Escursionismo, questo sconosciuto

CAI EscursionismoLa Commissione Escursionismo del C.A.I. di Lanzo, sotto l’egida della Commissione Centrale per l’Escursionismo del C.A.I., organizza un corso individuale di escursionismo rivolto a coloro che intendono conoscere e frequentare autonomamente la montagna in completa sicurezza.

Lo scopo del Corso e’ di acquisire un bagaglio di conoscenze tecniche, pratiche e culturali sia per percorrere in sicurezza sentieri escursionistici (E), sia per comprendere e salvaguardare il delicato equilibrio dell’ambiente montano.

Scarica i documenti del Corso (iscrizione entro il 17 febbraio oppure nella serata di inaugurazione del Corso che avverà il 13 aprile nella sede del CAI di Lanzo):

Locandina
Programma
Modulo Iscrizione

Riporto qui sotto le riflessioni di Pier Mario Migliore (ANE: Accompagnatore Nazionale di Escursionismo) in merito all’escursionismo.

Pier Mario Migliore inteverrà al Corso nel week end del 28-29 maggio.


Tanti parlano di escursionismo, molti praticano l’escursionismo e anche nel nostro sodalizio l’attività escursionistica è la componente numerica più rappresentativa. Spesso però, sotto questa “bandiera” si cela un attività che solo esteriormente è escursionismo; in realtà l’unica affinità risulta essere l’aspetto motorio.

L’ESCURSIONISMO non è il parente povero dell’alpinismo e i suoi adepti non sono degli “alpinisti mancati”. Purtroppo questo pensiero oscuro, che a parole viene energicamente rigettato, nei fatti viene spesso applicato. Prova ne siano i corsi di escursionismo che spesso sembrano corsi “base” di alpinismo gestiti da accompagnatori i cui zaini sono stracolmi di “ferramenta”.

O peggio, avete mai sentito un accompagnatore vantarsi della conoscenza del territorio anziché del massimo dislivello effettuato in un giorno o della meta alpinistica o pseudo alpinistica raggiunta ?

Con questo non voglio assolutamente banalizzare l’appagamento fisico del raggiungimento della meta: sono il primo a voler un escursionismo non “ingabbiato” nel sentiero, ma quello che continuo a non vedere nei fatti è la volontà di arrivare alla conoscenza del territorio.

Tutto il bagaglio tecnico fornito dai vari corsi è giusto e doveroso ma questo è il MEZZO e non il FINE dell’escursionismo. Questa dovrebbe essere la nostra vera differenziazione rispetto alle altre discipline del salire sul monte. Per la maggioranza degli alpinisti, sciatori, arrampicatori, l’appagamento dell’andare in montagna spesso si trasforma in una maniacale conoscenza dello strumento adoperato per aumentare la propria prestazione; in questo contesto l’ambiente percorso è, seppur sublime, uno spettatore dell’impresa.

I nostri materiali (racchette, arva, gps, corda, bastoncini ecc.), che dobbiamo saper usare, devono tassativamente restare vicari degli unici veri strumenti escursionistici: la testa e le gambe.

In questi anni, nella formazione degli accompagnatori abbiamo dato maggiormente peso agli aspetti tecnici connessi alla sicurezza e questo deve continuare e migliorare, ma la vera sfida è riuscire a infondere in ogni escursionista “il piacere della scoperta”.

A questo riguardo riporto due citazioni del nostro “pass president “ Annibale Salsa (Alp estate 2007):

“Il CAI non è un associazione sportiva. Il nostro muoversi in montagna, che sia a piedi, in bici o arrampicando poco importa, non può prescindere da una dimensione esplorativa, o se volete conoscitiva, dell’orizzonte montano.”

E ancora (rivista CAI febbraio 2010):

L’alpinismo nasce come pratica scientifica di esplorazione della montagna. Questo dato di partenza lo pone al di fuori e al di sopra delle consuete pratiche sportive”.

Quindi, che la sicurezza debba essere prioritaria per noi e per i nostri accompagnati non deve essere assolutamente messo in discussione, ma spesso si abusa di questa necessità sino a renderla l’esclusività della pratica escursionistica. Un accompagnatore non preparato non deve esistere, ma nel contempo un accompagnatore solo tecnico diventa automaticamente la “brutta copia” degli accompagnatori / istruttori degli altri settori del sodalizio.

Ho sempre impressa nella mente una frase: “UN VERO VIAGGIO DI SCOPERTA NON E’ CERCARE NUOVE TERRE MA AVERE NUOVI OCCHI”.

Ecco dove dovremmo arrivare con l’escursionismo. Sono consapevole che l’aspetto culturale è difficile da apprendere e sicuramente non esiste un corso, un aggiornamento o un manuale esaustivo sull’argomento. Forse per molti di voi quanto oggi esposto è un argomento poco conosciuto ma, proprio partendo da questo “inizio”, vorremmo proporre stimoli per poter piacevolmente camminare su questo percorso.

Sotto questo profilo, come accompagnatori abbiamo un compito gravoso, ma nel contempo affascinante : insegnare a chi a noi si affida l’amore per il territorio che percorre.

“Buttiamo ai rovi” quello stereotipo che accomuna la cultura ad intellettuali barbuti e canuti, incominciamo a pensare alla cultura come un bagaglio umano sviluppatosi nel tempo e che ha permesso ai nostri antenati di vivere dignitosamente anche in situazioni non idilliache.

In questo contesto l’accompagnatore non deve “sedersi in cattedra” e trasmettere nozionismo, ma deve diventare un naturale divulgatore del piacere della conoscenza di quanto si vede durante le uscite.

Riporto ora un ulteriore citazione di Annibale Salsa:

All’escursionista è idealmente affidata la memoria storica di un patrimonio plasmato dalla fatica, dal sacrificio, dalla caparbia determinazione degli uomini della montagna. Ad esso competerà perciò la responsabilità morale nel rendere testimonianza degli ultimi segni della cultura materiale e spirituale delle genti delle Terre Alte.”

Queste parole ritengo siano la sintesi della peculiarità culturale escursionistica : il piacere di vedere, interpretare, capire , amare l’aspetto “umano” del territorio che si percorre.

Quasi sempre l’approccio all’argomento culturale tende ad enfatizzare il risvolto naturalistico e a sottovalutare l’aspetto antropologico, vedendo la presenza umana come “incomoda” o comunque subalterna di quell’ideologia che trova la massima espressione nell’esaltazione del “wilderness”.

Spesso si dimentica che tutto il nostro territorio alpino e peninsulare è stato plasmato dall’uomo e le bellezze, anche paesaggistiche, sono il frutto di un sapiente connubio di cultura e natura.

Non è vero che l’uomo sull’ambiente ha solamente provocato brutture, anzi , la sapiente e oculata presenza umana sul territorio ha anche creato i presupposti per la nostra attuale fruibilità del monte.

Senza le coltivazioni, i siti abitativi e la viabilità di collegamento, la bassa e media montagna altro non sarebbe che una boscaglia impercorribile. Le attuali praterie di alta quota, senza il secolare spietramento e pascolamento altro non sarebbero che una macchia cespugliosa. Con questo scenario “naturale” difficilmente potrebbe esistere l’escursionismo, l’alpinismo, il cicloescursionismo e altri moderni modi di usufruire delle terre alte.

Rammento un motto Occitano riportato su di una meridiana in val Chisone:

il tempo fa maturare il grano ma non coltiva la terra”.

Quanta saggezza in questa citazione…

La natura incontaminata, per sua natura è caos e come tale difficilmente abitabile; la natura armonizzata con insediamenti umani può trasformarsi in un luogo piacevole e vivibile.

E’ doveroso criticare e contrastare il vilipendio della natura perpetuato dalle “modernità”, ma il comprendere e il valorizzare le testimonianze passate di una antropizzazione integrata nel territorio, può trasformarsi in esempio per il presente e il futuro.

Pier Mario Migliore

Beppeley

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