Ultimo paradiso?

“Val Grande ultimo paradiso” è il titolo un po’ retorico del libro che Teresio Valsesia ha scritto, ormai 27 anni fa, su questa poco conosciuta valle piemontese e su quello che è sicuramente il meno conosciuto e più selvaggio parco Nazionale italiano. Non stò parlando ovviamente dell’altra Val Grande, una delle tre valli di Lanzo, ma di quella zona delle Lepontine incuneata tra il lago Maggiore, il solco principale della Val d’Ossola (Valle del Toce) e le valli Vigezzo e Cannobina. Valle remota e poco conosciuta dai Torinesi, tante altre valli più vicine abbiamo da esplorare, è però, assieme alle valli ossolane, un vero gioiello che merita di fare qualche chilometro in più per scoprirla. Qui potete vedere una mappa dell’area (il parco è la zona verde al centro)

Il Pedum, montagna simbolo e cuore selvaggio del parco

I Corni di Nibbio, la loro lunga cresta separa la Val Grande dalla Valle del Toce

Dice Teresio Valsesia nell’introduzione al suo libro:

Non so se sia l’ultimo, certamente può essere un paradiso, la Valgrande. L’hanno reso tale mille anni di attenzione e di lavoro delle popolazioni locali, una natura tanto aspra quanto interessante ed un po’ misteriosa, ed anche, in fondo, una povertà dignitosa ma piena che ha indotto molti, in questo secolo, a lasciare il territorio e a consegnarlo quasi interamente nelle mani  accorte e verdi della grande madre terra.

E così è davvero la Valgrande, bellissima ma aspra e selvaggia, un’orografia complessa, un dedalo di valli, canaloni e gole dirupate. Alcune zone sono completamente “andate”: i sentieri scomparsi, gli alpeggi ridotti a poche pietre nascoste nel bosco, i pascoli ridiventati bosco impenetrabile.

Le baite sono ormai “andate”. Non un tetto è rimasto su. I muri stanno crollando completamente, ma soprattutto il bosco ormai stringe d’assedio le baite riprendendosi i pascoli ricavati con tanta fatica.

L’Alpe Belmello. Solo i mucchi di pietre a terra segnalano che qui c’era un alpeggio, un alpeggio particolare: la maggior parte delle pietre usate per la costruzione sono di marmo bianco, qui vicino affiora lo stesso filone della cava aperta in Val d’Ossola da cui è stato ricavato il marmo per costruire il Duomo di Milano.

Pochi sentieri, rispetto a quelli presenti un tempo, sono segnalati e manutenuti dall’amministrazione del parco e dalle guardie forestali. Questi sentieri tuttavia consentono di percorrere e visitare tutte le zone più belle ed interessanti del parco. Alcuni, quelli più facili, sono dei “sentieri natura” che consentono, seguendo gli opuscoli disponibili presso gli uffici del parco o anche solo le belle bacheche che si trovano lungo il percorso, di immergersi nella natura e nella vita delle persone che hanno faticato e vissuto fino all’ultima guerra in questo territorio.

La bella scalinata lastricata sul sentiero che da Cicogna conduce all’Alpe Prà

Al di fuori dei percorsi principali c’è davvero il rischio di perdersi, non è solo uno spauracchio per escursionisti “poco” esperti, ma l’immersione nella natura è totale, come in nessuna altra area montana in Italia. I punti di appoggio sono pochi ed alcuni sono dei ricoveri di emergenza; un paio soltanto i rifugi custoditi. Un unico insediamento umano permanente all’interno del parco: Cicogna, la piccola capitale della Val Grande. Ad un centinaio di chiilometri da Milano e Torino, a due passi dal lago Maggiore e dagli alberghi di Stresa si può camminare senza incontrare nessuno. Padroni di questo microcosmo e quindi del mondo.

La Bocchetta di Campo con il suo rifugio (sulla cresta a sinistra nella foto) vista dalla Cima della Laurasca: una delle zone più remote ed affascinanti della Val Grande.

Nei secoli passati il Verbano ha avuto molti illustratori. Pochi, invece, le sue valli. La soluzione di interesse tra l’entroterra e

le verdi chine e sinuose sponde

di frutteti e pampini beate

è netta. Da una parte il paradiso, facile da cantare anche alla moda dei classici. Dall’altra l’ignoto, il misterioso, l’insondabile ma aggiungo io, forse il vero paradiso! (le frasi in corsivo sono ancora di Teresio Valsesia).

Certo le montagne della Val Grande non sono alte, la cima più alta è il Monte Togano, 2301 m, e non sono presenti vie di interesse alpinistico. Anche la mancanza di interesse per i “conquistatori di cime” ed i percorsi sempre lunghissimi e faticosi, fanno si che questi monti e valli siano poco frequentati, ma questo per chi ama davvero la natura è un valore aggiunto.

Per l’escursionista che la frequenta la Val Grande è non solo la possibilità di vedere il confronto tra natura addomesticata dall’uomo e natura “selvaggia”, ma anche la possibilità di riflettere sulla vita e le fatiche immani di chi ha dovuto ricavare la sua nicchia in questa natura per sopravvivere.

Un consiglio per tutti: leggete il libro di Teresio. Oltre alla descrizione della valle, della sua natura, della sua storia e alle molte proposte di escursioni, è ricco di storie, storie di uomini che hanno vissuto la Val Grande, sotto forma di brevi interviste che ricordano quelle de “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli e che consentono di capire dalla voce dei protagonisti com’era la vita in Val Grande.

I prati della Val Loana: oasi amena in un territorio aspro e selvaggio

Chiudo ringraziando Beppe (Beppeley) per l’invito a contribuire a questo blog, che seguo da tempo e per le belle parole di presentazione. E’ bellissimo incontrare nuovi amici in montagna, ma anche incontrarli in questo luogo virtuale, dove di montagna si parla.

Info paologiac
Amo la montagna, i boschi, gli alberi ed il...legno. Mi piace anche la montagna"minore", quella oggi meno frequentata ma che reca i segni della storia e delle genti che ci hanno vissuto.

6 Responses to Ultimo paradiso?

  1. ventefioca says:

    Splendido e da scoprire..

  2. serpillo1 says:

    Vien voglia di partire! In attesa di cio’ andro’ a cercarmi il libro, tanto per sognare un po’…

    Serpillo1

  3. Beppeley says:

    “Non so se sia l’ultimo, certamente può essere un paradiso, la Valgrande. L’hanno reso tale mille anni di attenzione e di lavoro delle popolazioni locali” […]

    Grazie Paolo per avermi fatto venire la voglia di acquistare il libro di Teresio Valsesia.

    Un “paradiso” modellato da mille anni di fatiche. E’ questo che intende Valsesia?

    Da quella frase, se ho capito bene, traspare la fondamentale “impronta” dell’uomo nel rendere la montagna accessibile, vivibile, fruibile ed apprezzabile per noi escursionisti.

    Una montagna senza l’uomo è un film lentissimo, esattamente quanto lo sono i ritmi della natura, che ci mostra la scomparsa dell’uomo da quel Parco.

    La natura si prende gli spazi che a suo tempo furono antropizzati.

    Devo andarci al più presto… perché forse in quella Valle il profilo del nostro Uomo Selvatico è più nitido…

    D’altronde, cos’è un parco? Se non un attento custode della nostra selvatichezza?

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