Il silenzio della neve

Solo fino a qualche giorno fa, i giornali e le televisioni ci hanno inondato di notizie riguardanti le nevicate, più o meno “imponenti”, che si sono abbattute sulla nostra Penisola, al nord come al sud, creando gravi problemi nei confronti di cittadini ed istituzioni completamente impreparati ad affrontare eventi simili.

Anche in una città come Torino, sebbene la neve non abbia insistito come in altre zone del nostro Paese, ci sono state polemiche e lamentele per qualche disagio che la neve ha creato scombussolando il “normale” svolgimento della vita cittadina.

Durante quei giorni, catturato come tanti dal  flusso, anch’esso imponente,  di notizie, foto, servizi televisivi, interviste, attacchi vari ai sindaci delle città, polemiche e così via, ho pensato spesso ad un silenzio particolare, insolito, ma anche molto elegante ed eloquente. E’ il silenzio che proviene da certe valli alpine distanti solo un’ora di auto dalla metropoli in cui vivo.  Frugando nei ricordi dei racconti dei vecchi e tra le letture che ho potuto fare, ho pensato che grandi nevicate ce ne sono sempre state, anche quando non c’era tutta questa tecnologia che ci circonda e che ci fa sentire illusoriamente così potenti ma in verità così fragili da ritorvarci in un batter d’occhio profondamente smarriti e disarmati sotto un’insistente ed “inattesa” nevicata  da inverno di “una volta”.

Di questo silenzio, ammantato di bianco, vorrei rendervi partecipi riportando qui uno scritto del mio amico Giorgio Inaudi, autore di libri di cultura alpina, grande conoscitore e straordinario narratore di quell’area francoprovenzale che si rinviene nei dintorni di Balme, piccolo villaggio alpino delle Valli di Lanzo.

TEMPO DI NEVE, STORIE DI VALANGHE

Quando la neve arriva alle finestre

Stando alle statistiche, a Balme dovrebbero cadere ogni inverno quasi quattro metri di neve fresca, per la precisione cm 373. Sono dati attendibili perchè il nostro paese fu tra i primi ad essere dotato, sin dal 1876, di una efficiente stazione meteorologica, per iniziativa del celebre Padre Denza, uno dei fondatori della meteorologia moderna.

Le osservazioni furono effettuate, per molti anni, da uno dei più benemeriti parroci di Balme, don Didier de la Motte. Oggi questi dati vengono raccolti ed elaborati dalla Società Meteorologica Subalpina che pubblica la prestigiosa rivista “Nimbus”. Sappiamo così che a Balme sono trentuno i giorni dell’anno in cui cade almeno un centimetro di neve e che la neve rimane al suolo in media per 135 giorni l’anno. Sono dati che confermano scientificamente la fama che Balme ha, in tutta la provincia di Torino, di essere una vera e propria “fabbrica della neve”.

Probabilmente a causa di un microclima locale, le precipitazioni  e la permanenza della neve al suolo appaiono maggiori di quanto non comporterebbe la quota e si avvicinano ai dati raccolti in stazioni assai più elevate, come quella di Malciaussìa, ad oltre 1800 metri di quota. Si tratta sempre di dati medi, e sappiamo bene che le medie sono fatte di eccezioni: infatti, come ben sanno gli sciatori, da molti anni la neve si fa desiderare. Tarda a venire, ne viene poca e, quando finalmente arriva, ecco il vento “marino” pronto a mangiarsela in poche notti.

E’ un grosso danno per l’economia locale e per il turismo. La carenza di neve fa rimpiangere apertamente le mitiche nevicate di un tempo, delle quali volentieri parlano i vecchi. Sono storie che i più giovani ascoltano spesso con un po’ di scetticismo, ma che si rivelano puntualmente confermate dai documenti. Leggiamo così nella cronaca del Milone, pubblicata nel 1911:  “1879. Dal principio di novembre 1878 al 19 aprile 1879, lo strato di neve non fu mai inferiore ai metri due e molte volte raggiunse i metri tre nell’abitato e quattro alla Mussa. In sei mesi non si ebbero quattro giornate consecutive di bel tempo. Il 10 di maggio la neve era ancora alta due metri in Balme e quattro alla Mussa. Fra Chialambertetto e le Molette cadde in tali giorni una valanga più alta del campanile della chiesa. Il 14 giugno la neve alla Mussa era ancora alta trentacinque once ed ai Cornetti copriva ancora buona parte dei prati. In giugno ed in luglio si ebbe il gelo in Balme e si cominciò a salire alla Mussa con il bestiame il 26 luglio”.

Del resto, soltanto una ventina di anni fa, nel corso degli anni Settanta, si susseguirono quasi senza interruzione annate nevosissime, altrettanto dannose per il paese quanto lo sono ora gli inverni secchi e miti. Ma la natura ha le sue regole ed i suoi cicli, che il breve spazio della vita umana riesce soltanto ad intravedere. I Balmesi ricordano bene che tra il ’59 ed il ’63 vi fu una serie di annate molto nevose, come pure tra il ’72 e l’ inizio degli anni Ottanta. Il 6 aprile 1969 caddero cm 140 di neve nelle ventiquattro ore, mentre il 22 febbraio 1972 la neve raggiungeva nel capoluogo l’altezza di cm 402. Avere quattro metri di neve compressa sotto il proprio stesso peso significa circolare all’altezza dei fili della luce, ed entrare nelle case dai balconi del primo piano. Significa entrare, nel giro di poche ore, in un mondo in cui le dimensioni delle cose appaiono alterate, nel quale anche gli spostamenti più brevi comportano difficoltà insormontabili.

All’inizio del secolo scorso, il Conte Francesetti di Mezzenile annotava che “il villaggio di Balme rimane per molti mesi sepolto sotto la neve, al punto che gli abitanti sono talvolta obbligati a restare per interi giorni senza poter uscire dalle proprie case. Quando ne escono, poichè la neve fresca non sostiene il loro peso, portano ai piedi cerchi di legno con l’interno munito di corde, come una racchetta. L’uso di questi attrezzi è conosciuto in tutte le valli, ma soltanto in casi eccezionali, mentre qui la necessità li rende quasi abituali in caso di  neve. In queste occasioni,, le comunicazioni con i paesi meno elevati sono interrotte per intiere settimane e, anche in caso di gravi malattie o della rottura di un arto, non si può contare su alcun soccorso dall’esterno. All’inizio dell’inverno, ogni famiglia fa le proprie provviste, come si farebbe in una città che dovesse prepararsi a sostenere un assedio di qualche mese. Neppure i morti vengono più seppelliti entro le ventiquattro ore, come si fa abitualmente, perchè il cimitero è sepolto sotto sei o sette piedi di neve (cm 180-210, ndr). Le salme vengono messe in una piccola stanza a fianco della chiesa, dove si conservano senza corrompersi, finchè non è possibile spalare qualche tesa di terreno e scavare una fossa”. I Balmesi hanno sempre dovuto convivere con la neve e con le valanghe. Sanno bene che cosa fare e soprattutto che cosa non fare. Nei paesi alti le forti nevicate fanno parte delle regole del gioco. Quando la coltre cresce fino a “oscurare le finestre”, come si dice da noi, non c’è altro da fare che  aspettare che la tempesta passi. Soltanto quando sarà finito si potrà uscire e la vita riprenderà a scorrere.

E’ sempre stato così e ci sono ancora tra di noi alcuni che ben ricordano un tempo, appena dietro le nostre spalle, in cui l’isolamento veniva affrontato non con le ruspe e con gli elicotteri, ma con le pale e con le racchette da neve, quando neppure esistevano gli sci.

L’insidia delle slavine

Se oggi la neve porta lavoro e benessere, non bisogna dimenticare che spesso è sinonimo di morte e distruzione. La storia di Balme è tutta intessuta di disgrazie provocate dalle valanghe. La prima di cui si ha memoria accadde nel 1724: sappiamo che un certo Castagneri Gian Giacomo, figlio del nobile Giovan Battista e di Abbà Antonietta, di anni cinquantanove, morì sotto una valanga e fu poi estratto soltanto sei mesi dopo, il 17 luglio 1725. Non sappiamo dove sia avvenuto l’incidente, certamente non nelle vicinanze del paese, dato il lungo periodo intercorso prima che il corpo venisse ritrovato.

Pochi anni dopo, nel 1734, fu la volta dei fratelli Bogiatto (Djakìn) che furono travolti  e morirono soffocati nello Stura al Crest della Losa, lungo la mulattiera che sale al Pian della Mussa, poco prima di arrivare al piano. Entrambi gli incidenti sono probabilmente da ricondurre alla necessità di trasportare a valle, con le slitte, la legna ed il fieno accumulati durante la stagione estiva. Lavori di questo tipo, insieme al contrabbando ed alla caccia erano le attività che inducevano talvolta i Balmesi ad allontanarsi dall’abitato anche in momenti di grande neve.

Poco più di un secolo dopo, il 28 aprile 1858, è la volta di un altro Bogiatto-Djakìn, Giacomo di Giacomo, di anni diciannove. Recatosi a caccia in regione Gorgi di Servin, investito da una valanga di neve, morì soffocato. Ma anche le immediate vicinanze del paese potevano (e possono) essere pericolose. Infatti, nei momenti di maggiore pericolo, la gente di Balme, oggi come allora, evita di spostarsi da una frazione all’altra e, se può, addirittura di uscire di casa.

Il 16 gennaio 1845 Castagneri (Djanoùn) Giacomo Antonio morì sotto una valanga staccatasi dal monte Fort, che lo investì mentre stava andando ad attingere acqua al Rio della frazione Cornetti, in località La Ròia. Si tratta del luogo dove oggi sorge il piazzale dei Cornetti, dove oggi sembra assolutamente impossibile che una valanga possa cadere. Ma bisogna pensare che la montagna doveva essere all’epoca quasi completamente denudata, per l’intenso disboscamento effettuato nei secoli precedenti. Le foreste erano state abbattute per fabbricare il carbone di legna necessario all’attività mineraria e metallurgica.

Il 1885 è ricordato come il più terribile, secondo la memoria  dei vecchi. Caddero, nel corso dell’inverno, oltre dodici metri di neve, di cui più di quattro nel solo mese di gennaio. Fu  colpito il capoluogo, risparmiato nei secoli precedenti o, almeno, mai colpito da valanghe che avessero provocato vittime umane. Questa volta, invece, i morti furono parecchi.

Occorre ricordare che, fino alla meta del secolo scorso, l’abitato era assai più concentrato. Iniziava dove ora sorge la cappella di Sant’Urbano e terminava prima della spianata dove oggi sorge l’Hotel Camussòt. Questa zona era tradizionalmente considerata sicura e, inoltre, le case più a monte erano protette da uno sperone a forma di prua di nave o ad abside. Questa struttura, fatta di pietre e di terra, detta in patois la tchòma, aveva ed ha lo scopo di dividere la valanga, rallentandone l’impatto distruttivo.

I Balmesi avevano sempre evitato di costruire al di fuori di questa zona e non a caso, al momento di costruire la nuova chiesa, alla fine del ‘700, era stata scelta una zona sita circa cento metri più a valle, al riparo del contrafforte della Bàrma. Ma nella seconda metà del secolo scorso il paese aveva conosciuto una certa espansione, dovuta anche allo sviluppo del turismo.

Questa espansione fu diretta verso la parte alta del villaggio, la Tchinàl (il canale), e verso la zona detta dei Tchinavé (i campi di canapa), posta tra il capoluogo e la chiesa. I campi lasciarono poco la volta il posto a ad una fila edifici, fino a saldare completamente l’abitato alla parrocchiale. Proprio questa zona, nel gennaio 1885, fu investita da una valanga terribile, che spazzò via tutto quanto trovò sul proprio percorso, attraversò i campi dove oggi sorge il deposito delle corriere, giunse fino oltre il torrente ed andò a sfogarsi dove oggi si trova lo skilift del Pakinò.

La disgrazia è così raccontata nel volume del Milone: “Nel comune di Balme, verso le ore 4.30 della sera del 18 gennaio 1885, una valanga spaventosa precipitò dalla montagna sopra il villaggio e spazzò via la casa del maestro comunale, G. B. Castagneri-Lynch, situata vicino alla parrocchia. Delle sette persone che vi si trovavano, si estrassero morti la moglie ed un figlio. Le altre cinque furono trovate in vita, ma malconce in modo che il più piccino dei figli spirò quasi subito ed il padre morì due giorni dopo. Un altro figlio ebbe una gamba quasi gelata e fu portato all’ospedale di Lanzo, insieme ad una sorella che ebbe slogata una spalla e rotto un braccio. Tale fu l’immane sventura della famiglia Castagneri, colpita dal dolore e dalla morte mentre tranquillamente stava raccolta attorno al focolare domestico. Tutto il capoluogo di Balme rimase sepolto sotto la disastrosa valanga, ad eccezione della casa del parroco e di quella di un certo G. B. Bricco, che è fabbricata sulla rupe del Routchiàs. Presso la vecchia cappella di S. Urbano, ora abbattuta, un fabbricato fu raso al suolo e lanciato contro la casa prospiciente. Dopo la caduta della valanga, in  certi punti, la neve misurava nel paese dodici metri di altezza. Mediante l’opera di soccorso subito attivata, furono disseppellite vive trentotto persone”.  Fu una tragedia che segnò a lungo la comunità di Balme, una storia raccontata innumerevoli volte durante le veglie nelle stalle, all’incerto chiarore delle lucerne. Ecco la testimonianza di Maddalena Castagneri-Lèntch, classe 1907, figlia di uno dei sopravvissuti.

“Era il 18 gennaio 1885. Lo so bene, perchè mio padre mi raccontò questa tragedia infinite volte. La famiglia di mio nonno era chiusa in casa, perchè nevicava ormai da tre giorni e lo strato di neve superava i tre metri. Mio nonno, detto “lou madjìster”, perchè era il maestro di scuola, aveva fatto molti sacrifici per costruire quella casa. L’aveva fatta proprio lì, appena sopra il posto dove poi hanno costruito la scuola, perchè lì aveva un pezzo di terra. Alcuni gli avevano fatto osservare che poteva esserci pericolo di valanghe, altri dicevano che la zona era sicura. Ma Balme è costruito proprio sotto le rocce e nessun posto è assolutamente sicuro. Erano già successe tante disgrazie… La casa non era ancora finita: mancava ancora la “tchòma”, cioè lo sperone di pietra che di solito viene costruito dietro le case di Balme per difenderle dalle slavine. Erano le quattro del pomeriggio quando la valanga cadde, portò via la casa e distrusse ogni cosa sul suo passaggio. Basta dire che la “fresta”, cioè il trave di colmo della casa fu trascinata a parecchie centinaia di metri di distanza, fin oltre la Stura, dove oggi c’è lo skilift del Pakinò. Proprio lì, molti mesi dopo, quando scioglieva la neve, vennero fuori i mobili e persino i pani di segale della provvista per l’inverno. Sotto le macerie della casa, mio padre era ferito ma vivo. Sentì che arrivavano i soccorsi e gridò, ma non riuscì a farsi sentire. Anzi, sentì che da fuori dicevano:”Qui sono di sicuro tutti morti. Andiamo prima a scavare la valanga che è caduta alla Molera, dove forse c’è qualche superstite”. Tornarono il giorno dopo. Mio nonno fu estratto ancora vivo, ma morì la sera stessa. Erano invece morti sul colpo la moglie e due figli. La poveretta fu trovata trafitta da uno dei corni della culla, con dentro l’ultimo nato. Forse stava dandogli il latte o forse aveva cercato di salvarlo… Mio zio Battista restò zoppo per il congelamento riportato. Mio padre guarì, ma rimase segnato da questa tragedia per tutta la vita. Volle ricostruire la casa, nello stesso posto. Ricordo che, ogni volta che la neve cresceva, cadeva in preda all’angoscia e ci faceva andare tutti nella stalla, l’unica parte dellacasa che non era crollata. Noi gli dicevamo: “Ma, padre, perchè avete ricostruito la casa proprio qui?” E lui rispondeva che ognuno aveva il suo destino, ognuno i suoi posti…”

Nel pomeriggio di quello stessa, tragico, 18 gennaio 1885, una valanga travolgeva la frazione Molera, abbattendo la casa di Solero Domenico e proseguendo poi la sua corsa fino alla sottostante frazione Molette.

Il capofamiglia, come spesso avveniva all’epoca, si trovava a Torino dove lavorava durante la stagione invernale.  Rimasero invece uccisi la moglie, Solero Sevànt Maddalena fu Antonio, nativa di Mondrone ed il figlio Celestino di anni due, morto subito dopo essere stato estratto dalle macerie della casa. Altri cinque figli, Nicola, Antonio, Maddalena, Gabriele e Battista, furono salvi perchè al momento del crollo non si trovavano in casa ma nella “cròta d’l’ampài”, cioè nella cantina attigua alla casa dove si conservavano le foglie per la lettiera della stalla. Il fabbricato, più basso della casa, fu sepolto dalla valanga ma non crollò. I cinque bambini, il più grande aveva 13 anni, il più piccolo quattro, furono estratti dai soccorritori soltanto il giorno 20.

Di quella tragica giornata si ricordano anche episodi meno tragici: alcuni vennero travolti dalla neve, ma furono più fortunati, come quel Francesco Castagneri Minoùia, di anni venticinque, che si trovava, al momento della valanga, nel lavatoio del paese.  Il lavatoio fu sommerso ma non travolto e   Francesco, in cinque ore di lavoro, riuscì a scavare una galleria di dieci metri, sbucando infine all’esterno.

Le valanghe in cifre

Per concludere, ecco alcuni dati scientifici sulle valanghe balmesi, tratti dall’Archivio Storico – Topografico delle Valanghe Italiane, Istituto di Geografia Alpina dell’Università di Torino.

VALANGA DEL VALLONE DEL RU

Sul fianco sinistro dello Stura, tra Balme ed il Pian della Mussa, prima dei tornanti. Si stacca a m 2300 nel vallone del Ru, scende in un canalone senza piante per diversi balzi, e si deposita in località Ghiaire, accumulandosi sulla strada a quota 1500. Investe il serbatoio n. 2 dell’acquedotto. A volte attraversa lo Stura e danneggia i larici sul versante opposto. Osservata il 13 dicembre 1936, il 6 aprile 1963, nell’aprile 1964, il 6 aprile 1969, nell’aprile 1972, il 3 maggio 1974. Nel 1972 il volume fu calcolato in 40.000 metri cubi.

VALANGA DI BALME (o del Rio Pissai)

Si forma sul fianco sinistro dello Stura, poco a valle del paese. Si stacca a quota 2350 dall’Uja di Mondrone, scende in un canalone roccioso tra il Rio Ru ed il Rio Pissai, si snoda tra pareti rocciose fino a quota 1700. Prosegue in un canalone roccioso fino a quota 1400, in località Campanìn, dove di deposita, cento metri a valle di Balme, di fronte al ponte per la frazione Cornetti. Se è consistente, attraversa la strada ed il torrente, risalendo il fianco vallivo opposto e portando rovine. Nel 1885 distrusse gran parte dell’abitato ed uccise sette persone.  Nel 1963, quando danneggiò la segheria che sorgeva lungo lo Stura,  il volume fu valutato in circa 100.000 metri cubi. Per ridurre il danno all’abitato di Balme è stato costruito nel 1964 dalla Forestale un muro deviatore in cemento armato a quota 1574. Nel 1969 la valanga fu deviata completamente da questo, mentre il 18 febbraio 1974 la valanga danneggiò due abitazioni ed ancora la segheria di Cornetti.

VALANGA DI CHIALAMBERTETTO (a monte)

E’ una valanga ricorrente, annuale, si forma a quota 2200 sulle pendici dell’Uja di Mondrone, scivola sulle pareti per compiere un balzo di circa cento metri. Attraversa poi una zona boscosa per depositarsi poi subito a monte di Chialambertetto, doveattraversala strada per Balme. Nel 1972 il volume fu calcolato in 112.000 metri cubi.

VALANGA DI CHIALAMBERTETTO (a valle)

Periodica annuale, si stacca dall’Uja di Mondrone a circa 2000 metri di quota, scende su balze rocciose per depositarsi pochi metri a valle di Chialambertetto, dove attraversa la strada e talvolta anche lo Stura. Nel 1974 fu valutato un volume di circa 54.000 metri cubi.

 VALANGA DI MOLETTE

Si stacca, come le precedenti, dall’Uja di Mondrone e precipita in un canalone pietroso fiancheggiato da boschi. Si deposita subito a monte della frazione Molette, attraversando lo Stura e provocando, talvolta, la formazione di un laghetto. Di solito lascia una distesa di pietre e tronchi d’albero. Nel 1972 il volume fu di oltre 260.000 metri cubi.

Giorgio Inaudi

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Questo scritto è stato tratto dalla rivista “Barmes News” liberamente consultabile sul sito internet del Comune di Balme (all’interno della sezione “Cultura – Storia”) :

 http://www.comune.balme.to.it/

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

2 Responses to Il silenzio della neve

  1. flaco says:

    Bellissimo e molto curato questo resoconto della Piccola Età Glaciale a Balme.

    Ma anche nei nostri tempi ricordo che a Vonzo nell’85 (86?) aveva gelato tutta la colonnina dell’acqua che sgorga dalla fontana nella zona alta del paese. Devo andar a cercare le foto… Ma quello era stato un inverno eccezionale, erano anche saltate molte tubature…

    Mi piace

  2. Pingback: Il rischio valanghe « I camosci bianchi

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