Ospiti di un pianeta estraneo

La sua sorgente si trova immersa in un magnifico bosco di larici e abeti, i cui aghi determinano una copertura continua del suolo con conseguente povertà floristica del sottobosco, ma conferiscono all’ambiente un’atmosfera quasi incantata. Il nome di questa sorgente, “Mena-resta”, rispecchia la sua caratteristica più curiosa: ha infatti una portata variabile, ovvero in alcuni momenti versa abbondantemente acqua e in altri meno.

Tale curioso fenomeno è dovuto alla natura carsica della zona e alla conseguente presenza di cavità nella roccia calcarea che si riempiono molto lentamente per poi svuotarsi in un solo colpo come una sorta di sifone naturale. Narra un’antica leggenda che Autari, re dei Longobardi si fosse convertito al Cristianesimo grazie al ritorno delle acque nei fiumi della Brianza, a partire da quelle del Lambro con la rinascita della Menaresta, ottenuta dalle preghiere della Regina Teodolinda (da Sorgente del Lambro – Gruppo Naturalistico della Brianza).

Lambire Milano

di Maurizio Bernasconi

Tranquilli stanno monitorando. Immagino qualche carabiniere che si sporge a monitorare dal ponte. Tutte le volte che usano quel verbo vuol dire che far qualcosa di concreto è proprio al di sopra delle loro forze infatti, almeno in questo caso, dovrebbero risucchiare qualche trilione di litri di mota infetta… per metterlo dove? Radio Rai dice che l’onda nera non dovrebbe arrivare a Rimini per la stagione estiva. Gran parte di quella roba è pesante, va a fondo ed è cancerogena. Bertolaso ha vietato la pesca, ha usato la sua autorità, come se qualche mentecatto avesse ancora voglia di andare a pesca. Bravi, salvano un papero; al di là di questo la faccenda non li tocca i giornalisti di Roma, si vede bene, ma anche quelli che vivono in viale Padova o a Milano Due, a trecento metri dal Lambro, non vedono il nesso tra loro e il fiume, sono ospiti su un pianeta estraneo. L’intrallazzo sì li eccita e il Milan, forse. Abbiamo premura (nel senso milanese di fretta) di spacciare la terra, l’aria, l’acqua, come vibrioni impazziti. Per non mangiarmi il fegato, mi convinco che la fine del mondo sia già avvenuta da un pezzo e quello che ho davanti sarebbe una parodia, operazione mentale che devo ribadire però a ogni notiziario. Il Lambro scorre a 500 metri da casa. Scorre, non sembra acqua, eppure (che bella parola) scorre. Quando andavo in motorino all’Idroscalo ad allenarmi nel 70, 71 ecc. passavo ogni giorno sopra al ponte. Il fetore mi raggiungeva a duecento metri di distanza, esalando da quella cloaca dove si concentrano fogne, metalli e scarti chimici. Nonostante tutto per me era un fiume vero, immaginavo che, cambiando la situazione, nel lontanissimo duemila magari, avremmo potuto montare dei bellissimi campi di gara per canoe sotto casa. Sapevo che prima della ricopertura dei canali Milano era attraversata da corsi d’acqua limpida, altro che metropolitana. Periodicamente spuntavano propositi di possibili bonifiche della valle del Lambro, ma chi si emozionava per quelle idee? Nessuno. La legge Merli sugli scarichi aveva dato qualche speranza solo a noi poveri scemi. Furono decretate leggi regionali, cacciati lì miliardi per depuratori, carrozzoni, elevati himalaya di chiacchiere. Ho rivisto il fiume la primavera scorsa, rientravo di passaggio a Milano. Dalle parti di Monluè, sul limite dell’aeroporto Forlanini, il tanfo era esattamente quello di sempre però ci nuotavano un gran numero di uccelli. Le folaghe e le anitre si erano riprodotte e seguivano il filo della corrente col classico codazzo dei pulcini. I frassini neri e i salici erano ancora vivi, anche se addobbati di sacchetti. Aironi e garzette nobilitavano i meandri mentre cormorani e gabbiani stavano lì a dare un effetto straniante vagamente post-atomico. Si accontentavano di quella felicità da discarica e starnazzavano per dare alla gente una strizzata al cuore. Mi rendo conto di avere nella testa una collezione di immagini. A poco a poco riemergono. Il Lambro ha origine dal pian del Tivano, nel triangolo lariano. E’ una delle zone di dolina più frequentate dagli speleologi lombardi. L’acqua calcarea è buonissima. La salita al Tivano è conosciuta da tutti i ciclisti per la fama del Passo del Ghisallo. Il piccolo corso d’acqua attraversa la Brianza e scende a sud, lambisce l’Innocenti, il Parco Lambro dei concerti rock degli anni settanta, poi Metanopoli (senti che nome, Agip, quella che ti coccola) e via verso il Po. Nella sua parte alta è stato disceso da canoisti anni fa.

LAMBRUS, fiume della Gallia transpadana, affluente del Po, dice Plinio. Lambire, leccare… da LABRUM come margine. VITIS LAMBRUSCA, perché alligna ai margini o all’estremità dei campi, dove la coltura vien meno. Vite selvatica errante e serpeggiante che fa uva acerba, spiacevole (brusca), che allega i denti. LABRUM labbro, ma anche orlo, margine, catino, vasca, tino. MARMOREO LABRO AQUA EXUNDAT (Plinio), LABRA DIANAE il bagno di Diana di Ovidio. Mosto spumeggia nei tini ricolmi e osterie lungo le sponde. Osteria di Monluè, l’immagine degli ubriachi che cadevano nelle rogge, nei canali, nel Lambro, ma anche nel nero della neve di notte o nei papaveri, secondo la stagione.

Sotto le macchine. I campi. I pioppi maestosi. Lambire la città, le cose degli uomini, mille e mille spezzoni scartati, fotogrammi inutili. Il casotto della dogana, vicino alla ex polveriera, proprio al passaggio sul Lambro per entrare in Milano verso porta Vittoria. Molto più a nord le ville della Brianza, strade private, i ponti dell’Autostrada, la tangenziale est, le case coloniche, San Donato, implacabile giù fino alla confluenza. Altri fotogrammi. La mota del fondo gommosa durante la secca estiva, gli orti abusivi dei pensionati che tiran su acqua dal Lambro. Il Lambro della nebbia. L’odore pesante nell’afa estiva. L’odore pesante in inverno che va ancora più in fondo, che si attacca. Un pezzo di sterrato che non porta più da nessuna parte. C’è ancora uno in bicicletta, ma deve scavalcare il guard rail. Vento secco da nord di primavera e tutto si illumina, si deterge. Il Resegone neanche tanto lontano, in quella curva di acque placide si specchia, a testa in giù coi canaloni ancora bianchi di slavine. D’inverno il pomeriggio è come la notte. Una o due puttane morte buttate dentro il Lambro. Anche la pistola, se è necessario, la butti nel Lambro ‘che i sommozzatori non ci vanno in quel bitume. Nel ’55 facevano il bagno. Se mio nonno aveva le ruote era un tram. Tutte cazzate del ’55. Non lo sa nessuno quello che c’è sotto la Magneti Marelli, la Breda, i mobilieri, diecimila fabbrichette, i solventi, la verniciatura. Han chiuso gli acciai e la falda si rialza al livello naturale. Trivellano, così l’acqua buona di pozzo si mischia coi veleni di superficie. Tirano su acqua con le pompe elettriche notte e giorno se no tutte le costruzioni nuove di Milano si allagano, crollano. Il metrò è da rifare. Sciupa la pace dei condomini, va dentro nei garages quell’acqua di risorgiva che è all’origine di tutta la ricchezza di Milano, dell’agricoltura con due raccolti all’anno. San Bernardo a Chiaravalle è assediato da un gomitolo di linee dell’alta tensione, autostrade e ferrovie. Il rito ambrosiano, il canto unico della città florida e poi… “socialisti ladri” scritto sui muri già nel ‘55. Intanto tirano su acqua pura di pozzo, di falda, e la versano nel Lambro. E poi scoppia la fioritura delle robinie quando tutti gli altri alberi hanno già la foglia. Ogni anno, ancora, ancora… non muoiono, non muoiono. Le osterie hanno il gratta e vinci e il videopoker. Granturco da una parte, gli zingari sull’altra sponda. Il campeggio di Metanopoli. Generazioni di pendolari da Paullo. Fotogrammi. Le pantegane nuotano bene tutto l’anno, ma d’inverno in aria e in terra vedi soprattutto cornacchie e adesso anche gabbiani. Un bel momento t’accorgi che è andata giù la foglia dappertutto, un’ariaccia gelida solleva polvere e pezzi di carta, nel Lambro a gennaio c’è pochissima acqua, vengon fuori isolotti di plastica, taniche, reti metalliche, di tutto. E l’acqua nera delicatamente lambisce, consola, carezza quella robaccia. Tutta robaccia che magari poteva essere qualcos’altro, ma che ormai ha la dignità di morire senza contumelie. Robaccia che è andata avanti attraverso tutte le umiliazioni del corpo e forse del morale per farsi infine matura, pronta a morire senza troppo teatro. Perché: fingere di stare benissimo quando si è morti e sepolti è fatica sprecata.

Maurizio Bernasconi

Beppeley

3 Responses to Ospiti di un pianeta estraneo

  1. serpillo says:

    “Tutto è acqua, tutto comincia dall’acqua”
    Talete di Mileto (640 a.C./624-circa 547 a.C.)

    Probabilmente di fronte alla sapienza di Talete di Mileto e agli insegnamenti della mia cara nonna a trattare l’acqua con rispetto perche’ sacra e simbolo di vita, la stragrande maggioranza della gente alza le spalle e continua per la propria strada ….

    “Radio Rai dice che l’onda nera non dovrebbe arrivare a Rimini per la stagione estiva” …. Che dire allora? Buon bagno a tutti!

    Serpillo

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  2. Beppeley says:

    Grazie mille serpillo del tuo bellissimo commento…
    Conoscendoti un pochino, si direbbe che oggi sei in forma!

    Evidentemente oggigiorno l'uomo si crede così forte e potente da disprezzare un bene così prezioso.

    Non abbiamo più timore di niente.

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  3. serpillo says:

    oggi sono un ciclone!!!  

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