“497…”

RoxAmo la montagna da sempre.
Da quando ero piccola, quando se mia madre decideva che non potevo andare a fare una passeggiata con gli amici più grandi che mi venivano a cercare, lei arrivava a nascondermi gli scarponcini: io rimediavo mettendomi i suoi che erano di 3 o 4 numeri più grandi, e scappavo via per qualche ora. Boschi, greggi, cespugli di mirtilli, animali, montagne, aria pura. I ragazzi più grandi che offrivano a me, mascotte di 4 o 5 anni, un pezzo di pane con due fette di salame. Poi, a casa le prendevo di santa ragione. Ma ne valeva la pena, perché avevo visto cose meravigliose per me, che non perdevo tempo a disegnare e colorare nei miei quaderni. Sapevo già scrivere, e sotto ogni disegno, davo il nome all’animale o alla pianta o alla montagna visti, sovente affidandomi ai suoni che non avevo ben decifrato dai ragazzi più grandi, spesso paesani, che parlavano in patuà. Le sberle che mi aspettavano a casa, valevano la pena e le punizioni a tempo, pure, grazie a tutto ciò che i miei occhi avevano visto quel giorno.Oggi ho 44 anni. In breve tempo, la montagna è divenuta per me, così come per molti altri di noi, una grande passione. Viscerale, autentica, indispensabile. La passione che non muore mai e che se il corpo lo permette scaglia il cuore oltre le fatiche più grandi, lassù, in alto, dove la cima della montagna non finisce, ma bensì continua in uno spazio irraggiungibile e per questo più affascinante. La montagna diventa luogo catartico dove, come scrisse Epicuro, “Il frutto più grande del bastare a sé stessi è la libertà”…

Rox e cinghialinoLibertà dai pensieri di ogni giorno, che di colpo diventano evanescenti, ed intorno c’è solo natura e ci siano noi, noi che “siamo” quella stessa natura, che ci immedesimiamo a volte inconsciamente nel “Tat tuam asi”, principio fondamentale del taoismo, che ci sussurra da ogni dove: “Questo sei tu”…tat tuam asi… Ma la vita, talvolta, ci allontana per le ragioni più varie ed imprevedibili dalla natura, dalla nostra montagna. A me è capitato talvolta per gravi ragioni di salute, nel corso degli anni, e la cosa mi ha fatto spesso riflettere al modo in cui molte persone “vivono” la montagna. Come ad una cosa “da fare” e da aggiungere ad uno sterile elenco, per poter dire, io c’ero, ce l’ho, non mi manca, avanti la prossima avventura. Io sorrido di queste boutades, ed ho voluto così verificare quante ne avessi fatte io da quando ho abbracciato con ardore ed un certo impegno il sacro demone buono della montagna che ho nel cuore: 497. 497: forse nella numerologia ha un significato.

SAM_0373Se la vita non avesse fermato me così come molte persone nel corso degli anni di attività, forse oggi avrei oltre 700 uscite, ed anche pregevoli, perché i sogni di scoperta ci portano naturalmente verso mete vicine e/o lontane. Ma io non vivo la montagna come un cacciatore di teste. Ciò che mi manca, non sono i numeri, ma le occasioni che ho perso per vivere la nostra natura. Penso a tutti i luoghi che non ho scoperto, a tutte le montagne che non ho potuto ammirare e salire; alle felci ed agli alberi che non mi hanno sfiorato lungo i sentieri; alle albe ed ai tramonti che non ho avuto la fortuna di godere; ai mari di nuvole che mi han separata dalla terra ed avvicinata alla Luna; agli effluvi balsamici dei boschi che non percepito fin a riempirmi i polmoni; alla rugiada ed a i fiori che non ho osservato nella loro straordinaria bellezza e complessità, sia pur a volte nella loro stupefacente piccolezza; agli animali che non ho avuto il privilegio di vedere, con la speranza che se fosse accaduto io non li avessi disturbati dal pasto, dalla cura dei piccoli o dalle corse per praterie o su per schiene rocciose, impegnati in straordinari equilibri alpinistici; ai ghiacciai sui quali non ho sentito i ramponi “mordere” all’alba quando la punta del naso è gelida e sembra di incamminarsi su un pianeta siderale; alle rocce riscaldate dal sole del mattino e dal corpo giaguaro che non ha scalato una parete, accarezzandone ogni piega della sua pelle rugosa per scoprirne gli appigli, sino a giungere in cima per contemplare un diverso orizzonte dall’alto; ai pastori con cui non ho parlato, ed agli armenti che non ho ammirato; alle fonti da cui non ho bevuto ed in cui non ho potuto rinfrescare la nuca calda e madida di sudore; al freddo che non ho sentito farmi rabbrividire la pelle, ed alla neve vergine che non ho calpestato con rispetto e gioia; a tutta quella profonda, ma sana fatica che non mi sono portata a casa, sotto una doccia tonificante di fine giornata prima, e sotto le coperte poi…
Lac Vert, Vallèe EtroiteEcco che cosa dovrebbero rappresentare “quei” numeri per ognuno di noi. Occasioni per scoprire nuovi o vecchi luoghi, ma sempre continue e diverse emozioni. Nient’altro che parti del ciclo continuo della vita… I numeri che mi mancano oltre ai miei fatidici 497 di oggi, vorrei che fossero ancora TUTTO quel che ho appena descritto, cioè in funzione dell’amore di esistere e di godere. Vorrei che questa filosofia di vita fosse di sano contagio per tutti coloro che amano la natura. Henry David Thoreau scrisse: “Accingersi a vivere una vita autentica significa mettersi in viaggio per ritrovarsi gradualmente circondati da nuove scene e nuove persone…” Solo per chi ha trovato la natura, ogni luogo diviene sacra dimora e degno di essere custodito in noi e protetto il più possibile. L’impeto del mondo non cessa mai di infrangere il mutismo di ciò che ci circonda, scalfendo il silenzio delle cose con parole, gesti, suoni, colori che non esprimono altro che il mistero dell’Essere Superiore che ci pervade e attraversa. Il vento soffia e l’acqua cade in tutto il mondo, e aria, e mari, e cieli alpini azzurri, nonché diafani, sono ovunque. Tutto diventa diafano, una nuvola d’oro all’orizzonte, una luna tenera come madreperla, un grido d’animale in un bosco, il verso di un uccello, un sentiero roccioso. Tutto questo deve essere il nostro tesoro, senza numeri o tacche sul calcio della pistola o ancora tatuaggi sui polsi per testimoniare di essere stati su un ottomila, o due, o tre. Il vero tesoro che ci offre la montagna non si racchiude in uno scrigno colmo di un numero sempre più elevato di gioielli, ma nel nostro cuore, nel conforto che ciò dovrebbe conferire alla nostra anima e renderci più sicuri e felici, anche nella settimana o da qualunque altro tempo che ci separi dalla prossima “immersione” nel nostro mondo, facendoci rivivere nel frattempo in ogni giorno di attesa, flashbacks, immagini e suoni che non possono che arricchire la nostra vita. Sappiamo tutti che stiamo andando incontro alla deforestazione, e sappiamo tutti i rischi che corrono le nostre montagne. Nicolas Pepin, ricercatore dell’università di Portsmouth, ha dichiarato che se il riscaldamento globale aumenterà, la vegetazione sparirà e le specie animali rare scompariranno del tutto, poiché verrà loro a mancare l’ecosistema in cui vivere… E, last but not least, i ghiacciai scompariranno causando inondazioni ed erosioni del suolo devastanti. Così nevi e ghiacci, fondamentali riserve d’acqua, venendo a mancare per animali e vegetazioni, per dirla in breve, si “seccherebbero”. Pensate: le nostre montagne ridotte a deserti di desolazione.

Punta Gnifetti e i due Lyskamm sullo sfondo, Monte RosaIl mondo, patrimonio dell’umanità – purtroppo anche di quella più scellerata – ridotto ad un day after. Noi non vedremo questa apocalisse, ma dovremmo comunque impedire da OGGI che la follia umana faccia sì che i nostri posteri possano vivere delle meraviglie che noi ora abbiamo il privilegio di godere. Ecco perché le escursioni non dovrebbero essere numeri, o solo numeri. 497, 600, 700 e magari di più… Misuriamo noi stessi ed il nostro passo con l’infinita pazienza della natura, e la natura ci porterà con sé ogni volta verso nuove scoperte….

Souleiado

One Response to “497…”

  1. serpillo says:

    Ciau Souleiado,

    grazie per aver condiviso con noi (non solo scrivendo) la tua storia ed il tuo cammino.

    Oramai si viaggia a numeri, a performance, a classificazioni…anche io sono più vicina al tuo pensiero e non siamo sole…..

    Vorrei che tutti potessero ascoltare
    il canto delle coturnici al sorgere del sole,
    vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce,
    il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti
    e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore…
    cose che ancora si possono godere purchè si abbia
    desiderio di vita, volontà di camminare
    e pazienza di osservare

    Mario Rigoni Stern (Uomini, boschi e alpi)

    Serpillo

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