro territorio. Le nostre prossime iniziative a mio avviso dovrebbero caratterizzarsi per questi presupposti fondamentali: i conti devono tornare fin da subito, per tutti, anche per gli alpicoltori. Da questo punto di vista l’università, la ricerca scentifica, intendo quella zootecnica, intendo quella dell’IPLA, Battaglinidovrebbero avviare dei nuovi modelli di ricerca, di approfondimento su aree forti, che sono le aree dove abbiamo sviluppato i nostri progetti dove ci sono delle belle esperienze e su quelle costruire anche dei modelli economici che dimostrino agli alpicoltori che oltre a vendere meglio i loro prodotti, possono dedicare parte del loro tempo ad altre attività, a quelle che sono proprie della diversificazione dell’attività agricola, non solo a parole ma anche nei fatti, non solo nelle aziende agrituristiche ma anche nelle aziende di montagna se non negli alpeggi. Questa secondo me è la sfida che noi della Regione vorremmo raccogliere e su questa sfida lanciare dei progetti per una forte integrazione.


Chiude la tavola rotonda l’intervento di Michele Corti sulle opportunità di ricambio generazionale e del coinvolgimento dei giovani sul lavoro in alpeggio grazie anche al progetto di AmAMont.


La mia personalissima impressione, emersa da tutti gli interventi dei partecipanti, è che c’è un problema grave ed urgente di conoscenza del mondo dell’alpeggio da parte dei frequentatori della montagna. A mio modesto parere credo che il Club Alpino Italiano, soprattutto da parte di quelle sezioni a stretto contatto con le realtà  alpine, possa contribuire molto ad avvicinare l’escursionista al mondo dell’alpicoltura affidandosi a quegli accompagnatori CAI che si prodigano  attivamente per indicare la soglia della conoscenza, il confine da varcare affinché si possa iniziare un cammino vero per carpire le differenze del mondo alpino rispetto a quello di pianura contraddistinto troppo spesso da visioni uniche. L’escursione che ci arricchisce come uomini è quella che ci apre la mente e che non si limita ad una mera attività da palestra. Non è certo solo il mondo dell’alpeggio che risulta ai più sconosciuto ma è anche tutto quello che ruota intorno ad una così antica attività, strettamente correlata con l’ambiente alpino e con la sua frequentazione, che non si riesce a vedere. Non dimentichiamoci mai che sono stati proprio quegli uomini che nelle Alpi hanno vissuto e lavorato che hanno consegnato a noi un luogo accessibile e così straordinario. Il problema profondo della nostra “civiltà” è che di fronte alle quotidiane immersioni mediatiche e tecnologiche abbiamo perso di vista l’uomo, sia esso cittadino o alpino. Perché se una realtà di montanga la percepiamo accessibile, frequentabile e fruibile è proprio perché è stata creata dai dalle genti alpine che sapevano ascoltare il territorio e relazionarsi con esso. Alle persone che tuttora ci vivono, magari ricercando ancora la vita di alpeggio, dovremmo mostrare quell’umiltà di ascolto che possa favorire il contatto con una parte fondamentale e intima di noi stessi dove la natura non è una cosa altra ma rappresenta quel polo di attrazione di cui non possiamo fare a meno pena la deriva inesorabile della nostra civiltà.

Beppeley

11 Responses to Arp sensa counfìn – escursionismo in alpeggio

  1. blacksheep77 says:

    ho letto, ma sono molto di corsa… e commenterò poi con calma.
    posso segnalare ai diretti interessati questo post?

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  2. utente anonimo says:

    Grazie per la sintesi del convegno e complimenti per le tue conclusioni, che condivido totalmente.
    Gianni Castagneri

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  3. gpcastellano says:

    Leggo molto di corsa e salto subito al tuo commento, che condivido in pieno. Quando parli di visione e di ascolto coinvolgi due dei principiali organi sensoriali, che dovrebbero essere sempre vigili ed attenti nell’andare per monti (e non solo, aggiungo io). Questo per acquisire consapevolezza di ciò che è e di cosa è diventato, e grazie all’apporto di chi. Non è facile, spesso è più semplice camminare con la testa all’orologio per fare il tempo e alla lista di gite per spuntare la salita. Anche perché non sempre si comprende ciò che si incontra: saperi che si perdono perché minori, o non più "praticati".

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  4. Beppeley says:

    @blacksheep77: ci mancherebbe! Mi fai un piacere. Grazie!
    @Gianni Castagneri: grazie infinite, sono davvero lusingato! Colgo l’occasione per presentarti perché forse qui non tutti ti conoscono. Lo vorrei fare parlando di una parete collegandomi con il commento che ho postato qualche giorno fa.
     […] “L’Ròtchess”, le rocce, è il nome che i Balmesi danno alla grande parete che incombe sul loro villaggio e che sulle carte militari è indicata con il nome di Torrioni del Ru. Una parete priva di vegetazione e solcata da cascate, che piomba per quasi mille metri di salto dalle vette della Punta Rossa e dell’Uja di Mondrone fino dietro ai magri campi e le vecchie case di pietra. Una parete che da lontano appare uniforme e compatta e che invece si articola in una miriade di anfratti, di canali, e di torrioni, che assumono reali proporzioni soltanto quando le nuvole s’insinuano nel rilievo delle creste e dei contrafforti o quando la neve si posa sulle cenge e sulle terrazze, disegnando i contorni di un gigantesco labirinto verticale.  […]
    Ecco dove ho avuto il grande piacere di conoscere Gianni Castagneri, Sindaco uscente dello splendido Comune di Balme.

     
    @gpcastellano: Grazie. Grazie davvero.
    Vedi che anche tu sposi le tesi di Salsa? Quando dici che andando per monti si guarda l’orologio oppure si spunta l’elenco delle gite fatte, allora stai implicitamente affermando che siamo dominati dalla dittatura della quantità. Quella dittatura che ci porta a misurare tutto e tutti in termini di numeri. Ma ci sono cose che non dovrebbero essere misurate. Come quando ci abbracciamo lassù, in cima alla montagna agognata. Come quando condividiamo un’escursione con i nostri amici, con il Club Alpino Italiano. Possiamo quantificarla quella felicità?
     "L’escursionismo, come lo proponiamo da tempo, costituisce il migliore antidoto alla malattia mortale della modernità: la fretta, la superficialità, la spinta inarrestabile a misurare tutto, anche ciò che non è o – meglio – non deve essere misurato come il sentimento, il flusso delle emozioni, la gioia, l’entusiasmo; tutti valori mortificati dalla moderna “dittatura della quantità”. Annibale Salsa.
    Ma quanti hanno voglia di liberarsi da questa schiavitù? Quanti hanno il coraggio di vedere il proprio mondo con occhi nuovi? Quanti cercano attivamente di valicare il confine, la soglia? Quante sono le persone che avvertono gli stimoli e le seduzioni della montagna vera, non quella immaginata, sognata e fabbricata dai noi cittadini?

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  5. JohnDeere says:

    Secondo me in linea di principio il tema può essere di attualità e condivisibile, ma poi siamo sempre lì: nella realtà quanti sono gli alpeggi disposti (o in grado) anche solo come predisposizione mentale ad essere "turistici"?? 
    Come dice giustam Battaglini non è solo il turista che deve andare in alpeggio ma anche l’alpeggio ad andare verso il turista. Io di realtà così ne vedo ben poche; è lo stesso discorso che si fa sui PPA: chi è davvero interessato a farlo? Pochi, qualcuno seguirà più per attrito che per reale convinzione e intanto le problematiche restano: mancano strade, ci sono i cinghiali, danni da neve ti danno il 10% di quanto richiesto, burocrazia a 1000 e allora?? C’è gente che dopo 30 anni non si ricorda di segnalare la demonticazione e per l’ASL han le vacche a 2400 m a dicembre, forse le priorità sono altre.

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  6. marcopolacco says:

    @beppeley: fore sarebbe piu’ corretto chiedersi quanti possono, piu’ che vogliono, liberarsi dalla schiavitu’ del vivere moderno.
    Togliersi dal giro del tempo ristretto, del tutto rapido, del subito e adesso per me e’ impossibile ai piu’. Dal lato professionale-lavorativo prima e personale poi..
    Vivere veramente secondo la lentezza  comporta uno stile di vita ed un approccio al quotidiano che oggi sono rinunce, anche parlando di necessita’ banali che sarebbero piu’ accessibili vivendo "normali".. Sono problemi, anzi, mali, di tutto il nostro sistema di vita, del monte o del piano, ma sono il segno del nostro tempo malato di velocita’.
    La realta’ e’ che si e’ ingranaggi di una macchina piu’ grossa di noi, e che detta il ritmo dei passi. 
    Rompere la catena che ci lega a questa macchina puo’ si comportare una riavvicinamento alla vera natura dell’uomo, ma, nel contesto attuale, questa rottura pretenderebbe un dazio molto oneroso.. 

    @john deere: non so se le priorita’ siano altre.. gli alpeggi piu’ o meno turistici o turisticizzabili alla fine sono aziende condotte da imprenditori che si pongono su un mercato. Uno che si approccia alla carta del turismo rurale in genere non e’ della categoria di quelli che non segnalano la demonticazione, ma di quella che lavora con la testa sul collo.. E’ il mercato a fare selezione.. Discorso a parte il sostegno pubblico, che a pioggia vale poco, mentre mirato andrebbe a sostenere i seri imprenditori a discapito dei perdibraghe o dei finti agricoltori procontributo a ufa..

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  7. JohnDeere says:

    marcopolacco dici bene! IMPRENDITORI!!! dove sono?? DOVE SONO??!!!

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  8. blacksheep77 says:

    …non negli alpeggi della val sesia che ho visto io quest’estate, caro johndeere… 😉

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  9. serpillo says:

    L’incontro con gli abitanti della citta’e della montagna puo’ avvenire con umilta’, conoscenza e voglia d’imparare (come d’altronde in tutti i settori).
    Durante uno dei nostri vagabondaggi in montagna ed esattamente al Colle Croset (partendo da Martassina) la parola “veilìn”da noi pronunciata ha fatto sciogliere una ragazza che gestisce un alpeggio tutto al femminile. E finalmente si e’ potuto chiacchierare senza barriere.

    Serpillo

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  10. Beppeley says:

    @serpillo: che escursione favolosa… Sono tornato a casa contento per aver parlato con una persona che gestisce un alpeggio… molto chiusa a detta di chi la conosce…
    "Ah, ma allora ve ne intendete!"… Sapevamo del veilin grazie al libro di CastagneriIncontri ravvicinati del V tipo

    Quanto vale la cultura?

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  11. Beppeley says:

    Ecco disponibile on line la guida "Escursioni in Alpeggio" sul sito della  Rete Sentieristica.

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