Genius Loci

Santuario di Santa Cristina - Valli di LanzoMi imbatto nel Genius Loci per puro caso. Non ne so nulla e allora mi immergo nella Rete. Due clic, uno su Wikipedia e un altro su Peacelink, e così mi ritrovo ad “ascoltare” Eduardo Zarelli – Il rito e l’identità nelle forme culturali dell’abitare.

A dire il vero desideravo scrivere  in merito ai sentieri dimenticati, alla trascuratezza e all’abbandono del territorio montano come purtroppo sovente riscontro nelle Valli di Lanzo. Poi il fato ha voluto che le mie riflessioni si rispecchiassero in questo scritto che ho voluto riportare qui inframezzandolo con alcune foto delle nostre escursioni. Le ho scelte con cura, pensando così di facilitare le riflessioni, importanti e potenti, che Zarelli proietta nella nostra anima di viandanti. Riflessioni che dovrebbero aiutarci a vivere tutti insieme meglio e con più rispetto. Perché l’ambiente, di cui oggi tanto si parla, non è altro che una parte di noi stessi, forse solo un po’ più fragile e bisognosa di cura e attenzioni.

La cura della dimora

Il rito e l’identità nelle forme culturali dell’abitare

Tutte le etiche si fondano su un tipo di premessa: l’individuo è un membro di una comunità costituita da parti interdipendenti. L’etica della terra semplicemente dilata i confini della comunità per includere il suolo, le acque, le piante e gli animali: la Terra“. Aldo Leopold

Santa CristinaCiascun luogo e ciascun gruppo ha un Genius Loci che può essere comparato a una divinità, la cui presenza continua dà carattere, coesione e “spirito” a quel luogo o a quel gruppo. Il Genius Loci cerca di mantenere un equilibrio congeniale tra gli elementi naturali e le culture, rappresentazioni molteplici dell’essere. Al contrario, si irrita se le caratteristiche e l’armonia vengono modificate da azioni o gesti estranei alla sua identità.

I Greci ed i Romani legavano ciascun luogo ad un particolare nume: ogni fonte, ogni valle, ogni montagna aveva la propria divinità tutelare. Il Genius Loci era un dio minore e locale: non risiedeva sull’Olimpo, ma in una certa città, collina o campagna.

Vi erano vari tipi di Genius Loci. Le Ninfe vivevano nelle fontane, nei ruscelli e nel mare: non erano immortali, ma in genere avevano una lunga vita. Le Naiadi, ninfe delle sorgenti e dei laghi, apportavano fecondità.

Le Driadi erano spiriti degli alberi, dei boschi e delle foreste; secondo antichissimi miti, ogni Driade nasceva con un albero da custodire e viveva nell’albero stesso o nelle vicinanze. Poiché, quando il suo albero crollava, anche la driade moriva, gli dei punivano chi ne aveva causato la distruzione. Perché una città o fortezza rimanesse integra, il nume doveva continuare ad abitarvi.

I corvi rappresentano il Genius Loci della Torre di Londra. Una leggenda racconta che la fortezza sarebbe rimasta inespugnata fino a quando avessero continuato ad abitarvi.

Le oche sono collegate al Genius Loci del Campidoglio. Quando Roma, nel 390 a.C. fu invasa dai barbari provenienti dalla Gallia, le oche, starnazzando, svegliarono il console Mànlio Marco Capitolìno, che li mise in fuga. Omero, nell’Odissea, (XII. 205-6), descrive come le Ninfe tessevano di continuo insieme elementi diversi. Racconta Omero che, nella grotta dove trova rifugio Odisseo, sbarcando ad Itaca, «vi sono telai sublimi di roccia, dove le Ninfe / tessono drappi dai bagliori marini…».

La classicità suggerisce, dunque, che i luoghi possono avere un’anima e diventare sede di uno spirito del luogo, di un Genius Loci. I luoghi si guadagnano l’anima, attraverso un processo di deposito, di accumulazione di affetti, che viene operato dalle diverse generazioni di persone che li hanno abitati.

Santuario di Santa Cristina

Tutte le culture tradizionali e sapienzali erano animate da un’interpretazione sacrale del territorio. Ogni angolo di terra del Pianeta presenta una propria manifestazione simbolica; ogni luogo, in cui gli uomini abbiano lasciato segni anagogici della loro presenza, ha una propria identità contemporaneamente irripetibile e universale. Mircea Eliade ha descritto compiutamente come le culture sciamaniche si basassero sulla consapevolezza che la terra ha un’energia ilomorfica, che varia da luogo a luogo. Carlos Castaneda, riportando le parole dell’uomo di medicina della tribù amerindia degli Hopi, Don Juan, parlava dell’esistenza di “luoghi di potere”, dove è possibile esercitare la “seconda attenzione”, o percezione sottile, il telema mercuriale. Rispettare un “territorio”, proteggendolo ecologicamente invece di distruggerlo, significa quindi permettere alla sua energia di vivere, di sopravvivere nel tempo, di giungere sino a noi.

Val Grande di Lanzo

I sacerdoti greci e gli àuguri romani, piuttosto che i druidi celti, erano determinanti nella scelta della fondazione di una città – cosa di per sé sacra, perché sacro era ritenuto l’abitare – che prevedeva primariamente l’individuazione del luogo idoneo per stabilire un nucleo urbano, in base a conoscenze di tipo cosmologico e divinatorio, ancorché geologiche e naturali. L’insediamento, in tal modo, diveniva il luogo in cui poteva esercitarsi la sacralità dell’abitare il microcosmo in simbiosi con il macrocosmo. Lo scopo della fondazione rituale di un luogo consisteva però anche nel “dovere scendere a patti” con il Genius Loci del luogo in cui si costruiva. L’energia propria al luogo naturale veniva richiamata e invitata a “collaborare” con gli abitanti di quell’insediamento. Gli antichi ritenevano che, all’identità propria al luogo, si sommasse l’energia propria alla sedimentazione dell’abitare e degli abitanti del luogo, generata dalle loro attività – sacre e/o profane – nel territorio. Lo spazio era considerato la modalità principale dell’essere nel mondo e si riteneva impossibile comprendere l’essenza dell’uomo indipendentemente dall’ambiente in cui viveva. Si pensava che l’esercizio del pensiero non fosse indipendente dallo spazio/luogo in cui si abitava e che determinasse gli atteggiamenti stessi dell’essere umano. L’oikos greco, quale senso della dimora della manifestazione dell’essere, poneva il “senso del limite” comunitario del vivere associato, in assoluta simbiosi con le risorse naturali del luogo, sia in merito alla cultura materiale che a quella spirituale e, quindi, culturale. In tale contesto, il concetto stesso di “economico” si poneva in termini di sussistenza della comunità: una lettura involontariamente ecologica delle forme di civiltà.

Almesio

Abitare, sulla scia della riflessione novecentesca di Heidegger e Kahn, voleva dire condurre ad espressione l’essenza dello spazio, un rapporto essenziale dell’uomo con l’essere. Abitare voleva dire permettere all’anima dei luoghi di manifestarsi in chi viveva in quel dato posto, che la assorbiva in sé, rispettandola, rilanciandola in modo creativo; così l’abitare diveniva un atto sacro di corresponsione con l’energia spirituale della terra, che è la vita stessa.

Val d'Ala

Questo è il riferimento fenomenologico, che è alla base delle riflessioni dei teorici del pensiero ecologico, come Arne Naess, quando parlano della natura come di un “valore in sé”, che l’uomo deve rispettare perché ne è parte. L’ecologia olistica insegna che non esiste una cosa isolata, tutto è profondamente connesso: «la vita è fondamentalmente una», una stessa sostanza vitale abbraccia ogni forma di vita. Una spontanea capacità di autoprodursi e di autoevolvere secondo un ordine proprio, che ci costituisce nel tessuto delle relazioni da cui dipende la vita dell’intero sistema.

Vertea

Non si deve pensare però che costruire, architettare, edificare case ed edifici venisse ritenuto nell’antichità un’operazione riduttivamente impositiva e limitante.

Vertea

Corrispondere all’identità propria del luogo rispettandola, significava corrispondere al divino la condizione umana: sacralizzare l’esistenza in modi autentici di vivere.

Vertea

Per la maggior parte, le società native, nel mondo intero, avevano tre caratteristiche in comune: possedevano un rapporto intimo e cosciente con il loro luogo; erano stabili culture “sostenibili”, che spesso duravano migliaia d’anni; avevano una intensa vita cerimoniale e rituale. Il nostro modello di civilizzazione è in palese contrasto con tutto ciò: idolatriamo una razionalità strumentale e un tipo riduttivo di “praticità”, che ha disincantato ogni aspetto della nostra cultura. Se intendiamo ristabilire un rapporto vivibile con la natura, sarà necessario riscoprire la saggezza di queste altre culture – consapevoli che il rapporto con la terra e il mondo naturale richiedeva l’intero loro essere – che, fino a qualche decennio fa, erano ancora presenti, per quanto residualmente, nelle consuetudini popolari di molte aree del Paese. Quelli che noi definiamo sbrigativamente i loro “riti e cerimonie” erano in realtà una sofisticata tecnologia spirituale e sociale, affinata in migliaia d’anni di esperienza e di consuetudine tradizionale, che manteneva quel delicato rapporto con ben maggiore successo di quanto facciamo noi. Tutte le culture tradizionali avevano festività e riti stagionali. Lo scopo di tali eventi era di rivivere periodicamente il topocosmo; dal greco topos, luogo, e cosmos, ordine del mondo. Il topocosmo è l’intero complesso di una data località concepito come un organismo vivente: non solo la comunità umana, ma la comunità totale comprendente la natura, il suolo, il paesaggio del posto. Il topocosmo non è solo l’effettiva e presente comunità vivente, ma anche l’entità continua della quale la presente comunità non è che la manifestazione corrente, nella coincidenza simbolica e reale tra l’eternità dell’essere e il fluire del divenire.

Merdiana

Se intendiamo realmente ricollegarci alla terra, dobbiamo cambiare la nostra percezione e il nostro modo di relazionarci, più che il nostro posto. Finché ci faremo limitare dall’utilitarismo razionalista, saremo separati dall’ecologia profonda del nostro luogo. Come sostiene Heidegger, «abitare non è primariamente occupare, ma l’avere cura e creare quello spazio nel quale qualcosa di individuale sorge e prospera». Il rituale è essenziale, perché stabilisce le connessioni profonde tra cultura e natura. Fornisce comunicazione a tutti i livelli: tra la persona e la comunità, tra la comunità e il territorio e, attraverso questi livelli, tra l’umano e il non umano, nell’ambiente naturale. Il rituale ci fornisce uno strumento per imparare a pensare logicamente, analogicamente ed ecologicamente mentre facciamo l’esperienza, unica nella nostra cultura, invece di non opporci semplicemente alla natura o cercare di essere in comunicazione con essa, di trovare noi stessi nella natura, ovvero la chiave per un significato ontologico dell’esistenza e delle sue forme.

Faccio un esempio concreto e non banale: nella cultura popolare i prodotti della terra (l’olio, il vino) sono sacri, in quanto espressione dell’energia della terra, di cui portano impressa la traccia, la qualità essenziale. Mangiare i prodotti della terra che si attraversava era considerato un rito sacro, perché significava arricchirsi dell’energia di quel luogo. Per questo, Trakl individua nella figura del viandante il ricercatore dello spirito, colui che in ogni terra/luogo incontra ciò che è sempre uguale e sempre diverso: la natura autentica della vita e dell’emozione. Per questo motivo, a tavola gli vengono offerti “pane e vino”:

Alcuni nel loro errare

Giungono alla parte per oscuri sentieri

Aureo fiorisce l’albero delle grazie

Dalla fresca linfa della terra.

Silenzioso entra il viandante;

il dolore ha pietrificato la soglia.

Là risplende in pura luce

Sopra la tavola pane e vino.

Il viandante è colui che vive il Genius Loci proprio nel suo offrirsi di luogo in luogo, in quanto possiede “dentro” il senso archetipico dell’Heimat, dell’empatia della patria.

viandante

Si può così comprendere, dal punto di vista della fenomenologia di Heidegger (e del pensiero di Humboldt, prima di lui), il senso dell’affermazione: «La parola è sacra». Quello squadernarsi del mondo nelle quattro direzioni del cielo, della terra, dei mortali e dei divini: un gioco di rimandi allusivi, per cui ogni lato del quadrato è se stesso solo nell’atto di rinviare agli altri. La parola di un certo luogo, la sua lingua, è l’espressione autentica del corrispondere dell’essere umano al Genius Loci di quella terra. La lingua corrisponde allo spirito di un luogo. Per questo, Rilke sosteneva che il poeta fosse “parlato” dalla fonte dell’essere (dell’energia impersonale del luogo). Per questo, Hölderlin scrive: «La parola è il fiore della bocca». Il fiore è l’espressione dell’energia della terra non meno della voce, della parola. Il poeta è colui che coscientemente è “parlato” dall’energia della sua terra.

Di qui l’importanza della lingua di un luogo, del suo dialetto, perché porta in sé la testimonianza più immediata del Genius Loci. Nella manifestazione linguistica vi è quindi un fondamento evocativo sostanziale della cultura locale; ben oltre le forme della resistenza residuale ai margini della omogeneizzazione tecnomorfa della civilizzazione industriale, lo sforzo intenzionale per la sua sopravvivenza e per la consapevolezza del suo valore deve divenire uno sforzo dell’intera comunità d’appartenenza. Un luogo non può essere tradotto, come nessuna lingua può esser tradotta, come nessun panorama può essere tradotto, come nessun monumento può essere tradotto. Quando le costruzioni di un luogo non si sovrappongono, ma, al contrario, facilitano il trasparire del Genius Loci di un luogo, possiamo parlare di “raduno”: il permettere alle cose di essere tali. Scopo dell’architettura è la creazione di luoghi in cui la spazialità del Genius identitario si esprima in concordia con la ricerca dei propri sentimenti. La sensibilità interiore è in ogni dove. Da essa si può guardare la realtà nelle sue sfumature, che creano le differenze qualitative della culturalità dell’uomo, abbracciando una visione olistica per cui la totalità è composta di complementarietà identitarie. Il Genius Loci è per definizione pluralista e relativista: per dirla con Mircea Elide, «in ogni luogo vi è un centro del mondo» versus ogni unilateralismo e omogeneizzazione.

L’uomo, parte di una comunità, da essa protetto e verso di essa, dunque, responsabile, consapevole del valore del mondo che lo circonda, attraversa il tempo della sua vita per comprenderne il senso.

In tale unità differenziale, il mio vivere qui e ora deve ritornare ad essere consapevole della sua molteplice appartenenza e, quindi, responsabilità: il mio comportamento responsabile e salvaguardante non esaurisce la sua azione nel cerchio più prossimo e più visibile, ma contribuisce all’armonia del tutto.

Quando Thoreau afferma che «nella natura selvaggia sta la preservazione del mondo», intende dire che una corretta disposizione ecologica, e quindi la possibilità di salvaguardare sia noi che la natura, sta nel lasciare ciò che è altro da sé nella sua alterità, sottraendosi alla tendenza ad assimilarlo con la forza dell’azione o del discorso. Nel momento in cui la natura viene concepita come parte di noi si distrugge la possibilità stessa di salvaguardarla. La remissione di ogni tendenza assimilazionistica riconosce e rispetta l’alterità delle identità.

Picchetti abbandonati trovati sul rio Vassola (1600 m circa) dove è in fase avanzata un progetto di derivazione dell'acqua per scopi idroelettrici

Picchetti abbandonati (usati per le misurazioni della portata del torrente) trovati sul Piano di Vassola (1600 m circa), nell’omonimo Rio, dove il Comune di Chialamberto intende far derivare l’acqua per scopi idroelettrici.

In questo approccio, rintracciabile nella sapienzialità delle culture preindustriali, ritroviamo composta la drammatica frattura dualistica tra cultura e natura, che caratterizza il disagio profondo dell’uomo civilizzato. Il modello scientifico dominante è il prodotto della considerazione della realtà come “natura morta”, cioè osservabile dall’esterno con rigore matematico, sperimentabile e manipolabile all’infinito dal Promèteo tecnologico. Questa rappresentazione, all’oggi assunta come scontata e irreversibile, è anch’essa però frutto di una falsificazione ideologica progressista. La visione contemplativa della natura come cosmo vivente relazionale in simbiosi simbolica con la cultura è rintracciabile in millenni di civiltà umana ed è, a tutt’oggi, fonte inesausta per un approccio scientifico olistico. Le implicazioni epistemologiche della rivoluzione quantistica, che fanno intendere il reale come tessuto di eventi totalmente interconnessi, in continuo divenire, ribaltando il piano di lavoro empirico casualistico delle scienze positivistiche, mostrano al tempo stesso la falsificazione dei modelli di conoscenza dominanti. Una scienza dei “legami vitali”, armonicamente coordinati nella coerenza della natura viva, sconvolti dalle micidiali incompatibilità culturali, psicologiche e fisiologiche della tecnosfera. Lo squilibrio dualistico dovuto alla razionalizzazione si cristallizza nel potere della sopraffazione: l’artificiale sul naturale, il materiale sullo spirituale, i “progrediti” sugli “arretrati”. Questo significa che, qualunque sia il punto di vista da cui si critica la società contemporanea, per andare alla radice dei suoi mali e delle sue contraddizioni, bisogna considerare come centrale la questione ecologica, non già semplicisticamente nei suoi effetti ultimi, “ambientali”, ma nel suo significato profondo, ontologico, causale, di distacco fra cultura umana e natura.

Valle di Susa

In una civilizzazione ad alta entropia – generazione di un ordine sempre più accentuato in un determinato ambito, inducendo il disordine e la morte nell’ambiente che lo sostiene – lo scopo prevalente della vita diviene quello di usare un elevato flusso energetico per creare l’abbondanza materiale e soddisfare ogni concepibile desiderio umano; la libertà umana viene quindi a coincidere con l’accumulo di una quantità sempre maggiore di ricchezza.

Avendo bandito il sacro dalla società, il sistema di valori materialista e ad alta entropia cerca di creare il “paradiso in Terra”, definendo lo scopo ultimo della nostra esistenza nella soddisfazione di ogni possibile bisogno voluttuario. La “realtà” è ridotta a ciò che si può misurare, quantificare, verificare; si negano i valori L'economia della truffa - I limiti dell'economia globale, la storia di una crisi annunciataqualitativi, spirituali e metafisici. Il dualismo pervade le nostre menti separate dai nostri corpi e i nostri corpi disgiunti dal “mondo circostante”. Soggiaciamo al progresso materiale, all’efficienza dell’automatismo, alla specializzazione posta al di sopra di qualsiasi altro valore e, di conseguenza, distruggiamo la famiglia, la comunità e le tradizioni. La fede faustiana nella capacità tecno-scientifica di superare tutti i limiti relativizza i valori sostanziali, ontologici.

Feyerabend scrive che il razionalismo occidentale è legato, fin dalla sua origine, a derive totalitarie: «La scienza diventa anch’essa antidemocratica, nella misura in cui da arte si converte in impresa filosofica»; per il filosofo o per lo specialista, sapere cos’è un uomo non significa semplicemente conoscere, attraverso rapporti personali, molti uomini, uomini di diverse culture e di diverse classi sociali, ma cogliere un’essenza chiara, obbediente a chiare regole, che sia separata da processi così caotici e soggettivi: il concetto di uomo. Questo ci dovrebbe persuadere che la giustizia e la verità non si possono isolare da una forma di vita, che le forme speculative e i concetti astratti sono sostanziali al macchinismo della modernità e che la pretesa di ogni forma di razionalismo legato alla tradizione occidentale ha essenzialmente l’obiettivo di istituire forme politiche liberticide, che annichiliscono le comunità solidali e le identità sostanziali.

Valle di Susa

La cultura dominante ribalta la constatazione della realtà e descrive le leggi di natura come pure astrazioni, che, non a caso, sussume nelle leggi economiche e giuridiche. In realtà, vivere secondo le leggi di natura significa porsi il problema di come non ferire la sensibile trama della vita che ci circonda, di come ridurre nel migliore dei modi l’impatto dovuto ai nostri consumi, ai nostri bisogni.

immondizia a Torino

Se c’è qualcosa che la natura indica perentoriamente, è il senso del limite, la sobrietà, la forma. L’economicismo, la devastazione ambientale, la meschinità dei comportamenti interessati, il gigantismo, l’anonimato delle metropoli e l’insignificanza dei suoi luoghi, l’anestetico arredamento razionalista sono alcuni dei sintomi della repressione della bellezza effettuata dal pragmatismo: sono un derivato della perdita di quel sentimento di misura e di armonia cosmica, di pudore e di grazia, che rivela l’essenza e accende l’eros, l’amore per l’anima in tutte le sue manifestazioni. Il Sé – per dirla con James Hillman – può manifestarsi solo come «interiorizzazione della comunità», da un lato, e come continuità con il cosmo, dall’altro. Solo l’amore per l’ineffabile può ricomporre l’unità interiore tra uomo e natura, tra forma e cultura, nel cuore incarnato dei popoli: vox populi, vox dei.

13 aprile 2004 – Eduardo Zarelli

Fonte: www.filosofia-ambientale.it/

Beppeley

10 Responses to Genius Loci

  1. blacksheep77 says:

    lunghissimo post che ho letto solo nella sua parte iniziale (per adesso) a causa di impegni improrogabili che mi aspettano.bellissime foto che parlano da sole!
    scusa, ma inevitabilmente a me il "genius loci" richiama una persona sgradita, professore all’università. l’amico john deere capirà di sicuro!
    leggerò con calma questa sera. a presto per una gita, allora?

  2. gpcastellano says:

    Anch’io come marzia leggo la parte iniziale e poi mi riservo di approfondire in seguito… Le indicazioni ed i suggerimenti sono ottimi e stimolanti, soprattutto gli approfondimenti storici che mostrano quanto e come, nella nostra cultura occidentale, sono (erano?) radicati e fondamentali la percezione dei luoghi e lo spirito che li animava. Sto pensando al Feng Shui cinese, oramai di moda in certi salotti d’avanguardia: ma non stiamo riscoprendo cose che già avevamo di "nostro" e che poi abbiamo smarrito? Signor Voltaire, padre dell’Illuminismo e mio maestro, non è che lei c’entra un po’? Forse che con l’acqua sporca di superstizioni ed diolatrie abbiamo buttato via anche il bambino spirituale che è in noi?

    Proposta oscena per Beppe: visto che sicuramente hai poco da fare:-) …. perché non crei una edizione di questi post in formato txt o simili? così me li scarico con calma e me li leggo la sera sdraiato sul divano.
    Et voilà, dopo questa drammatica immagine di me, complimenti e auguri

    P.S.: gità? quando?

  3. JohnDeere says:

    Ho un numero imprecisato di Driadi sulla coscenza, quindi non mi ritrovo completamente sul contenuto del post… poi come dice Marzia sul genius loci… in realtà mi hanno impaurito le implicazioni epistemologiche: giusto ieri ho mandato una mail ad un altro professore universitario, non di Torino, capocordata di una battaglia feroce nel mondo accademico forestale sul migliore atteggiamento selvicolturale: naturalistico o sistemico.
    L’ho intimato a non fare filosofia sulle spalle di boscaioli che vivono con 10 €/q… non mi ha ancora risposto ma riferirò sul mio blog.
    Questo cmq per dire che sono ben distante da Thoreau: non credo che nella natura selvaggia stia la preservazione del mondo. La preservazione del mondo sta nel nostro equilibrio con essa. lo riporti quando dici
    Per la maggior parte, le società native, nel mondo intero, avevano tre caratteristiche in comune: possedevano un rapporto intimo e cosciente con il loro luogo; erano stabili culture “sostenibili”, che spesso duravano migliaia d’anni; avevano una intensa vita cerimoniale e rituale

    La sostenibilità implica un intervento dell’uomo, che se vogliamo va considerato l’elemento scatenante dell’ecologia olistica, in quanto ne velocizza le dinamiche. L’equilibrio va trovato in questa velocità, che negli ultimi anni è divenuta frenetica, consumando una parte lontana e abbandonando una vicina… magari ne parliamo il giorno che riusciremo a trovarci…..

  4. serpillo says:

    Parlando di me, aldilà che si creda o meno che ciascun luogo ha un Genius Loci (o anima), riesco a percepire un qualcosa, una sensazione molto forte, in luoghi particolari che frequento (tipo S.Cristina, S.Berne’, Monaviel, Testa Pajan…) e guarda caso non sono posti “di città”. .

    E poi prendersi cura dell’ambiente e’ un po’ come prendersi cura di noi stessi.

    Serpillo

  5. Beppeley says:

    @blacksheep77: spero troverai il tempo per leggerlo con calma questo post…
    Per l’uscita a te quando andrebbe bene?

    @gpcastellano: ho appena dedicato un po’ di tempo per tentare di fare quello che mi proponi. Risultato pessimo… Se qualcuno ha delle idee su come trasformare il post in un documento maneggiabile…

    Ma perché non provi a stamparlo?

    @JohnDeere: grazie delle tue riflessioni. Concordo con te con la dittatura della velocità. Non è umana. E’ nata solo per far soldi. Peccato non averlo capito da subito che sarebbe stato un male "viaggiare" a mille soprattutto quando questa macchina per far soldi non è riuscita a sconfiggere i grandi mali dell’umanità anzi, credo che li stia aggravando. Personalmente ho paura. Paura che il genere umano non riesca più a fermarlo questo treno impazzito che corre non so dove, con quale intento, con quale progetto…

    Spero presto di incontrarci. Magari per una appagante escursione in montagna..

    @serpillo: sensazioni che solo i luoghi sanno tramsetterti.

    "Anzitutto, che cos’è per Augé un luogo? È uno spazio vissuto, contraddistinto da identità, relazione e storia. E allora che cos’è un non-luogo? Uno spazio che manca dei tre elementi indicati. Quindi: «le infrastrutture per il trasporto veloce, autostrade, stazioni, mezzi stessi di trasporto, automobili, metropolitane e aerei. Sono non-luoghi i supermercati e le grandi catene alberghiere con le loro camere intercambiabili, ma anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati da guerre e da miserie. Il non-luogo è il contrario di una dimora, di una residenza, di un luogo nel senso comune del termine, e al suo anonimato, paradossalmente, si accede solo fornendo una prova della propria identità. Che cos’è la prova della propria identità se non il pass? Il pass è lo strumento per accedere al non-luogo. Dobbiamo avere il pass per accedere dappertutto. È una nuova forma di controllo sociale. I non-luoghi sono anche le carte di credito, i bancomat, tutte quelle dimensioni della non abitabilità con le quali la società post-moderna, di tipo eminentemente telematico, si trova oggi a convivere: il non-luogo è l’eccellenza della dimensione virtuale».
     
    Le nuove generazioni sono già profondamente convertite alla virtualità, cioè al non-luogo. Dal mondo naturale, ai mondi sociali, ai mondi individuali, è un cammino che ci conduce dalle arcaiche società dominate dal determinismo della natura, nelle quali per vivere in montagna bisognava fare i conti con le costrizioni ambientali, all’emergere della società ordinata, in cui la natura viene governata e trasformata in paesaggio culturale. Viceversa, dove c’è passaggio veloce non vi può essere radicamento territoriale e dove non c’è radicamento territoriale c’è spaesamento. Da tali dinamiche socio-culturali discende l’odierno predominio totalitario del non-luogo, dell’artificiale, in cui il territorio riconoscibile e il paesaggio culturale nativo si eclissano irreversibilmente. È il trionfo dell’individualismo e dell’isolamento di massa, la solitudine dell’uomo-massa: siamo in tanti, ma siamo da soli. Ma è anche l’attuarsi di quella vendetta della natura che i pre-moderni – il mondo di ieri – temevano e si sforzavano di propiziare ritualmente, rigenerando in modo ciclico dispositivi di tipo simbolico: leggende, credenze, favole. La montanga è piena di queste strategie. Che cos’è il mito, percepito come racconto fantastico dei vecchi, se non il racconto originario idealizzato di una strategia per adattarsi a vivere dove è normalmente difficile vivere?".

    Tratto dal libro "Il tramonto delle identià tradizionali – Spaesamento e disagio esistenziali nelle Alpi" di Annibale Salsa.

  6. blacksheep77 says:

    continuo a non approfondire causa problemi informatici…
    quando trovarci? buona domanda… servirebbero previsioni meteo meno instabili per la domenica!!
    altrimenti io adesso tendenzialmente alla domenica (ma anche al sabato) ci sono

  7. marcopolacco says:

    Un bel treno che corre su un binario morto, o meglio, su un binario a cui manca un pezzo a meta’.. chissa’ se caschera’ nel buco o meno??

    L’uomo ha il vizio di considerarsi superiore al resto del mondo, si ritiene il vertice evoluzionistico (ma chi l’ha detto?) mentre e’ l’unica bestia che mangia e beve e porta a casa il conto da pagare, in palese disequilibrio tra quel che prende e quel che da a chi lo mantiene, ossia il mondo stesso.

    La macchina per far soldi non puo’ eliminare il vorticoso modus vivendi moderno perche’ e’ il suo carburante! Come posso io imprenditore rinunciare a produrre di piu’ spremendo tutti i fattori di produzione al midollo, magari sorvolando sull’ABC dell’etica, se poi guadagno meno e non posso avere il motoscafo? Io faccio l’imprenditore agricolo (cosi’ mi dicono gli altri perche’ e’ una parola che non mi piace, visto chi e’ chi la ostenta), rischio del mio in termini di capitale, impegno, sacrifici passati, presenti e futuri, quindi e’ legittimo, penso, aspettarmi delle soddisfazioni economiche e non solo in piu’ di chi questi "pensieri" non li ha. pero’ penso che chi verra’ dopo di me dovra’ raccogliere il mio testimone e continuare per il proprio futuro, quindi cerco di non lasciare un luogo dove non cresce piu’ l’erba, o un cumulo di torsoli di mela, ma di piantare un nuovo albero affinche’ qualcun’altro ne possa a sua volta godere i frutti.. Basterebbe accontentarsi un po’ invece di voler avere senza avere realmente. Poi la mia e’ solo una esperienza nel coro di mille voci che discutono dell’argomento… 

    Consiglio a chi scrive certi libri di ottimi intenti, che dovrebbero essere piu’ assimilabili alle masse, nella speranza che qualcuno in piu’ si svegli:  scrivete meno in filosofese!! ;-))

  8. serpillo says:

    @ beppeley: il non-luogo puo’ anche essere sinonimo di ignoranza.

    @ marcopolacco: il problema e’ che nessuno (o quasi) fa progetti pensando al futuro purtroppo…io penso: gli stessi governanti  non hanno una famiglia? Dei figli? Che mondo lasciano? Sono solo io che mi faccio certe domande?

    Serpillo

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