Un ricovero di sogni romantici?

E’ così che ho voluto dare il titolo a questo post: pensando al rifugio Eugenio Ferreri e al commento, ironico e provocatorio, di flaco sul post precedente.

Prima di proseguire con le mie considerazioni, vi propongo un rapido salto indietro nel tempo, esattamente di novant’anni:

Uja di Gura, 26 agosto 1922

“Al Rifugio di Gura a pernottare colle signorine: Natalia Scioldo, Laura Grana e fratelli. Ghiacciaio del Mulinet. Per cresta Est in vetta giunti alle 18.05. Discesa sul ghiacciaio du Grand Mean a notte completa. Attraversato il ghiacciaio di Sea a mezzanotte. Tutto bene, tempo magnifico.”

Piero Costantino (www.boffetta.it/costantino/1922.html)

Questo rifugio mi ha sempre attirato. Non sono ancora andato nel Vallone della Gura perché attualmente non è agibile ma spero presto di trascorrerci una notte magari aspirando di scalare proprio una di quelle bellissime uje della cresta Monfret-Mezzenile. O anche semplicemente per attendere la notte e osservare l’oscurità distendersi sulle creste e sul fondovalle.

Qualche anno fa sono andato apposta fino a Gias Nuove Fontane con il libro del CAI-TCI “Alpi Graie Meridionali” (G. Berrutto e L. Fornelli) per scoprire uno ad uno tutti i nomi di quelle bellissime cime, immaginando alpinisti del calibro di Corrà, Mellano, Grassi, Manera, e tanti altri, cimentarsi lungo le creste affilatissime.

Il Ferreri ha l’aspetto di una malga ed è per questo motivo che  lo trovo esteticamente irresistibile: mi ricorda lo stile architettonico delle baite alpine.

Più in alto c’era un bivacco, il Rivero, più volte annientato dalla furia della valanga. Ancora più su una barriera di rocce e picchi che attendono solo di essere esplorati.

Un po’ più in basso i sogni degli alpinisti resistono a tutto, anche alla violenza della natura. Un ricovero malconcio, ma ancora lì.

Un riparo che suscita immagini di alpinisti, e delle loro imprese, che si presentano nella mia mente ogni volta che contemplo quelle bellissime montagne cercando di intravdere nelle pieghe della roccia le vie di salita.

Quella baracca, che forse verrà ripristinata dal Club Alpino Accademico, per tornare ad accogliere i sogni degli alpinisti, nei miei confronti ha sempre esercitato una potente forza evocativa.

Fermiamoci a guardare un attimo quella foto in bianco e nero. Mi piace pensare ad un alpinismo “asciutto” fatto di baracche, corde e moschettoni. Fatto soprattutto di sogni e di voglia di libertà. Fatto di desiderio di ignoto, di esplorazione e di un sano mettersi alla prova di fronte alla estrema durezza della montagna e del suo ambiente cercando di rintracciare i nostri limiti in relazione alla natura che ci circonda.

Fatto anche di storia e di foto in bianco e nero.

Nostalgia? No, solo desiderio di essenzialità, di ricoveri ed ambienti in cui prendere le distanze dal mondo.

Forse quella muraglia di rocce non è neanche alla mia portata. Ma a me l’alpinismo piace pensarlo così, ovvero dove a trionfare sia sempre e solo l’uomo, con le sue aspirazioni, con i suoi sogni e i suoi desideri trovando la montagna così com’è stata lasciata dai primi salitori, senza appiccicarci spit per tracciare vie sportive, soprattutto se si tratta di vie storiche.

Mi piace pensare che quel ricovero, così essenziale e scarno, protegga e al contempo “lanci” verso le vette quel “nucleo più interno della persona, quello spazio di intimità che ciascuno dovrebbe sempre e comunque poter conservare in sé […]” giusto per “rubare” queste bellissime parole a Franco Michieli che ha scritto nell’articolo “Il tempo in vendita” parlando dell’alpinismo commerciale.

Quel nucleo interno deve aver la possibilità di confrontarsi con naturalezza lungo le pareti senza trovare vie “apparecchiate”.

E quella capanna è davvero un simbolo di “quel nucleo vitale più interno all’uomo“: un minuscolo riparo per la voglia immensa di libertà di quegli alpinisti che desiderano confrontarsi con una natura il più possibile lasciata intatta dall’uomo.

___________________

Per sapere qualcosa di più su Piero Costantino: cliccate qui.

Meravigliosa la descrizione che si legge sulla guida dei monti d’Italia “Alpi Graie Meridionali” proprio sull’Úja della Gura scalata da Costantino:

403. ÚJA DELLA GURA 3364 m (3395 m IGN). – Bella guglia rocciosa dall’aspetto elegante e slanciato specie se vista dal versante italiano. È però assai più frequentata dal versante francese dove presenta poche difficoltà.

Uja della Gura (al centro della foto) – versante Est

Consta di due punte: Ovest ed Est, separate da una piccola sella rocciosa. Più elevata è la Punta Ovest con uno scarto di pochi metri. Un tempo si considerava pure una terza punta (v. Vaccarone, Boll. CAI 1885, 65) probabilmente l’attuale Punta Corrà. Prima asc. Punta Ovest: W.A.B. Coolidge con Ulrich e Christian Almer, 18 luglio 1884 (AJ 1884, 118), i quali però trovarono in cima alcuni sassi, ammucchiati forse da qualche cacciatore di camosci. Prima asc. Punta Est: G. Corrà con M. Ricchiardi, 14 settembre 1889 in occasione della prima ascensione della cresta E.

La cresta O scende sul Gl. du Grand Méan a formare il nevoso colle omonimo, quindi continua sempre in direzione O, producendo le modeste punte dello stesso nome. La cresta di confine, a S si allaccia alla Punta Corrà, a N si stacca non dalla vetta ma dalla cresta O all’altezza del Colle Sud della Gura, qnindi prosegue formando la Punta di Mezzenile, ecc. La cresta E, breve e ripida, scende a dividere in due il Ghiacciaio del Mulinet italiano. 

[…]

403b) per la cresta Est.

Giuseppe Corrà con Michele Ricchiardi, 14 settembre 1889 (RM 1889, 376). Bella salita, elegante ed aerea; la difficoltà media si aggira sul III. Un tempo classica, è ora piuttosto dimenticata. Roccia a tratti mediocre. Dislivello 350 m circa (Inf. M. Mila, C. Virando).

Dell’entusiastica relazione pubblicata dal Corrà sulla RM 1889, 376 riportiamo alcuni passi particolarmente interessanti: «Ogni metro che si sale è una parziale vittoria che si riporta contro il monte riluttante e fiero. I massi sono molto instabili e disgregati ed i passi difficili si succedono con crescente frequenza. Tocchiamo finalmente i banchi giallastri che dal basso ci sembravano verticali. In verità lo sono quasi, e di più assai levigati. Hanno però delle spaccature trasversali nelle quali a mala pena si può cacciare la punta delle dita, e si va avanti, e la speranza di riuscita s’accosta di già alla quasi certezza. Ancora due brutti passi, nei quali occorre tirarsi su esclusivamente a forza di braccia restando così sospesi sopra un abisso di circa 500 metri, e siamo sulla Punta Orientale … ») 

Segue la relazione di salita dal bivacco Rivero.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

6 Responses to Un ricovero di sogni romantici?

  1. flaco says:

    Oltre alla Gura di cui riporti la relazione, c’è un’altra vetta su di lì che mi ispira da anni. Forse non è neanche difficile (secondo i primi salitori non lo è affatto, ovviamente non c’è da fidarsi e penso sia stata pochissimo ripetuta, da quanto ricordo trovi la relazione solo sulla bibbia). Ma è sicuramente una gran ravanata, di quelle che parti e non sai se e dove arrivi, che cammini in eterno. Cose da esserne gelosi, almeno secondo me.

    Poi ti mando una mail, se ti va il prossimo anno andiamo a vedere, se accetti la compagnia di un sacrilego spitlover… Così ci divertiamo anche a parlare di spit, non spit e siluri… ma l’aria che si respira su di lì è ben poca cosa rispetto a ste beghe… – Marco F.

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  2. Martellot says:

    Ho visto che hai definito il Ferreri come simile ad una malga e che forse è per questo che ti piace. Non sono mai stato al Ferreri ma mi basta vedere le foto sul libro “Lassù sulle montagne” per capire che cosa intendi… Un rifugio magari non simile come architettura a quella del Ferreri ma che mi ha sempre suscitato emozioni del genere è quello del Pian Ballotta. Quella è l’idea di rifugio che ho io. Per capirci, ben diversa rispetto ad esempio al Massimo Mila di Ceresole che, pur essendo un bellissimo luogo che frequento, mi dà l’idea di un alberghetto e non appunto di un rifugio. Comunque mi rendo sempre più conto della quantità di angoli “nascosti” o non più frequentati che si sono nelle Valli di Lanzo…. Incredibile!

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    • Beppeley says:

      Mi fa un po’ ridere pensare di andare in montagna per ritrovarci le stesse comodità che troviamo in città…Comodità che paghiamo a caro prezzo e non solo in termini di uscite dal nostro portafoglio ma anche per quanto riguarda il sovrasfruttamento perpetuato da decenni da parte delle nazioni opulente verso il nostro Pianeta.

      La montagna dovrebbe rimanere un “luogo altro” rispetto alla città dove imparare per qualche giorno a vivere con poco (ma comunque bene…): non voglio dire che uno debba vivere in miseria ma semplicemente ritrovare un po’ di essenzialità, genuinità e soprattutto un rapporto più equilibrato e sano verso il nostro mondo.

      Bella la tua considerazione finale. Credo che l’escursionismo, soprattutto in ambito CAI, dovrebbere proprio andare alla ricerca di quegli angoli dimenticati e “nascosti” per farli tornare in vita.

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  3. popof1955 says:

    A seguito del tuo post, sono andato a ricercare un rifugio del CAI in Sicilia, a Piano Margi, a cui si giungeva dopo tre ore di cammino nel 1972, ma già nel 1976 c’era una strada asfaltata. Ora ho cercato con google, guarda cosa ho trovato: http://rifugiebivacchi.cailugo.it/Inside.cfm?area=RIFUGIEBIVACCHI&sezione=RICERCA&cod=1961&mod=view consolante leggere abbandonato.

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    • Beppeley says:

      Che tristezza… Sovente le strade banalizzano terribilmente luoghi incantati. Con l’asfalto poi…

      Ho fatto qualche ricerca su Google… effettivamente risulta abbandonato. Tra l’altro è su di una tappa del Sentiero Italia.

      Da qualche foto che ho rintracciato, mi sembrano luoghi magnifici.

      Ti ringrazio per avermi informato e per avermi per un attimo “portato” su altri sentieri….

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