Mai più senza….

vignetta gentilmente concessa da http://singloids.com/ dei PersichettiBros

Viviamo in un’epoca demenziale. I bisogni reali, spesso non soddisfatti, si mescolano con quelli fittizi, quasi sempre creati ad arte da chi ci vuole “animali consumatori”.

Fino a poco tempo fa credevo o mi illudevo che l’alta montagna, gli spazi solitari, la bellezza della natura, fossero ancora un rifugio per quei pochi “camosci bianchi” che vogliono lasciarsi dietro per qualche ora o qualche giorno lo stress, le abitudini, la routine della vita cittadina. Lentamente invece la “modernità” inutile ci accerchia e sale a riempire anche questi spazi.

Pochi giorni fa, passando da un importante rifugio delle valli di Lanzo, un rifugio non servito da strade che quindi immagineresti non contaminato da comodità inutili, se non altro per le difficoltà ed i costi di portarle fin lì, ho visto in bella mostra un cartello simile a questo:

Immediatamente ho collegato questa immagine con la vignetta di apertura del post e mi sono chiesto: ma perché?

Senza essere eccessivamente retorico mi vengono in mente i pomeriggi passati in rifugio in attesa della salita del giorno successivo: godersi il sole sdraiati su un prato, le chiacchiere senza fretta con i compagni di gita o con nuove persone appena conosciute, la lettura di un libro, lo sfogliare con curiosità il quaderno del rifugio per sapere dove sono andati gli altri passati di lì ed i loro commenti. Provo ad immaginare invece alpinisti ed escursionisti solitari, ognuno col suo tablet o smartphone intenti a chattare sui social-network o a navigare tra centinaia di siti inutili, rinunciando alla possibilità di un rapporto vero in favore di uno virtuale.

Info paologiac
Amo la montagna, i boschi, gli alberi ed il...legno. Mi piace anche la montagna"minore", quella oggi meno frequentata ma che reca i segni della storia e delle genti che ci hanno vissuto.

6 Responses to Mai più senza….

  1. Beppeley says:

    Mi piace tanto questo post perché sei stato davvero molto bravo a raccontare e a descrivere quello spazio dell’anima che in montagna, “custodito” tra le mura di un rifugio, trova gli stimoli per rigenerarsi e “ripararsi” dalle logiche demenziali della vita consumistica.

    Riproporre l’ambiente ipertecnologico ed artificiale inventato in pianura, anche in quota, tra gli spazi immensi dei monti ma anche tra quelli più ristretti, ma spesso accoglienti di un rifugio alpino, mi sembra l’espressione dell’incapacità umana (pericolosa, dal mio punto di vista) di saper difendere l’ “immagine dell’uomo”, che si manifesta grazie anche la capacità di prendere le distanze dal mondo.

    Mi fai venire in mente il bellissimo libro di Giorgio Boatti “Sulle strade del Silenzio-Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni”, di cui ho già accennato nel post “Nel Vallone di Unghiasse”.

    L’autore spiega, citando quanto scritto sulla coperta del libro, che ha l’impressione che nei monasteri si può davvero cambiare il mondo ma – impresa piuttosto complicata – a patto di cominciare a cambiare se stessi, partendo dalle cose più semplici e concrete. Ad esempio cercando di stare nel mondo prendendone nel frattempo la giusta distanza.

    Ecco, proprio questa frase “prendendone nel frattempo la giusta distanza” è ciò che hai descritto nel post.

    Andare in montagna, oltre a permetterci di assistere a spettacoli straordinari, e a capire tante cose se apriamo gli occhi, dovrebbe aiutarci proprio a compiere quell’azione straordinariamente benefica per il nostro cervello: prendere le distanze dal mondo, almeno per qualche ora, per qualche giorno, come se ci affidassimo ad una terapia naturale e fondamentale per rigenerare lo spirito (oltre al corpo, ovviamente…).

    Ma, giustamente come tu sostieni, come lo si può fare se tutto quel fiorire di artifici e di tecnologie, che avviene in pianura, troppo spesso esclusivamente strumentali al consumismo, lo portiamo anche in mezzo alle montagne, tra quei sentieri che invece devono ancora rappresentare una “via di fuga” -sebbene temporanea- dall’asfissia del nostro mondo?

    Un altro scritto interessante, che mi viene in mente grazie al tuo post, è questo (“L’uomo-macchina, idolo della scienza”, che mi ha dato un bravo e gentile medico di un ospedale di Torino):

    https://camoscibianchi.wordpress.com/2010/03/04/luomo-macchina/

    dove troverai, fra l’altro, queste parole:

    […] “la morte del­l’immagine dell’uomo che è stata fa­ticosamente costruita nella storia dell’Occidente” […]

    Quando hai parlato di quell’uomo che sa riempire uno spazio di tempo liberato in mezzo ai monti e al riparo in un rifugio, sei stato capace di comunicare un’ “immagine dell’uomo” in cui mi ritrovo pienamente, almeno quando si tratta di vivere il proprio tempo liberato (come ama chiamarlo Annibale Salsa, contrapponendolo al “tempo libero” che, nella nostra epoca, è ormai diventato una scusa per farci comportare da perfetti consumatori).

  2. popof1955 says:

    Bisogna dedurre che c’è qualcuno che si porta il pc nello zaino 😉

  3. flaco says:

    Paolo, l’ho notato anch’io, conosco quel rifugio, penso. La cosa mi ha sorpreso e un po’ divertito, ma mi ha fatto piacere.

    Un tempo arrivavi in rifugio, ti facevi timbrare la cartolina e la spedivi (mai fatto, vabbè), oggi puoi direttamente spedire la foto! Non solo, se fai giri di più giorni puoi scaricare le previsioni meteo da dove vuoi tu. Per dire. Non tutti i siti web sono inutili.
    Internet è l’evoluzione di quella che è oggi la rete telefonica. Un giorno probabilmente non ci sarà più copertura cellulare, solo Internet.

    Io non ho il “telefono intelligente” ed anche quello normale lo uso poco e solo quando voglio (mi insultano sempre perchè non faccio sapere a casa a che ora torno dalla montagna, dove sono ecc). Mi intristisce quando in montagna o in pianura non riesci a parlare con un amico perchè questi è sempre appiccicato al telefono. Ma mi piace che ovunque ci sia la possibilità di usarlo. Sono contrario al fatto che in montagna – ma anche in pianura! – solo perchè c’è il telefono uno debba essere raggiungibile sempre e comunque.

    Tre astrazioni sono troppo sovente confuse: possibilità, necessità, obbligatorietà.
    Sempre più spesso noto nelle giuste critiche ai “bisogni fittizi” un addossare la colpa alla tecnologia. Ma penso che la colpa sia solo dell’uomo e della proprietà nell’utilizzo degli strumenti.

    Anzi, sono contento di esser invaso dalla tecnologia, in ogni momento e in ogni luogo. Prima l’uomo poteva fuggire per liberarsi del tempo. Ad esempio, bastava andare in montagna, lontano per un po’ dal caos di un mondo che non ci piace più. Ora con questa tecnologia della comunicazione, che avvicina luoghi e tempi, non si può più fuggire. Bisogna migliorare davvero nella nostra anima, saper distinguere e scegliere, dar tempo a ciò che ci fa star bene, saper staccare la tecnologia quando ne siamo usati e usarla quando serve. Se ce la facciamo sarà la spontanea evoluzione sociale che segue quella tecnologica. Altrimenti, come dici tu, la “modernità” inutile ci distruggerà in un’epoca demenziale di “animali consumatori”.

    • Beppeley says:

      Prendere le distanze dal mondo… fa bene… ma in città è ben più difficile.

      La montagna in questo ci agevola perché luogo colmo di silenzi, di natura, un mondo che ci fa sentire pienamente ed intimamente a contatto con ciò che ci ha dato la vita.

      Un luogo che ci permette più facilmente di essere noi stessi, senza mascherarci dietro nickname tecnologici.

      E infatti per me, quando ti ho visto sotto il “bonhomme dou Cialvet”, è stato naturale chiamarti con il tuo nome di battesimo.

      E’ quasi naturale salutarsi con il “ciao” quando incrociamo altri escursionisti lungo un sentiero.

      Ho sempre apprezzato tantissimo gli aspetti più umani dell’andar per monti, come ha brillantemente spiegato paologiac.

      Forse, così come quest’estate molte persone hanno sentito il bisogno di “prendere le distanze dal mondo”, trascorrendo qualche giorno nei monasteri (dove sovente i cellulari non prendono), anche un rifugio alpino penso possa aiutarci a mollare laggiù, in fondovalle, tutte le diavolerie elettroniche che in fin dei conti tutti i giorni ci schiavizzano e ci “rubano” quel tempo che invece dovremmo dedicare ai contatti umani più sinceri ed autentici, siano essi rappresentati dal dialogo con la nostra anima, o siano essi rappresentati da una bella e sana chiacchierata con il vicino di tavola o con il compagno di cordata dell’ascensione del giorno dopo. Oppure prendere contatto con altri camminatori che hanno lasciato la loro firma ne libro del rifugio.

      Se ho ben capito, paologiac ha voluto mettere l’accento proprio sul quel “tempo” che noi “consumiamo” in montagna e che dovrebbere essere un tempo che ci faccia inseguire, anche solo per qualche ora, per qualche giorno, i rappori autentici con il mondo, con la natura e con gli esseri umani, buttandoci dietro alle spalle le frenesie diaboliche della nostra epoca.

    • paolo says:

      No Flaco, non voglio dare la colpa alla tecnologia. Proprio io che con la tecnologia ci ho lavorato e campato (finora sic!). Sono anch’io contento delle evoluzioni tecnologiche e dei vantaggi che portano, esempio perfetto la telefonia cellulare utilissima anche in montagna, ma……..ma ad esempio in quel rifugio il cellulare non prende per niente, allora forse sarebbe più utile far installare un’antenna che copra quella zona molto frequentata da escursionisti ed alpinisti. A cosa mi serve avere internet al rifugio e se poi mi perdo nella nebbia o mi faccio male non riesco a chiedere aiuto!
      Le altre cose che dici sono giustissime. Comunque Beppe nel suo commento ha perfettamente compreso il significato del mio post

      • Beppeley says:

        Grazie… Sinceramente l’idea di essere sempre “connesso” mi innoridisce.

        Per quanto riguarda il cellulare, va bene pensare che posso chiedere immediatamente aiuto se c’è copertura.

        Non va bene invece pensare di affrontare la montagna con meno responsabilità perché tanto c’ho il telefonino per chiamare i soccorsi.

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