“In Italia non cammina nessuno”

E se “in Italia non cammina nessuno”, ne discende che nel Bel Paese nessuno capisce chi cammina.

Così scrive Enrico Camanni, nell’articolo pubblicato il 17 agosto sulla rubrica “Montagna” del quotidiano La Stampa (titolo: “Sulla Gta non si parla italiano“; qui l’articolo), lanciando anche una provocazione importante verso quella “fetta” di frequentatori delle terre alte che è iscritta al Club Alpino Italiano, come il sottoscritto.

Ho trovato molto interessante l’articolo di  Camanni che dimostra, per l’ennesima volta, di conoscere a fondo il mondo della montagna, anche quando si tratta di fare la “radiografia” del popolo di chi la frequenta. E allora colgo questa occasione per condurvi verso qualche importante osservazione che spero possa aiutare un pochino le nostre montagne a sopravvivere e a vedere nel tempo migliorare le condizioni economiche di chi ci vive, soprattutto per i giovani.

A proposito della Gta (Grande Traversata delle Alpi), Enrico Camanni, nel suo articolo, sostiene che:

“Perché quella che era stata un’idea pilota per tutte le Alpi, e un atto di fiducia nella capacità pubblica e privata di organizzare intorno all’idea forte dell’escursionismo il futuro del turismo dolce della montagna, si è rivelata una proposta apprezzata quasi esclusivamente dai tedeschi e dagli olandesi, paradossalmente pubblicizzata da editori d’oltralpe e personaggi di larghe vedute come il geografo Werner Bätzing, straniero anche lui.”

Enrico Camanni parla dell’ idea forte dell’escursionismo invitandomi così a pormi alcune domande importanti che vorrei proporvi.

Escursionismo? Che cos’è? Cosa vuol dire fare escursionismo? Ed esiste una cultura dell’escursionismo?

Personalmente credo che tante persone  in Italia pensano che “Escursionismo” significhi fare un’attività al limite dell’agonismo olimpionico, dove si parte dal punto A, ad una tale ora, per arrivare al punto B il prima possibile, giusto per rubare il record stabilito dal collega del CAI. E quello che ci scorre affianco, in quelle tre o quattro ore che ci separano dall’obiettivo, semplicemente non esiste.

Esagerato, direte voi? Ma avete mai provato a sfogliare i libri di vetta?

Quante volte abbiamo lottato con l’orologio, guardando solo le punte degli scarponi, per fare una  prestazione sportiva che poi chiamiamo escursionismo? Sovente neanche così si chiama nei programmi delle sezioni del CAI: spesso il termine più gettonato è “gita“, sia essa un’uscita alpinistica od escursionistica. E quella parola è un condensato di tecnologia e competizione da far invidia alla Formula Uno.

Specchio dei tempi?

Spesso questo è il meglio che si incontra su un itinerario escursionistico (sentiero inesistente e segnaletica non adeguata)

La realtà è che  fare escursionismo in Italia (soprattutto nelle zone prese in considerazione dall’articolo di Camanni) spesso significa percorrere sentieri improbabili indicati da altrettanto improbabili carte escursionistiche, sebbene negli ultimi tempi si possano riscontrare alcuni segni di miglioramento. Avevo già accennato, in un altro post, ad un esempio emblematico successo in Val d’Ala qualche anno fa: una famiglia olandese si perde lungo l’inesistente Sentiero Balcone Alto, quello che da Bracchiello (frazione del Comune di Ceres) dovrebbe arrivare fino al Pian della Mussa, alle falde dell’Uja di Ciamarella e in bocca al rifugio Città di Cirié. Partono i soccorsi, piove, e gli escursionisti passano una notte all’addiaccio. Il sentiero in questione è indicato nelle pessime carte topografiche che si acquistano nelle edicole delle borgate di fondovalle – all’epoca erano le uniche disponibili –  ma non è assolutamente segnalato sul terreno.

Come avranno parlato delle Valli di Lanzo al rientro in patria? E dell’escursionismo fantasma in Italia? E della tipica approssimazione tutta italica che ci spinge a fare le cose con superficialità e poca cura, magari trascurando i dettagli fondamentali?

Ecco poi cosa sostiene Camanni:

Si possono fare due considerazioni, almeno per capire. La prima è che in Italia, e in particolare nelle Alpi piemontesi e lombarde, pochissimi credono nelle reali potenzialità del turismo escursionistico, che ha bisogno di tempi lunghi per affermarsi e di un retroterra formativo adeguato“.

Quindi, prima importante e giusta considerazione, in Italia pochissimi credano nelle reali potenzialità del turismo escursionistico. Soprattutto in quel turismo che tanto amano i tedeschi, i francesi, gli olandesi, gli inglesi, ovvero il “viaggio” tra i monti scoprendo tutte le immense risorse naturali e culturali racchiuse in esse. Noi italiani non riusciamo ancora a capire che questi popoli sono autentici flâneur delle montagne.

Cosa vuol dire questo? E cosa comporta?

Osserviamo la tabella seguente (dati del 2005; tabella mostrata durante il 6° Corso del CAI  per Accompagnatori di Escursionismo che si è tenuto negli anni 2005-2007 per l’area della Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta):

Avete mai incontrato un turista tedesco in Val Soana? O uno francese in Val Grande di Lanzo, magari diretto verso uno di quei laghi meravigliosi immersi in valloni straordinari? Eppure chi fa escursionismo porta soldi, anche se attraversa solo le vallate senza sostare per più giorni in fondovalle. Non c’è bisogno di dilungarsi su questo aspetto. Basta osservare cosa succede in Val d’Aosta (e non cadiamo nella convinzione che è tutto merito dei “giganti”: errore, anche tra gli escursionisti c’è il bisogno di luoghi meno sfruttati e più appartati e comunque le bellezze naturalistiche delle vallate piemontesi non hanno niente da invidiare rispetto all’ebbrezza dell’alta quota, anche solo visivamente parlando).

Anche esempi come questo (traccia di sentiero immersa nella vegetazione, difficilissima da rinvenire durante il cammino) sono molto diffusi sulle nostre montagne

E come mai non si incontrano dalle nostre parti questi specialisti dell’escursionismo di qualità? Quell’escursionismo che, forse, sarebbe in grado di fermare indirettamente le devastazioni ambientali tra i monti perché in grado di far sviluppare un’economia legata a questa importante attività, sempre più ricercata, sia perché altre attività sono sempre più care, insostenibili e complicate da realizzare (pensiamo allo sci e ai cambiamenti climatici) e sia perché abbiamo sempre più bisogno di sfuggire dagli ambienti inquinati e malsani di pianura?

Ecco quali ritengo personalmente siano i fattori critici – rinvenibili nella cultura dell’escursionismo – che impediscono la nascita di un’economia legata all’escursionismo:

1. la stragrande maggioranza dei sentieri in Piemonte (rete sentieristica) è praticamente inesistente: i percorsi non sono adeguatamente segnalati e frequentemente sono occultati dalla vegetazione invadente. Quest’aspetto implica che si perde l’orientamento con troppa facilità e quindi un’escursione diviene potenzialmente una trappola che mina la sicurezza degli escursionisti, soprattutto in caso di scarsa visibilità;

2. le carte topografiche spesso non riescono a rappresentare con precisione un territorio alpino che non è di nessuno, al limite solo di pastori e cacciatori. Questi ultimi poi sono i veri “padroni” della montagna e non hanno alcun interesse a far nascere un turismo escursionistico: ci troviamo davanti alla solita logica demenziale ed autolesionista tipica di noi italiani: il bene particolare, quello di pochi, ovvero quello di categoria, vince sempre e comunque sull’interesse della maggioranza, sul bene comune, quello a cui sovente il nostro Presidente del Consiglio Mario Monti si appella giustamente per cercare di risistemare questo storto Paese;

Le valli interessate storicamente da intensi transiti pedonali sui passi alpini sono quelle più “addestrate” al senso dell’ospitalità

3. manca il senso dell’ospitalità, soprattutto in quelle vallate che, storicamente,  non hanno mai goduto di transiti rilevanti (a piedi ovviamente) attraverso i passi alpini (perché troppo impervi), come invece è successo in altre vallate;

4. manca la cultura della montagna: perché in tv non si parla di montagna in prima serata anziché alle nove di mattino quando la maggioranza delle persone è sul posto di lavoro? Quantomeno sulle reti regionali? Si ignora che l’escursionista, che decide di fermarsi qualche giorno a Chialamberto (giusto per fare un esempio qualunque), oltre a desiderare di girovagare su sentieri perfettamente segnalati (magari con più varianti, giri ad anello, possibilità di unire tra di loro percorsi diversi, ecc…), ambisce a scoprire la cultura dei luoghi in cui soggiorna e ama assistere a manifestazioni che facciano emergere proprio la cultura locale.

A cosa si assiste invece nel Bel Paese, a tutti i livelli (Club Alpino Italiano compreso)? Pensate che le caratteristiche salienti della cultura dell’escursionismo, appena accennati, siano ampiamente diffusi nel nostro Paese? Non è così. Anzi, spesso l’escursionismo viene confuso con una gara tra i monti a chi arriva prima, con un’attività utile soprattutto a far emergere il nostro lato narcisistico e prestazionale (tanti muscoli e poco cervello).

Qui di seguito riporto gli aspetti fondamentali che qualificano l’Escursionismo:

1. le gare a chi arriva prima alla meta non interessano: l’escursionismo NON è una prestazione sportiva e spesso per l’escursionista la meta è il viaggio stesso;

2. il piacere di camminare tra i monti, come per esempio percorrendo la Gta, risiede proprio nella bellezza della scoperta di nuovi luoghi, sempre diversi ad ogni passo, ad ogni colle, ad ogni traversata, ad ogni insediamento umano incontrato, sia esso un piccolo alpeggio o un villaggio di fondovalle: l’escursionista apprezza la diversità e l’alterità;

3. la cima a tutti costi non è importante: il piacere sta nell’attraversare, nel girovagare di valle in valle, nel contemplare la natura, gli animali, il paesaggio culturale; il piacere è anche il varcare la soglia di un rifugio, o di una locanda di fondovalle, e trovare ospitalità: gli escursionisti, dopo ore di fatiche, magari con tanto di cattivo tempo sulla pelle, hanno bisogno di sentirsi accolti e compresi nel loro “cammino” (e la cosa bella è che pretendono davvero poco rispetto al turismo “All Inclusive” mentre valorizzano moltissimo l’ambiente perché respirano lentamente i luoghi); basta con l’idea vecchia che andare in montagna significhi esclusivamente fare un’attività verticale, dalla pianura alla cima. Non è così, perché nell’escursionismo si cerca l’esplorazione, il camminare per conoscere, per osservare, per capire, per scoprire, per aprire il cervello verso ciò che è diverso rispetto alle solite minestre che ci propina la civiltà di pianura (ovvero: correre – senza sapere dove – , non guardare, non osservare, non contemplare ma consumare e gettare: la civiltà urbanocentrica non ha bisogno di cittadini bensì solo di consumatori; la civiltà di pianura ha bisogno di macchine, non di esseri pensanti: è così che siamo diventati dei perfetti “attrezzi” utili alle logiche del profitto dove conta esclusivamente la prestazione: logiche che hanno infettato anche l’andar per monti);

4. l'”Escursionismo” ha bisogno di carte topografiche ben fatte, soprattutto molto precise nell’indicazioni dei percorsi: chi lo pratica trova un grande appagamento già quando prepara l’uscita, o il trekking, da casa, inseguendo con il dito i sentieri, programmando orari, tratte, tempistiche, pernottamenti, rifugi, ecc… e studiando il territorio scelto. Ne discende che “Escursionismo” è esattamente l’opposto del turismo da “pacchetto vacanza”;

5. “Escursionismo” è strettamente legato al territorio: tutte le peculiarità connesse sono quindi  interessanti a chi lo pratica (compresi i prodotti e la cultura locale);

Questo è un bivio ottimamente indicato con segnaletica verticale: ma poi, una volta imboccato il sentiero scelto, troveremo le successive ed indispensabili segnaletiche (bolli e ulteriori cartelli ai bivi)?

6. la segnaletica sui sentieri è fondamentale (sia quella orizzontale  che quella verticale): questo è un punto cruciale che pochi, nelle vallate che conosco (a parte qualche rara sezione del Cai che si occupa di sentieristica), sanno comprendere fino in fondo perché i nativi sovente sono peggio degli stambecchi: conoscono il territorio alpino ad occhi chiusi, cosa comprensibilissima: e allora, cosa serve una segnaletica? Cosa serve una freccia che mi dice, ad un bivio, che proseguendo diritto si va al Colle d’Attia, mentre se si va a sinistra si va a Pianfé? Serve a non far incappare il turista-escursionista (il tedesco di Francoforte) in noiose e dispendiose ricerche -in termini di tempo- sulla giusta direzione da prendere con seri rischi di perdere l’orientamento e trovarsi a trascorrere una notte all’addiaccio, con relativo intervento del Soccorso Alpino (con il coinvolgimento dei volontari in situazioni pericolose). E’ davvero arduo, se non impossibile, far capire a tutti i livelli che il piacere di fare un’escursione sta nell’osservazione dell’ambiente che si incontra: come si fa a godere di tale attività se bisogna andare alla ricerca, con la lente d’ingrandimento, del bollo successivo (segnaletica orizzontale) che non si trova neanche se preghi in cinese? E il cartello mancante quando siamo ad un bivio? Questo tipo di escursionismo degenera nell’ “orientamento”, che è solo uno strumento dell’escursionismo (che non può e non deve diventare obbligatorio per fini turistici), e viene insegnato, ad esempio, nei corsi predisposti dal CAI: non si può pensare di attirare gli escursionisti-turisti francesi (e un giorno forse anche quelli italiani) se si pretende che siano perfettamente addestrati a percorrere ambienti senza sentieri e senza segnaletica.

La trascuratezza di un territorio la si comprende quasi sempre già dall’inizio del sentiero prescelto per la nostra escursione

Questo non è più una forma di turismo ma rientra in un escursionismo che definirei “al limite”, ovvero effettuato in ambienti che comportano rischi per la propria sicurezza (territorio alpino abbandonato e non più preso in considerazione dalle istituzioni che non vedono in esso una risorsa importante) e che richiedono la conoscenza di certe tecniche e saperi che esulano da una prospettiva di turismo escursionistico.

Nessun escursionista francese od olandese viene in Italia a portare i suoi soldi per andare alla ricerca del sentiero perduto: si cambia zona e si va dove l’escursionismo è capito e sviluppato.

Ancora Camanni:

Ed ecco la seconda considerazione: in Italia non cammina nessuno, tutti corrono e pedalano ma nessuno “scarpina”, come si dice senza troppo amore, forse perché scarpinare è faticoso – ma correre non lo è? – e certamente perché non rientra nell’orizzonte culturale del turista”.

C.A.I. Escursionismo

Questa considerazione è quella che da anni ha messo in discussione le attività svolte in ambito CAI (soprattutto in termini di iscritti) con le sue appendici derivanti dall’alpinismo eroico. La reazione è stata la nascita dell’Escursionismo nel CAI durante la seconda metà degli anni ’90, anche per una considerazione davvero banale: tra i soci del Club Alpino Italiano la maggioranza non fa alpinismo. Questa banalità l’ho posta in negativo, ovvero definendo cosa non fa la maggioranza degli iscritti.

Sebbene abbia avuto una formazione in tal senso, mi è difficile sostenere che la maggioranza dei soci pratica l’escursionismo perché anche questa bellissima attività è stata infettata da una delle malattie del nostro tempo: la fretta, il correre, senza guardare, senza fermarsi, senza apprezzare, senza capire; un’attività espletata solo per inseguire la logica prestazionale e competitiva di cui la nostra epoca ne sta (ma forse bisogna dire “stava”: siamo alla frutta anche in questo ambito) sfruttando tutte le sottese logiche consumistiche. E se pensate che stia esagerando, allora potrei parlarvi di un mio amico – blogger pure lui – socio di una sezione Cai della Lombardia che qualche settimana fa va in “gita” sezionale (quindi accompagnato dai volontari della sezione) al rifugio Vittorio Emanuele II in Valsavarenche (Valle d’Aosta, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, regno dello stambecco). La domanda che si pone nel suo blog, tra i commenti, è perché si sia dedicato un rifugio CAI ad uno sterminatore di stambecchi (il Re in questione). Poi, giusto per affondare nel nulla che riempie i programmi del Cai, alla domanda di un commentatore, se sapeva che ricorreva il 90esimo anniversario dalla nascita del P.N.G.P. la risposta – ahinoi – è no. Questo è un perfetto esempio di cosa significhi “Escursionismo” in ambito Cai (sintetizzabile nella “gita con merenda”).  Forse gli accompagnatori Cai avrebbero avuto almeno il dovere di segnalare (magari durante il viaggio di trasferimento in pullman) perché si sia intitolato un rifugio ad un cacciatore di stambecchi e magari dire giusto due parole sul fatto che nel 2012 si festeggiano i 90 anni dalla nascita del Parco. Poi non stupiamoci se in Italia si vuole sfruttare commercialmente i parchi, trasformando la montagna in un luna park (la montagna, quella vera, non esiste).

La conclusione di Enrico Camanni:

“Alla fine, ed è un altro paradosso, scappiamo esattamente dalla nostra ignoranza, perché confondiamo l’escursionismo con la sudata sul sentiero della polenta o con la galoppata occasionale ai confini dell’infarto. La Grande traversata era e potrebbe essere tutta un’altra cosa: usare le gambe per conoscere e respirare meglio, servirsi dei piedi per riattivare la testa.” 

Dovremmo fare davvero tesoro di queste parole e cambiare decisamente rotta, visto che siamo un Paese con tante montagne, per avviarci definitivamente verso politiche lungimiranti che contemplino uno “sfruttamento” intelligente, ed al passo coi tempi, dell’escursionismo: così, tra l’altro, aiuteremmo indirettamente a salvaguardare l’ambiente (anche quello culturale) e il paesaggio che sono le nostre vere ricchezze.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

20 Responses to “In Italia non cammina nessuno”

  1. ventefioca says:

    Un post così lungo e articolato merita più delle poche righe che vado a scrivere.. ma spero che avremo occasione di approfondire. hia ragione, in Italia non si cammina perchè manca dle tutto l’idea del potersi spostare con le proprie gambe, con – relativa .- fatica e sudore. Atteggiamento da arricchiti ed insicuri, che devono comunque sfoggiare la loro superiorità cavalcando un mezzo, meglio se motorizzato. Al riguardo mia moglie , psicologa, ha una interessante teoria sulle cilindrate delle auto e su determinate caratteristiche fisiche dei possessori delle stesse – non proseguo per decenza. Se la montagna non ride, la pianura piange. Spostarsi a piedi da un paese all’altro è semplicemente un suicidio. In più, appena è emersa l’idea della via francigena, intringante in sè, subito sono sorti mille comitati e promozioni per farla passare in mille posti inventati ed incongrui – mi viene in mente la collina di torino, per citarne uno. Forse perchè ormai la pianura ha poco da offrire al camminatore, a parte superstrade, rotonde e centri commerciali…

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    • Paolo says:

      …se tua moglie ha una teoria del tipo “cc inversamente proporzionali ai cm” penso andrebbe articolata anche su altri aspetti, comunque sempre del tipo “cc a compensare qualche deficit”!

      Ciao,
      Paolo

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    • Beppeley says:

      La fretta, il correre, l’andare non si sa dove, non è connaturato all’uomo.

      Tutto questo è solo un’invenzione che ha lo scopo di fare soldi con l’utopia della crescita infinita. I soldi qualcuno sicuramente li ha fatti, a spese dei comuni cittadini, come il sottoscritto, e in cambio ci ritroviamo con un ambiente devastato e continuamente minacciato. Un mondo non più a misura d’uomo (camminare è a misura d’uomo).

      Non ci siamo resi conto che un tale stile di vita poteva solo renderci schiavi, perdendo al contempo importanti capacità della nostra mente, come l’osservazione, la memoria, la concentrazione, la riflessione…tutte cose che richiedono calma, lentezza e non certo la folle frenesia che contraddistingue la vita di tutti i giorni.

      Non ci rendiamo conto più di niente, neanche di come abbiamo ridotto il paesaggio (penso alla pianura cementificata e alle porcherie che assisto negli ambienti più delicati e sensibili come le Alpi).

      Anche in montagna portiamo queste caratteristiche negative assorbite dall’utopia capitalistica: una trappola mortale che ci sta devastando. Penso soprattutto ai giovani, alle nuove generazioni, come tua figlia, a cui stiamo consegnando un mondo disumano, incomprensibile, pericoloso e sempre più inabitabile (pensiamo a cosa ci attende dal punto di vista ambientale e climatico; pensiamo a come stiamo cementificando la terra, al sovrasfruttamento degli oceani, ecc…).

      Eppure pochi capiscono che proprio il “luogo” montagna, se percorso camminando con calma e senza fretta, potrebbe offrirci un’àncora di salvezza per l’immenso “contenitore” di “narrazioni” che esso custodisce.

      Un’àncora per la nostra mente, soprattutto.

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  2. blacksheep77 says:

    bel post che, come dice anche l’amico ventefioca, merita più di poche righe di commento.
    camanni parla di quelli che scarpinano e dice che invece tanti pedalano… potrei fare le stesse considerazioni sulla bicicletta. a parte le scontate considerazioni sul doping, vorrei riflettere anche sul mondo del ciclo-escursionismo e penso appunto alla differenza tra noi e gli stranieri.
    quando avevo ancora tempo per allenarmi, facevo numerose gita in MTB, spesso da sola, perchè stufa di compagni che pensavano solo al cardiofrequenzimetro, al peso del loro mezzo a pedali, al tempo ed alla media da impiegare per affrontare quella salita, quel percorso.
    in un bel viaggio di gruppo da cumiana alla germania, per raggiungere un paese gemellato, quasi non riuscivo a scattare foto perchè i compagni dovevano tenere la media e… in bici, chi si ferma è perduto!
    anni fa, nei gruppi che praticavano escursionismo, raramente trovavo coetanei: fin quando ero bambina sì, famiglie con genitori e figli, poi dopo l’escursionismo era per la mezza età, i giovani volevano l’arrampicata con la “parete” da raggiungere in auto, o l’impresa di alpinismo, o la gita individuale o quasi senza palle al piede che vogliono fermarsi a fare una foto, a vedere un fiore.
    anche però nella mezza età c’erano però gli anzianotti assatanati (nel ciclismo è anche peggio!) della media, del dislivello, del tempo.
    dici bene, beppe… quante volte sul libro di vetta c’è scritto: “partiti da… x ore xy minuti…”
    ma d’altra parte viviamo in una società dominata dalla fretta, tutti ne siamo vittime, e così finiamo per trasportarla anche nei momenti di svago, quando invece dovremmo riuscire a rilassarci, guardarci intorno, riflettere

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    • Beppeley says:

      Hai tirato in ballo l’alpinismo… credo che nella nostra epoca pochi sanno che l’alpinismo è nato camminando: agli albori, i grandi personaggi come Whymper o De Saussure, prima di arrivare in vetta al Cervino o al Bianco, compievano lunghe camminate da luoghi distanti dalla cima, esplorando con grande attenzione i luoghi che incontravano.

      Certo, tu dirai che non c’erano i mezzi di trasporto che abbiamo noi, ma credo che è proprio per quel fatto che abbiamo avuto grandi personaggi che hanno saputo fare imprese stupefacenti prendendo però contatto lentamente con il territorio, anche e soprattutto con quello che stava sotto alle punte delle montagne.

      Oggi crediamo che le tecnologie risolvano tutto. Personalmente credo che se non saremo in grado di prendere le giuste distanze da esse, ci divoreranno e ci regrediranno ad esseri molto stupidi: ne abbiamo già la dimostrazione oggi che, sebbene circondati da ogni marchingegno (automobili comprese) stiamo “percorrendo” (ironia della sorte, visto che parliamo di “camminare”…) un “sentiero” che ci sta conducendo verso orizzonti di estinzione.

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  3. antonella marinelli says:

    sono d’accordo con ventefioca e blacksheep, ma il problema è che la montagna o la senti dentro, o non la capirai mai…per molti andare in moontagna vuol dire lasciare la macchina al parcheggio a valle, prendere la navetta che ti porta al rifugio dove hai già prenotato polenta-birra-strudel caldo con panna….fumarsi uuna sigaretta guardandoti un attimo intorno e ritornare a valle sgomitando per un posto in navetta….. inorridisco solo al pensiero!!!!!
    Se tutto intorno a noi è competizione, gli strani siamo noi purtroppo!!!! (Ma io non demordo!)

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    • Beppeley says:

      Certo, “sentire dentro la montagna” vuol dire soprattutto che ti piace, che l’apprezzi, che la vedi come un mondo “altro” rispetto al modello urbanocentrico e che la preferisci ad altre forme di tempo libero.

      Ma in tutto questo però ci mettiamo anche una bella dose di ignoranza e di indifferenza, che non aiuta certo a far capire che la montagna non è un luna park o semplicemente un’altra variante della “magnata domenicale”.

      Se vieni al Pian delle Mussa (sopra Balme, provincia di Torino), da dove partono una serie di sentieri (alcuni non in buone condizioni), che portano in luoghi magnifici (puoi andare fino in Francia), non troverai alcun cartello indicatore che li indichi (a parte quello del rifugio Gastaldi): eppure ci sono tra i percorsi più belli delle Valli di Lanzo, sia con partenza dal versante nord che da quello esposto a mezzogiorno. Tutto quello che c’è intorno al Pian della Mussa semplicemente non esiste.

      I veri nemici della montagna sono gli stessi nativi, i montanari: non capiscono e non vedono che la montagna è una risorsa importante per chi ama fare escursionismo.

      Invece, se rimaniamo sempre nell’esempio del Pian della Mussa (uno dei pianori di origine gliaciale tra i più belli di tutto l’arco alpino), per i nativi esso non è nient’altro che un punto d’arrivo per i merenderos della domenica che lo invadono di auto: un mega parcheggio a cielo aperto (il Pian della Mussa è un Sic). I turisti cittadini devono fermarsi lì con le auto. Non gli interessa “indicare” (posizionando le dovute segnalazioni e tabelle esplicative con tanto di mappe) che dal Pian delle Mussa si può partire per “viaggi” bellissimi che possono portare l’escursionista a fare camminate per giorni e giorni, scoprendo di volta in volta luoghi da favola.

      Forse pensano che una cosa simile non fa incassare a sufficienza?

      Se pensano così credo che stiano facendo un grosso errore: non “vedono” che il Pian della Mussa è un punto di partenza per gli occhi degli escursionisti (che si fermerebbero ben volentieri al Piano per utilizzarlo come base di partenza… ma ci vorrebbe l’ospitalità che ho trovato in Valle d’Aosta, dove sei esattamente capito nelle tue esigenze “escursionistiche”).

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  4. Riccardo says:

    Tanto di cappello a te Beppe, perfettamente d’accordo in tutto quello che hai scritto.
    Spesso leggo nei libri di vetta di gente che scrive che ci ha messo un certo tempo a salire con commenti dei successivi escursionisti del tipo “Bravo Superman!” e mi metto sempre a ridere, trattenendomi anche io dal commentare. Io ora non conosco il mondo del trail ma mi chiedo come sia possibile anche di corsa raggiungere cime tipo la Torre d’Ovarda in 3h10m partendo da Usseglio o raggiungere il Bivacco Soardi da Forno Alpi Graie in 2h30m, quando quest’ultimo ne richiede 3h30m. O sono invenzioni oppure sono “imprese” al limite dello sforzo umano.

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    • ventefioca says:

      Ciao riccardo io conosco e pratico il trail da pochi anni – e con esiti modesti – e l’escursinismo da quasi 30. Vorrei rispondere alla tua domanda: si può contrarre enormemente i tempi “da escursionisti”. e’ questione di equipaggiamento – scarpette leggere vs pedule più pesanti, zaini iper leggeri vs zaini normali – di stile di progressione, di testa e di allenamento. Si può fare. Ma il nocciole della questioneche pone Beppe, secondo me, non sta nel tempo assoluto con cui si percorre un sentiero. ma nell’approccio mentale che si ha riguardo a quello che si fa in quel momento preciso. Se sono ad un trail corro, se vado a fare una gita in montagna, mi guardo attorno (ammetto che a volte mi riprendono per il passo un po’ veloce, ma poi mi pento perché mi stronco presto da solo…) . L’importante è non confondere le due cose. Per concludere, anche a me vien da ridere a vedere a leggere certe dichiarazioni sui libri di vetta, soprattutto sapendo che un trailer medio quei tempi li dimezzerebbe e la gita la farebbe anche tre volte. Ciao Gp

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      • Beppeley says:

        L’escursionismo non è una prestazione sportiva come lo è invece il trail, dove troviamo tempi, classifiche, premi, ecc, e come lo sono molte altre attività all’aria aperta…

        E’ fondamentale fare questa distinzione.

        Tra l’altro ci terrei a sottolineare, se rimaniamo in ambito Cai, dove l’escursionismo è una delle attività principali, che non è negli scopi previsti dallo Statuto del Club Alpino fare gare in montagna.

        Attenzione a non “sporcare” questa attività, assolutamente non competitiva, con le logiche quantitative (quanto dislivello hai fatto? quanto ci hai messo? quante cime hai scalato? quante uscite hai fatto dall’inizio dell’anno? E così via…).

        L’Escursionismo (permettimi la “e” maiuscola) è un’attività che muove le gambe e muove il cervello e dovrebbe stimolare un approccio culturale verso la montagna.

        E soprattutto, visti i tempi in cui stiamo vivendo, l’Escursionismo dovrebbe anche essere concepito come una forma di controcultura.

        Contro che cosa?

        Contro quella che Salsa chiama “la dittatura della quantità”: quella dittatura che nella nostra epoca ci porta a misurare tutto “anche ciò che non dovrebbe essere misurato, come il flusso delle emozioni” (vado a memoria…), oppure come il condividere, con i propri compagni di viaggio, il piacere di trascorrere una giornata, o un trekking di più giorni, tra le montagne, il piacere della scoperta che ci può favorire una sana via d’uscita dall’ovvietà del nostro mondo quotidiano.

        Uscire dal “déjà vu”, sempre per citare Salsa.

        https://camoscibianchi.wordpress.com/2012/03/16/uscire-dal-deja-vu/

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  5. popof1955 says:

    Gran bell’articolo Beppe e per la riflessione che riguarda il CAI. Si son d’accordo con te, occorrerebbe una maggiore informazione sui luoghi che si vanno a visitare anche da parte di chi organizza le escursioni, anche in considerazione del fatto che le gite vengono programmate con largo anticipo dalle sezioni e quindi chi le propone avrebbe tutto il tempo per documentarsi oltre il “sentiero” che si va a percorrere. Alcuni lo fanno, spesso sono insegnanti con la passione della montagna, da loro riesci ad apprendere sempre qualcosa, con il limite e anche il pregio di essere legate alla disciplina che insegnano. E’ già qualcosa, programmarla bene sarebbe un salto di qualità.

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    • Beppeley says:

      Apprezzo molto questo tuo commento, che tira in ballo proprio i programmi del Cai, offrendo una bellissima e al contempo semplice soluzione.

      Grazie.

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  6. Paolo says:

    Ecco, l’escursione fatta ieri insieme si adatta perfettamente ai primi 5 punti de “gli aspetti fondamentali che qualificano l’Escursionismo” da te elencati. Purtroppo il sesto, quello sulla segnaletica si adatta perfettamente in negativo: segnaletica disastrosa quando non completamente assente su uno dei percorsi più belli delle valli di Lanzo!

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    • Beppeley says:

      Ringrazio molto te, flaco e ventefioca per aver favorito la curiosità di esplorare quel meraviglioso mondo totemico che si incontra verso il Gran Bernardé.

      Escursione davvero con la “e” maiuscola, dove l’accento è stato posto, con incredibile spontaneità (evviva!), sul piacere di scoprire una stupenda zona alpina, vagabondando tra terra e cielo.

      Un cielo così prepotentemente azzurro (puro riflesso dello spirito di impareggabili compagni di viaggio) da far dissolvere qualsiasi riferimento al “quanto ci abbiamo messo”, “al quanto dislivello effettuato”.

      Un’escursione che contiene un tale flusso di emozioni, così intense ed indimenticabili, che, tentare di quantificarle, sarebbe proprio da idioti (riferimento a commento precedente…).

      Davvero triste (tanto per cambiare…) però constatare come i sentieri siano poco segnalati (fino a San Berné) e addirittura inesistenti andando verso la conca di Marmottere). Queste sono escursioni che farebbero impazzire tanti tedeschi, olandesi, francesi…

      Alla prossima!

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  7. Pingback: Vagabondi sul Samberné « Ventefioca

  8. Bell’articolo. Scrivo dal Trentino e gestisco un forum di escursionismo http://www.girovagandoinmontagna.it. Riguardo alla segnaletica direi che qui da noi non possiamo lamentarci troppo, la storica associazione alpinistica SAT (sezione del Cai dal 1872) fa egregiamente il suo dovere riguardo la manutenzione di sentieri e segnaletica. Anche qui in Trentino però l’assalto alla montagna fa sinceramente paura, foraggiato in continuazione da generosi contributi pubblici. La monocultura dello sci è imperante e non sembra che ci sia una qualche volontà di invertire la rotta o almeno rallentare questo tragico andazzo che ogni anno consuma ulteriore territorio in quota. Si continuano a progettere e finanziare nuove piste e nuovi impianti di sci, perfino dentro i parchi! (Stelvio, Adamello-Brenta), addirittura gabellando gli impianti di sci come “mobilità alternativa” (vedi collegamento Pinzolo-Campiglio). Il trentino è un territorio prevalentemente montagnoso ma il modello di sviluppo è quello padano. Cemento, cemento e ancora cementom poi strade, tunnel, rotatorie, viadotti, e perfino un demenziale progetto come Metroland, la metropolitana in ogni valle collegata col capoluogo di Trento, che se sarà realizzato (il costo spaventoso per ora ha frenato gli entusiasmi) darà il colpo di grazia finale al paesaggio e all’ambiente di fondovalle.

    Riguardo all’escursionismo praticato o meno, osservo che anche qui siamo comunque una piccola nicchia. E’ un problema culturale. Se al governo ci sta chi non è mai andato in montagna a piedi, come potrà mai legiferare? Lo sci spazza via tutto: tre mesi di turismo forsennato e poi la montagna è abbandonata e deserta, a chi piace infatti camminare in una desolazione di ferraglia? L’idea della “Gardaland della montagna” purtroppo avanza inesorabile. Ricordo due affermazioni significative di due ex ministri che mi sono rimaste in mente: “Le bellezze naturali non servono a nulla se non possono essere sfruttate” (Pietro Lunardi, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti) e “La vocazione naturale del Parco Nazionale dello Stelvio è lo sci” (Altero Matteoli, ministro dell’ambiente!).
    Con queste premesse, ci resta solo la fuga domenicale sui monti, se non ci tasserano pure quella, sperando che il “progresso” ci raggiunga il più tardi possibile.

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    • Beppeley says:

      Ti ringrazio tanto per aver commentato in modo così chiaro e importante questo mio post.

      Gli “assalti alla diligenza”, giusto per citare un giornalista-scrittore che conosce a fondo la montagna, sono all’ordine del giorno, anche tra le Alpi occidentali.

      Mi sono “disgraziatamente” innamorato di un angolo di esse. Dico “disgraziatamente” perché non consumando la montagna con lo stile del “mordi e fuggi”, mi ci ritrovo spesso tra le sue vallate e, oltre a goderne, mi tocca anche soffrirne quando ti accorgi che i “cow-boys” sono sempre più numerosi e pronti a predare tutto il possibile in nome del dio profitto.

      Complici di questo sato di cose siamo un po’ tutti noi e le leggi che vengono promulgate che, ovviamente, non contemplano minimamente la cultura della montagna (ma esiste in Italia?).

      Spesso colgo l’occasione per lamentarmi di quest’aspetto: oltre che in tanti altri settori della vita di questo sciagurato Paese, anche per quanto riguarda una fetta rilevantissima di territorio italiano (le montagne sono parecchio rilevanti lungo lo Stivale, no?) siamo completamente all’oscuro di tutto.

      Esiste, come tu dici giustamente, la monocultura dello sci che nulla a che vedere con la cultura della montagna in quanto lo sci è un’invenzione turistica per far godere il tempo libero dei cittadini.

      Quando ho cercato di trovare aiuto per tentare di fermare uno scempio nelle Valli di Lanzo, un personaggio mi ha scritto questo:

      “Bisogna far rete. Stare all’erta. Mettere su una rete partigiana. Internet serve a questo
      Ho letto, sì, ma non posso star dietro a tutto. Posso solo ricevere segnalazioni e smistarle”.

      Non possiamo fare altro. Anzi, dobbiamo ancora stare attenti a quei poteri forti che vorrebbero oscurare la Rete, imbavagliandola, perché sanno benissimo quanto può essere “pericolosa” per far breccia nei vari totalitarismi che sono assolutamente presenti in quelle che noi crediamo democrazie…

      Grazie ancora del tuo contributo.

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      • ventefioca says:

        Commento e ri-commento più che condivisibili. fare rete è importante, me ne accorgo giorno dopo giorno quando verifico e trovo notizie e affinità che altrimenti sfuggirebbero… bello questo rimbalzare da un capo all’altro delle Alpi. Drammatico il fatto che ciò significhi una aggressione globale dei “poteri forti” all’ambiente montano..
        Gp

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  9. Non è bello da dire ma in Italia bisogna imparare non solo a fare rete ma anche a “rompere i coglioni”. Scrivere lettere, email, fare raccolte firme, protestare sui giornali, su internet, aprire blog (come questo), insomma cercare di far circolare le idee e i cervelli che non sono andati ancora all’ammasso in questo triste paese. E’ una battaglia difficile, in molti prevale l’inerzia e la rassegnazione. In questa pseudo democrazia, le oligarchie sono ben blindate, e la gente costretta in perenne stato di bisogno (di lavoro, di una casa, di soldi, di un permesso..) non può alzare facilmente la testa. Non sarà molto ma, almeno su internet, c’è ancora la libertà di espressione e di protestare ma è importante appunto non farlo da isolati. Ciao 🙂

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