L’uomo-macchina

Riprendo l’intenso commento di ometto83 sul precedente post dei sentieri dimenticati.

Il rapporto tra tecnologia e natura e quello tra tecnologia uomo sono  temi chiave della nostra epoca. Sono contento che siano emersi  proprio grazie ad unescursione in montagna.

Maggio del 2009: esco da una visita ospedaliera con in mano un articolo del quotidiano Avvenire, pubblicato il 22 aprile dello stesso anno, che un medico donna molto brava mi ragala dopo una benefica chiacchierata su medicina e dintorni. Da allora non solo riesco a curarmi meglio ma soprattutto evito di prendere farmaci tradizionali.

Mi sono sentito trattato da essere umano. Mi sono sentito al centro del mondo. E pensare che quell’ospedale di Torino, così umano, volevano chiuderlo. Perché? Forse la risposta in questo articolo che segue. Leggetelo, a costo di perdere cinque minuti della vostra vita in cose, forse, più urgenti. Alcune parole le ho messe in grassetto solo per richiamare alcune riflessioni che ho tentato di esporre nei miei post. Riflessioni che sovente sono state ispirate proprio dalle lunghe camminate tra i monti dove, per chi ha voglia di vedere, si rinvengono ancora tracce intense di umanità.


22 Aprile 2009

L’uomo-macchina, idolo della scienza

Il fascicolo in uscita del «Quaderni di Scienza & Vita», periodico diretto da Paola Ricci Sindoni e Paolo Marchionni, presenta alcuni contributi sull’educazione alla vita e, in particolare, una riflessione da due punti di vista apparentemente opposti, quello laico e quello credente. Quest’ultimo è rappresentato dalla nostra giornalista Marina Corradi, mentre la voce laica è quella del filosofo Pietro Barcellona, che ragiona sul progressivo abbandono dell’idea di uomo elaborata dalla cultura occidentale a favore di una nuova visione dove il sistema stabilisce il valore delle persone sul principio della ragione tecnologica. Pubblichiamo in questa pagina alcuni stralci della riflessione di Barcellona.

Non c’è dubbio che oggi ci tro­viamo di fronte a un muta­mento radicale del funzio­namento mentale e della configura­zione lessicale del mondo, che ri­chiederebbe un approccio comple­tamente nuovo alla strategia d’ana­lisi della realtà e dei modi dell’ap­prendimento. Non riesco a parlare con un giovane immerso nella logi­ca dell’istantaneità sui temi della tra­dizione storica, della lettura per suc­cessione di eventi. C’è uno scarto lin­guistico che rischia la rottura della comunicazione fra generazioni. In realtà noi non parliamo coi nostri fi­gli perché essi vivono in un altro u­niverso linguistico, perché la società si è disintegrata sotto l’azione dei mutamenti epocali che vengono rap­presentati come globalizzazione e pensiero unico, ma che ancora non sono compresi in una adeguata rap­presentazione del mondo. L’uomo ha dimenticato di essere un granello infinitesimale rispetto al­l’immensità sconosciuta dell’uni­verso e si è arrogato il potere di crea­re la vita senza la vita.

Certo, i frutti del sapere razionale sono enormi e le tecnologie consentono prestazioni prima inimmaginabili. Il progresso scientifico è stato il traguardo di sfor­zi inauditi e in esso sono state ripo­ste le speranze di un mondo miglio­re. Il prezzo pagato per questo vero e proprio delirio di onnipotenza è, però, che la razionalità si è trasfor­mata in una macchina costruita se­condo principi logico-matematici che consentono di calcolare funzio­ni e prestazioni producendo conti­nuamente strutture idonee a opera­re secondo impulsi codificati in ap­positi programmi operazionali. Il mondo è sistema e gli uomini sono inclusi nella logica sistemica: mac­chine per sopravvivere senza vivere. La ragione ha disintegrato l’uomo e ne ha fatto oggetto di studio. La psi­cologia, l’economia, la politica e via via il cuore, il fegato, i polmoni, il pancreas, gli occhi, sono diventati oggetto di sapere, guidati dall’unico metodo scientifico che si conosce: il riconoscimento della stessa comu­nità degli scienziati. Umberto Veronesi, sul «Corriere del­la Sera» di qualche mese fa, ha scrit­to che nel giro di qualche generazio­ne la differenza sessuale fra uomini e donne perderà ogni significato, che l’umanità si riprodurrà senza biso­gno dell’accoppiamento di un uomo e di una donna, ma attraverso l’inse­minazione artificiale e la clonazione, che l’evoluzione naturale della so­cietà ci porta oltre i confini dei tradi­zionali comportamenti sessuali e ci destina a nuove forme di relazioni interpersonali.

Così, in una qualsiasi pagina di gior­nale, viene annunciata senza alcun clamore la fine delle leggi che hanno fin qui governato il problema della riproduzione sociale, del ruolo della generazione, della responsabilità verso il futuro. Nel proclama di Ve­ronesi, di una umanità senza diffe­renze, è lo spazio, lo spazio della me­moria e del sogno, che viene negato e distrutto. Nell’universo indifferen­te ciascuno vive per se stesso, per il proprio godimento immediato che è garantito dalle nuove possibilità of­ferte dalla scienza, dalle biotecnolo­gie, dalla chimica, dalla fisica e dalle neuroscienze. Veronesi non annuncia il futuro del­la libertà umana, ma la morte del­l’immagine dell’uomo che è stata fa­ticosamente costruita nella storia dell’Occidente. L’indifferenza sessuale non è un progetto di umanizzazione della società e della natura, non è un progetto di svi­luppo della consapevolezza del si­gnificato del nostro essere al mon­do, ma la cancellazione di ogni spa­zio mentale, non riducibile a sinapsi e a neuroni, dove possa svilupparsi la domanda umana sul senso della vita, sul valore squisitamente umano del sogno di un futuro diverso, sulle speranze di un avvenire di salvezza dall’ingiustizia e dalla sofferenza.

Og­gi la scienza e la filosofia non sop­portano il mondo delle passioni e dei sentimenti (a meno che non si ridu­cano a formule chimiche o a errori lo­gici) perché esso ci porta dentro una dimensione che non riesce a conci­liarsi con la loro pretesa di assoluto e di eternità: la temporalità caduca e divoratrice. Per la scienza come per tutti gli assoluti non esiste il tempo, il tempo della nascita né il tempo del­la morte, il tempo della gioia né il tempo del dolore. Ciò che accade, ac­cade per caso o per necessità. Non è un problema di coscienza, né una questione che riguarda soltanto ogni singolo indivi­duo, ma la stessa doman­da del chi siamo e del perché viviamo. Non si tratta soltanto di rie­vocare le grandi storie che ci hanno appassionato e for­mato: le passioni terribili che hanno scatenato le guerre antiche e moderne, gli amo­ri tragici di Paolo e France­sca, di Tristano e Isotta, di Giulietta e Romeo, ma l’inte­ro clima culturale in cui si è venuto sviluppando nell’Oc­cidente lo spazio specifico dell’essere umano combat­tuto fra le forze primordiali della na­tura, fra la implacabile legge dell’E­ros senza limiti, e il bisogno di un or­dine che sanzioni anche la respon­sabilità verso la progenie chiamata a raccogliere il testimone della vita. Gli dei greci, il Dio del cristianesimo, hanno reso possibile agli uomini i­stituire lo spazio mondano dell’in­terrogazione sulla verità come do­manda sul senso della vita.

In questo spazio sono apparse ‘figure’ che non hanno nulla a che fare col di­vino, né col natura­le: la tenerez­za dei corpi che si stringono, la bel­lezza di un neonato dalla pelle rosa­ta, la coscienza del tramonto del vi­gore giovanile, la nostalgia e la me­moria, il sapere e la speranza, la sof­ferenza e la gioia, l’estasi e il tor­mento. Attraverso di essi l’uomo ha cercato di sfuggire ad ogni statuto di necessità e di assumere sempre più la responsabilità della propria esi­stenza. Tutti sono bravi a descrivere la globalizza­zione, i mer­cati finanziari, il problema delle borse, i nuovi orizzonti intercul­turali, la scoperta delle cause di tutte le malattie, ma nessuno è più capa­ce di parlare a un bambi­no mutilato da una bom­ba americana caduta per caso su un villaggio pa­cifico o ai superstiti di un attentato kamikaze che ha stroncato la vita di giovani in festa in un pic­colo centro israeliano. Perché abbiamo perduto il senso del­la vita, le domande tragiche che na­scono dal dolore senza spiegazioni? Perché abbiamo confuso, forse in­tenzionalmente, la ragione con il pensiero e la conoscenza con la com­prensione. Questa è un’epoca in cui la ragione ha distrutto il pensiero e la cognizione ha soppresso l’intesa af­fettiva.

Pietro Barcellona

Beppeley

6 Responses to L’uomo-macchina

  1. Ottima lettura per i prossimi giorni…
    grazie
    gp

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  2. ometto83 says:

    Mamma mia che brutto quadretto che è disegnato in quest'articolo:
    speriamo vivamente di non fare questa fine…
    Sicuramente la nostra è una società dinamica: a differenza del mondo animale la struttura sociale dell'uomo è sempre stata in mutamentento. Ed in ogni epoca questo ha  generato riflessioni e turbamenti.
    Secondo me è più che altro una questione di obiettività: il cambiare può non piacere, bisogna guardare l'altro piatto della bilancia per vedere cosa viene offerto.
    Comunque vorrei far notare la differenza che c'è tra scienza e tecnologia, che spesso vengono confuse…. come recita anche da brava scolaretta Wikipedia, la scienza è l'insieme delle conoscenze acquisite nel corso dei secoli mediante l'uso del metodo scientifico. Gran parte degli scienziati svolgono questo compito razionale con grande passione.
    La tecnologia è più incentrata a livello di processi e soluzioni produttive. Se vogliamo è meno libera: la scienza può ricercare la comprensione anche solo fine a se stessa della Natura, la tecnologia lo fa per impadronirsi e usare materialmente questo sapere.
    Tant'è che si dice i vivere in un mondo ecnologico, mica scientifico..:-)

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  3. utente anonimo says:

    Questa differenza tra scienza e tecnologia, sia pur ovvia nella sua etimologia, non l'avevo colta ancora così come giustamente evidenziata da ometto83… davvero brillante nella sua semplicità…

    Souleiado

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  4. marcopolacco says:

    Ma fino a che punto potra' servire questo abuso di progresso? Va bene il settore medico, va bene il settore delle comunicazioni, delle energie pulite, ma poi ci si chiede se tecnologia e scienza siano disgiunte, o invece quanto una entra nell'altra e una tecnologia mascherata da scienza in nome e per conto dei soliti noti.. Quest'anno inizieranno le semine GMO, al di la dei risvolti pratici di conservazione delle specie locali di piante e delle considerazioni sulle possibili conseguenze su salute e ambiente, quanto la scienza e' stata disgiunta dalla tecnologia e dall'influenza dei colossi biotecnologici? 
    Ma fino a che punto potra' servire l'esasperazione della conoscenza disgiunta dalla coscienza?
    L'etica pone dei limiti alla scienza, ma quanti sono consapevoli del fatto che questi limiti sono quotidianamente spostati verso un sistema di uomini-macchina? E che come macchina, questa creazione artificiale ha bisogno di carburante, prodotto casualmente dai detentori degli strumenti di scienza e tecnologia? 
    Quello che deve far pensare e' che gli uomini-macchina che gia' cominciano a vedersi, almeno come prototipi, tutto sommato preferiscano questo stato catatonico alla vita in cui ti devi procacciare il vissuto quotidiano in maniera consapevole.. 
      

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  5. ometto83 says:

    @marcopolacco
    Sinceramente a questo punto io non parlerei nemmeno più di progresso, che è un miglioramento non solo delle conoscenze e capacità dell'uomo ma anche della sua condizione. Le prime due sono aumentate esponenzialmente negli ultimi due secoli, ma la curva del benessere ha subito un netto crollo recentemente….Siamo arrivati al punto di non saper gestire correttamente a nostro vantaggio tutte le conquiste che faticosamente sono state raggiunte…
    Riguardo a scienza e tecnologia: sempre più spesso sono  interlacciate, in diversi ambiti ormai la ricerca è finanziata da multinazionali (questo in diversi ambiti) ed il progresso è visto strettamente in rapporto all'utile che ne deriverà. Questo non è del tutto sbagliato, se devo trovare un nuovo farmaco per la cura di una determinata malattia è logico che debba concentrare le forze in un campo ristretto.. 
    Però non è sempre così: prendi ad esempio il caso della ricerca astrofisica, quella può essere vista più come conquista del sapere, disgiunta da obiettivi che non riguardino la pura conoscenza.
    I due aspetti di cui abbiamo appena discusso sono comunque una caratteristica prettamente umana: da una parte agisce la curiosità e la sete di verità (scienza pura, e magari anche filosofia), dall'altra la necessità di impadronirsi di conoscenze per la realizzazione pratica.
    Un esempio: millenni fa quasi tutte le popolazioni terrestri (dai Maya ai Cinesi) studiavano le stelle, arrivando ad ottenere effemeridi sorprendentemente precise sulla loro posizione futura. E' chiaro che qui la conoscenza era totalmente disgiunta da un utile pratico. Allo stesso tempo approfondivano la loro cultura per migliorare gli aspetti materiali della vita quotidiana.
    Con l'introduzione del metodo scientifico dovuta a Galileo si è gettata la base comune della ricerca. L'aspetto puramente conoscitivo e quello pratico si fondano su ciò.
    Sta a noi poi trovare un giusto equilibrio..chissà che non si faccia in futuro ricerca anche su questo? 🙂

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  6. serpillo says:

    Nel XXI secolo continueremo a sognare sempre grandi progressi della tecnologia o ci sveglieremo per prendere atto che l’indiscriminato uso e sfruttamento delle risorse ci sta portando verso una regressione incontrollabile ed inarrestabile?

    Serpillo

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