Il Gran Paradiso e il suo re

Novanta sono gli anni di vita del Parco Nazionale del Gran Paradiso e vorrei ricordarlo anche qui con un libro che mi è piaciuto moltissimo.

Si intitola Diario del Gran Paradiso (Fògola editore) ed è scritto da Anacleto Verrecchia, personaggio straordinario, che negli anni Cinquanta ha svolto il lavoro di guardaparco per tre anni.

“Non sempre il pubblico ha il potere di far ristampare un libro. Per il Diario del Gran Paradiso dell’amico Anacleto Verrecchia, recentemente scomparso, sono stati proprio i suoi affezionati lettori che hanno caldeggiato la presente ristampa. Autore di volumi forse più “dotti” dedicati a personaggi come Giordano Bruno, Lichtenberg, Schopenhauer, Nietzsche, Prezzolini, dove emerge appieno la sua competenza filosofica, è in questo diario, dove non manca mai la sua vena ironica e graffiante, che Verrecchia, con le sue rifessioni sulla vita, sul mondo e quindi sull’uomo a contatto con lo splendido paesaggio naturalistico e con il mondo animale, estrinseca al meglio il suo pensiero e la sua profonda umanità”. 

Nanni e Mimmo Fògola

Sovente avrei voluto scrivere qualcosa sul simbolo per eccellenza del Parco (ma anche di tutte le Alpi): lo stambecco. E allora, visto che ricorre questo importante anniversario, riporto qui proprio un brano di Verrecchia che parla proprio del re delle Alpi.

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Chantel, 2 ottobre 1950

Re delle Alpi: cosí è stato definito lo stambecco. Nonostante il nome, di origine chiaramente tedesca (Steinbock), si tratta di un re tutto nostro. Gli stranieri ce lo invidiano: forse questo fiero cornuto ci rappresenta meglio di tanti papaveri della politica e della vita ufficiale. In un paese di lacché e di pappataci come il nostro, lo stambecco è l’unica figura veramente nobile e fiera. Lo dimostra già il fatto che non si è mai lasciato addomesticare, come se avesse a disdegno gli uomini e il basso mondo. Chissà che la natura non lo abbia posto in Italia per legge di compensazione. Morirebbe di fame, piuttosto che scendere a valle e limosinare il cibo dalla mano dell’uomo, per il quale è difficile dire se abbia piu disprezzo o diffidenza.

Ama stare in alto, nel suo regno; e se lo si porta oltre i confini, in Francia o in Svizzera, cerca di ritornare in Italia, dove pure è stato sempre cacciato e perseguitato. Cosí paga a caro prezzo il suo amor di patria. Ma questo non vale solo per lo stambecco. I maschi si disputano la femmina a cornate, i cui colpi si sentono a notevole distanza. Chi vince diventa non solo il gallo della Checca, ma anche il capo della tribú. Forse anche gli uomini, una volta, si disputavano le donne a cornate, cosa del tutto naturale; ma poi, in nome del progresso, hanno preferito risparmiarsi le corna e ricorrere ad altri mezzi di persuasione, come il danaro, la posizione sociale e i titoli. Quale dei due mezzi è migliore? Quello usato dagli stambecchi ha permesso loro di sopravvivere alle ere glaciali, mentre noi uomini sembriamo tutti dei pallidi ceri pasquali. La forza e la robustezza dello stambecco sono formidabili. I piu grandi, le cui corna superano il metro di lunghezza, possono pesare anche centoventi chili.

Due uomini, mi dice Guidi, non riuscirebbero a tenere per le zampe posteriori uno di questi stambecchi. Quanto al freddo, che qui diventa micidiale, soprattutto ai piedi della Grivola, essi neppure l’avvertono. E quando urla la tempesta, apportando onde minacciose di vento e neve, essi restano immobili come se niente fosse e non si curano minimamente della furia degli elementi. Lo stambecco è anche cavalleresco. Quando, per esempio, il gruppo si sposta da una valle all’altra, mettiamo dalla Valsavara alla valle del Nomenon, a fare da battistrada sulla neve e quindi da capo gruppo è sempre l’individuo piú robusto. Anzi lo pretende. I piu piccoli o i piu deboli, ammesso che qui si possa parlare di deboli, vengono dopo. Marciano in fila indiana. Può anche capitare che gli individui piu robusti si diano il cambio nel battere la pista. Altra cosa degna di nota circa il carattere dello stambecco: quando è vecchio e avverte di essere ormai vicino alla fine, si isola e va a morire in disparte con la dignità di uno stoico. È come se avesse il pudore del male e non volesse farsi vedere dagli altri durante l’agonia. Una creatura siffatta merita il massimo rispetto.

Anacleto Verrecchia

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

5 Responses to Il Gran Paradiso e il suo re

  1. serpillo1 says:

    Solidarietà e rispetto: valori che dovrebbero essere ben presenti anche nell’uomo….

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  2. Riccardo says:

    Molto forte e bella la frase: “Chissà che la natura non lo abbia posto in Italia per legge di compensazione”.
    E’ un’ode molto poetica, condivisibile in ogni parola.
    Ogni qualvolta incrocio uno stambecco mi fermo ad osservarlo e scambiandoci gli sguardi è come se gli chiedessi il permesso di poter passare dal suo “regno”. Lo vedo in cammino e mi sento nullo, nullo perché mi sento in quei momenti di non appartenere alla montagna, è una sensazione di debolezza e meraviglia allo stesso tempo.

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    • Beppeley says:

      Bellissimo commento, ti ringrazio!

      […] “perché mi sento in quei momenti di non appartenere alla montagna” […]

      La stessa cosa che succede anche a me: hai espresso molto bene l’emozione che provo.

      Se ti piacerebbe postare qualcosa qui, fammelo sapere che vediamo di incontrarci (c’è anche Marco che aspetta di vedere come fare.. pensiamo di incontrarci prossimamente).

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  3. serpillo1 says:

    Giusto per aggiungere qualche info in piu’ dell’autore di questo libro….. Stamane mi sono imbattuta in un articolo su “La Stampa” che lo cita http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/il-cielo/articolo/lstp/467977/

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