Estate indiana a Mondrone

MondroneForse qualcuno di voi si ricorderà del nostro tentativo di raggiungere il Lago Casias in Val d’Ala. Era l’inizio dello scorso luglio e purtroppo dovemmo tornare indietro molto presto perché il sentiero era impraticabile a causa delle valanghe provocate dalle intense e frequenti nevicate dell’ultimo inverno.

Qualche tempo fa siamo venuti a sapere che quel tratto di sentiero è stato oggetto di pulizia e manutenzione grazie all’intervento di alcuni soci della sezione CAI di Ala di Stura.

Perché allora non ritentare di raggiungere la gemma azzurra incastonata nel Vallone del Vallonetto? E poi, con un’estate così, come si fa a stare fermi? Sappiamo che i boschi sono in fermento e stanno attendendo l’arrivo dei primi freddi, delle prime spolverate di neve. Loro stanno cambiando abito ma non lo fanno in modo rapido. Il loro movimento è lento e suadente. E questo per noi è un invito a muoverci e a toglierci dalla cappa grigia che ricopre la città.

Nebbia della pianura

SAMSUNG DIGITAL CAMERARaggiungiamo il bellissimo villaggio di Mondrone e appena scesi dall’auto il nostro sguardo è catturato dalla nebbia che sta ricoprendo la pianura e la bassa Val di Lanzo. Siamo felici di aver ritrovato nuovamente la voglia di buttarci giù dal letto, in questa prima domenica di novembre, e di proiettarci in alta Val d’Ala dove due bellissime montagne come l’Uja di Mondrone e il Monte Rosso d’Ala oggi faranno da sentinelle al nostro viaggio tra lo splendore dei colori autunnali. Serpillo  mi aiuterà a rilevare il percorso con il gps, annotando i punti notevoli del sentiero 212 che, in base al catasto regionale dei sentieri, parte da Mondrone e termina ai 2485 metri del Colle del Vallonetto. Ma noi oggi saremo già contenti di ammirare le splendide acque del Casias dopo le incognite disseminate sulle montagne dall’ultimo duro inverno.

Il meteo oggi dovrebbe essere clemente anche se in serata è atteso un peggioramento sospinto dalle correnti atlantiche.

Il sentiero 212 comincia proprio dopo l’ultima casa  che si incontra a sinistra salendo lungo la provinciale che porta a Balme e a Pian della Mussa.

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Attraversiamo l’abitato di Mondrone e in breve ci troviamo al ponte del Pianard che attraversa il torrente Stura.

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Ci dirigiamo verso il versante che volge il suo sguardo a nord e il sole, dietro di noi, ci fa l’occhiolino ricordandoci come sono caldi i suoi raggi sebbene ci troviamo ad inizio del mese di novembre.

Versante sud della Val d'Ala

In breve ci immergiamo nel bosco che ci abbraccia con la delicatezza e i contrasti dei suoi colori. Anche se fa un po’ freddino siamo davvero entusiasti di ritrovarci in questo ambiente che già a luglio ci aveva piacevolmente catturato.

bosco dopo il ponte del Pianard

Questo è un bosco curato e tutt’attorno i segni della presenza dell’uomo sono evidenti. La sensazione è fantastica così come respirare intensamente gli odori selvatici che ci avvolgono. Ogni tanto ci divertiamo a guardarci alle spalle sapendo che da lassù, se Dio vorrà, lo spettacolo che ci regalerà il nostro pianeta, il nostro cosmo, sarà indimenticabile.

Eppure su di noi grava l’incognita del percorso. Abbiamo chiesto ad alcune persone incontrate a Mondrone se sapevano darci qualche informazione in più sulla percorribilità del 212. Purtroppo nessuno ha saputo fornirci delle indicazioni aggiornate. Peccato, pensiamo noi, che ci sia così poca informazione su un territorio tra l’altro davvero affascinante. A dire il vero avevamo provato ad informarci anche durante il mese di agosto ma senza successo. Questo lasciava in noi una sensazione, non piacevole, di abbandono e trascuratezza.

 

Noi oggi comunque abbiamo deciso di fidarci del lavoro svolto dai volontari del CAI e proseguiamo nella nostra esplorazione. Anzi, cogliamo anche l’occasione per portare avanti l’impegno di volontariato preso con la Regione Piemonte nel rilevare i sentieri.

Serpillo annota i punti notevoli del percorso per rilievo con gps

In realtà stiamo scoprendo un modo davvero remunerativo di andare in montagna perché, per fare questo lavoro, bisogna obbligatoriamente abdicare alla fretta inconcludente e guardarsi attorno: individuare i bivi, fare attenzione al tipo di segnaletica, alla morfologia del territorio, ai punti acqua, alle condizioni del sentiero e a tutte quelle informazioni che qualificano il territorio e che possono essere molto importanti per chi desidera fare un’escursione in sicurezza e  con gli occhi aperti,  condividendo empaticamente il luogo montagna.

Segni lasciati dalla forza della natura

Nelle nostre escursioni sui monti abbiamo dovuto imparare umilmente ad arrenderci, a tornare indietro quando le condizioni oggettive o soggettive, o addirittura entrambe, suggerivano vivamente di tornare a casa. E’ in questo modo che abbiamo appreso le regole di base della frequentazione del “terreno” montagna. Una sorta di alpinismo di rinuncia per dirla alla Meroi. Così abbiamo interiorizzato che l’andar-per-monti diventa un’esplorazione non solo fisica del territorio ma anche e soprattutto un’esplorazione intima e profonda dei nostri limiti. Questo è un grandissimo ed inestimabile insegnamento della montagna che putroppo oggi è sovente oscurato da quella cultura che spinge l’uomo a voler superare tutto anche la sua umanità.

Segni lasciati dalla forza della natura

L’esperienza del limite era connaturata nella vita dei montanari. Oggi invece, nel nostro mondo, si tende a voler costantemente superare i limiti senza che quest’azione sia supportata da un progetto che indichi una via importante per l’umanità. La mia percezione, molto personale, e che i limiti sovente si devono superare semplicemente per rispondere a logiche di mercato, di profitto, di avidità dove l’uomo però non è più il fine bensì il mezzo per raggiungere questi obbiettivi. Uno strumento, una macchina per fare soldi. E questo, a mio modesto parere, è sintomo di un’umanità perversa.

 

Abbandono questi pensieri. Adesso la mia attenzione è catturata da quel residuo di blocco di neve che giace lì a testimonianza di cosa ha combinato il clima dello scorso inverno. La natura mi sta parlando: alle mie spalle ci sono le meraviglie dell’autunno incipiente e qui, invece, davanti a me, l’inverno che non è mai morto ma che anzi è pronto a ripresentarsi in queste idilliache scene del nostro mondo.

blocco di neve residuo dell'inverno 2009

Ecco cosa avevamo trovato ad inizio luglio. Qui siamo a circa 1400 metri di quota e tra poco incontreremo nuovamente i segni della violenza delle valanghe.

luglio 2009 - sentiero 212

L’intricato percorso, dove quest’estate avevamo dovuto arrenderci, è stato riaperto e adesso è possibile proseguire senza alcuna difficoltà. Siamo davvero contenti di poter continuare la nostra escursione ricca di incognite. Riusciremo oggi  ad incontrare nuovamente l’acqua cristallina del piccolo ma incantevole lago Casias, a 2076 metri di quota? Tutto quello che qui  ci circonda dovrebbe in realtà scoraggiarci perché i danni provocati dalle valanghe sono ancora ben presenti.

Il sentiero in alcuni punti è poco evidente ma i segnavia bianco-rossi ci riportano sempre verso la giusta direzione. Proseguiamo la nostra marcia e ogni tanto ci fermiamo per verificare il gps. Ci immergiamo sempre più, durante questa favolosa ascesa verso l’ignoto, in una magnifica giornata d’autunno novembrino.

bandierina e segnavia bianco-rosso

ll sole finalmente esce allo scoperto e ci inonda di calore. I suoi raggi sono straordinariamente gradevoli e non solo per la nostra pelle. La vita non è mai così intensa ed importante come quando sentiamo il desiderio feroce del sole. Noi che provieniamo dalle ombre del fondovalle.

Sole

I nostri occhi sono invasi dal giallo-oro dei larici che sfavillano creando atmosfere magiche e accarezzando dolcemente i nostri sensi. Mi tornano così in mente queste bellissime parole trovate sull’Agenda del CAI del 2007:

Camminare in un Lariceto, in autunno appena inoltrato, senza alcuna meta, senza alcun bisogno di “tornare”, è un’esperienza “mistica”, fors’anche “terapeutica” che ti resta dentro per sempre.”

 

Saliamo e abbandoniamo sempre di più alle nostre spalle la civiltà. Le case di Mondrone, e le baite che cospargono le Val d’Ala, diventano via via più piccole e insignificanti in questa cornice di grandiosità. Il senso di solitudine che pervade il nostro incedere si fa sempre più presente. Ma forse, in fin dei conti, è questo che oggi stiamo cercando. Una via della solitudine che possa temprarci intensamente quando dobbiamo chinare mestamente la nostra testa di fronte alla terribile indifferenza delle città-mondo verso il luogo montagna.

Ma questa è una solitudine che racconta cose favolose. C’è qualcuno in valle che ha donato un po’ del proprio tempo libero per rendere di nuovo percorrbile questo vallone e poi, questa mattina, la scenografia che abbiamo cercato è qui, tutt’intorno a noi. Così amiamo andare incontro al nostro silenzio perché sentiamo che l’anima si riflette in questo vuoto dipinto di autunno.

Non cerchiamo la vetta. La nostra meta oggi, se saremo un po’ fortunati, è un piccolo specchio d’acqua. E anche qualche presenza dell’uomo che ha saputo con il sudore della sua fronte modellare questo territorio per consegnarlo a noi cittadini che stentiamo a capire il senso di queste immani fatiche. Che non riusciamo ad apprezzare gli insegnamenti che galleggiano in questi mondi. So, avendo letto la carta, che tra poco ci verrà incontro un alpeggio. E poi, forse, troveremo i resti di un altro poco più sù, prima di vedere emergere l’acqua dalle rocce.

Come si fa a non amare la vita che sgorga tra queste valli? E come si fa a non confrontare tutto questo con quella civiltà  di pianura così rozza, chiassosa, fracassona e puzzolente? Tra i sentieri di asfalto e cemento che soffocano i nostri sguardi impedendoci di sognare la libertà?

Un’aquila si posa su un cima mentre alla nostra destra, salendo, sotto la cresta rocciosa della Tiera,  i camosci corrono distanziandoci avendo avvertito la nostra presenza. Il luogo è selvaggio e richiama la nostra di selvatichezza che, recondita nella nostra anima, pretende una via di fuga. Una via di uscita e uno sfogo dalla vita claustofobica che avvolge indifferenziatamente lo stile di vita urbano. Almeno per oggi.

Siamo a circa 1700 metri di quota e iniziamo a trovare qualche chiazza di neve che ci obbliga a stare più attenti e concentrati per evitare di perdere la traccia e gli ometti cosparsi lungo il percorso.

neve

La presenza dell’uomo la percepiamo sempre più. Poco prima di un tornante emerge dal nulla l’Alpe Vallonetto. Provo sempre un’immensa commozione quando mi trovo di fronte a questi fabbricati. Un po’ per la loro straordinaria bellezza, un po’ per tutti quegli interrogativi con cui mi ritrovo a che fare quando sorgono lungo questi percorsi.

Alpe Vallonetto

Come facevano a costruirli? Quanto tempo ci mettevano? E  come fanno ad essere ancora lì e ad aver resistito alle furie del clima nel corso dei decenni? Alle valanghe?

Alpe Vallonetto

E le donne e gli uomini che li abitavano? Come facevano a resistere al freddo, all’umidità? Alla notte? E come facevano i bambini a sopportare queste solitudini?

Volgo lo sguardo verso valle e osservo l’ombra che laggiù sta per ghermire le case di Mondrone. Forse anche queste domande oggi devo lasciarle ammantare di buio, di quel mistero che sovente accompagna le nostre escursioni in queste valli cosparse di segni alieni.

Mondrone

Ci fermiamo per una piccola sosta. Quando riprendiamo la nostra ascesa dobbiamo stare molto attenti ai bolli bianco-rossi perché la traccia tende a confondersi nella vegetazione secca e bassa. Tra una chiazza di neve e l’altra, sentiamo la mole del Monte Rosso d’Ala al nostro fianco che ci accompagna guardandoci con imponenza. Adesso siamo noi a sentirci insignificanti.

Versante ovest del Monte Rosso d'Ala

Sappiamo che tra non molto incontreremo un’altra nave aliena. La intravediamo che emerge sommessamente tra la bassa vegetazione: siamo all’Alpe Casias a 2000 metri. Un’altro luogo pazzesco che stimola altre domande extraterrestri. Qui c’è qualcuno che ci parla ma noi fatichiamo a tradurre il linguaggio.

Alpe Casias

Come facevano questi uomini a trascorre giorni e giorni in quest’ambiente così selvaggio? E cosa pensavano quando volgevano il loro sguardo verso le stelle? E i bambini? Quando sentivano il respiro della montagna, quando udivano i versi degli animali selvatici? E le donne, che forza avevano per sopportare tutto questo?

E quali sogni colonizzavano le menti di queste persone così straordinarie?

Quante cose ci racconta questa porta verso il cielo? Mi sento tremendamente impotente e triste quando vedo le malghe che cadono a pezzi. Penso che non sta solo crollando una costruzione davvero esteticamente irresistibile ma sta anche crollando una civiltà che purtroppo rischia di consegnare davvero poco ai noi e alle future generazioni.

Alpe Casias

Eppure penso che quella “porta”, rivolta verso un mondo ricco di valenze culturali, dovrebbe esistere anche tra le nostre case. Una porta verso il futuro, accompagnati da questa straordinaria civiltà che ormai ha abbandonato il nostro pianeta e sta viaggiando chissà dove.

Riprendiamo a salire. L’altimetro ci informa che manca poco al nostro traguardo.

Siamo un po’ stanchi e desideriamo fermarci per mettere qualcosa nello stomaco e per far rilassare i nostri muscoli. Sappiamo che non possiamo permetterci una sosta lunga. Il sole tramonta sempre prima con l’avanzare dell’autunno.

Lago Casias

Eccolo finalmente! Sono trascorsi ben otto anni da quando siamo stati qui per la prima volta. Anni in cui ogni tanto, tra un’escursione e l’altra, questo specchio d’acqua popolava i nostri sogni facendoci domandare: “Chissà come sarà il sentiero per il Lago Casias?”

Siamo felici di poter ammirare nuovamente questo splendore del creato.

Lago Casias

Felici e stanchi. Le gambe ce la fanno sentire tutta la nostra meta. Cercata terribilmente. Quanto ringrazio Dio di avermi dotato di questi arti favolosi che mi permettono di sfiorare il paradiso.

 

Percorriamo il lato ovest del lago seguendo i bolli che dovrebbero segnare il sentiero fino al Colle del Vallonetto. Non sono più di colore bianco-rosso. C’è solo il rosso sbiadito e questo ci informa che è da tempo che non si fa più la manutenzione del sentiero. Mi alzo di qualche decina di metri verso il Colle giusto per apprezzare questo diamante in tutta la sua magnificenza.

Lago Casias

Fermo il gps. E poi fermiamo i nostri piedi. Ci vogliamo godere come si deve la pausa in questo angolo silenzioso di universo.

Lago Casias

SAMSUNG DIGITAL CAMERAE’ una sensazione unica ed indescrivibile trovarsi qui. Quante volte ci siamo chiesti in questi anni come sarebbe stato ritornare al Casias. Ci abbiamo provato a luglio dopo un inverno movimentato. Siamo tornati a casa dispiaciuti e delusi dalla condizione del percorso. Ora finalmente questo spicchio di Alpi appartiene fugacemente un po’ a noi.

Ci distendiamo e un sonno breve ma abissale, qui, circondati dai monti e dalla loro selvaggia bellezza, ci rapisce facendoci perdere la concezione del tempo. Il risveglio, per una frazione infinitesimale di secondo, ci proietta ai primordi del mondo: non c’è alcuna comodità, non c’è alcun legame con la civiltà, così distante in questo anfiteatro di vette.  Non c’è nulla a portata di mano. Siamo lontani da tutto, completamente disconnessi. E’ una senzazione al limite della sopportazione, al limite dal panico. Dura un niente, giusto per guardare l’orologio, per fissare negli occhi il tempo, per pensare al celluare nello zaino (prenderà qui?), per riattivare il gps e dirigerci verso casa.

Per un brevissimo istante e come se fossimo caduti da un altro mondo per ritorvarci all’alba dell’uomo. Si tratta di schegge di sensazioni che cristallizzano l’inesorabile fluire del tempo.

Lago Casias

Rimaniamo distesi, assorbiti dalla terra e dall’erba secca di queste montagne, fino a quando il sole comincia ad annunciarci il suo declino dietro le vette. E con l’ombra, puntuale, arriva anche l’abbraccio del freddo. Non è più gradevole stare fermi.

Tutto intorno a noi ci suggerisce di scendere a valle, di planare verso Mondrone. Il rilievo del gps in salita è risultato parecchio disturbato soprattutto nei tratti di sentiero caratterizzati da numerosi tornanti. Penso che tutto ciò sia stato provocato dalle mie frequenti soste per le foto che hanno fatto accavallare i punti traccia. In discesa, per evitare questo problema, avendo notato altre volte che la traccia riesce meglio, non mi fermerò più nelle curve strette del sentiero.

Adesso però percepisco che una valle è lì ad attenderci per riassorbirci rigenerati e purificati da questa appagante e così bramata escursione tra i monti della Val d’Ala.

Il regno dell’oscurità presenta le sue avvisaglie. L’aria, rispetto alla salita, è più umida rendendo i colori dei contrafforti e delle creste meno nitidi.

Attraversiamo l’Alpe Casias, avviato verso il sonno gelido della prossima notte dove si nasconderà dai nostri sguardi di uomini irriverenti.

Alpe Casias

Mentre osserviamo il versante sud della Valle, cosparso dalle variopinte sfumature dell’autunno, intorno a noi qualcuno ci regala qualche gioco di colori per ricordarci nuovamente quanta magia ci offre la nostra fatica.

L’Alpe Vallonetto ci saluta immerso in questo silenzio indecifrabile che è oro per le nostre orecchie. La mia anima oggi si è riconciliata con il mondo.

Alpe Vallonetto

Gli ultimi raggi di sole dipingono il versante indritto, il mondo del sole, delle piccole e stupende borgate e degli alpeggi, alcuni per fortuna ancora attivi. Attraversare quel luogo è un viaggio incredibile. I segni della presenza umana sono notevoli tra sentieri che raggiungno vette mozzafiato.

 “L’intensità della vita non si misura con il numero dei respiri, ma in base ai luoghi e ai momenti che ci hanno fatto mancare il fiato.”

L’alito atlantico ci preannuncia l’arrivo del maltempo. L’umidità si incunea sempre più in Valle preparando lo sviluppo dei nembi che porteranno le prime nevicate.

La fetta di neve, incontrata all’andata, si prepara ad essere ricoperta dalle imminenti precipitazioni.  La ritroveremo ancora la prossima estate? Sarebbe qualcosa di preoccupante, forse un indizio di un clima che sta davvero cambiando molto rapidamente.

Ecco come si presentano in discesa le devastazioni provocate delle valanghe: qui a luglio il sentiero era completamente ostruito.

 

Ritroviamo il bosco da favola che ci regala ancora momenti di magia, prima di immergerci nella nostra vita domestica.

Cosa vuol dire ambientalismo? Qualcuno cerca già di etichettarci come tali avendo letto le nostre difese nei confronti di questi luoghi. Non ci stiamo e sinceramente stentiamo a comprendere questa definizione.

Quando si parla di ambiente sovente lo si fa come si trattasse di un mondo in vetrina, di un oggetto che può piacere o meno. Che può essere abbruttito o meno a seconda della nostra sensibilità. Ma questa, a mio modesto parere, è una sciocchezza. Non esiste un mondo al di fuori di noi, al di là di noi.

La nostra indifferenza nei confronti di quello che viene definito ambiente, non è nient’altro che un’indifferenza verso noi stessi perché questo bosco non sarebbe così affascinante e perocorribile senza la presenza dell’uomo. E’ dentro di noi, appartiene alla nostra percezione della realtà che, fino a prova contraria, nasce e muore nel nostro cervello. Appestare il pianeta con ogni sorta di veleno, lasciarlo in mano alla delinquenza, sfruttarlo per fare esclusivamente profitti, violentarlo con il cemento, non è nient’altro che violentare noi stessi. E’ un crimine che non si può estirpare perché rispondiamo solo più all’unico comandamento valido della nostra epoca: il denaro.

Tutto questo, a mio modesto parere, rientra a pieno titolo nel novero delle perversioni umane. Ma noi esseri umani sappiamo molto bene come ubriacarci con le parole, distorcendo così la realtà. E allora usiamo parole come ambientalismo, quasi come se dovessimo creare una categoria di esseri umani fissati con il mondo che ci sta ospitando e che ci sta dando da vivere. Una schiera da contrapporre a coloro che dell’ambiente se ne infischiano, perché abitano altri mondi in cui tutto nasce e prospera con i soldi. Ma che uomo è questo?

E’  facile comprendere allora perché ci sono bambini che credono che il latte nasca dalla Centrale del Latte e che non sanno distingure una capra da una mucca. Ma va bene così, perché l’uomo oggi conta solo più come consumatore. E se si vuole avviare bene una nuova creatura verso il consumismo, allora è importante che sappia da subito da dove nasce il latte. Ovviamente da una fabbrica. Capire la natura, l’ecologia non è impellente e non produce profitto immediato.

Questa è idiozia. Che porterà inesorabilmente l’umanità verso il baratro. O forse lo stiamo già intravedendo ma facciamo finta di niente?

Uja

L’Uja di Mondrone ci saluta nella sua versione serale mentre raggiungiamo il ponte del Pianard.

Il torrente Stura è li, che scorre dando da vivere a noi umani di pianura. Eccolo l’ambiente. Quel mondo minore, insignificante e incompreso dall’uomo tecnologico. Un mondo da privatizzare e da consegnare al dogma del profitto. Da consegnare all’unica verità della nostra epoca.

Nel frattempo, da quando siamo ritornati da lassù, a luglio, qualcuno ha pensato di posare, vicino al ponte del Pianard, questa deliziosa fontana alpina.

Abbiamo poi saputo, dal responsabile del sito internet di Mondrone, che è stata fatta in memoria di Titin (Giovanni Battista Droetto) che era il punto di riferimento della comunità. Lui era il primo e  grande estimatore della fonte del Pianard.

Quest’acqua non è privata ma rappresenta una nobile espressione dell’animo umano: la gentilezza verso il mondo. La simpatia verso gli altri esseri umani, verso i viandanti della montagna. In ricordo di un personaggio che sicuramente sapeva apprezzare una risorsa così importante.

Grazie ai volontari del Cai di Ala di Stura per aver riaperto il sentiero per il Casias.

Colgo l’occasione per invitare tutti coloro che pensano che un po’ del proprio tempo libero possa far bene alla montagna a contattare le sezioni del CAI per dedicarsi alla manutenzione dei sentieri. Forse non tutti sanno che così facendo nascono gruppi affiatatissimi che si ritrovano puntualmente ogni anno per operare sul territorio con grande entusiasmo. Sono attività che gratificano moltissimo.

Non si parla quasi mai  di questi gesti umili ma nobili che lasciano un segno importante e intelligente nelle nostre vallate. Anche le amministrazioni locali dovrebbero supportare il CAI in quest’importantissimo lavoro di manutenzione. Che è anche un modo per fare emergere il territorio, per non farlo morire. Sarebbe un peccato perché molte sono le persone che sanno apprezzarlo e valorizzarlo.

fontana camoscio

Un grazie anche a chi ha immaginato di donare a tutti noi l’acqua che sgorga da un’opera d’arte ricordando Titin.

Noi ora torneremo in città. Migliorati.


Lago Casias (2076m) – Val d’Ala

Luogo di partenza: Mondrone (1260 m  – fraz. di Ala di Stura)

Difficoltà: E

Dislivello: 820 m circa

Tempo di salita: 2h e 30 min.

Cartografia: Alte Valli di Lanzo carta n.17, scala 1:25000, edita da L’Escursionista & Monti editore; Valli di Lanzo n.8, scala 1:25000, edita da Fraternali editori

Buone escursioni.

Beppeley

20 Responses to Estate indiana a Mondrone

  1. serpillo says:

    Hai descritto molto bene le sensazioni provate durante questo “viaggio”. Grazie.

    Non vorrei che la parola ambientalismo/ambientalista come quella dell’ecologia venisse abusata.
    Il significato delle parole non sempre e’ usato correttamente.
    Basti pensare alla famosa pubblicita’ della macchina ecologica che significa nulla …. (grazie Lichene1).
    Penso che ognuno di noi deve interessarsi all’inquinamento,  ai cambiamenti climatici, alla protezione degli animali, alla pace, allo sviluppo sostenibile, alla gestione dei rifiuti e degli ambienti, (che poi sono gli stessi concetti che rientrano nell’ambientalismo) per cercare di avere un mondo piu’ sano e vivibile non solo per noi ma anche per chi verra’ dopo di noi.

    Serpillo

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  2. utente anonimo says:

    bellissimo

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  3. utente anonimo says:

    Bravi. Luoghi bellissimi e affascinanti come descritti. Perfetti.
    Grazie.

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  4. blacksheep77 says:

    grazie per questa gita virtuale, in attesa di avere più tempo a disposizione e potermi dedicare nuovamente alle gite in montagna!

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  5. utente anonimo says:

    Conosco benissimo la zona poichè pur non essendo un nativo la frequento da quando ero ragazzo, complimenti per la gita autunnale, e per il commento veramente coinvolgente.
    Anni fà avevo pure tracciato e segnato la salita al Monte Rosso passando la Casias e dai laghi bianchi. con una puntatina alla Chiavessa.
    Il mio commento però è rivolto alla fontana del Pianard che è la conclusione di un’opera iniziata nel 2003, quando il buon amico Titin dei Battistetta, si lamentava continuamente per il fatto di non poter andare a prendere l’acqua a sui dire "miracolosa" del Pianard.
    Con alcuni volontari. Bruno  e Marco  ci siamo attrezzati ed abbiamo steso 150 metri di tubo sino alla vecchia chiusa del mulino, tale impianto è stato spazzato via dalle piene per ben due volte, poichè per mantenere la pendenza, attraversa la Stura a soli due metri sopra il pelo dell’acqua . Tutte le volte lo  abbiamo caparbiamente risìcostruito con l’aiuto di Titin e per sua grande gioia.
    Quest’inverno Titin 82 anni, vecchio alpino, è morto proprio vicino alla  chiusa del mulino mentre stava attingendo l’acqua miracolosa
    Dopo questo fatto è nato in noi il desiderio di ricordare Titin e la sua amata fontana con un degno impianto a cui molti hanno partecipato, sia per la costruzione sia per l’allungtmento della tubazione originale.
    L’innaugurazione, che doveva essere solo di pochi intimi è diventata una cvommemorazione  un memerio di un gand’uomo.
    Sul sito di Mondrone ci sono le foto dell’innaugurazione dov’è avvenuto il miracolo "Titin ha la trasfurmà l’acqua an vin"
    Questo mi sentivo di scrivere, sia come Mondronese d’adozione, sia come grande amico di Titin.
    Tanto dovevo,
                          Franco AIB,
    basta solo il nome, tanto tutti mi conoscono.

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  6. ometto83 says:

    Bel post,
    cercavo di lasciare un commento da giorni, ma ho deciso che anche se le parole non mi venivano era giunta l’ora..
    Bellissime foto e bellissimo testo, un racconto di immagini e parole che rende bene l’idea della vostra immersione nella natura. 
    Le riflessioni che ne nascono sono tutte importanti e ognuna meriterebbe di essere discussa lungamente…come spesso accade anche a me, la montagna e il contatto con la natura ci riportano a modi di essere più umani, con tutti gli interrogativi e constatazioni che ne derivano rispetto al mondo circostante.
    Grazie Franco per il commento molto bello,hai fatto bene a lasciarlo, ora conosciamo un pezzo di storia in più sulla fontana del Pianard…

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  7. utente anonimo says:

    Bel, pròpi bel,
    sevi bràu!

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  8. gpcastellano says:

    ho avtuo – ahimé – solo ora il tempo per leggere… già sai che condivido in pieno le vostre riflessioni sull’andare, sulla fretta, la ricerca e la lunghezza…
    Mi è venuta voglia di camminare, direi che lo scopo (uno delgi scopi di un post così articolato e ricco) è stato raggiunto!
    Complimenti!
    gp

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  9. utente anonimo says:

    grazie a voi ho visto il lago casias,spero di andarci quest’ estate.
    beppe

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  10. Beppeley says:

    Grazie a tutti per i complimenti e grazie mille a Franco dell’AIB (Anti Incendio Boschivo) per aver arricchito questo post con notizie aggiuntive.

    @gpcastellano: mi fa piacere che ti abbiamo fatto venire la voglia di camminare: questo sicuramente onora il nostro titolo di AE (e spero che non mancherai di deliziarci con la tua presenza (+ famiglia) con le nostre escursioni che abbiamo messo in  programma nel CAI di Lanzo).

    @Beppe: noi saremo gli accompagnatori dell’escursione al Lago Casias che si terrà a giugno con il CAI di Lanzo. Ci farà molto piacere se vorrai raggiungerlo insieme a noi. Tieni d’occhio il sito per sapere la data esatta!

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  11. utente anonimo says:

    ciao sono fulvio di nole.
    hai descritto molto bene tutti i passaggi per andare al lago.
    io ci sono stao 28 anni fa quando la fam. solero rosa avevano le mucche
    proprio nella malga su al casias. quando sono arrivato ho fatto dormire mio figlio che aveva 2 anni sotto le lose dentro la baita e abbiamo bevuto con voglia una bella scodella di latte appena munto,quest'anno ci voglio di nuovo andare.ciao ragazzi apresto

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  12. Beppeley says:

    @Fulvio: grazie mille dei complimenti.

    Sarebbe bello combinare per andarci insieme…
    Se ti pare una buona idea, fammelo sapere…

    Ciao!

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  13. Pingback: Ritorno al Casias | camoscibianchi

  14. dematteis maria cristina says:

    Bei ricordi di gioventu’!

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    • Beppeley says:

      Se ti va di non lasciarli chiusi in cassettino della tua mente, lasciaceli conoscere.
      Puoi scriverli ed io te li pubblico qui, molto volentieri.
      La mia mail la trovi cliccando sulla mia foto.

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  15. Emiliana says:

    Anch’io ricordo i racconti di un ragazzino che andava con la nonna al Casias. Stava lì tutta l’estate in alpeggio. Vita sicuramente dura, ma i suoi occhi si illuminavano quando mi raccontava dei salti che faceva sui cespugli di rododendro quando scendeva verso Mondrone. Era davvero molto legato a quell’alpeggio e alle sue mucche!

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    • Beppeley says:

      Vi ringrazio molto per aver “rispolverato” questo post.

      Ribadisco l’importanza di condividere i ricordi di coloro che hanno vissuto negli alpeggi del Casias affinché si possa capire ed apprezzare la montagna.

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  16. lisasc says:

    È bello questo ritorno al passato: è stata una sorpresa potervi leggere a distanza di ben…6 anni dal giorno del post. L’entusiasmo,la tenacia e l’amore per la montagna ci sono tutti; oggi sono arricchiti dall’esperienza e dalla maturità.
    Beppe, descrivi l’escursione in maniera così puntuale che mi sembra di essere lì con voi. Ne sento della montagna i profumi, i colori, i rumori, il contatto della sua erba e della terra e…ascolto le vostre riflessioni che condivido appieno. Ciò che mi colpisce è la consapevolezza che avete dei
    vostri limiti: la montagna non si sfida e neanche se stessi come facevano i buoni montanari.
    Le foto sono meravigliose e con esse ho conosciuto posti e paesaggi altrettanto meravigliosi.
    Grazie Beppe! Grazie Serpillo!

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    • Beppeley says:

      Grazie mille Lisa! Non immagini quanto sia gradevole accorgersi che un post continua a suscitare emozioni dopo diversi anni. Ed è ancora più bello quando a leggerli sono persone come te che hanno il giusto approccio verso l’ambiente montano.
      Scrivere questo post mi ha richiesto molto impegno emotivo perché avevo proprio il desiderio di accompagnare il lettore lungo il sentiero.
      Sono molto felice di sapere che ci sono riuscito!

      Ti confesso che ultimamente mi sono accorto che questo blog è seguito tanto dalle persone che, per svariati motivi, non possono andare in montagna. È bellissimo capire che un tuo scritto possa anche offrire un momento di evasione dalla quotidianità!
      Ho da tempo in mente di dedicare un post esclusivamente agli amici del blog che riescono ad andarci grazie ai camosci bianchi.

      Spero presto di ritrovare le energie e gli stimoli (e il tempo) per “accompagnare” i lettori affezionati lungo i sentieri di montagna così come con questo post.

      Un abbraccio!

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      • lisasc says:

        Grazie Beppe, sappiamo quanto tu sia generoso ed altruista oltre che competente. Non vogliamo sovraccaricarti di un altro impegno che, anche se è piacevole, richiede tempo.
        Grazie di nuovo e ricambio l’ abbraccio.

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