Verso il Gran Bernardé

Monte Gran Bernardé (2747 m) visto dal Gran Lago di Unghiasse (2490 m)

Vi racconto di un’escursione che è da tempo che voglio fare e che personalmente rappresenta un desiderio di esplorare la montagna delle donne e degli uomini che hanno abitato e lavorato a queste quote – siamo nella fascia altimetrica compresa tra i 1700 e i 2400  metri – per poi andare ancora più in alto, dove dimorano i sogni di coloro che nelle altezze cercano il respiro dell’anima.

Ho più volte parlato dei percorsi escursionistici della Val Grande di Lanzo, con difficoltà che non vanno oltre il grado E (escursionismo), adesso vorrei condividere con voi la voglia di andare un po’ più in su, oltre, verso quella cima che sovrasta San Berné e, nel fondovalle, Cantoira e Chialamberto.

Lo sguardo è ancora quello di Gian Marco Mondino che ci conduce lassù, oltre il limite del bosco e oltre San Berné, per rintracciare i segni di quella straordinaria civiltà alpina che lungo i secoli ha saputo trarre da questi ambienti severi ciò di cui vivere. Segni che attendono l’escursionista che ama ritrovare non solo nel movimento del corpo, ma anche in quello della mente, la soddisfazione di essere nel mondo.

Esplorare le Alpi facendoci guidare dalle nostre gambe, e facendoci guidare da coloro che amano “leggere” profondamente la montagna, come pochi sanno fare, grazie ad uno sguardo attento ed umile, è davvero un’esperienza che non ha prezzo, di grandissima soddisfazione. Un’esperienza che nutre l’anima oltre a farci stare bene fisicamente.

E’ dal 2001, anno di pubblicazione di questo articolo (Panorami – Vallate Alpine n. 40), che aspiro di conoscere questi straordinari luoghi. Forse quest’anno sarà la volta buona?

Il Gran Bernardé (2747 m) visto dalla cima del Monte Bellavarda (2345 m). Lo si osserva sotto la parte dx della croce con gli ampi pascoli prativi dove si trova San Berné (a sinistra verso il fondovalle).

In questo caso però sarà necessario andare fuori sentiero e quindi le difficoltà aumentano. Dal grado “E” passiamo a quello “EE” (escursionisti esperti). Ovviamente bisognerà stare molto attenti alle condizioni meteorologiche perché in caso di nebbia l’orientamento sarebbe davvero problematico con un’alta probabilità di perdersi. Fondamentale, come sempre, una buona carta della zona (scala 1:25 000), altimetro e bussola.

Così inizia un’escursione…

Verso il Gran Bernardé

Chi risale la Val Grande di Lanzo nota sicuramente, al di sopra dei dirupi incombenti da nord di Chialamberto, i vasti pendii che si addolciscono in distese prative e risalgono verso la cima appuntita del Gran Bernardé. Aguzzando lo sguardo si distinguono nel verde alcuni gruppi di baite, il più esteso dei quali è San Berné, situato sul margine destro della montagna, presso la chiazza scura di pochi abeti superstiti. Oggi l’alpeggio è utilizzato in misura ridotta, ma in passato i suoi pascoli, tra i più ricchi della Valle, ospitavano mandrie numerose.

Alpe San Berné (1989 m)

Esposti a mezzogiorno, privi di forre o dirupi che facciano scudo alla luce del sole, i prati di San Berné si liberano presto della neve ed offrono la possibilità di escursioni già nella tarda primavera, non per andare alla ricerca di ambienti aspri e di forti emozioni, ma di tranquilli scenari, di distese d’erba fiorita e soprattutto delle opere mirabili lasciate dai montanari. Alcune sono consuete testimoni di paziente e duro lavoro, altre ci guardano enigmatiche e sembrano sfidarci a svelare il loro segreto: sono i tanti “bonhòm” che si ergono sui pendii erbosi e sui “ciaplé”, torricini di pietra dalle dimensioni e forme più svariate, talvolta in equilibrio precario sulle rocce. C’è lo “scalfà”, che sembra una persona ritta a gambe divaricate, e c’è il “forà”, bizzarro ed imponente sul suo cocuzzolo visibile dal fondovalle. Nei pressi di San Berné ci attende uno stuolo di “mongiòje”, grandi parallelepipedi di sassi, accuratamente accatastati, quasi una barriera per chi risale l’erta prativa. Presenze misteriose, di cui ormai più nessuno ricorda l’origine. Di questo mondo di pietra così ha scritto l’architetto Piercarlo Jorio nel libro “L’immaginario popolare nelle leggende alpine”.

Bonhòm sopra l’Alpe San Berné (1989 m)

“Gli interventi umani -scrive Jorio- hanno realizzato torricelle di pietra impilate in versioni diverse, sorprendenti ed addirittura provocatorie per la genialità esecutiva non prima di una ricerca di effetti estetici e di fisionomie mutanti secondo la trasparenza dell’aria (…), massi che sovrastano e completano il «cresciuto dal basso» come totem.”

Da San Berné, proseguendo il nostro cammino, raggiungiamo lo splendido alpeggio della Giornà, su un vasto terrazzo erboso cosparso di baite, dove le mandrie in estate sostavano quaranta giorni; quindi, dopo un lungo mezza costa sulla destra, ecco l’appartato vallone dei Funs (nemmeno rilevanti sulla carta militare). Alla sua testata, sotto il Gran Bernardé, scopriamo la conca prativa di Marmottere, un tempo sede di un laghetto, donde scaturisce l’unica sorgente che alimenta l’intera zona.

…massi che sovrastano e completano il «cresciuto dal basso» come totem.

Qui ritroviamo una delle opere più mirabili: agli inizi del secolo imponenti lastroni di pietra levigata furono eretti a diga, per realizzare un bacino di raccolta dell’acqua tanto preziosa; nella parte centrale una serie di scalini perfettamente intagliati scende alla base dello sbarramento per consentire la regolazione del flusso. Poco sotto tale bacino il ruscello venne convogliato agli alpeggi mediante un canalino, coperto di lòse, ancor oggi ben visibile, nel quale da una quarantina d’anni a questa parte è installata una tubatura. Lungo il rio, ormai inutilizzate, giacciono due grandi lastre in pietra scavate al centro da un solco di scorrimento, forse usate in passato come derivazioni. Una simile molteplicità di interventi si spiega con il fatto che i pascoli di San Berné e della Giornà, ricchissimi d’erba, sono poveri di risorse idriche e quelle poche che venivano sfruttate a prezzo di cure e fatiche che nemmeno immaginiamo.

Da San Berné il panorama spazia sulla Val Grande e la sua testata. Al centro e in lontananza l’Albaron di Savoia con a sx l’Uja di Ciamarella e la Bessanese.

Per saperne di più ho incontrato un anziano montanaro di Chialamberto, che per tanti anni ha trascorso le estati in quegli alpeggi. E’ stata un’esperienza preziosa, che mi ha introdotto in un mondo di cui resta solo la memoria di pochi. Ottantatré anni ben portati, due occhi chiari che s’illuminano al ricordo della giovinezza trascorsa sull’alpe, il signor Benedetto Genotti mi ha raccontato, via via infervorandosi, tanti episodi della sua vita sui monti. Con l’aiuto della giovane nipote, che ne condivide la passione, ha individuato i nomi degli alpeggi, dei percorsi, le opere costruite in passato, ma soprattutto ha rievocato i luoghi e le abitudini di una volta, quando San Berné era pieno di gente (almeno trenta persone, tra adulti e bambini!) e risuonava di vivaci scambi di voci. All’ora di pranzo capitava spesso che qualcuno si affacciasse da una baita gridando: “Polenta è pronta!” e da un’altra, di rimando, si sentisse un allegro. “E’ già mangiata!!!”

E poi, tanti altri ricordi. L’acqua che dai Funs impiegava otto giorni per scendere alla Giornà, perdendosi in chissà quali meandri sotterranei, e giungeva limpidissima alle grange, anche quando era partita torbida. In tempi più antichi, quando il canale proveniente dai Funs non esisteva ancora, l’acqua defluiva dal Vallone di Vassola con un lungo solco artificiale, tutt’oggi visibile, detto la “roya du bandit”, poiché un bandito avrebbe trovato per lungo tempo rifugio tra gli alberi della sponda. Solo quando chiedo dei “bonhòm” egli mi dice di ricordali da sempre, ma di non conoscerne l’origine (forse gente con del “bon temp”): segno di una tradizione antichissima di cui, purtroppo, si è persa ogni memoria.

Segnaletica malconcia…

Su queste affascinanti vestigia si sofferma Piercarlo Jorio nel libro che ho prima citato, in cui, tra l’altro, rileva che i toponimi San Berné e Gran Bernardé non siano da ricollegare a San Bernardo (di Chiaravalle o di Mentone che sia), ma ad un possibile etimo tardolatino, “sam-vernetum” che indica un “luogo che si erge sopra il bosco di ontani”. In effetti i pendii erbosi della zona rappresentano un netto stacco rispetto alla boscaglia dei sottostanti dirupi.

Bonhòm

Quanto ai “bonhòm” ed alle “mòngiòje”, che costituiscono per la loro fitta concentrazione in un’area così ristretta, un unicum che non ha eguali nelle nostre valli, essi sono riconducibili ad arcaiche origini pagane. Già i Galli ed i Romani erano soliti onorare le divinità protettrici dei viandanti con mucchi di pietre a torre o a piramide lungo le strade. Ancora più indietro nel tempo, la montagna con certe sue cime aguzze, magari in posizione isolata (pensiamo alla Rupe di Santa Cristina), per gli uomini primitivi rivestiva un “valore sacrale di approssimazione al cielo”, da sottolineare con elementi propiziatori. E il Gran Bernardé, con la sua vetta appuntita che si eleva al di sopra dei prati, doveva costituire un forte richiamo. E’ in questa prospettiva di “sacro” che si devono “leggere” i bonhòm di San Berné. La loro dislocazione in ordine sparso, spesso lontano dai sentieri o dai punti di orientamento (il “forà” costituisce un po’ un’eccezione) non fa certo pensare ad indicatori di percorso. Così non pare credibile, nemmeno per le “mòngiòje” che opere tanto complesse, per le quali si sono utilizzati anche lastroni portati lì appositamente, derivassero solo da un lavoro di spietratura per liberare i pascoli. Se è difficile considerare tali costruzioni un confine geografico, è invece accettabile il concetto di “confine psicologico” formulato da Jorio: la maggior parte dei bonhòm è raccolta nella zona in cui il pendio verso la cima diventa pietraia e perciò rende il cammino più difficile, richiedendo dunque un aiuto celeste. Poiché la realizzazione di queste opere mirabili comporta una notevole fatica, nel trasporto dei materiali e nella costruzione, esse potrebbero rappresentare una “offerta in cambio di”, una sorta di voto per ottenere protezione.

Mòngiòje

Ritengo che i pascoli di San Berné, abbondanti e ben orientati a sud, possano aver attirato insediamenti umani in epoca assai antica. Sappiamo anche, però, che la zona è povera d’acqua, un bene indispensabile che i primitivi impetravano dagli dei con preghiere, offerte, atti propiziatori. Perciò questa concentrazione di “monumenti” ai piedi di una cima come il Gran Bernardé, che rappresenta il culmine verso cui convergono i pendii prativi, mi fa pensare ad un vero e proprio centro di culto pagano “en plein air”, dove però, con l’andar del tempo, la costruzione dei bonhòm e delle mòngiòje perse il suo valore sacrale e diventò solo più tradizione o, come suggerisce Jorio, l’espressione della volontà di testimoniare la presenza umana, la propria presenza. Se così fosse, tanti altri elementi potrebbero entrare a far parte del quadro. Ipotesi, forse solo fantasie, che nascono dal desiderio di carpire il segreto di questo affascinante mondo di pietra.

Gian Marco Mondino

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L’itinerario fino a San Berné, con partenza da Pianardi (1150 m, fraz. di Chialamberto), l’ho descritto con il post “Anello Pianardi – San Berné – Frassa – Pianardi” a cui vi rimando anche per consultare la carta edita da Escursionista & Monti editori.

Qui di seguito riporto il dettaglio della zona che ci interessa, ovvero quella riguarda San Berné e la vetta del Monte Gran Bernardé posto a quota 2747 m di quota (questa è una sezione dalla carta che trovate nel post precedente, quello appena citato).

Escursionista & Monti editore – Valle Orco e Gran Paradiso scala 1:25000

Da notare che alcuni toponimi di cui ci parla Mondino non sono rintracciabili sulle carte escursionistiche (neanche in quelle più recenti come quella edita dalla Fraternali editore, la n.8). Ecco alcuni esempi:

  • Le Giornà (2287 m) sulla carta qui esposta è chiamato “Alpe le Giornate”: la quota coincide con quella indicata da Mondino;
  • Vallone dei Funs (dovrebbe essere quello che si sviluppa in direzione SE, verso A. Rolé (mia deduzione);
  • Conca di Marmottere (2443 m): di questo luogo abbiamo la quota; sapendo che le curve di livello sono distanziate tra di loro di 25 metri, possiamo supporre che si trovi a NO dalle Giornà, presumibilmente dove c’è quel laghetto (indicato a a 2410 metri sulla carta) che l’autore dell’articolo indica come “bacino di un lago estinto, dove sgorga la sorgente“.

Ma questi sono solo alcuni esempi di toponomi non presenti nelle carte escursionistiche della zona (Gian Marco Mondino ne sa “tirare” fuori a decine, leggendo i vari articoli che parlano delle Valli di Lanzo pubblicati periodicamente su Panorami).

Queste indicazioni, ci fanno comprendere la straordinaria conoscenza del territorio da parte di Mondino che ama farsi condurre per le montagne dai racconti degli ultimi “vecchi” montanari allo scopo di svelarci i “segreti” di ogni angolo di queste bellissime vallate e di spronarci a scoprirli.

Sarebbe molto bello avere delle carte topografiche arricchite con tutti questi toponimi. Ci permetterebbero di conoscere meglio il nostro territorio alpino che custodisce un patrimonio di grande valore culturale proprio come ci ha appena raccontato Mondino.

Ed eccovi la sua descrizione (dall’Alpe San Berné (1969 m) alla Conca di Marmottere (2443 m); Mondino prevede circa 4 ore di camminata partendo da Pianardi; sono necessarie 2 ore e trenta per raggiungere l’alpeggio di San Berné (vedere la descrizione del percorso qui dove trovate anche le indicazioni sulle carte topografiche); 1300 m di dislivello fino alla Conca di Marmottere; se si tenta anche la cima del Gran Bernardé i metri di dislivello diventano circa 1600).

Il percorso

Dalle case più alte di San Berné si volta quindi a sinistra, imboccando una traccia piuttosto incerta. Basta tuttavia mirare al lontano cocuzzolo erboso su cui si staglia il grande bonhòm del Cialvet (quello “forà”), alla base del quale il sentiero ritorna evidente. Dal bonhòm, in posizione eccezionale, si impone una sosta per ammirare l’ampio panorama. Di qui risaliamo una valletta su tracciato piuttosto incerto fino a portarci nella sua parte più alta, donde, piegando a sinistra per evidenti cenge, raggiungiamo lo stupendo terrazzo erboso delle Giornà (m. 2287), cosparso di baite. Senza salire al successivo rialto (dove peraltro si trova una caratteristica balma), si imbocca a destra un tratto di sentiero a gradini sotto una roccetta, mirabilmente lastricato. Un lungo mezza costa fra i pascoli conduce ad un vasto pianoro con bella visuale verso il vallone di Vassola e la cima della Bellavarda. Di qui si svolta a sinistra rimontando il pendio che fiancheggia il vallone dei Funs, non senza notare la lunga fila di lòse che ricopre le tubature. Volendo si può anche scendere nel vallone e risalirlo per tracce, in modo da osservare da vicino tutti i particolari: ad esempio le belle baite del pianoro inferiore e poi, presso i resti di quelle più alte, uno splendido tratto di sentiero lastricato che conduce ad una zona di pascolo. Continuando a guadagnare quota giungiamo al ruscello con la presa d’acqua che alimenta gli alpeggi sottostanti, non lontano dalla quale sono situate le due grandi lastre con il solco di scorrimento, ed infine alla diga della conca di Marmottere (m. 2443), bacino di un lago estinto, dove sgorga la sorgente. Sembra quasi impossibile che tutta la zona da San Berné alle Giornà, tanto ricca di pascoli, sia alimentata da un ruscello così modesto. Qui si conclude il nostro itinerario, per il quale chi procede ad una andatura tranquilla deve prevedere non meno di quattro ore. L’escursione è sconsigliabile in caso di nebbia, poiché i sentieri sono a tratti poco evidenti.

Gian Marco Mondino (da Panorami – Vallate Alpine I trimestre 2001)

Adesso non ci rimane che sperare in una bellissima giornate con ottima visibilità… e partire per andare a rintracciare le opere delle genti alpine che ci hanno consegnato le montagne.

Saranno ancora lì ad attenderci?

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

8 Responses to Verso il Gran Bernardé

  1. ventefioca says:

    Potrebbe essere l’occasioen per una camminata assieme!

  2. popof1955 says:

    Domenica 17 tenterò di arrivare al Rifugio Vittorio Emanuele, Breuil non dovrebbe essere molto distante da te. Ad organizzare l’escursione è il CAI di Trezzo sull’Adda http://www.caitrezzo.eu/sito/wp-content/files/RIFUGIO_VITTORIO_EMANUELE.pdf
    se vuoi farci una capatina magari ti ci puoi aggregare a noi 🙂

  3. Beppeley says:

    Grazie mille della segnalazione… Mi piacerebbea tanto potervi raggiungre, magari anche per salire fino sul Gran Paradiso… E’ stato il mio primo 4000. Cordata da due… Conosciuta al rifugio coppia di francesi… ci siamo aggretati… Non puoi immaginare che ricordi bellissimi…

    Ti invidio, anche solo per stare lì, ad ammirare le cime… (non vedi il Gran Paradiso; ma stupendo è il Ciarforon, la Becca di Moncorvé e la Tresenta… altra cima che ho nel cuore…).

    Ce la farai sicuramente ad arrivare al Vittorio Emanuele… Non preoccuparti. Bellissima escursione in una zona davvero meravigliosa.

    I gestori tra l’altro, se sono sempre loro, sono gentilissimi.. Altro bel ricordo…

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