La scuola di una volta

Aula dell’ex Istituto Bricco (Martassina – Valli di Lanzo)

Ogni giorno sentiamo ripetere che la scuola ha perso ogni valore, che i programmi stancano questi poveri bambini… stressati dalla fatica, che gli insegnanti pretendono troppo!

Siamo sicuri che sia così? Certo la scuola è cambiata e i metodi sono diversi.

Vorrei tornare indietro nel tempo, come scolara.

Nel Comune di Ceres vi erano allora quattro scuole comunali: a Ceres, Bracchiello, Grange Almesio e Fè. Essendo queste borgate molto abitate, ogni scuola era frequentata almeno da 15/20 ragazzi.

Molte famiglie di margari salivano in primavera agli alpeggi che erano situati a notevole distanza. Eppure i bambini continuavano a frequentare regolarmente la scuola, percorrendo chilometri con la loro cartella di legno sulle spalle. Al mattino presto già scendevano dalla montagna, su sentieri irti e difficili, agili come piccoli camosci, allegri come fringuelli, con il sole, con la pioggia e spesso ancora con la neve e facevano ritorno a casa mai prima delle due del pomeriggio. Nelle tasche avevano solo qualche noce e un pezzo di pane.

Spesso, durante l’inverno, ognuno portava un pezzo di legno per riscaldare la stanza in cui si tenevano le lezioni: c’era una piccola lavagna per imparare i numeri, pezzetti di gesso per scrivere e, su ogni banco, un calamaio pieno di inchiostro. Dovevamo stare attenti a non intingere troppo il pennino perché erano guai seri le «grosse macchie sui fogli»! La carta era considerata un bene prezioso: se strappavamo un foglio dal quaderno, la maestra ci toglieva un voto.

All’arrivo dell’insegnante nella classe: tutti in piedi sull’attenti! Il saluto, la preghiera, quindi iniziavano le lezioni con il controllo dei compiti fatti a casa e le interrogazioni. Alle volte le risposte erano scarse, al che la maestra ci diceva: «Non hai studiato abbastanza, finito l’orario i tuoi compagni andranno a casa e tu rimarrai qui a studiare finché non avrai imparato bene la lezione»! La stessa cosa succedeva quando non riuscivamo a finire gli esercizi. A me capitò una sola volta, ma non l’ho mai dimenticata: i miei compagni andarono tutti a casa e io rimasi sola a piangere e studiare.

La disciplina e l’educazione erano le basi dell’insegnamento. Le maestre erano severissime: quando eravamo molto indisciplinati ci arrivava anche qualche bel ceffone, oltre alla nota di biasimo da far firmare a casa e solo dal papà. Erano, inoltre, sempre attive: non davano lezione solo delle varie materie, ma insegnavano anche il cucito e la maglia alle bambine e, ai maschietti, l’esecuzione di alcuni lavori manuali, con l’utilizzo di semplici strumenti.

Come sono cambiate le cose! Spesso, oggi, gli insegnanti non possono fare il loro lavoro con serietà, perché sono subito richiamati dai genitori, che (poveretti!) non si rendono conto di quanto male fanno ai loro figli. La società è allo sfascio. Le famiglie crescono senza ordine né rispetto per nessuno e, forse, un giorno questi ragazzi saranno loro stessi a giudicare certi metodi.

Mi è impossibile elencare il nome delle molte insegnanti che si sono alternate nei vari anni scolastici: rischierei di fare delle dimenticanze. Meglio ricordarle tutte con le loro doti e per l’insegnamento di vita che ci hanno dato.

Purtroppo verso i primi anni ’70 le famiglie giovani hanno cercato lavoro nelle fabbriche; le borgate delle nostre valli si sono spopolate e molte scuole sono state chiuse. Rimane solo il malinconico ricordo di un passato, di piccole comunità scomparse per sempre.

Lia Poma

L’Associazione Amici di Martassina ha dato vita, all’interno dell’edificio, ad una Mostra Fotografica Permanente che ricorda 100 anni di storia documentanti  “il tempo, la vita, le gioie e i dolori dei Valligiani”.

E’ stata ricreata un’aula: arredata sia con banchi di legno (usati fino agli anni ’50) sia con quelli di formica (usati fino agli anni 1978-79 data di chiusura della scuola per mancanza di allievi).

Lia ha frequentato la Scuola di Martassina (ex Istituto Bricco). Averla potuta visitare con lei è stato un privilegio  che mi ha portato indietro nel tempo attraverso i suoi racconti dove il rispetto della natura e la semplicita’ del vivere oggi purtroppo non hanno lo stesso significato.

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

8 Responses to La scuola di una volta

  1. Beppeley says:

    Proprio come la scuola di oggi.

    Forse non è giusto esagerare con gli schiaffi ma a me è successo, alle medie, di prenderne un paio…

    Di certo non tornavo a casa lamentandomi… ne avrei prese anche lì, probabilmente…

    Davvero altri tempi.

    Oggi però si esagera con il permissivismo.

  2. flaco says:

    Interessante. Io non penso che quelli fossero tempi migliori, ma sicuramente è vero che si è passati da una eccessiva severità ad una ingovernabile tolleranza.
    Mia nonna passò alcuni anni facendo il percorso Vonzo-Chialamberto a piedi, per la vecchia mulattiera. Tutte le mattine, 400m di dislivello in giù e poi in su per recarsi a scuola.
    Quando me lo raccontava ero piccolo, quasi non ci credevo.

    A Vonzo ricordo che c’è ancora un edificio di una scuola vecchia (un’altra scuola fu invece completamente dismessa). Anni fa aveva ancora i banchi con i calamai sporchi di inchiostro.
    Il locale fu negli anni ampiamente “ristrutturato” e affittato a privati. Molti reperti sono andati smarriti. All’inizio, forse, per una sorta di revancismo tra i due comuni, dei quali uno cessò di esistere? O vuoi solo per quell’incuria che accompagna il trascorrere del tempo.

    Non credo nella propaganda che va per la maggiore in questo periodo, che oppone l'”orgoglio” montanaro alla cultura di pianura, a partire dai vari riproponimenti di lingue arcaiche nel parlato comune. Credo invece che il vero rispetto nella cultura di montagna debba passare prima di tutto dal suo ricordo. Dalla comprensione. Solo in questo modo può diventare Storia e non essere dimenticata.

    Grazie per averci fatto leggere questo lodevole esempio.

  3. popof1955 says:

    Molto bella la pagina di Lia Poma,
    Mi vien da pensare alla gran fatica di allenare il corpo ad una dura crescita e farla conciliare con la crescita mentale, star seduti a scrivere a leggere è estremamente faticoso quando devi farti 700 mt di dislivello all’andata e altrettanti al ritorno, magari di corsa per arrivare in orario a scuola o riuscire a trovare qualcosa da mangiare.
    Mi sa che le maestre erano più dure dei sassi.

  4. Anonimo says:

    UUUMMHH bellissimo racconto, ognuno di noi, ha la sua storia.
    Dal racconto di “Rita”, che dormiva con la maestra, che essendo di origine meridionale, molto poco si adattava alla vita montana (di Vonzo), con i suoi ritmi e rumori, e i suoi animali!

    Alle storie del “magister” sempre di Vonzo, che ha raccolto alcune storie interessanti, e che alcuni fortunati ne hanno conoscenza.

    “Cultura montana”.., i nonni dei miei genitori, di origine montanara, sapevano leggere e scrivere!! Questo purtroppo, non si può dire dei “vecchi” (che sento nei racconti) che ci sono stati nella mia nuova terra (Colli Euganei) ove l’analfabetismo regnava alla grande!
    Pero’…, un pochino di storia dei giorni nostri ce l’ho anch’io…, con maestre, che (omettiamo i dettagli) pretendono dagli scolari, che quello che succede a scuola deve rimanere “riservato” tra maestre e scolari, e che nulla deve trapelare a casa! Successo a mio figlio, e logicamente interventi importanti da parte mia, contro questo atteggiamento assurdo delle maestre. L’altro figlio, stessa scuola…, maestre di prim’ordine! Sono le persone che fanno la differenza sia tra i docenti che chiaramente tra i genitori.
    Quando il cuore, guida la vita delle persone, il risultato può essere uno solo, un ottimo risultato, sia una volta, che oggi!

    ROK 64

  5. serpillo1 says:

    @ Beppeley: la mia Maestra era una “dritta” ed aveva il totale appoggio dei genitori. E se sgarravi erano guai da entrambi i fronti ….

    @ flaco: prego! Grazie ad internet si trasmettono velocemente valori e ricordi che magari cadrebbero nel dimenticatoio. E sarebbe un peccato.

    @ popof1955: e’ vero quello che hai scritto. E non c’era sempre il sole e spesso la pancia non era piena …..

    @ Rok64: la passione che una persona mette nel proprio operato fa si che venga ben ricordata. Può farti pure amare una materia ostica.

    @ Anonimo: grazie per il link. Leggo sempre i suoi articoli su “La Stampa”

  6. Denise Cecilia S. says:

    Belle memorie.

    E sottoscrivo quanto afferma Flaco:
    Interessante. Io non penso che quelli fossero tempi migliori, ma sicuramente è vero che si è passati da una eccessiva severità ad una ingovernabile tolleranza.

    Non credo nella propaganda che va per la maggiore in questo periodo, che oppone l’”orgoglio” montanaro alla cultura di pianura, a partire dai vari riproponimenti di lingue arcaiche nel parlato comune. Credo invece che il vero rispetto nella cultura di montagna debba passare prima di tutto dal suo ricordo. Dalla comprensione. Solo in questo modo può diventare Storia e non essere dimenticata.

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