Bialowieza Puszcza

Ogni volta che leggo i commenti di marcopolacco, che sempre condivido, mi viene in mente un libro, – Il mondo senza di noi, di Alan Weisman – il cui primo capitolo parla di un Eden che si trova a cavallo del confine fra Polonia e Bielorussia.

Questo capitolo, che riporto qui, penso sia un’ottima scusa per onorare un amico virtuale che ama commentare su questo spazio: una sorta di ringraziamento pensando anche al fatto che marcopolacco non ha un suo blog personale. Con la speranza di sentire proprio da lui raccontarci qualcosa di quella foresta vergine che ricopriva tutta l’Europa.

Leggendo la Guida Naturalistica al Parco Orsiera Rocciavrè, ho scoperto che esisteva in Europa, al culmine del periodo freddo, durante le glaciazioni, un “corridoio” con larghezza minima di 300 chilometri, esteso in direzione Est-Ovest, che permise alle piante di origine artica, concluse le glaciazioni, di riconquistare i rilievi alpini. Mi sono sempre chiesto se tra queste piante c’era anche qualche specie che arrivava proprio dalla Bialowieza Puszcza. Se qualcuno di voi ne sa qualcosa, magari proprio marcopolacco, sarei felice di avere delle risposte in merito. Magari scopriamo che c’è un po’ di Polonia sulle nostre Alpi…

Un persistente profumo di Eden

Forse non avete mai sentito nominare la Bialowieza Puszcza. Ma se siete cresciuti nella fascia temperata che attraversa Nordamerica, Giappone, Corea, Russia, molte ex repubbliche sovietiche, parti della Cina, Turchia ed Europa orientale e occidentale – incluse le isole britanniche – qualcosa dentro di voi se ne ricorda. Se invece siete nati nella tundra o nel deserto, nei tropici o nei subtropici, nella pampa o nella savana, ci sono altri luoghi sulla Terra imparentati con quella puszcza che possono suscitare in voi un ricordo.

Puszcza, vecchia parola polacca, “significa foresta vergine”. A cavallo del confine fra Polonia e Bielorussia, i duecentomila ettari della Bialowieza Puszcza contengono l’ultimo frammento rimasto in Europa di antica foresta primaria di pianura. Pensate alla foresta brumosa e sinistra che vi balenava davanti agli occhi quando, da bambini, qualcuno vi leggeva le fiabe dei fratelli Grimm. Qui i frassini e i tigli raggiungono i quaranta metri, e all’ombra di quelle enormi chiome si aggroviglia un umido sottobosco di carpini, felci, ontani e funghi grandi come piatti. Le querce, avvolte in un sudario di mezzo millennio di muschio, sono cosi immense che grandi picchi immagazzinano le pigne nei solchi della corteccia, profondi anche dieci centimetri. L’aria, fresca e pesante, è avvolta in un silenzio che, se per un istante è lacerato dal gracchiare di una nocciolaia, dal basso fischio di una civetta o dall’ululato di un lupo, subito torna a regnare incontrastato.

La fragranza che emana dal pacciame accumulatosi per milioni di anni nel cuore della foresta richiama alle origini stesse della fertilità. Nella Bialowieza la profusione di vita deve molto a tutto ciò che è morto. Quasi un quarto della massa organica sulla superficie del terreno è a vari stadi di decomposizione – più di quaranta metri cubi di tronchi e rami imputriditi per ogni ettaro, che nutrono migliaia di specie di funghi, licheni, coleotteri corticicoli, larve e microbi assenti dai normali boschi controllati dall’uomo che altrove sono considerati foresta.

Nel loro complesso queste specie rappresentano una dispensa silvestre che garantisce cibo a donnole, martore, procioni, tassi, lontre, volpi, linci, lupi, caprioli, alci e aquile. Qui si trovano più forme di vita che in qualunque altro luogo del continente – eppure non ci sono montagne né valli a garantire una nicchia per specie endemiche. La Bialowieza Puszcza è semplicemente un residuo della foresta primordiale che un tempo si estendeva a est fino alla Siberia e a ovest fino all’Irlanda.

L’esistenza in Europa di un tale tesoro biologico intatto fin dall’antichità è frutto, e non c’è da sorprendersene, di un estremo privilegio. Nel corso del XIV secolo, un duca lituano di nome Wladyslaw Jagiello, dopo aver stretto una proficua alleanza fra il suo granducato e il Regno di Polonia, dichiarò la foresta riserva di caccia reale. E per secoli rimase tale. Quando l’unione polacco-lituana fu infine conquistata dalla Russia, la Bialowieza divenne proprietà privata degli zar. Durante la Prima guerra mondiale, gli occupanti tedeschi fecero man bassa del legname e massacrarono la selvaggina, ma un nucleo originario rimase intatto, e nel 1921 diventò un parco nazionale polacco. Il saccheggio di legname riprese brevemente sotto i sovietici, ma con l’invasione nazista un fanatico della natura di nome Hermann Goring dichiarò l’intera riserva off-limits, se non per il suo piacere personale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, uno Josif Stalin a quanto si dice in stato di ubriachezza accettò una sera a Varsavia di lasciare alla Polonia i due quinti della foresta. Poco altro cambiò sotto il regime sovietico, se si esclude la costruzione di qualche residenza di caccia per l’élite (in una di queste dacie, Viskuli, venne firmata nel 1991 un’intesa che dissolse l’Unione Sovietica in Stati indipendenti). Ma l’antica riserva naturale è più minacciata adesso sotto la Polonia democratica e la Lituania indipendente di quanto lo sia stata in sette secoli di monarchi e dittatori. In entrambi i Paesi, i ministri della silvicoltura strombazzano a gran voce interventi di risanamento della puszcza. Ma intervento di risanamento è spesso un eufemismo per dire abbattimento – e vendita – di alberi maturi che invece un giorno diventerebbero per la foresta un’importante fonte di sostanze nutritive.

È emozionante pensare che una volta l’intera Europa era come questa puszcza. Entrarci significa rendersi conto quanto ci siamo assuefatti a una pallida copia di quel che la natura intendeva essere. Vedere sambuchi con un tronco largo due metri o camminare in mezzo a boschetti di quelli che qui sono gli alberi più alti – i giganteschi abeti rossi, con barbe lunghe come Matusalemme – è un’esperienza esotica come l’Amazzonia o l’Antartide per una persona cresciuta in mezzo ai boschi secondari dell’ emisfero settentrionale, composti da alberi che al confronto appaiono esili come pianticelle appena spuntate. Ma la cosa più straordinaria è quanto sia una sensazione ancestrale, familiare. E, a livello cellulare, appagante.

Andrzej Bobiec se n’era accorto subito. Da studente di silvicoltura a Cracovia gli era stato insegnato a gestire le foreste in modo da trame il massimo rendimento, il che significava fra l’altro rimuovere i detriti organici «in eccesso», per impedire che dessero asilo a parassiti come i coleotteri corticicoli. Poi, nel corso di una visita qui, fu stupefatto dallo scoprire una biodiversità dieci volte superiore che in ogni altra foresta di sua conoscenza.

Era l’unico luogo rimasto con tutte le nove specie di picchio europeo, perché, scopri, alcune di esse nidificano solo in alberi cavi morenti.

“Non possono sopravvivere nelle foreste gestite dall’uomo, sostenne di fronte ai suoi professori di silvicoltura. – Per millenni la Bialowieza Puszcza si è gestita alla perfezione da sola”.

Il giovane silvicoltore corpulento e barbuto divenne cosi un ecologo forestale. Fu assunto come guardaparco dal parco nazionale polacco, ma alla fine fu licenziato per aver protestato contro dei piani di disboscamento che si spingevano fin quasi al cuore ancora intatto della puszcza. Criticò aspramente su varie riviste internazionali le politiche ufficiali che asserivano che “la foresta morirà senza il nostro premuroso aiuto” o che giustificavano il taglio degli alberi nella zona cuscinetto intorno alla Bialowieza con la scusa di “ristabilire il carattere primordiale dei boschi”. Tali ragionamenti contorti, accusò, si andavano diffondendo fra europei che avevano dimenticato cosa fosse una foresta allo stato selvaggio.

Lui invece non voleva dimenticarsene, così per anni si infilò ogni giorno gli scarponi di cuoio per andare a camminare nella sua amata puszcza. Ma per quanto difenda con accanimento le parti della foresta ancora non disturbate dall’uomo, non può non dare ascolto anche alla propria natura umana.

Da solo in mezzo ai boschi, Bobiec entra in comunione con la presenza di Homo sapiens nel corso del tempo. Una natura casi incontaminata è una lavagna su cui sono rimasti impressi i segni del passaggio umano; segni che Bobiec ha imparato a leggere. Strati di carbone nel suolo indicano l’utilizzo del fuoco da parte dei cacciatori per farsi largo in certe parti della foresta. Boschetti di betulle e di pioppi tremuli attestano periodi in cui i discendenti di Jagiello furono distolti dalla caccia, forse a causa di una guerra, abbastanza a lungo perché queste specie bisognose di luce solare ricolonizzassero le radure. Alla loro ombra crescono piantine rivelatrici delle latifoglie che c’erano prima. A poco a poco soppianteranno le betulle e i pioppi, finché sarà come se non fossero mai mancate.

Ogni volta che si imbatte in un arbusto anomalo, ad esempio in un biancospino, o in un vecchio melo, Bobiec sa di trovarsi alla presenza del fantasma di una casa di tronchi da tempo divorata dagli stessi microbi capaci di ridurre in polvere i giganteschi alberi della foresta. Ogni quercia imponente che cresce solitaria su un basso tumulo coperto di trifoglio segnala un crematorio. Le sue radici hanno tratto nutrimento dalle ceneri degli antenati slavi degli odierni bielorussi, venuti dall’Est novecento anni fa. Sul margine nordorientale della foresta, gli ebrei di cinque shtetl circostanti seppellivano i propri morti. Le lapidi di arenaria e granito degli anni Cinquanta dell’Ottocento, coperte di muschio e abbattute dalle radici, sono ormai cosi consumate da somigliare ai ciottoli lasciati dai parenti in lutto, anch’ essi da lungo tempo scomparsi.

Andrzej Bobiec attraversa una radura fra pini silvestri di un verde bluastro, a poco piu di un chilometro dal confine bielorusso. Il tardo pomeriggio d’ottobre è talmente silenzioso che si sentono cadere i fiocchi di neve. All’improvviso c’è un fragore nel sottobosco, e una dozzina di bisonti – Bison bonasus, il bisonte europeo – sbucano da dove stavano brucando dei germogli. Sbuffano e scalpitano, e i loro enormi occhi neri lo fissano per un istante, il tempo sufficiente per fare ciò che i loro antenati hanno scoperto di dover fare quando incontrano uno di questi bipedi apparentemente innocui: scappare.

Oggi rimangono solo seicento bisonti allo stato brado, quasi tutti qui – o la metà di seicento, a seconda di cosa si intende per qui. Una cortina di ferro divide a metà questo paradiso, una cortina eretta dai sovietici lungo il confine nel 1980 per bloccare i rinnegati che tentavano di unirsi al movimento di Solidarnosc in Polonia. I lupi ci passano sotto scavando il terreno, e a quanto si dice i caprioli e gli alci riescono a saltarla, ma il branco di questi che sono i piu grossi mammiferi d’Europa rimane diviso, e con esso anche la variabilità genica – divisa e mortalmente impoverita, temono alcuni zoologi. Una volta, dopo la Prima guerra mondiale, furono portati qui dei bisonti da uno zoo, per rimpolpare la specie, quasi annientata dai soldati affamati. Adesso sono di nuovo minacciati da un residuo della Guerra fredda.

La Bielorussia, che ben dopo il crollo del comunismo non ha ancora rimosso le statue di Lenin, non mostra alcuna intenzione neppure di smantellare il reticolato, soprattutto adesso che il confine polacco è anche quello dell’Unione europea. Benché solo quattordici chilometri separino le sedi del parco dei due Paesi, per visitare la Belavezskaja Pusca, come viene chiamata in bielorusso, un visitatore straniero deve spingersi centocinquanta chilometri piu a sud, prendere un treno per attraversare il confine nella città di Brest, subire un insulso interrogatorio e affittare un’auto per risalire verso nord. L’equivalente bielorusso di Andrzej Bobiec, Heorhi Kazulka, è un pallido, giallognolo biologo degli invertebrati, ex vicedirettore del lato bielorusso della foresta primordiale. Anche lui è stato licenziato dall’ente parco del suo Paese, per essersi opposto a una delle innovazioni piti recenti: una segheria. Non può correre il rischio di farsi vedere con degli occidentali. All’interno del condominio dell’èra di Brdnev in cui vive al margine della foresta, offre con aria mortificata un tè ai visitatori, illustrandoci il suo sogno di un parco internazionale della pace dove bisonti e alci possano scorrazzare e riprodursi liberamente.

I colossali alberi della pusca sono gli stessi del lato polacco; gli stessi ranuncoli, gli stessi licheni, e le stesse enormi foglie di quercia rossa; le stesse aquile dalla coda bianca che volteggiano incuranti della barriera di filo spinato. Di fatto, su entrambi i lati la foresta attualmente si sta espandendo, dal momento che la popolazione contadina abbandona i villaggi per trasferirsi in città. Nel clima umido, betulle e pioppi invadono in fretta i campi di patate incolti; nel giro di due decenni il terreno coltivato si trasforma in terreno boschivo. Sotto la chioma di questi primi alberi si rigenerano querce, aceri, tigli, olmi e abeti. Dopo cinquecento anni senza umani potrebbe sorgere di nuovo una vera foresta.

L’idea che l’Europa rurale possa un giorno tornare alla foresta originaria è rincuorante. Ma a meno che gli ultimi umani si ricordino di rimuovere prima la cortina di ferro bielorussa, il bisonte rischierebbe di perire con loro.

Alan Weisman

Il mondo senza di noi

Giulio Einaudi Editore

Beppeley

11 Responses to Bialowieza Puszcza

  1. blacksheep77 says:

    oggi lo incontro e glielo chiedo!
    no, non vado in polonia, marco è venuto qui per natale

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  2. serpillo says:

    La natura puo’ fare a meno dell’intervento umano, ma l’uomo non puo’ fare a meno di lei.
    Chissa’ se l’Eden di Adamo ed Eva era cosi’…..

    Blacksheep: salutaci Marco!

    Serpillo

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  3. marcopolacco says:

    grazie dell’onore che mi fate.. parlare di Bialowieza è come parlare di un santuario, un luogo recondito e mistico in cui non si deve proferir verbo, ma è inevitabile fondersi con il cosmo e riconciliarsi col mondo.

    Bialowieza è l’origine e la fine, la nascita, la morte e la rigenerazione.
     
     Il cuore del parco è uno scrigno in cui la natura è sovrana, acqua, terra e cielo, alberi ciclopici, animali d’ogni specie, dall’umile funghetto alla quercia di metri di circonferenza, dal bruco al bisonte, dove la meraviglia è dietro l’angolo a chi è in grado di apprezzarla e coglierla nel suo aspetto.

    In questo luogo non si entra nemmeno dappertutto, se non strettamente autorizzati ed accompagnati dal personale del parco nazionale.
    L’allarme dell’apertura della zona periferica della foresta allo sfruttamento silvicolo è reale, anche a me è arrivata la notizia di questo intendimento in sede governativa, ma non saprei valutare l’impatto di questa decisione, da valutare nel merito e nel metodo. Ho visto come vengono organizzate le gestioni forestali e onestamente non sono malvagie, vero anche è che Bialowieza non è una foresta, ma LA foresta, quindi un po’ dubbioso lo sono anche io, nonostante le mie posizioni notoriamente scettiche in merito alla Wilderness. 

    Chissà se da qui è partito un semino che è approdato a casa nostra, è una teoria affascinante….  D’altronde questo mondo si è sempre autoregolato, le varie forme di vita si sono adattate e spostate dietro alle sfide che l’ambiente gli opponeva, quindi è plausibile che un progressivo riadattamento ambientale delle alte quote sia stato sfruttato da specie della foresta che gradualmennte si ritirava verso climi più freschi.
    Magari chiedendo a un larice se parla polacco……

    Questo è il sito ufficiale del parco, c’è una photogallery, ma non rende nemmeno un milionesimo cosa sia bialowieza.http://bpn.com.pl.
    La rai aveva realizzato un documentario su questo parco, ma non saprei ritrovarlo.

    Ovviamente se qualche avventuriero si volesse spingere in queste lande ignote la marcopolacco&c sarà ben lieta di fornire adeguata accoglienza..

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  4. JohnDeere says:

    Quello è proprio un posto che mi piacerebbe visitare!
    Riguardo alla colonizzazione delle piante in seguito ai cambiamenti climatici ci sono tantissimi esempi, dalla Scopolia carniolica che vive in Valle Sessera fino anche solo ai faggi e ai pini silvestri sulla Collina di Torino.
    gli stessi abeti bianchi del sud Piemonte sono maggiormente eliofili dei miei Valsesiani, perchè sono tornati dall’appennino e non dai Balcani… e così via.

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  5. gpcastellano says:

    Che meraviglia questo post! ho sfiorato la foresta tanti anni fa, in un viaggio in polonia troppo veloce per poter capire e comprendere, e mi piacerebbe ritornarci con più calma.
    Beppe, ma dove trovi il tempo per leggere tutti i mille libri che proponi? (ehm… forse sono io che mi sono incagliato nella biografia di Chatwin e nell’Iliade)

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  6. Beppeley says:

    @marcopolacco: non so come ringraziarti per il tuo commento. Ormai il progetto: "Tutti in Polonia da marcopolacco" è partito: per ora è solo in fase embrionale ma penso che sarà facile che ci vedrai dalle tue parti (almeno serpillo ed io…). Non so quando, non so come, ma quella foresta prima di lasciare questo mondo la voglio davvero conoscere. E credo che sarà entusiasmante se tu ci vorrai accompagnare.

    Ma tu vivi lontanto o vicino alla Bialowieza?
    Grazie!

    @blacksheep77: tu ci sei per la Polonia?

    @serpillo: secondo me era proprio così…. ma te la immagini gran parte dell’Europa ricoperta da quella meraviglia? Come sarà stata l’aria? Che odore poteva avere?

    @JohnDeere: dai, dai che combiniamo e andiamo da marcopolacco… mi sa che sarà più facile conoscerci sul treno per la Polonia che non in Valsesia!

    @gpcastellano: in verità questo libro non sono riuscito a terminarlo. Con alcuni libri mi capita. Arrivo fino ad un certo capitolo è poi ho bisogno subito di collegarmi con altri libri perché magari in certe pagine ci sono cose che mi stuzzicano terribilmente la curiostità e che mi fanno nascere una irresistibile voglia di esplorare altri "territori", magari proprio "contigui" come la Guida al Parco dell’Orisiera, giusto per fare un esempio. Tra l’altro sono parecchio ignorante per quanto riguarda la collocazione delle ere geologiche e infatti faccio fatica a collocare, a livello temporale, questa foresta, nella sua massima espansione, con le le glaciazioni… Era la domanda iniziale che sarebbe interessante indagare… Forse durante le vacanze di Natale riuscirò fare un po’ di ordine e a colmare le mie profonde lacune in merito. L’Agenda del CAI del 2008 (Geologia… davvero splendida) penso potrà aiutarmi… Vedremo… Al limite, se sarò alla frutta, posso sempre provare a fare qualche giro di telefonate.

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  7. marcopolacco says:

    non vicinissimo purtroppo, ci sono un 700km da fare, diciamo che impiego 4 ore per lublin, più un altre 4 comode… Considerato che la polonia è tre volte l’italia non è lontanissima ma nemmeno dietro l’angolo… io sono nel sud, all’inizio dei monti beschidi, a Besko( http://www.besko.pl) più che altro rilievi simili al nostro mottarone, mentre un po’ più a ovest vi beccate i tatra, monti centro europei più alti (Rysy 2700 circa)

    che dire.. vi aspetto!!

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  8. blacksheep77 says:

    marco mi ha regalato un calendario 2010 dove si vedono i tatra e… quando si parte???

    eh, se ci sono anch’io… magari! ormai però non riesco più a fare programmi a lungo termine e nemmeno a medio termine!

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  9. serpillo says:

    E allora, il prossimo anno, tutti in Polonia! Per ora si sogna…

    @ marcopolacco: peccato non sapere il polacco per leggere, ma mi accontento di vedere le foto.

    Serpillo

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  10. gpcastellano says:

    @tutti: eh no, vengo anch’io,  ho un conto aperto con i tatra!

    Tre giorni a Zakopane, minima -25 massima -10 (a me dicevano che per la stagione era fin troppo caldo), gite al morskie oko e al rysy, esperienza molto  toccata e fuga. Quando ho realizzato che a quelle temperature potevo anche sopravvivere ci hanno caricati su un autobus (scaldato con stufa a carbone) e dopo 6 ore di asfissia mi sono ritrovato a cracovia…

    la carta dei sentieri ce l’ho!

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  11. lichene1 says:

    Beh, per me quando si parla di boschi e foreste è come parlare di miele alle api! Guardando il sito già mi è venuta l’acquolina in bocca, io ci sono.
    Andrea

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