Il limite nel Vallone d’Ovarda

Il traffico “fuori strada”, sia estivo (4×4, quad, trial), sia invernale (motoslitte) e dei voli a scopo turistico (eliski) e commerciale è in aumento

Ho commentato con grande entusiasmo il lavoro svolto dai volontari del CAI di Lanzo (leggete il post “Pulizia e manutenzione dei sentieri” del 4 luglio scorso) lungo il sentiero dei laghi d’Ovarda (Val di Viù), di cui l’amico paologiac fa parte, ma credo sia corretto fare qualche doverosa osservazione perché stiamo trattando della fruizione turistica della Alpi.

In questo caso si parla di ambienti di montagna (e non di luna park) che si trovano ad alta quota e che sono raggiungibili con mezzi motorizzati da chiunque e non solo da chi deve trasportare materiale per fare gli interventi di manutenzione della Rete del Patrimonio Escursionistico della Regione Piemonte.

Ho conosciuto l’incantevole Vallone d’Ovarda durante un’escursione a fine dicembre del 2006 lasciando l’auto ad Inversigni (1266 m – frazione di Lemie), dove termina il tratto asfaltato. Paologiac ci ha raccontato che per “attaccare” il sentiero che porta ai laghi d’Ovarda in estate si può percorre una strada sterrata di circa 10 chilometri di lunghezza. Ho chiesto direttamente a lui, via mail, se per caso quella strada è accessibile con i mezzi motorizzati a chiunque oppure se vige un qualche divieto di percorribilità (ai volontari del Cai, per la manutenzione dei sentieri, è generalmente data l’autorizzazione a percorrere le strade a fondo naturale, che sono chiuse al traffico, al solo scopo di facilitare il trasporto dei materiali).

Ecco la sua risposta:

La strada sterrata del vallone di Ovarda è aperta a tutti; certo porterà sicuramente qualche “merenderos” fin lassù, ma permette anche a (quasi) tutti di fare il giro dei laghi altrimenti limitato, per il notevole dislivello e la lunghezza, a pochissimi.

Il grassetto e la sottolineatura sono miei. Quindi chiunque può percorrerla con auto, moto e quad.

La sterrata che sale all’Alpe d’Ovarda (1886 m) dalla borgata Inversigni (fraz. di Lemie – 1236 m). Foto scattata il 29 dicembre 2006.

Domanda: è giusto raggiungere luoghi di montagna, posti così in quota e immersi in ecosistemi fragili e delicati, che hanno bisogno di essere protetti dall’invadenza nociva della nostra “civiltà”, con mezzi a motore?

E se un giorno arrivassimo all’imbocco di quel sentiero, posto a 1900 m circa di quota, e trovassimo decine di auto parcheggiate? Riusciamo ad immaginare una strada sterrata, che si inoltra in uno splendido vallone alpino, con un bel via vai di auto e di moto? E i gas di scarico che vengono disseminati nell’ambiente? Il rumore? Il disturbo arrecato alla fauna e agli escursionisti che cercano silenzio? E’ questo che desideriamo? Oppure siamo indifferenti a tutto ciò?

Percorrendo la sterrata si incontra l’Alpe Milone a quota 1615 m.

E’ giusto autorizzare a percorrere delle sterrate con dei mezzi motorizzati, che in realtà sono state aperte per favorire prevalentemente l’accesso agli alpeggi, per scopi turistici?

Ieri riflettevo su queste cose e mi chiedevo quale poteva essere la posizione del Cai in merito proprio mentre sfoglio l’ultimo numero di Meridiani Montagne. Mi imbatto così, casualmente, in un articolo che spiega che il nostro Sodalizio si sta apprestando ad approvare il Bidecalogo in vista del 2013, anno in cui ricorre il 150esimo anniversario della Fondazione del Club Alpino Italiano.

Prima di parlarvi di cosa dice il Bidecalogo, a proposito della percorribilità delle strade a fondo naturale presenti in montagna, vi suggerirei di fare una semplicissima ricerca su Google. Provate a digitare “Alpe d’Ovarda”  su questo motore di ricerca (www.google.it) e scoprite cosa compare in seconda posizione:

Un  affascinante  itinerario  alla  scoperta  di  uno  dei  più  famosi  alpeggi  d’alta  quota  della  Valle  di  Viù, immerso  tra  le  numerose  aree  di  pascolo  adagiate  alle  pendici  dei  rilievi  che  circondano  il  ghiacciaio  di  Rocciamelone.

Azzeriamo il contachilometri davanti al bar Rocciamelone, al centro di Viù, per dirigerci in direzione di Lemie. Superato l’abitato di Versino svoltiamo sulla sinistra transitando sul ponte che scavalca il torrente Stura di Viù proseguendo sempre dritto per svariati chilometri all’interno della Valle. Oltrepassati i vari centri abitati sparsi lungo la vallata principale (Guicciardea, Trichera, Forno e Villa), arriviamo finalmente a Lemie per svoltare sulla destra poco dopo Chiandusseglio (nota 13) seguendo una stradina in salita che si inerpica nel tratto iniziale lungo una serie di tortuosi tornanti. Avanziamo per alcuni chilometri salendo progressivamente in quota fino ad arrivare, dopo aver superato un tratto interessato da una frana (nota 17), all’inizio del percorso sterrato che conduce al Rifugio d’Ovarda. Durante il percorso incrociamo diverse aree di pascolo dove mandrie di mucche e greggi di capre brucano l’erba arrivando fino ai bordi della pista, senza lasciarsi intimorire dalla presenza del nostro veicolo che avanza comunque sempre ad andatura ridotta per non infastidirli. Dopo aver superato un rudimentale ponte formato da due grossi tubi di cemento, arriviamo su un ampio balcone panoramico (nota 26) che offre una magnifica veduta su tutta la Valle di Viù. Ormai mancano pochi chilometri alla meta, che raggiungiamo dopo aver oltrepassato un gruppo di casolari e un secondo ponte su un torrente. La pista termina proprio nell’area sommitale dove è situato il Rifugio d’Ovarda, al centro di un vasto pianoro dove si trovano anche una piccola stazione radio e una grotta scavata nella roccia trasformata in un’edicola votiva dedicata alla Madonna. Una rapida sosta per l’immancabile foto di rito e invertiamo la marcia per tornare nuovamente alla nota 13, dove svoltiamo sulla sinistra per ripercorrere l’intera Valle in direzione di Torino.

Tratto da: www.autoruote4x4.com/it/itinerari_4x4_alpe_d_ovarda.html – Le note citate nel testo si trovano nel file in pdf (link qui sotto).

Qui trovate anche il file in pdf (non perdetevelo) con il quale viene raccontata la salita in fuoristrada all’Alpe d’Ovarda con lodevoli approfondimenti culturali di carattere geomorfologico, naturalistico e geografico: il tutto arricchito con le dovute foto davvero entusiasmanti per chi ama gli ambienti intatti e cerca di fare escursionismo anche per dimenticarsi del caos cittadino (attenzione: del citato Rifugio d’Ovarda non ne so nulla e non credo che sia funzionante; su Google non si trova alcunché in proposito).

Lo splendido scenario invernale dell’Alpe d’Ovarda situato a 1886 metri. A sinistra la Torre d’Ovarda (3069 m) e a destra la Punta Golai (2818 m).

Dov’è il senso del limite? Perché allora non proseguire con una strada sterrata anche verso i laghi d’Ovarda a 2200 metri di quota? Non sarebbe così più facile godere di questi straordinari ambienti? Sarebbero per tutti e senza quei limiti dettati da un sano rapporto con il nostro ambiente naturale.

Recentemente è stata depositata in Regione Piemonte una proposta di legge per consentire alle moto l’accesso su tutta la rete sentieristica. E i fuoristrada che percorrono le sterrate che vanno in quota?

E’ proprio qui che dobbiamo fermarci e riflettere sulla cultura del limite (il tag che racchiude in questo blog gli articoli in merito è questo: cultura-del-limite). Come si fa a ragionare in questo modo? Bisogna fare un sforzo mentale ed immaginare di liberarci da ogni mezzo meccanico che ci faciliti il superamento di un limite umano, se parliamo di mezzi che danneggiano l’ambiente, sia perché producono emissioni nocive (gas di scarico), sia per il disturbo arrecato agli animali e anche per i danni che possono provocare a queste strade percorrendole intensivamente (non dimentichiamoci che mantenerle in buono stato ha un costo).

Tra l’altro siamo ormai chiamati costantemente ed umilmente a confrontarci con la nostra responsabilità verso le future generazioni. Abbiamo già un debito stratosferico, se parliamo di quello “pubblico” del nostro Paese, accumulato nei decenni scorsi e che lasciamo in eredità per aver goduto sfrenatamente e voracemente di risorse che erano anche del nostro avvenire. Credo che sia importante far sì che il nostro “passaggio” in questo mondo lasci un’ “impronta” il più possibile lieve e sostenibile. Ragionare in termini di limiti fa bene al cervello e all’ambiente. Domandiamoci se è superando un nostro limite umano (quello rappresentato appunto dai chilometri di fatica in più da fare a piedi, percorrendo la strada sterrata senza utilizzare auto o moto, e quindi con bassissimo o nullo impatto ambientale) che ci comportiamo responsabilmente verso la nostra casa Terra o se, invece, lo siamo se ad ogni limite ne cerchiamo il superamento con una scorciatoia “meccanica” e impattante.

Ma tutto ciò non è un po’ sleale verso la nostra natura? Sia verso di noi (annichilendoci così come esseri umani dotati comunque e naturalmente di potenzialità straordinarie: pensiamo a quanto sia bello sognare una meta che ci impone dei limiti da superare senza “barare”) e sia verso il nostro ambiente?

E se quell’ambiente che vogliamo conoscere nel tempo libero (o tempo liberato?) avesse anch’esso la possibilità di “utilizzare” delle macchine? Cosa farebbe ? Forse erigerebbe delle barriere per fermare la nostra invadenza?

Basta, mi fermo qui con le domande. Adesso vi lascio qui sotto la parte del Bidecalogo del Cai che tratta proprio di questo aspetto nel punto 3. Eccolo:

Punto 3 – Vie di comunicazione e trasporti

Il traffico motorizzato, di tipo commerciale, turistico e privato di varia natura comporta un notevole impatto ambientale su tutto il territorio e, in particolare, per il territorio montano.

Al traffico, infatti, va imputato più di un terzo del gas serra prodotto nel nostro Paese, oltre ad una grande quantità di altri inquinanti altamente  dannosi per tutti gli esseri viventi (polveri sottili, inquinamento acustico, ecc.).

Le Alpi, gli Appennini e la montagna italiana in genere sono già largamente accessibili grazie all’estesa rete stradale di vario livello esistente.

Tuttavia la penetrazione motorizzata entro zone naturali selvagge e vallate remote, grazie alla realizzazione di nuove vie di accesso, è sempre più invasiva.

Inoltre si registra un sempre maggiore incremento del traffico “fuori strada”, sia estivo (4×4, quad, trial), sia invernale (motoslitte) e dei voli a scopo turistico (eliski) e commerciale.

La nostra posizione

È evidente l’importanza che rivestono le vie di comunicazione per l’economia e lo sviluppo delle regioni di montagna (trasporto merci e persone, agricoltura, turismo, estivo ed invernale, ecc.).

Il CAI resta convinto sostenitore del trasporto su ferrovia legato alle comunità locali.

E’ altrettanto evidente, per il CAI, la necessità di contemperare entrambe le esigenze: sopravvivenza e sviluppo delle economie di montagna con la necessità di preservarne e tutelarne il patrimonio ambientale in tutte le sue componenti.

Il nostro impegno

Sostenere azioni atte a:

  • evitare la costruzione indiscriminata di nuove strade, fatti salvi i casi di comprovata necessità certificata da una approfondita analisi economico-ambientale, evitando contemporaneamente l’ampliamento di quelle esistenti e/o l’asfaltatura di quelle a fondo naturale;
  • prevedere per le strade a fondo naturale il divieto di circolazione con mezzi motorizzati, salvo che per quelli utilizzati per attività agrosilvopastorali,  per i mezzi di soccorso e/o di ordine pubblico, di gestione dei rifugi e impianti tecnologici;
  • confermare con legge statale (modifiche al codice della strada) quanto già previsto in alcune Regioni, e cioè un divieto assoluto di esercitare il turismo motorizzato (4×4, quad, trial e motoslitte in inverno), su mulattiere, sentieri e/o comunque fuori dai tracciati appositamente autorizzati. Potranno essere selezionati specifici percorsi per il turismo a cavallo o con mountain-bike;
  • supportare azioni normative per un divieto generale di uso dei natanti a motore sui laghi alpini ed appenninici di comprovato valore paesaggistico e ambientale e comunque su tutti quelli situati oltre 1.000 metri di altezza.

E adesso vado a rileggermi l’interessantissimo articolo di Luca Mercalli che ha scritto domenica scorsa per il quotidiano La Stampa.

P.S.

Per chi ama l’arte segnalo “L’homme qui marche” di Alberto Giacometti in mostra al Forte di Bard fino al 18 novembre.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

50 Responses to Il limite nel Vallone d’Ovarda

  1. popof1955 says:

    Magari tra qualche anno cercherò di arrivare in alto in jeep, per intanto vieterei i sentieri e le mulattiere a chiunque non usi le ruote per necessità, come le auto dei dirigenti ENEL e simili che la domenica incontri in quota 🙂

    • Beppeley says:

      Spero che tra qualche anno le strade sterrate attualmente percorribili a tutti, sarano definitivamente chiuse al traffico motorizzato soprattutto se portano in luoghi così straordinari come il Vallone d’Ovarda.

      E se non ce la faremo più ad andarci a piedi, perché troppo lungo e faticoso per le nostre stanche e malandate membra, allora ci sceglieremo una meta più consona alle nostre possiblità lasciando quelle mete così “distanti” a chi ce la fa oppure ai nostri sogni.

      • Marco says:

        Spero anche io che le strade sterrate saranno chiuse definitivamente al traffico. Sarà un grande traguardo per la montagna e per l’uomo. La penso esattamente come te. Conosco benissimo il Vallone d’Ovarda e credo che patrimoni simili si salveranno solo se noi amanti impareremo a riconoscere i nostri limiti. Purtroppo bisogna dire che ad oggi le amministrazioni non la pensano tanto così.

        • Beppeley says:

          Ti ringarzio. Sono d’accordo con te.

          Proprio i montanari ci hanno lasciato testimonianza silenziosa della cultura del limite (vedi il post https://camoscibianchi.wordpress.com/2012/07/19/societa-alpina-e-cultura-del-limite/).

          Credo che soltanto cambiando mentalità possiamo cambiare le cose, nel piccolo, come nel grande.

          E cambiare mentalità, se parliamo di ambiente, vuol dire imparare la cultura del limite.

          Come possiamo farlo? Per esempio lasciando la macchina in fondovalle e mettersi in cammino facendo scorrere lentamente la montagna nella nostra anima e immergendosi in essa senza “intermediari”.

          E’ una buona pratica ed è così che ci comportiamo da turisti responsabili.

          In un altro blog ho scritto che a me piace lasciare l’auto ad Almesio (700 m circa; borgata della Val d’Ala, frazione di Ceres) e andare a piedi fino a Testa Pajan ad oltre 1800 m di quota sebbene ci sia un tratto di strada percorribile con le auto (tra l’altro un tratto è anche asfaltato).

          Lo facccio come sana abitudine: arrivo dalla città ed è giusto che in montagna ci vada a piedi se no, continuerei a riproporre un modello di sviluppo (che ci ha portato a superare i limiti oltre ad ogni immaginabile follia con gravissimi danni al nostro pianeta) anche in un luogo che è proprio da salvare dall’arroganza dei suv, 4×4 e via dicendo.

          • Anonimo says:

            Quella della Testa Paian è una gita bellissima. Quando ero bambino mio padre mi portava a caccia di coturnici sul Doubia e all’epoca partivamo da Chialamberto facendoci tutto il sentiero a piedi perché non esisteva la strada delle Cuccette. La partenza a notte fonda, la fatica e poi l’alba tra i larici sono cose che non si possono descrivere così come è difficile esprimere lo sgomento che ho provato quando ho visto le ruspe aprirsi un varco in quel bosco di faggi che per me era una foresta. Anni dopo ci ho scritto persino su un romanzo che probabilmente nessuno leggerà mai. Ora ho una casa in Val Orsiera e ogni anno vado su fino a Grifone o sul Civrari e la macchina la lascio giù portandomi dietro anche mia figlia che ha sei anni e mia moglie (oltre ai cani). Le strade come quella le dovrebbero semplicemente chiudere, almeno da settembre a maggio quando i pastori sono giù. Non servono a nulla e non portano benefici anche se per i comuni sono fonte di turismo. Ma poi di che turismo? Quello di gente che sale e scende a tutta velocità in moto o con il Suv senza fermarsi mai nelle borgate e nei piccoli negozi dei paesi, Che ricchezza porta un turismo simile? Polvere, immondizia e paura per gli animali selvatici. Già… gli animali: il Colombardo trent’anni fa era un paradiso per i galli forcelli quale non ne esistevano di simili. Oggi chi li vede? Mah, neppure con il migliore dei cani a volte se ne trova uno. E quelle moto le cui impronte arrivano fino al Paschièt che male fanno? Chiediamolo alle nidiate di coturnici che non nascono neppure più.
            Scusa lo sfogo.

          • Marco says:

            L’anonimo ero sempre io!!! Pardòn.

  2. Paolo says:

    Il tuo articolo è pienamente condivisibile. Spesso mi sono arrabbiato per aver incontrato durante un’escursione moto o fuoristrada su sentieri o strade assolutamente vietate al traffico.
    Vorrei però chiarire la mia posizione con alcune considerazioni, in quanto dalle mie parole citate sembra che io sia favorevole ad un accesso motorizzato illimitato.

    A quanto mi risulta, la stada in questione non era chiusa al traffico, semplicemente il pessimo stato impediva a chi non possiede un fuoristrada di percorrerla; questo costituisce una discriminazione intanto economica, e poi i fuoristrada sono proprio i più invasivi e come dimostra l’articolo che hai riportato, interessati solo a raggiungere i posti meno accessibili con il mezzo motorizzato e non a fare un’escursione. Se il comune non ha intenzione di limitare l’accesso alla strada (come ad esempio la strada del Ciavanis), è giusto che possa percorrerla anche chi ha solo una Panda.

    Tante volte ho dovuto constatare che i comuni, in tempi migliori di questi, cercavano di dare lavoro alle imprese locali facendo costruire strade “inutili” verso alpeggi abbandonati da decenni. Queste strade poi, non servendo a nessuno, venivano abbandonate al degrado aggiungendo danno a danno.

    La mia frase voleva solo dire che in alcuni casi da valutare sempre attentamente, quando la strada già esiste, e permette l’accesso a luoghi di notevole interesse escursionistico/alpinistico altrimenti difficilmente raggiungibili, può essere giusto consentirne la percorrenza.
    Se decidiamo di essere intransigenti, allora bisogna chiudere ad esempio (ma ce ne sono tanti altri) la strada da Balme al Pian dell Mussa e, chi vuole salire la Ciamarella dovrà partire a piedi da Balme come fecero i primi salitori.

    Nelle nostre battaglie dobbiamo partire dalle cose più devastanti, come la costruzione di nuove strade inutili, di nuovi impianti di risalita e soprattutto chiedere che vengano fatti rispettare i divieti dove ci sono e che venga impedito alle moto ed ai quad di percorrere i sentieri; quest’ultima attività poi, oltre ai danni acustico, di inquinamento e all’impatto sulla fauna, distrugge il fondo dei sentieri. (ma davvero c’è una proposta di legge per permettere alle moto di percorrere i sentieri? spero di aver capito male e che la proposta sia quella di impedire e non di consentire).

    Son pensieri slegati tra di loro, ma che spero chiariscano come la penso, di cose da dire poi ce ne sarebbero tante altre…….

    • Beppeley says:

      Grazie per aver espresso la tua opinione. Ovviamente la tua risposta, a seguito della mia domanda che ti ho fatto via mail, è stata il pretesto per accendere un po’ il dibattito intorno a questo tema che, personalmente, lo trovo molto urgente ed importante.

      Una cosa volevo dire sulle strade come quella che hai citato tu e che porta al Pian della Mussa: si potrebbe ipotizzare una navetta, invece di far inondare di auto uno dei pianori di origine glaciale tra i più belli delle Alpi (tra l’altro è un SIC ma pochi lo sanno).

      Le strade sterrate che percorrono ecosistemi come quelli alpini non devono essere utilizzate per scopi turistici: non è sostenibile dal punto di vista ambientale e confliggono pienamente con il concetto di “limite” che deve essere preso seriamente in considerazione se vogliamo allontanare davvero il rischio di far collassare l’umanità di fronte alle emergenze ambientali.

      Per quanto riguarda l’Uja di Ciamarella, l’Uja di Bessanese, e le altre cime che si raggiungono attraversando il Pian della Mussa, ti ricordo che un tempo non esisteva la strada eppure proprio le montagne delle Valli di Lanzo mi raccontanto che un certo Antonio Tonini (diploma di ingegneria con lode e volontario per 5 anni prima di diventare Commissario del Catasto di Susa: siamo nell’800) le ha conquistate tutte in una sola stagione, dormendo all’addiaccio tra un vetta e l’altra.

      Personalmente se non ci fosse la possibilità di arrivarci in auto ci andrei a piedi magari facendo una tappa al rifugio Città di Ciriè: questo vuol dire che accetto serenamente la cultura della lentezza (che tra l’altro è benefica!) e non il turismo (o alpinismo o escursionismo) “mordi e fuggi”.

      Sono falsi problemi quelli: non possiamo pensare di vincere le sfide enormi che abbiamo davanti al nostro cammino se ci facciamo spaventare per il semplice fatto che non possiamo raggiungere più le nostre vette senza usare l’auto.

      Se sostieni quel ragionamento allora mi stai semplicemente dicendo che ami le comodità.

      Ma l’andar per monti, forse, non fa un po’ a pugni con la civiltà sedentaria, come quella della nostra epoca, in cui però ci stiamo giocando il futuro a forza di abusare di brutte abitudini, come appunto esagerare con l’uso di mezzi che sono altamente inquinanti e devastanti per gli ecosistemi?

      E poi, cosa dire del fatto che, non accettando più di confrontarci con i nostri limiti umani (come il tempo cronologico, o la fatica fisica), rischiamo di atrofizzare il nostro cervello disabituandolo a non cercare più soluzioni a problemi limite che siano compatibili con i limiti fisici e naturali del nostro mondo?

      Ti suggerisco l’articolo di Luca Mercalli di cui c’è il link a fine post.

  3. serpillo1 says:

    Le strade a fondo naturale vanno percorse solo da chi ne ha reale necessità.

    Diverse volte mi sono imbattuta, percorrendo strade sterrate e sentieri di montagna, in moto e macchine usate per “scopi ludici” e non e’ una bella esperienza.

    Le Valli di Lanzo verranno ri-scoperte vuoi per la vicinanza da Torino, vuoi per la crisi e pochi soldi: ma non c’e’ un modo migliore per ritrovarle?

    Con lealtà e rispetto per me stessa, quando le mie gambe non mi porteranno più in alto me ne starò a casa ad immaginare e sognare i posti magnifici visti da giovane e li racconterò ai miei nipotini… è un nostro limite che va accettato non sforzato.

  4. ventefioca says:

    Bello il concetto di limite: fino a quando ci si può permettere di ignorarlo, o far finta che non esista? Tra le mille cose fatte per lavoro c’è anche stato il monitoraggio di parametri ambientali nel tempo. Sta alla sensibilità – ed esperienza – dell’analista capire quando un certo parametro sta andando “fuori norma”, oppure si è solo in mano agli scherzi della statistiica. Ci sono norme e regole e manuali, certo, ma spesso sono come il campanello d’allarme dell’aereo descritto da Mercalli. Suonerà anche, ma nella confusione e nella improvvisazione nessuno lo sente.
    Questo per dire che non è facile definire un limite tranchant, che vada bene sempre per tutti. Sul discorso delle strade sterrate e non, mi permetto una osservazione derivante da qualche anno di cantiere: a parità di corretta regimazione delle acque, una strada asfalatata si conserva meglio e più a lungo di una sterrata – non fatemi passare per il cilindratore delle strade bianche, però. Più semplicemente: se una strada serve, che si faccia. E se tende a rovinarsi ad ogni pioggi, la si asfalti anche. Poi sono il primo ad inorridire quando vedo che dai Tornetti salgono verso Pian Fumm due strade identiche che manco si congiungono – almeno, fino a poco tempo fa non lo facevano…

    • Beppeley says:

      Che dici Ventefioca… un bel nastro d’asfalto fino ai Laghi d’Ovarda?

      Oppure fino al Gran Lago di Unghiasse? O perché non fare un’asfaltata fino al Lago d’Afframont?

      Sai che qualche anno fa avevano proposto di asfaltare la sterrata meravigliosa che parte dai Rivotti e arriva a Gias Nuovo Fontane?

      Pensa che bello portarci tua figlia Caterina raccontandole che un tempo non c’era il bitume e il petrolio lungo quel percorso e che quindi tu eri più fortunato perché potevi farci una foto senza l’asfalto:

      “Pazienza Caterina se ti consegno un mondo più deturpato di quello che ho goduto io”.

      “Tu però hai già l’iPad, il cellulare, il pc, internet, i nonluoghi…”.

      Intanto io me lo sono goduto…

      Non dobbiamo “sottrarre” ambiente alle future generazioni. E nenache un bel paesaggio che noi possiamo fotografare intatto.

      Dovremmo essere responsabili pensando che quello di cui noi oggi godiamo ne hanno lo stesso diritto di goderne tua figlia e un domani anche i tuoi nipoti. E così via.

      Diritto di godere per esempio di un paesaggio intatto e non devastato ed appestato dall’idiozia umana.

      Diritto di bere acqua non inquinata e di respirare aria senza veleni.

      Ancora meglio se lasceremo a chi viene dopo di noi un mondo migliore magari più bello e vivibile.

      Grazie a chi mi ha permesso di ammirare oggi, nella mia vita, uno stambecco impedendone l’estinzione.

  5. Riccardo says:

    Ben venga gente, anche “merenderos”, ce n’è solo bisogno per questa valle di Lanzo che, ahimè, è sempre più in decadenza e semisconosciuta. Io parlo da escursionista, anche io non vedo di buon occhio queste persone perché non amano la montagna come la amo io, ma basta pensare alle altre valli vicine e notare come ci sia molto più turismo rispetto alla Val di Lanzo (Val di Susa, lago di Ceresole, etc…) pur avendo i “turisti della domenica” che raggiungono le loro mete in auto. La montagna è di tutti, non è solo dei pastori o degli escursionisti. Un discorso simile a questo allora lo potrebbero fare i pastori, sostituendo le auto con gli escursionisti. Anche se asfaltassero l’attuale strada sterrata che va all’Alpe d’Ovarda non si creerebbe questo enorme disagio ambientale. Al lago di Monastero o al Colombardo ad esempio non vedo tutto questo scempio da parte di chi raggiunge il lago col proprio mezzo, nonostante le strade siano aperte al traffico.
    Predichiamo bene e razzoliamo male tutti i giorni nel nostro piccolo, dal non fare la differenziata, al buttare le cicche di sigarette per terra o, ancora peggio, ad avere un’auto a gasolio o benzina. Non si risolve il problema dell’inquinamento chiudendo le strade, vedi anche l’esempio delle ztl centrali delle grandi città, Torino in primis, ma il problema deve essere preso alla radice, ovvero cercare una soluzione al non usare questi carburanti.

    Io ho fatto tutta la sterrata che porta all’ultimo alpeggio dell’Alpe d’Ovarda con il mio fuoristrada, non vi è nessun divieto ma nonostante ciò come in ogni sterrata senza divieto nel periodo degli alpeggi i pastori mi hanno sempre guardato male. Avevo deciso, cosa che faccio sempre prima di ogni escursione, di avvicinarmi il più possibile ovviamente usando il buonsenso e soprattutto rispettando la legge. Non c’è nessun male se cerco sempre di risparmiare tempo e dedicarne magari un po’ di più alla mia meta, non tutti abbiamo la possibilità di usufruire di due giorni per un escursione o semplicemente non tutti hanno la conoscenza dei rifugi.

    Sono d’accordo al 90% sul non permettere alle moto da cross di percorrere i sentieri.

    Scusate lo sfogo e l’italiano, ho scritto veloce vista l’ora e non ho riletto il tutto, e non ho avuto il tempo di leggere anche i vostri commenti cosa che farò domani.

    • Beppeley says:

      Se siamo d’accordo a far transitare i mezzi motorizzati anche a 2000 metri nel Vallone d’Ovarda, secondo te, c’è un limite a questo?

      Oppure saresti d’accordo per un bel parcheggio a cielo aperto dove magari far sostare 200 auto, nel caso, come sembra succederà, aumenteranno i turisti-escursionisti che cercheranno ambienti naturali come quello per sfuggire al cemento e all’inquinamento delle metropoli?

      Perché nessuno, tra coloro che preferiscono mantenere percorribili a tutti le sterrate in quota (e le strade asfaltate come quella che porta al Pian della Mussa), non ha almeno proposto l’utilizzo di una navetta al posto dell’auto privata che ridurrebbe di molto l’impatto ambientale ?

      Ma scusate, non stiamo parlando di fruizione turistica di un bene di tutti? E se un bene è di tutti, non siamo anche chiamati a tutelarlo affinché quel bene non venga deteriorato bensì possa essere consegnato intatto a chi verrà dopo di noi ?

      Ma è davvero questa l’immagine che abbiamo di noi? L’uomo devastatore? E non abbiamo nessuna possibilità di riscatto?

      Come mai in questo Paese si fa così difficoltà a comprendere l’importanza del bene comune?

      Ma davvero senza la macchinina privata sotto il sedere siamo incapaci di vedere alternative intelligenti alla mobilità?

  6. blacksheep77 says:

    il problema è la civiltà ed il buonsenso, merci rare… visto che scarseggiano, allora occorre vietare!
    all’estero (austria, svizzera…) le piste che portano agli alpeggi sono vietate al traffico (ed il divieto è rispettato), eppure le malghe sono frequentate da turisti che vanno su a bere il bicchiere di latte o acquistare i formaggi.
    da noi i margari si lamentano quando le strade vengono interdette: “…perchè nessuno viene su a piedi per comprare la toma”.
    però ugualmente ci si lamenta se il quad scorrazza in mezzo alle vacche al pascolo o il motociclista sgasa lungo il sentiero, tranciando i fili tirati per le vacche. ricordo a bardonecchia un branco di incivili che si lanciava giù per i pascoli distruggendo il lavoro di una giornata a delimitare i pascoli.
    viceversa ricordo anche una paladina ambientalista che mi aveva sbarrato la strada mentre salivo a velocità sostenuta verso l’alpe a causa di un’emergenza (stavo portando dei medicinali). quella con il ditino faceva NONONO, eppure io avevo diritto di salire, mentre lei aveva il cane libero nonostante i cartelli che segnalavano gli animali al pascolo e l’obbligo di tenere legati i cani
    se in alpe ci lavori, la strada è una benedizione e garantisce un minimo di vita civile (possibilità di avere alimenti freschi, anche frutta e verdura, possibilità di trasportare materiale, possibilità di raggiungere le strutture anche ai famigliari che magari fanno un altro lavoro, ecc ecc ecc).
    in val pellice hanno aperto la strada che porta alla conca del prà, credo ci sia un orario ed un “numero chiuso” in base alla disponibilità di posti nel parcheggio. per gli escursionisti c’è (ripulito recentemente) il sentiero sull’altro versante.
    ma perchè altrove mi devo sentire un idiota mentre fuoristrada rombanti mi sfrecciano accanto senza nemmeno rallentare, coprendomi di polvere?
    personalmente sono per le strade agro-silvo-pastorali chiuse al traffico dei “merenderos”. nei posti ad alta frequentazione, dove su c’è un rifugio, un lago, un agriturismo, mettete una navetta come qui http://pragelato.blogolandia.it/2009/07/08/navetta-val-troncea-pragelato/ in val troncea. così si da lavoro a qualcuno…
    in svizzera (binntal) ricordo parcheggi a pagamento alla partenza dei sentieri. una cifra minima con diverse opzioni di pagamento, trascurabile, ma mi garantiva una certa accoglienza (cestini per l’immondizia, pista che saliva alle malghe perfettamente curata, ecc ecc ecc).
    io quest’anno sarò in un alpeggio (da domani) dove si arriva con l’auto, strada chiusa ai non aventi diritto… vedremo se sarà così o no, vedremo chi mi arriverà davanti alla porta della baita!

  7. Beppeley says:

    Hai scritto: “da noi i margari si lamentano quando le strade vengono interdette: “…perchè nessuno viene su a piedi per comprare la toma”.

    E come ci fanno ad andare a piedi lassù gli italiani, soprattutto se pensiamo alle nuove genarazioni, se lo stile di vita è questo?

    http://telefonia.supermoney.eu/news/2012/05/internet-facebook-e-televisione-le-abitudini-sedentarie-dei-giovani-003763.html

    Davvero molto confortante…

  8. serpillo1 says:

    Diversi comuni delle Valli di Lanzo, geograficamente parlando, sono stati un po’ isolati.
    L’unica loro forma di contatto con viandanti (un tempo), merci e turisti (oggi) avviene passando dalla pianura.

    Ma si vuole rompere questo isolamento invitando, in questi magnifici luoghi, solo merenderos, fuoristrada, moto e quad?

    Mi sembra molto offensivo…..

    ….. perche’ non pensare ai milioni di viandanti moderni che provengono dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia e che sono “golosi ed amanti” della nostra cultura (non solo alpina), della cucina, della bellezza della nostra terra?

    ……perche’ non pensare a corsi di formazione per accogliere con un sorriso ed ospitalità queste persone?

    basta un buon passaparola ed internet fa il resto…….

    • Anonimo says:

      E’ giusto… Ma come ha detto Prandelli, questo è un Paese vecchio che agisce e ragiona con mentalità “vecchie”…

      Mancano le innovazioni che solo i giovani affamati di futuro possono portare, anche quando si parla di ambiente, territorio, turismo sostenibile e via dicendo…

      Invece le logiche vecchie per fare qualche soldo, e tirare a campare fino al prossimo Governo tecnico, sono le solite, quelle che hanno fatto esplodere il debito pubblico… Assistenzialismo… soldi a pioggia per fare buche, scavare gallerie inutili, fare strade (per poi asfaltarle), per poi essere riparate alla prima pioggia torrenziale… Denaro buttato al vento.
      Incapaci di progettare a lungo termine.

      Ho saputo che arriveranno 400 mila euro per rivedere gli impianti sciistici ad Ala di Stura…

      D’altronde è da anni che i climatologi ci avvertono che nevicherà sempre di meno e solo gli impianti sopra ai 2000 metri sopravviveranno…

      Niente da fare: sempre le solite logiche straccione per distribuire soldi inutili…

      Tanto poi piazziamo un Governo tecnico che risolve tutto.

      Siamo miopi (per non dire peggio…).

      c.f.

      • ventefioca says:

        Mentre scrivevo si è “accodato” il commento di c.f.: sono d’accordo con te, amaramente d’accordo con te. Occorrerebbe una mentalità nuova che proprio non vedo. Non aggiungo altro, passerei o in politica – e sarebbe il male minore – o in amarezza per tante cose in materia ambientale che ho visto pensare, proporre e poi eseguire… al contrario. E sono stufo, proprio stufo di tutta questa ammuina che ci porta da un Governo Tecnico ad un Nuovo Orizzonte da dove sbucano le solite facce.

    • blacksheep77 says:

      a dire il vero su molte strade sterrate militari (val chisone/val di susa, cuneese) una buona fetta di incontri motorizzati avviene proprio con stranieri (austriaci, tedeschi, svizzeri) con moto e fuoristrada. però nella maggior parte dei casi da parte loro ho incontrato rispetto (parlo di quando andavo in MTB) con moto che si fermavano o rallentavano invece di sgasare sparando pietre, ed un saluto me lo facevano sempre.
      poi ci sono le eccezioni, come un gruppo vociante alla gardetta lo scorso anno, che capivi essere svizzeri solo dalle targhe, altrimenti avresti detto che erano beceri rappresentanti del peggior stereotipo italico…

  9. Riccardo says:

    Premetto che sono d’accordo sul divieto di percorrere sentieri escursionistici ai quad e motocross.
    Prendiamo come esempio l’Alpe d’Ovarda.
    La strada fino all’ultimo alpeggio, a 1800m circa, che sale da Inversigni, è una strada sterrata dove solo i fuoristrada hanno la possibilità di percorrerla. Se questa strada fosse chiusa al traffico, secondo voi ci potrebbe essere la possibilità di una navetta? Direi assolutamente di no, si sa, non è un posto molto conosciuto. Se la navetta dovesse “campare” solamente grazie alle entrate degli escursionisti che dal vallone vanno alla Torre d’Ovarda, a Punta Golai, al Ciorneva, ai laghi, e via dicendo, sarebbe in passivo. Magari esistesse una navetta, ma non siamo né a Sestriere né a Pragelato!
    Mettiamo caso che la strada fosse asfaltata fino all’Alpe d’Ovarda, sinceramente secondo voi ci sarebbe ogni weekend dell’anno il pienone?
    Lasciandola sterrata e aperta a tutti direi che ci sarebbe poco traffico e poco inquinamento, chi sale IN TEORIA dovrebbe essere gente che conosce la montagna e di conseguenza la rispetta, i “merenderos” non si avventurano in strade che non conoscono e “scomode”.
    Come scrive Serpillo positivamente riguardo l’isolamento di certe zone delle Valli di Lanzo, questo “isolamento” può piacere solamente a noi, che siamo amanti della natura, margari o escursionisti.
    Io amo la Valle proprio per questo, perché è una valle molto selvaggia e poco turistica rispetto alle altre piemontesi, però cerco di vedere la faccenda da un altro punto di vista.
    In Svizzera&co possono permettersi le navette e le piste curate perché c’è turismo in ogni posto e in ogni periodo dell’anno, ergo soldi che girano.
    In Val di Lanzo ci sono pochi hotel, c’è una sola seggiovia che non funziona, e cominciando dalla strada, la SP1 da Germagnano in poi, si può vedere come questa zona è abbastanza tralasciata.
    Egoisticamente adoro la Valle di Lanzo proprio per i suoi “difetti” e per il suo isolamento, però bisogna pensare concretamente e trovare delle soluzioni.

    • Beppeley says:

      Senti Riccardo, ti farei una proposta estrema, quasi “oscena”…

      Ci andiamo insieme all’Alpe d’Ovarda a piedi partendo da Inversigni e lasciando l’automobilina giù a valle?

      Camminando molto lentamente e lasciandosi abbracciare dal bosco e dalla montagna silenziosa, ci vogliono circa 3 ore di cammino a piedi. Pensa che meraviglia in autunno o appena dopo una leggera nevicata novembrina immersi nei profumi del Vallone d’Ovarda.

      3 ore di tempo liberato…. 3 ore di controcultura…

      E poi, se ne abbiamo ancora, proseguiremo verso i laghi d’Ovarda…

      Che ne dici? Combiniamo?

      Se ti piace l’idea, puoi coinvolgere anche i tuoi amici.

      Ti fidi di un AE “preparato” dal CAI?

      • Paolo says:

        Posso venire anch’io?

        • Beppeley says:

          Ma certo! Mi farà molto piacere! Non devi nenache chiederlo…

          • Riccardo says:

            Per me si può organizzare, però dopo 3 ore di cammino nei boschi da Inversigni all’alpe d’Ovarda non si ha più tempo per raggiungere i laghi, più che altro ci vogliono tante ore di cammino in totale. Per me e per te non ci sono problemi, ed ecco un altro esempio a favore dei miei discorsi: chi non ha tempo per cause di forza maggiore (es.lavoro serale, famiglia, resistenza fisica, handicap, etc etc) per raggiungere i laghi d’Ovarda partendo da Inversigni come fa? Deve a priori rinunciarci?

    • serpillo1 says:

      “…La Svizzera&Co possono permettersi le navette, ecc..” ma inizialmente come hanno fatto?

      Gli interventi che verrano fatti nelle Valli di Lanzo, non devono essere invasivi (cemento, strade inutili, centraline idroelettriche su ogni rio e torrente, distruzione di boschi in nome delle centrali a biomassa) ma a misura d’uomo ed anche con scelte impopolari.

      Sicuramente all’inizio sara’ un’attivita’ in perdita ma una volta ingranata…

      Pensa alla chiusura estiva della strada provinciale che va al Colle del Nivolet: all’inizio quanti erano contenti? Ma non basta chiudere e vietare: sono stati creati programmi ed iniziative atte a far conoscere ai cittadini la montagna.

      Io vedrei bene un servizio navetta estivo a richiesta (magari con lo scuolabus) che permette agli escursionisti di essere collegati alle quattro Valli di Lanzo e a chi non ha la macchina di andare al mercato, di gironzolare….

  10. ventefioca says:

    Nel mio intervento “pro-asfalto” pensavo a certe strade che sono un insulto alla logica, all’ingegneria ed alla gravità. Scavate da dei bruti a forza di ruspa senza una cunetta, una protezione a valle e un fosso di guardia a monte. Non resisteranno alle piogge di quest’autunno. Per lascairle così allora ben vengano muri e asfalto, almeno a tenerle assieme per evitare ulteriori danni.
    Non mi riferivo alle strade militari a fondo naturale che reggono da oltre sessanta anni e che vanno bene così, come quelle nelle conche d Oulx e Bardonecchia. Non sono entrato nel merito del percorrerle o meno perchè sono d’accordo con l’amica marzia: strade fino agli alpeggi ad accesso regolamentato, per non dire chiuso se non a chi ha titolo per percorrerle. Ma le strade miltari che passnao sulle creste tra Val Chisone e Valle di Susa? Le chiduiamo? Le manuteniamo’ Facciamo pagare l’accesso? Su questo aspetto ci sono poi altre questioni: se tutti hanno diritto a percorrere un sentiero a piedi, perchè tutti non dovrebbero avere lo stesso diritto a percorrere con i loro mezzi motorizzati una strada, magari costruita con denaro pubblico? L’osservazione è fiacca, d’accordo, ma già solo da questa argomentazioen si vede come il ragioanmento si arrotoli su se stesso. Mi piacerebbe fare appello al buon senso di chi detta le regole e di che le dovrebbe rispettare, ma in giro ne vedo sempre di meno…

  11. serpillo1 says:

    GP mi hai fatto pensare ad un trekking nelle Alpi Marittime percorrendo strade militari e mulattiere di caccia reali 🙂

    Avevo sentito che la Regione Piemonte doveva approvare una legge per il recupero e valorizzazione delle strade militari dismesse.

  12. Beppeley says:

    Questo post è stato preso in considerazione anche dal notiziario online del Club Alpino Italiano “Lo Scarpone” a seguito di mia segnalazione:

    http://www.loscarpone.cai.it/news/items/quali-limiti-per-i-mezzi-motorizzati.html

  13. paologiac says:

    Molto bene. Speriamo che questo permette l’allargamento della discussione ad altre persone, sia su “Lo Scarpone” che sul blog.

    • Beppeley says:

      Ti ringrazio molto per aver favorito questa importante discussione.

      Una ragione in più per essere orgogliosi di averti tra di noi.

      Grazie.

  14. Pingback: Alpeggi, piste, sentieri e mezzi motorizzati | Storie di pascolo vagante

  15. Beppeley says:

    @Riccardo: falso problema quello del tempo cronologico di cui tu accenni. Non mi stupisco di quella tua risposta, fa parte della malattia del nostro tempo. Ma in montagna, si va a vivere un’esperienza di tempo liberato. Non si deve andare in montagna portandoci le nevrosi della vita cittadina.

    Se vuoi provare a capire cosa ci sta portando verso il collasso, in questa nostra epoca, ti suggerisco un libro molto interessante: si intitola “Il tempo breve”.

    Eccoti la sinossi:

    «Gran parte del senso che diamo alla vita dipende dal rapporto che abbiamo con il tempo… La catena infernale di impegni e scadenze inizia a farci perdere il controllo di noi stessi, la nostra capacità di osservare e di creare, confondendo continuamente ciò che è urgente con ciò che è importante.»
    Marco Niada

    «Il tempo è scardinato», si lamenta Amleto. È la sensazione che avvertiamo tutti noi. È vero che da sempre il progresso tecnologico ed economico è accompagnato – e forse causato – dall’accelerazione. È vero che il trasporto sempre più veloce di uomini e mercanzie, l’accelerazione degli scambi e dei commerci, per non parlare delle armi, sono senz’altro il marchio della modernità.
    Tuttavia oggi più che mai il tempo ci sfugge. Il presente, ovvero la nostra vita quotidiana, si infittisce fino a scoppiare di impegni che si sovrappongono e si accavallano. Il futuro, che l’economia mondiale ha cercato di addomesticare facendo gonfiare a dismisura il credito, si è praticamente azzerato in una crisi di proporzioni mondiali. I primi a sperimentare gli effetti di questo eccesso di velocità sono stati gli uomini politici, le star dello spettacolo e dello sport, i grandi manager. Ma ora il fenomeno, grazie alla diffusione delle nuove tecnologie, che permettono di restare connessi sempre e dovunque, si è diffuso a livello di massa.
    Il tempo breve esplora, con finezza e profondità, la malattia forse più grave della nostra epoca, quella che ci sta facendo perdere alcuni fondamentali punti di riferimento. Marco Niada ripercorre in una felice sintesi la storia del tempo, dagli antichi calendari ai monasteri, dai mercati alle microfrazioni di secondo dei moderni traders. E soppesa l’impatto che questa mutazione ha avuto su di noi, uomini e donne del nuovo millennio: perché sta cambiando per sempre la nostra capacità d’attenzione, la nostra immaginazione, la nostra memoria, la nostra identità.

    • Riccardo says:

      Grazie del suggerimento Beppe, sono già un amante della Slow Life, il problema secondo me è che è un’utopia. Anche io sogno un mondo “senza scadenze”, anzi penso che tutti lo sognino ma nessuno può o riesce ad uscire dai ritmi della vita moderna. Probabilmente tu sei più fortunato di altri e ci riesci, io ci provo con buoni risultati, ma gli altri? Tutti ce la possono fare? No.

  16. Paolo says:

    Riporto qui la discussione, molto interessante, dopo che qualche commento è stato postato sul blog “http://vettenuvole.wordpress.com/”.
    Proprio ieri sera al TGR sentivo parlare della dismissione della pista di bob di Cesana. Elenco alcune delle cose sentite:
    – L’impianto costato non ricordo quanti milioni (nostri) è economicamente insostenibile. (ma non ci avevano detto che le attrezzature olimpiche sarebbero state una risorsa negli anni a venire per le comunità locali?!)
    – L’impianto è stato costruito in un posto completamente sbagliato (posizione soleggiatissima) dopo una serie di errori di progetto e cambi di posto.
    – L’impianto di raffreddamento contenente 50 tonnellate di ammoniaca (la procura di Torino aveva deciso di dichiarare l’impianto insicuro poiché un tale quantitativo di ammoniaca dovrebbe essere sorvegliato giorno e notte) dovrà essere svuotato prima della dismissione, con costi notevoli.
    – Al suo posto si vorrebbe costruire uno skydome coperto dove si potrà sciare anche ad Agosto!!!!

    Queste sono le idee e le azioni dei nostri amministratori e sindaci di montagna per favorire il turismo!!!!! Oltre ai commenti che si potrebbero fare sugli altri punti, è pazzesco che quando oramai tutti parlano di sostenibilità ambientale, di riduzione dell’inquinamento, dell’eliminazione degli sprechi, questi vogliano costruire un impianto dove verrà prodotta e mantenuta la neve tutto l’anno. Siamo pazzi!!!!

    Quando dico di lasciare un attimo da parte l’idealismo e di concentrarsi su problemi molto più gravi, mi riferisco a questo ed altre cose come la TAV, lo sfuttamento “insostenibile” delle acque, la cementificazione che continua dei paesi di montagna come unica via possibile di sviluppo ecc….. (domenica scorsa ero salito al belvedere di Cantoira e ho potuto apprezzare (!) la presenza di diversi cantieri che costruiscono nuovi condomini sapendo già che gli appartamenti, vista la situazione di crisi, non saranno venduti).

    ……e poi ci preoccupiamo di qualche macchina, credo davvero poche, che potrebbe salire all’Alpe di Ovarda sfruttando la sterrata?

    • ventefioca says:

      Paolo, sfondi una porta aperta. Nel 2002 ho iniziato i campionamenti di fibre di amianto e polveri presso il sito del trampolino di pragelato. Già allora mi chiedevo che ne sarebbe stato di quell’opera faraonica. Parliamo delle operecompensative? un bel villaggetto turistico all’imbocco della val troncea, un sentiero risistemato per andare da nessuna parte sempre in val troncea. Poi siamo passati agli altri siti, tra cui la pista da bob, nel posto più assolato della val di susa – curisoamente ci sono stati problemi di sorgenti impreviste – Giù altri soldi, per cosa?
      E tutti quanti, tra TOROC, Agenzia Torino 2006, ARPA, Regione, Provincia a scappellarsi di fronte al progresso e a preannunciare sviluppo e civiltà ai barbari montanari.
      Cosa è rimasto? vedetelo voi, fate un bel giro da Pinerolo a Susa, passando per Sestriere.
      Per quello sono diventato allergico alle parole ambientale, sostenibile e sviluppo. Ci sarebbe bisogno di una bella serie di invasioni barbariche, altro che parlare di progresso…

      • Beppeley says:

        Ho riletto il bellissimo “La cura della dimora – Il rito e l’identità nelle forme culturali dell’abitare” di Eduardo Zarelli che ho riportato nel post “Genius Loci (https://camoscibianchi.wordpress.com/2010/01/12/genius-loci-2/) e che tu avevi commentato. Qui una citazione:

        “Se c’è qualcosa che la natura indica perentoriamente, è il senso del limite, la sobrietà, la forma. L’economicismo, la devastazione ambientale, la meschinità dei comportamenti interessati, il gigantismo, l’anonimato delle metropoli e l’insignificanza dei suoi luoghi, l’anestetico arredamento razionalista sono alcuni dei sintomi della repressione della bellezza effettuata dal pragmatismo: sono un derivato della perdita di quel sentimento di misura e di armonia cosmica, di pudore e di grazia, che rivela l’essenza e accende l’eros, l’amore per l’anima in tutte le sue manifestazioni. Il Sé – per dirla con James Hillman – può manifestarsi solo come «interiorizzazione della comunità», da un lato, e come continuità con il cosmo, dall’altro.”

        Personalmente ritengo che raggiungere con un 4×4 luoghi meravigliosi come quelli che si trovano in quota nelle Alpi, è riproporre anche in montagna “l’anonimato delle metropoli e l’insignificanza dei suoi luoghi”. Stesso modello comportamentale.

        • ventefioca says:

          Beppe, di citazione in citazione faremo notte e poi giorno… e questo sarebbe bellissimo, se non che rimarremo – temo – i soliti “camosci bianchi” – magari con qualche sfumatura sul grigio!! – a contarcela. Quello che mi sgomenta non è la strada in più o in meno aperta ai 4×4 fino al km X o Y, quanto il fatto che, pur passando i mesi e gli anni, da un lato siamo noi qui a ragionar di strade e dall’altro lato continuano a propinarci trampolini, piste da bob, free-style, halfpipes, captazione di acque e trenini superveloci o supercapienti. Mi sembra di essere don chisciotte contro i mulini a vento – sarà un caso se è il mio “idolo” romanzesco? – Non dico che sono scoraggiato, dico che l’asticella della contesa ambientale viene alzata sempre di più, mentre le risorse – ed i luoghi da “salavre” – uno dopo l’altro si riducono. Più che camosci, occorre farsi formiche, tenaci, pazienti e infaticabili. Voi, con il vostro sito, siete sulla buona strada…

          • paologiac says:

            ventefioca, hai colto perfettamente il senso dei miei commenti, che non vogliono assolutamente sminuire il pensiero di Beppe, ma semplicemente sottolineare la differenza tra ideali nobili e obbiettivi concreti della lotta (nonviolenta) necessaria ed urgente contro la deriva demenziale di questo mondo.

    • Anonimo says:

      Ma è proprio partendo delle piccole cose che si possono cambiare quelle più grandi. Sono gli atteggiamenti dei singoli, e quindi anche di colui che va in macchina su una sterrata per tursimo, che fanno la differenza.

      Le leggi sono fatte dagli uomini. Se singolarmente non cambiamo mentalità, riproporremo le stesse idiozie anche in grande, magari costruendo impianti inutili… perché andando in auto fino a 2000 metri non abbiamo intercettato il senso del limite. Non l’abbiamo vissuto in sintonia con la natura cirscostante. Abbiamo usato un “mezzo” che serve proprio per abbattere un limite umano (ma il “mezzo”, ovvero l’auto, l’elicottero, il trial, il quad, l’aereo,…ha un costo ambientale, oltre che economico).

      Domanda: ce lo possiamo permettere? E’ sostenibile?

      A me sembra di no, visto cosa sta capitando a livello globale proprio non rispettando i limiti.

      Dipende dal singolo cambiare le cose. Nel piccolo possiamo fare tanto.

      Se capisco quanto è importante lasciare l’auto in fondovalle (per fare turismo visto che intendo farlo in montagna = ecosistema fragile), mettendomi alla prova come uomo libero da ogni mezzo meccanico, e con i miei limiti, allora sarà più facile comprendere perché certe scelte politche, che servono solo per fare PIL, sono dannatemente errate.

      d.z.

    • Anonimo says:

      Ah, ah, ah….

      “costruire uno skydome coperto dove si potrà sciare anche ad Agosto”

      Che imbecillità!

      Andare in montagna e chiudersi in uno skydome per sciare!!!

      Perfetta filosofia “outdoor”.

      Con tutto quello che c’è da scoprire in montagna uno ci va per rinchiudersi…

      … sì, al manicomio!

      E’ una società malata. E questo il problema, non lo spread.

  17. Riccardo says:

    Scusate la battuta scema ma non troppo: a questo punto per non inquinare se io da Torino voglio andare ad esempio ai laghi d’Ovarda devo prendere la mia bici e pedalare per 60 km circa, lasciare la bici all’alpe d’Ovarda o fin dove riesco a pedalare, mettere la catena antifurto e legare la bici ad un albero e cominciare l’escursione? E dopo accusarvi: “Perchè siete arrivati in auto fino ad Inversigni, avete inquinato etc etc!”.
    N.B. E’ un’esagerazione.

    • Beppeley says:

      Appena riesco, farò un post proprio su tutte queste problematiche…

      Se rimaniamo nelle Valli di Lanzo, in tema di trasporti forse c’è qualcosa di molto interessante ed intelligente che verrà realizzato… e che risponderà pienamente a tutte le domande che ci facciamo qui.

      A me non sembra vero…Sembra un sogno…

  18. Beppeley says:

    @Marco: grazie. Non devi scusarti, anzi, il tuo commento è molto importante perché è uno “sguardo” intenso, uno “sguardo” di una persona che ama la montagna e che ha imparato ad apprezzarla in tutti i suoi aspetti e che capisce quanta “ricchezza” c’è in quel mondo, soprattutto se l’uomo sa rispettarlo e se sa approcciarsi responsabilmente.

    Il post che sto per pubblicare lo dedico a te e tratta proprio delle piste.

    Mi dici il titolo del romanzo che hai scritto? Mi interessa.

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