I nonluoghi

In alcuni post, e commenti vari su questo blog, qualche volta si è tirato in ballo il concetto di nonluogo (per esempio in questo mio commento sul post “Genius Loci“). Ho scoperto Marc Augé, l’antropologo francese che ha coniato questo termine, leggendo il libro di Annibale Salsa.

L’altro giorno, in una delle mie crisi mistiche, intercetto il blog di Ameya, dove ogni tanto amo approdare, per mettermi un po’ davanti allo specchio e capire qualcosina in più di me stesso, e scopro con immenso piacere che argomenta proprio su quel concetto. E lei lo fa in maniera splendida, chiarendo ancora di più questo neologismo che, di primo acchitto, può essere di non immediata comprensione.

Riporto integralmente il suo post, dopo ovviamente averle chiesto il permesso, perché sono altamente convinto che possiamo cercare di comprendere la Montagna anche tentando di vedere cosa essa non è.

I nonluoghi, spazi di transizione, della solitudine in mezzo alla gente

I nonluoghi sono luoghi della collettività, dove un numero di persone sono fisicamente vicine ma non necessariamente insieme. Sono aree di transito come aeroporti, sale d’aspetto, grandi centri commerciali, La definizione è di Marc Augè (1992), antropologo francese, che ha coniato tale termine per definire i nuovi luoghi della società odierna, che hanno la caratteristica comune di non essere identitari.

Spazi come le autostrade, gli autogrill, le sale d’attesa delle stazioni, gli ambulatori medici sono luoghi del presente, senza storia, spazi del possibile, del fruibile, del transito fast, raccordi dove i significati sono impliciti. I rituali sono condivisi, codici e norme vengono rispettate anonimamente.

In questi luoghi di passaggio, precari e provvisori, ciò che accomuna gli astanti è la configurazione presente, una foto rapida, che si dissolve pochi minuti dopo. Basti pensare al momento prima dell’arrivo di un autobus, un minuto dopo lo stesso luogo affollato e abitato da una micro folla, assume un nuovo aspetto, desolato per poi transitari verso un nuovo aspetto poco dopo. Quadri di questo genere si compongono e si scompongono in modo ritmico, come fotogrammi sociali che si susseguono. Se da un lato in questi luoghi avviene una spersonalizzazione dell’individuo, dall’altra egli si sente protetto, rassicurato da una folla anonima, e da posti seppur lontani, asettici, che risultano comunque familiari, ovunque ci si trovi. Una stazione è una stazione, con i propri rituali, un fast food è un fast food e si sa cosa ci si trova, a Tokyo o a Casalecchio. Sebbene frequentati da soli, si conoscono le regole e cosa faranno le altre persone lì presenti. Il rituale è prevedibile e pertanto rassicurante, sostiene il sistema sociale, e il singolo si sente comunque in una piazza condivisa, affrancato da un senso in ogni caso di appartenenza.

Le regole sono sottese.

In un ascensore si formano compagnie casuali di un viaggio che dura un battito d’ali.

Nella nostra società si condividono quotidianamente tali rituali, a cui ci si conforma, si uniforma, e se ne diventa consumatori. La dimensione metropolitana impone uno standard di vita globalizzato, non fa molta differenza se si cammina per le grandi strade di Milano, Parigi, Rio de Janeiro. Nonostante la differenza della latitudine, l’occhio umano ritroverà immagini, prodotti familiari, oggetti condivisi e collettivi, la stessa bevanda, la stessa carta di credito, le scarpe da ginnastica, o quel negozio che vende quel tipo di abbigliamento. L’individualismo delle società occidentali ha dall’altro lato prodotto una unificazione dei consumi, per assurdo. In un nonluogo è possibile incontrare il mondo, e allo stesso tempo provare un senso estremo di solitudine.

Isolamento e socialità si intersecano. In altre realtà ancora non fagocitate dalla tendenza al livellamento dello standard di vita come possono essere i paesi della provincia italiana, globalizzazione e località coesistono. Se da un lato l’uniformarsi ai prodotti è incalzante, coesiste e resiste un’attenzione al consumo chilometro zero, al cibo dell’orto. In tutto questo le ondate migratorie portano a una coabitazione o anche a una fusione dei costumi, contaminazioni culturali modificano, incidono e creano nuove usanze.

Non esistono in sé costumi migliori o luoghi peggiori di per sé. Tutto assume un senso dettato da chi ci si approccia. Frenare o esaltare i processi culturali non è la direzione ottimale. Educare alla consapevolezza, cercare di comprendere cosa accade e cosa determina un rito sociale è compito delle agenzie educative, come la famiglia, la scuola, i formatori.

Vi sono tante genti nel mondo, e tanti luoghi. Gente che emerge ma anche che vive ai margini. Luoghi degli affetti, caldi e protetti e luoghi veloci, funzionali, utili se si ha la conoscenza di chi è lì per fare cosa. E luoghi marginali, devianti.

E’ nell’attribuire un significato a questi rituali sociali, e nella loro comprensione che da semplici cittadini passivi e adattati si diventa attori sociali consapevoli. Pronti a godere del mondo pieno e dei luoghi solidi, a transitare, sapendo, per i nonluoghi, in grado di distinguere e riconoscere i luoghi cari degli affetti.

Ameya G. Canovi


Per incontrare un luogo, possiamo recarci domenica prossima (30 maggio) su, fino al fondo della Val d’Ala, per festeggiare i 400 anni di storia del Comune di Balme.

1610-2010 Quattrocento anni di Balme

Con la ricorrenza della SS. Trinità inizia il programma dei festeggiamenti per i Quattrocento anni di autonomia amministrativa di Balme. Nel lontano 1610 infatti, Gian Castagnero, stabilitosi in alta valle dove qualche anno prima aveva terminato la costruzione dell’imponente casaforte del Ruciàss, promosse ed ottenne la separazione dal comune di Ala di Stura. Nel momento in cui è messa in discussione l’esistenza stessa dei piccoli comuni, proprio da Balme, il più piccolo ed elevato villaggio delle Valli di Lanzo, parte un messaggio di orgoglio per la propria storia passata e di fiducia per le aspirazioni future. Solo attraverso un indispensabile progetto di autodeterminazione, è possibile progettare un domani di dignitosa vitalità per le realtà più marginali. E solo mantenendo e rafforzando i servizi e le attenzioni alle popolazioni che in quelle aree vivono, diversamente da quanto sta avvenendo ormai da tempo, si può invertire una tendenza all’abbandono di vasti territori, le cui conseguenze sono spesso l’effetto di problemi maggiori, specie nei confronti delle realtà più urbanizzate. Con l’inizio dei festeggiamenti patronali della SS. Trinità, l’estate balmese sarà ricca di appuntamenti che vedranno impegnati oltre al Comune, i numerosi operatori turistici, le associazioni e i singoli abitanti.

Ecco la locandina con il programma del 30 maggio.


Mi piacerebbe che i nostri poveri politici ogni tanto si illuminassero di immenso e capissero che per chi vuole vivere nelle Alpi, anche quelle più recondite, sognare si può. Anzi, si deve.

Sognare di viverci, di farsi una famiglia. Sognare un futuro.

Le Alpi sono un luogo bellissimo.

Beppeley

7 Responses to I nonluoghi

  1. utente anonimo says:

    bello! grazie 🙂

  2. ameya says:

    ero sloggata, bello grazie ! :-))

  3. ometto83 says:

    Bravi a tutti e due, e complimenti per il post Ameya: chiaro, conciso e molto coinvolgente. Hai dato una descrizione perfetta del non-luogo.Prima di iniziare a parlarne sul blog spesso ne "percepivo" l'esistenza in determinate situazioni che tu stessa hai riportato: la saletta medica, la fermata dell'autobus ecc… Condizioni in cui si assume un atteggiamento anche di sottile ipocrisia, ci si saluta e si fa due chiacchiere per poi nemmeno guardarsi in faccia quando si esce per strada. Strana società la nostra, questi rituali mi hanno sempre lasciato un pò smarrito.  Forse lo stare in gruppo, anche tra sconosciuti, e cercare di instaurare un legame minimo per il breve tempo di interazione è una reminescenza di nostri istinti ancestrali, in cui la sopravvivenza era maggiore se si era in un insieme numeroso di individui.Concordo sul luogo montagna per tutte le caratteristiche che lo rendono tale. Fortunatamente, nonostante i mille attacchi e difficoltà che subisce credo rimarrà tale, almeno lui…

  4. serpillo says:

    Pensando ai “non luoghi” mi vengono in mente posti anonimi e gente infelice .Sui tram le persone sono richiuse nei propri pensieri: neanche si accorgono se ti pestano un piede….. sugli ascensori essere più di uno crea un fastidioso senso di imbarazzo…. in coda, tutti si guardano in cagnesco, per evitare il solito furbetto che cerca di passare per primo…… se cerchi di sorridere agli sconosciuti pensano che vuoi fregarli….L’impressione e’ che, se sei da solo e non consumi, sei inutile.Meno male che esiste la possibilità di scegliere i propri luoghi e i propri spazi per rigenerarsi.Serpillo

  5. Si, però…. non tutti i cosidetti non-luoghi sono fonte di alienazione e straniamento. Mi vengono in mente le stazioni ferroviarie e i terminal degli autobus di paesi africani e del medio oriente, che sono luoghi di aggregazione e di condensazione di attività e di incontri che altrimenti non potrebbero sussistere e svilupparsi. Certi non-luoghi sono stati fondamentali per rimescolare e riattivare processi culturali che tendevano ad insabbiarsi. Secondo me, è questione anche di approccio: se nei tram, alle stazioni, in aeroporto ci si irnchiude nell'autismo dell'ipod, del blackberry sempre acceso e del pc totally wired allora la percezione del non luogo è di isolamento e di esclusione. A questo punto anche uno spostamento in auto con amici diventa un non luogo.A me, personalmente, affascinano le stazioni ferroviarie e degli autobus , forse perché lì vedi effettivamente le persone che salgono sui mezzi, partono, arrivano, si/ti incrociano. Gli aeroporti, invece, restano  luoghi misteriosi in cui le persone vagano spaesate per venire inghiottite poi in tubi o portali che li spediscono in giro per il mondo.Gp

  6. blacksheep77 says:

    riprendo l'ultimo commento di gp… anche a me affascinano le stazioni. quasi sempre, per vari motivi (soprattutto di tempo!) viaggio in macchina, ma quando è possibile uso i mezzi pubblici. mi è capitato di prendere un paio di volte il treno e di dover aspettare in stazione per qualche decina di minuti… che umanità che si vede!

  7. Pingback: Il tempo rubato « I camosci bianchi

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