Qualche giorno con il guardaparco

[…] Quassù è bellissimo, ci si trova bene. Ma se desideri costruirci la tua casa, sei fuori strada. Se invece vuoi che rimanga così com’è per sempre, per poterci tornare quando vuoi e ritrovarla com’è e riavere il beneficio che ne trai adesso, cominci a capire. Infine, se vorresti che qui resti così perché anche altri ne possano trarre le stesse sensazioni, benvenuto tra quelli che capiscono. Che è un numero esiguo, purtroppo. Sarebbe bello sapere che centinaia di persone possono contare sul fatto che quassù c’è un loro angolo di paradiso dove potersi rifugiare, con i suoi fiori, sapere che la cascata sarà sempre qui, gli animali sempre là, e nessuno potrà mai cambiare nulla. Ci sono persone che ogni anno salgono quassù, chi per studiarsi dieci pagine di greco, chi per leggersi Thomas Mann, o farsi una giornata di yoga… Segno che c’è bisogno anche di questo. […]

Il racconto che trovate qui di seguito non è inventato ma scritto da un Guardaparco che però non ha voluto firmarlo. L’ho trovato qualche anno fa nel bellissimo libro “Sui sentieri dei guardaparco“, guida escursionistica scritta da Roberto Bergamino (edizioni Arti Grafiche San Rocco) che ci porta a conoscere il Parco Nazionale del Gran Paradiso prendendo come mete i casotti in quota utilizzati proprio dal personale di sorveglianza.

Questo libro l’ho acquistato una decina di anni fa circa e da allora quello che  trovate qui di seguito è rimasto impresso indelebilmente nella mia anima.

Vi suggerisco di trovarvi qualche minuto per lasciarvi trasportare dai pensieri di questo Guardaparco d’eccezione che saprà catturarvi e portarvi con intensa narrazione proprio nello splendore della natura del Parco. Dopo qualche riga iniziale vi accorgerete presto di ritrovarvi come in apnea, tanto è pregnante questo racconto.

Un sincero ringraziamento a tutti i guardaparco per il loro lavoro e a Roberto Bergamino (la mia prima “guida” tra le bellezze delle montagne), che mi ha concesso di riportare questo racconto.

Buona lettura.

***

Carta del Parco Nazionale del Gran Paradiso (cliccarci sopra per ingrandirla). Crediti: http://www.pngp.it/

Ore 20. Il sole è quasi sparito dietro la cresta e il sentiero continua a salire, salire… L’aria inizia a raffreddarsi, mi fermo per estrarre un maglione dallo zaino, o forse è una scusa per sedermi un po’. Mi domando dove sarà finito quel casotto, uno dei pochi che non ho mai visto in tanti anni di escursioni nel Parco. Ma quanto è grande questo Parco? Molte guardie mi hanno detto che solo pochissimi di loro lo hanno percorso quasi tutto, e quel “quasi” la dice lunga su quanto possano essere estesi 72.000 ettari di montagne… Mi torna alla mente l’incontro di qualche giorno fa nella sede di Torino.

L’ispettore mi chiede quali zone conosco: “Sono stato in tutte, tranne…” e pronuncio due nomi. “Guarda caso, mi sembra proprio che per lei andrebbe bene uno di quei due valloni”, indicandolo sulla carta.

“Forse impiegherei meno tempo a fare la Parigi – Dakar a piedi…” obietto.

“Forse,” – taglia corto sorridendo – “ma vedrà in che bel posto la mandiamo questa volta. Poi, in un casotto rifatto di nuovo. Ah, si porti dei viveri per due o tre giorni”.

“Tre giorni !? – cerco di protestare – per le mie ricerche, di solito…”.

“Vedrà, Vedrà. Ci vogliono almeno tre giorni, perché quelli (le guardie) odiano partire con il sole alto, e sarà così se dovranno aspettare il suo arrivo al mattino; a meno che non parta da casa all’una di notte, per essere al casotto alle 5 e mezzo; e a metà giornata sarà talmente stanco da rischiare di farsi male”. Mi congeda sorridendo, con l’aria di chi ha fatto un bel regalo, o un bello scherzo…

Rientro, riorganizzo lo zaino. Più pellicole. Più videocassette. Controllare le batterie della telecamera. Tre chili di viveri ! Lo zaino cresce in altezza e peso… L’inevitabile patteggiamemo con la moglie. “Dormi via!? Due o tre notti?!” Vengo anch’io. No tu no,…

“Che pace, – penso infilandomi il maglione, seduto sull’orlo del sentiero – non una persona in tre ore… solo il rumore del torrente là sotto, e i fischi di quelle gigantesche marmotte…” la testa esce a metà dall’indumento e… rimango con un braccio in alto spaventato, gli occhi di un cagnaccio mi fissano da 30 centimetri. Qualche secondo di immobilità, poi dirige il naso verso il sacco dei viveri che avevo estratto per sfilare il maglione. Si sente un fischio, il cane si siede rassegnato, mentre dalla svolta del sentiero scende sorridendo una guardia. “Niente paura, stava curiosando. Ma non lasci in giro qualcosa da mangiare, quello non perdona !”. Due parole, poi saliamo.

Appare un tetto di lose, ad una svolta. Come parlando tra sé la guardia esce con un “Siamo arrivati finalmente. A proposito, ha fatto bene a salire a quest’ora, domani sarebbe stato faticoso partire con il sole alto, se fosse arrivato in mattinata. Se ha chiesto a Torino l’autorizzazione di passare due o tre notti qui, ben fatto.”

Arriviamo davanti alla porta del suo rifugio, dallo zaino estrae la radio: “Si, sono arrivato; si, anche lui; non l’hanno divorato i cinghiali; il tuo cane forse, se lo incontrava, visto che lo mantieni a biscottini e lui va in giro a rubar merende come l’orso Yoghi. A proposito – rivolto a me – ha visto qualche cinghiale salendo? Negativo, niente cinghiali. Neppure dromedari, vai a dormire, che mi fai scaricare le batterie, attento al lupo, passo e chiudo”.

Avranno la vita dura ma il morale sembra buono, penso mentre portiamo gli zaini all’interno. L’edificio, rifatto di nuovo, è confortevole. Illuminazione elettrica a pannelli solari, una cucina nuovissima, servizi, camerette per gli ospiti; in genere ricercatori, biologi, botanici, oppure studenti in cerca di materiale per la loro tesi di laurea. Una stufa a legna diffonde un gradevole tepore mentre, rotto il ghiaccio e passati al tu, ceniamo chiacchierando di varie cose e del programma del giorno dopo.

L’occhio cade su uno scaffale carico di libri, dispense, altre carte. Un’occhiata al mitico diario di servizio non ci starebbe male, ma non lo vedo. Ci sono invece volumi di botanica, manuali sul riconoscimento delle impronte, astronomia, di tutto. Un Darwin è sostenuto in verticale da due Nietzsche e da un testo su rettili e anfibi che, a loro volta, gravano su Kant, un poderoso e paziente tomo su Shakespeare regge il tutto. Dall’altro lato Forattini, Eco, Schopenhauer, ancora un Nietzsche isolato che fa da supporto ad una pipa e alla sua brava scatola di tabacco. Più sotto una pila di riviste, l’ultimo numero risale a quattro anni fa. “Troppa pubblicità – sbotta la guardia prendendo la pipa – ottime foto, ma ogni tre pagine di buoni servizi sette di scarpe, tende, orologi… “. Aristotele vicino a Confucio e alla Bhagavad Gita. Un volumetto verde, “Diario del Gran Paradiso”, si appoggia ad una grossa e vecchia sveglia dal ticchettio discreto e tranquillo, che sa di cose di una volta; forse l’unico sapore di cose di un tempo rimasto, oltre ai libri e al buon odore di legna…

“Quello – dice la guardia indicandolo con la pipa – l’ha scritto un tale che è stato guardaparco negli anni ’50. Sì, quello contro la sveglia. È tutto enormemente cambiato da allora… “.

Un clic sulla foto per aprire il post dove ho parlato di questo libro

“Tempi durissimi quelli, turni in quota interminabili, alcuni casotti erano vere e proprie spelonche, pochissimi giorni di riposo all’anno, uno stipendio da fame. Anni fa ero in servizio al Nomenon. Vedo arrivare un signore e da come guardava sconsolato il casotto e la Grivola faceva capire che in qualche modo c’era già stato. In breve, abbiamo chiacchierato per qualche ora poi gli ho lasciato l’indirizzo. Mi è arrivato questo volume, che ho letto più di una volta. Chissà quanti, come lui, hanno lasciato il Parco, chissà cosa sarebbe il Parco se altre persone di quel calibro fossero rimaste con noi… ma erano, come ho detto, altri, difficili, tempi. Del resto era la sua strada, e l’ha percorsa molto bene, per quanto ne so io”.

Mentre parliamo mi fa cenno di uscire all’aperto. “Non so se ti dà fastidio il fumo – dice accendendosi la pipa – ma volevo farti vedere questo spettacolo. So che vieni nel Parco da anni, però non so se hai mai visto da quassù una cosa simile”. Da una vecchia cassapanca, unico mobile sopravvissuto tra gli arredi del casotto prima della ricostruzione, estrae un telescopio ed un grosso cavalletto. Lo spettacolo valeva la pena. Il cielo, disturbato solo da qualche aereo con le sue luci lampeggianti, offre scenari indescrivibili.

“Te lo sogni, da Torino, un colpo d’occhio così eh? Basta, ritiriamoci, o domani sarai in coma”.

Le gambe, nel letto, liberano finalmente la loro stanchezza, mentre sprofondo in una confusione in cui Cassiopea e l’Ariete salgono con due enormi zaini i tornanti della Via Lattea; per un attimo il cane, all’esterno, ringhia a qualcosa, poi lo sento tornare nella sua cuccia… il torrente ed il vento. Ancora il sonno ed il quieto ticchettio della sveglia, con il suo libro appoggiato addosso.

Troppo presto il rumore terrificante della suoneria, shoccante per chi, come me, è abituato ai più discreti “pio pio” delle radiosveglie, mi strappa da… da che cosa? “Scusa – non posso fare a meno di chiedere alla guardia – ma quell’ordigno l’hai costruito coi pezzi di scarto di un Kalachnikov? “.

“Ti ha svegliato no? È fatta apposta”. Lo guardo di brutto mentre scendo in corda doppia da un letto a castello troppo alto; l’emisfero sinistro del mio cervello, non ancora del tutto cosciente, immagina l’autore del “Diario del Gran Paradiso” intento a gratificarmi di uno sghignazzo sardonico.

“Guarda – pare dirmi il libro – che ai miei tempi ci si alzava alle tre del mattino… “.

Chiedo pietà all’acqua freddissima che mi restituisce interamente alla mia identità. La guardia sta preparando una colazione da due metri quadrati, un bricco di the fumante ci aspetta sul tavolo… Ma c’è qualcosa di normale, quassù?

La normalità riprende corpo mentre prendiamo gli zaini per la giornata. Il cane, come tutti i cani, non vede l’ora di partire e gira in tondo eccitato dalla novità di un compagno in più. Già altre volte avevo trascorso qualche ora in compagnia di guardie del Parco, incontrate occasionalmente o dopo aver atteso presso un casotto. La mia autorizzazione a raccogliere campioni a scopo di studio mi permetteva di farmi accompagnare lungo percorsi frequentati solo da loro.

L’idea di passare un intero giorno con uno di loro, accompagnandolo nei suoi percorsi abituali, poteva essere un’esperienza stimolante. Il comodo sentiero per il colle, ben tracciato, viene presto abbandonato per girare ad angolo sotto una parete (“La passano, d’estate, anche cinquanta persone al giorno” – era stato il commento borbottato iniziando a salire). Non mi pareva un grosso numero, paragonato alle quantità esponenziali di Nivolé e Vittorio Sella; evidentemente per la mia guida erano numeri impressionanti.

Ci dirigiamo verso il basso, due pareti a picco su un torrentello che rumoreggia decine di metri sotto. Il cane, avvezzo a quel percorso, si tiene dietro di noi “Per non arrivare all’improvviso in vista di qualche animale sulle cenge”, spiega la guardia. Quali cenge, mi chiedo mentre stiamo per svoltare un angolo dove appaiono due chiodi e una corda fissa. Mi fermo di colpo, per sobbalzare poco dopo sentendo nei polpacci il naso del cane. Lo spettacolo è bellissimo, una serie di terrazzini cosparsi di primule rosse. Poco più in la una femmina di stambecco pascola tranquilla, il torrente ha coperto il rumore dei nostri passi. Punto la telecamera sull’animale, i fiori non scapperanno.

“Ci dev’essere il suo piccolo, c’era, se non gli è stato preso da un predatore… Giù! Eccolo”. Non sono gli stambecchi ad interessarmi oggi, ma una buona ripresa non si rifiuta mai. Da questa distanza poi, non diamo fastidio. Ci hanno visti: scapperanno, ma non sono spaventati. Sono più in alto di noi, ci lasceranno passare e torneranno giù tra un po’.

“Laggiù !”. Il bastone della guardia indica la parete di fronte. Su un triangolo di sole che inizia a lambire la parete del canalone, un picchio muraiolo compie le sue evoluzioni esplorando la roccia. Altra ripresa. “Metti al sicuro la telecamera ed il resto – dice la guardia – ci sarà da bagnarsi un po’ !” Scendiamo lungo una cengia bagnata dagli spruzzi di una cascatella, sempre con l’aiuto di una corda fissa. Attraversiamo, risaliamo dalla parte opposta lungo un pendio erboso ripidissimo, dove alcune pietre, sapientemente posate, formano degli inaspettati scalini, tra campanule e stelle alpine. “Se vedi una corda, non attaccarti. Siccome qui non ci sono corde al massimo è una vipera”, mi deride la guardia posando lo zaino. “Posa il sacco qui, prendi solo ciò che ti serve per le riprese, saliremo lassù”. Il cane si accuccia presso gli zaini: “Qui non passa anima viva, lascio qui il cane solo per non allarmare le marmotte. Vedrai che scena”. Un biscotto al cane e saliamo lungo una prateria dalla pendenza al limite.

“Teniamoci al di qua della cresta, è importante. Ecco, fermiamoci qui. Prendi quello che ti serve, affacciati lentamente”. Striscio fino alla cresta, guardo giù. Un precipizio in ombra di almeno ottanta metri finisce su un nevaio inclinato, e questo su una radura su cui spicca un numero impressionante di cuscinetti di silene e achillea. La parete a picco sotto di me, bagnata da una cascatella, è una spettacolo di colori vivissimi: delle sassifraghe, persino qualche linaria, gli spruzzi d’acqua depositano gocce iridescenti sui minuscoli fiori. Sul nevaio giocano rincorrendo si una decina di camosci nati quest’anno, ma anche un paio di adulti si lanciano in una specie di sarabanda. Altri, molte femmine, riposano, chi sul nevaio chi sulla pietraia vicina, aspettando il sole che arriverà tra poco. La valletta degrada verso macchie di rododendri e termina in una fitta boscaglia di ontani in cui si insinua il torrente che esce dal nevaio. Oltre gli ontani, il vuoto. Un salto di quasi trecento metri unisce questa valletta magica al fondovalle, invisibile da qui, da cui giunge però il rumore del torrente. “D’inverno, la cascata che unisce il boschetto laggiù e il fondovalle è ghiacciata e qualcuno si diverte a scalarla”, dice il guardaparco a bassa voce. Sulla cresta più in alto, già nel sole, alcuni stambecchi si spostano verso il colle. Nulla qui ricorda il mio mondo, se non quanto ho portato con me. Civiltà, tecnologia, realtà virtuale, qui non hanno senso. Per questi esseri, vegetali o animali, l’unica realtà è questo piccolo mondo e le sue poche, durissime, regole. Il profumo della fioritura mi riporta alla realtà, mi ritrovo sdraiato su una cresta a sbirciare un mondo che di me e dei miei simili non sa nulla, e di cui ha sempre fatto a meno. Più sotto la guardia sta esaminando con un cannocchiale il versante opposto, ogni tanto prende il binocolo, guarda qualcosa, torna al cannocchiale… Lo raggiungo, ma non stacca gli occhi dai suoi strumenti. “La tua primula nana – dice indicando col bastone – è la sotto, ci passeremo nel pomeriggio. Potrai fotografarla e raccogliere i tuoi campioni. Per ora fermiamoci qui. Voglio vedere come stanno le cose di là”. “Bracconaggio? – dice rispondendo ad una mia cauta domanda – beh, non sto guardando se è successo qualcosa in quel senso, sto guardando la posizione dei miei animali per il censimento che ci sarà tra non molto. Certo che c’è ancora del bracconaggio. Non credo che finirà mai, anche se non c’è più la fame, come una volta; discoteche e non solo, televisione compresa, hanno rimbecillito un buon numero di giovani ma ricompare sempre qualcuno che ci prova. È come se facesse parte della cultura locale… Voglio dire, la legge considera la caccia nei parchi un reato, ma nessun bracconiere è visto come un delinquente; molte persone che sono o sono state bracconieri se trovano il tuo portafogli smarrito si fanno in quattro per fartelo riavere, non commetterebbero mai altri tipi di reato. Molta gente, del posto e non, ha per loro una specie di simpatia, come un senso di solidarietà. Una persona arrestata per bracconaggio ritorna tranquillamente tra la sua gente, frequenta gli stessi bar, viene trattato con la cordialità di sempre, anzi, sembra che ottenga più considerazione. Non so come spiegarmi… Ecco, hai presente quella bellissima canzone di De Andrè, Geordie? Forse rende bene l’idea”.

Conosco quella canzone, rifletto tra me. De Andrè non poteva rendere meglio di così, con la sua genialità artistica, la solidarietà che prova la gente per certi tipi di trasgressori visti come figure romantiche, i bracconieri, i vecchi contrabbandieri, i briganti, confesso che l’idea di mettere sullo scaffale di casa mia un ‘Racconti del bracconiere’ assieme ai ‘Racconti del guardaparco’ non mi spiacerebbe. Raccontano entrambi di mondi ormai finiti, non è giusto perderne la memoria. Finiti? La guardia mi sta dicendo il contrario… riprende a parlare interrompendo i miei pensieri: “Vedi, quel mondo, quei motivi di cacciare di frodo, non ci sono più, certo. Però se è vero che nessuno si sognerebbe più di salire in montagna con un vecchio 91/38 o con un Mauser per prendersi uno stambecco significa che chi lo fa possiede un’arma di precisione, magari munita di puntatore laser e di una buona ottica, di un silenziatore ben fatto… quindi: dove ha trovato queste cose? Chi gliele ha vendute? Chi le costruisce? Non si crea un mercato di armi clandestine solo per i bracconieri”. Restiamo in silenzio qualche minuto, mentre nella valletta sottostante, ormai raggiunta dal sole, i camosci sono tutti sdraiati immobili, qualche marmotta fischia al passaggio di due aquile. Due corvi imperiali salgono dal fondovalle per raggiungerle ed allontanarle, come fanno da millenni…

“Vedi – riprende la guardia – il mondo non è cambiato solo per i cacciatori di frodo, ma anche per noi. Una volta la sorveglianza era l’unico scopo della nostra presenza qui. C’eravamo noi, gli animali, e chi cercava di portarceli via. Nient’altro. Dico portarceli via perché li consideravamo nostri, li vedevamo nascere, crescere, finire la loro breve esistenza su cenge strettissime dove in pochi metri d’erba vivevano a modo loro, ci guardavano come un aspetto della loro realtà, guardavano con sospetto il nostro cane che sapevano inoffensivo se vicino a noi, ognuno viveva la sua vita. Ora, può succedere altro. Un giorno puoi vedere una ruspa aprirsi una strada o scavare le fondamenta di qualcosa, corri giù, fermi tutto, ma ciò che è distrutto è distrutto, un altro pezzo di Parco se ne è andato”.

Sono nel Parco da molti anni, ho visto cambiare molte, troppe cose. Metro per metro, giorno per giorno, il Parco cambia, impercettibilmente. Molti che l’hanno visto prima di me negli anni’ 50, si rifiutano di rivederlo. Io stesso torno con fastidio in certe località, dove fette di Torino, Milano, Genova, vi sono state trasportate di peso con ciò che di peggio c’è’ in quelle città. Questo a nostra volta farà cambiare il nostro lavoro e, strano a dirsi, migliorerà in qualche modo anche noi. Non fare quella faccia: dovrà essere così per forza. La grande massa di gente che sempre più si riversa qui va disciplinata, ma anche educata, informata e, che lo si voglia o no, le guardie vedranno cambiare il loro modo di vivere, dovranno crescere culturalmente per far fronte a questo. Non so se vi sarà del personale addetto alla sorveglianza e altro addetto al controllo del turismo, o se una sola figura professionale si occuperà di entrambi. Nel tempo si troverà la soluzione migliore. L’esperienza di altri parchi potrebbe esserci utile, anche se solo in parte perché ogni area protetta è una realtà a sé, e ognuna di queste realtà inevitabilmente cambia nel tempo. L’ideale sarebbe una visione internazionale del problema…

Siamo nell’Europa, ma ovunque le comunità locali vorrebbero gestire a modo loro le loro nicchie, anche se in queste ci fossero che so, rarità botaniche o di altra natura la cui salvaguardia fosse vitale. Parliamo anche solo dei corsi d’acqua pulita. Impedire sempre più a monte ogni forma di inquinamento diventerà importantissimo, negli anni a venire. Pensa che in qualche parco del Nord si cammina su passerelle per evitare di calpestare determinati suoli; qui da noi si va ovunque. Oggi ci limitiamo a sorvegliare per prevenire, prima o poi dovremo gestire. Questo vuol dire decidere dove passerà un certo sentiero, dove si costruirà un ponticello, dove si lascerà in pace un bosco per anni, per studiare l’evoluzione, che so, di qualche specie di insetto dannoso o utile. E se, come sta succedendo, il numero di turisti aumenterà, saremo lì per indirizzarli, informarli, educare chi dovrà esserlo, disciplinarne la presenza. Accade già oggi di vedere persone arrivare ai bivacchi in numero eccessivo, alcuni dormono all’interno, altri fuori. In caso di maltempo non è piacevole… Costruire bivacchi più capienti crea il problema dello smaltimento dei rifiuti, che quassù ha un costo enorme: chi dovrà pagarlo? E poi, dovremo investire molto nell’ educazione.

È strano, nelle città avete una disponibilità di informazioni che sinceramente vi invidio, eppure raramente la gente che viene qui si comporta nel modo giusto. Non parlo solo dei rifiuti o del rapporto con gli animali, però è evidente che questa bellezza non viene capita, anche se si viene qui perché la si cerca. Manca la giusta sensibilità, forse dovremo essere più bravi da riuscire a trasmetterla alla gente. L’area protetta è per molti una delle tante zone di divertimento che la società gli offre, come una spiaggia a pagamento o una discoteca, magari un po’ più speciale. Quassù è bellissimo, ci si trova bene. Ma se desideri costruirci la tua casa, sei fuori strada. Se invece vuoi che rimanga così com’è per sempre, per poterci tornare quando vuoi e ritrovarla com’è e riavere il beneficio che ne trai adesso, cominci a capire. Infine, se vorresti che qui resti così perché anche altri ne possano trarre le stesse sensazioni, benvenuto tra quelli che capiscono. Che è un numero esiguo, purtroppo. Sarebbe bello sapere che centinaia di persone possono contare sul fatto che quassù c’è un loro angolo di paradiso dove potersi rifugiare, con i suoi fiori, sapere che la cascata sarà sempre qui, gli animali sempre là, e nessuno potrà mai cambiare nulla. Ci sono persone che ogni anno salgono quassù, chi per studiarsi dieci pagine di greco, chi per leggersi Thomas Mann, o farsi una giornata di yoga… Segno che c’è bisogno anche di questo. Altri arrivano qui e sinceramente disturbano. Noi, se sarà possibile, alcuni di noi almeno, saremo lì per tenerli d’occhio, informare, accompagnare, rispondere, forse reinsegnare il senso delle cose. Il progresso, quello che da troppi anni ci ha fatto allontanare dalla natura, doveva servire a scaricarci dalle spalle molte fatiche, renderci più comoda la vita, renderci migliori… in realtà siamo andati troppo oltre le intenzioni, ed ora rieccoci qui nella natura a cercare qualcosa, forse a voler guastare la bellezza che ci sta intorno, come per una specie di vendetta. In molte persone vedo qualcosa del genere. Abbiamo fatto crescere città mostruose che dovrebbero darci tutto, da cui ci viene invece ogni forma di fastidio, piccolo o grande, dalla forma imbecille di alcune auto all’inutile violenza della TV che vuole proporsi come unico specchio della realtà… una realtà mentale che vi sta creando o rimodellando vostro malgrado. Vengono prese nelle città tutte le decisioni che modellano il vostro vivere e il vostro pensare, la cultura della città ormai lotta senza tregua per decidere anche quassù come dovranno vivere persino i camosci. Forse ci riuscirà, forse no. Credo che i camosci, piuttosto, decideranno di estinguersi. Ed ecco quassù i vostri bambini che provano fastidio in questo mondo senza TV, senza canyon di cemento con fiumi di auto in fondo, senza vetrine, bambini che hanno paura del mio cane che li guarda con annoiata franchezza, di questo silenzio… “.

La guardia tace, continuando a fissare con il binocolo qualcosa sul sentiero che si inerpica di fronte, sull’altro versante. Non so cosa ribattere, è un’esperienza che conosco bene. Da anni, ero ancora studente, vedo questi bambini arrivare in questi posti, annoiati, stanchi, insofferenti per essere stati privati della dose quotidiana di consuetudini su cui non riflettono perché… non si insegna più a riflettere. Mentre la guardia armeggia nello zaino penso che sarebbe dura spiegare ai bambini il perché dell’esistenza di queste montagne, di queste rocce modellate, di quei torrenti, del vento…

Come fare a descrivere come “normale” l’esistenza di quel ghiacciaio, per me realtà rassicurante, che dà loro l’acqua che bevono? Come mediare tra la loro normalità fatta di bottiglie di plastica e quest’immagine enorme di ghiaccio e rocce? Come far capire il carattere sacro di una sorgente? Bambini, ma anche genitori. Vai a spiegare che quel camoscio è un essere vivente con i suoi diritti, che quel fiore sopravvive a stento qui solo perché le persone si sono fermate laggiù, e se queste cose non “servono a nulla” nel senso che intende lui, sarà lui a dover cambiare qualcosa per poter scoprire che quel fiore ha un valore enorme, è un messaggio che arricchisce incredibilmente chi sa comprenderlo. Già, queste guardie dovranno rivedere il loro modo di operare… per il contribuente fanno il loro lavoro se ti beccano chi ti fa la malfatta e gli stilano un verbale. Dieci punti. Mille punti invece se il contravventore ne esce con l’aver capito perché tutto è da rispettare, e guarda tutto con occhi nuovi… o con i veri occhi. Queste guardie sono qui da anni. Sembrano essere sempre stati qui. Ogni giorno vedono e sentono cadere i sassi dalle pareti, vedono nascere e morire i “loro” animali, vedono l’acqua ed il vento modellare le montagne attorno a loro… ogni anno la neve arriva e scompare, la natura rifiorisce; poi torna la neve e capiscono che la brutta stagione non è poi tanto brutta. Forse vedono le cose su una scala millenaria, diversa dalla nostra. Potranno mai insegnare queste consapevolezze che pure sono nascoste dentro di noi? Forse anche questo in futuro sarà uno dei loro doveri, per chi ne avrà la capacità. Sapere tutto sulla Clematis alpina, sulle tante orchidee che popolano il Parco, e saperti dire perché dà gioia vederle… Ma dubito che si vedranno quei tempi. Si insegna a vedere tutto con l’occhio del tecnico, sempre meno si invitano i figli a frequentare i licei classici, tutto ciò che è umanesimo è dato per tempo perso. Un camoscio è un Rupicapra, non più uno spettacolo di bellezza su cui riflettere. Tutte queste considerazioni ed altre ancora, sono scaturite mentre, contagiato dalla curiosità, percorrevo con il binocolo il versante di fronte, aiutato dalla guardia. Pietraie, nevai, vallette quasi inaccessibili, canaloni. Uscivamo da quelle considerazioni solo quando ci teneva a farmi vedere qualcosa.

Mi indicava con poche parole precise: “Percorri quel canalone fino a metà. A sinistra di 50 metri, dove il sentiero fa un tornante. In quei sassi subito sopra c’è un appostamento di caccia del re. Lui non c’è più, adesso ci si sdraiano gli stambecchi”. Punteggia con ironia ogni cosa, se possibile.

“Vedi quei ruderi quasi scomparsi? C’è una data, 1695, con delle iniziali. Sarebbe interessante rovistare tra gli archivi per sapere chi andava lassù, come viveva… Quali animali portava… “. A volte sembrava rammaricarsi per i tempi non ancora maturi per una seria ricerca scientifica su quello che lui riteneva un gigantesco laboratorio a cielo aperto. Guardiamo verso il basso le tracce di terrazzamenti ormai invasi dalla boscaglia, chiediamoci cosa mai coltivassero, inevitabilmente ci si chiede com’era il clima, quante persone popolavano queste montagne…

Chiedo cos’era quel lungo sentiero che pareva senza senso, partiva infatti da una pietraia e finiva molto più a nord, contro una parete … “Bravo, cominci a ‘leggere’ questa realtà ed a farti domande. È vero che sei un ricercatore, ma se esci dal tuo campo scoprirai sempre relazioni curiose tra questo e migliaia di cose… Quel tracciato è un vecchio ruscello. Significa che sopra la pietraia restava in permanenza un nevaio o che nella pietraia stessa la neve ghiacciata rimaneva a lungo e restituiva l’acqua durante una buona parte dell’anno… Inoltre arricchiva tutta la prateria sottostante, che era essa stessa un pascolo. L’acqua che arrivava alla base della parete scendeva liberamente fino ai terrazzamenti, irrigava anche li e arrivava ai ruderi. Sarebbe stupendo se all’università esaminaste i terreni e i pollini, per capire cosa coltivavano. Vedi, salivano da quella parte, ci sono i resti di una mulattiera. Poi c’è stata una grossa frana che ha isolato la zona. La gente del posto parla di due secoli fa… Ma forse si è esaurita l’acqua. Infatti adesso c’è un rigagnolo che si esaurisce a giugno. La portata originale era notevole, lo vedessi da vicino ! A volte passo laggiù d’autunno, quando i larici diventano rossi e le giornate sono corte e fredde. È un posto di una suggestione infinita. Vedi il paese in basso, ti aspetti di vedere qualcuno arrivare dalla svolta della vecchia mulattiera, con qualche animale carico di sacchi e un pentolane capovolto in cima al carico, o magari un bambino che ti guarda diffidente. Da farti venire un colpo se qualcuno arrivasse davvero! Lì è tutto morto. Una pestilenza, varie guerre… qui c’è stato di tutto. E non se ne sa più nulla. Ma quello che dicono quelle povere pietre stanche non può interessare nessuna università, a meno che non diventi uno dei nostri futuri compiti scoprire quello che c’è… ovunque ci sono tracce del passaggio dell’uomo. La ricerca è appassionante. Se sei qui per quelle rarità botaniche e mineralogiche è perché qualcuno ci ha ficcato in mano delle schede e ci ha dato un input. Quei fiori crescono lì da millenni credo, magari vent’anni fa un botanico sarebbe impazzito dalla gioia sapendolo, e io stesso non sapevo che fosse una rarità a quel punto, né che il microclima di questa valletta potesse mandare in visibilio i soloni della tua università al punto di farti spedire quassù, con quell’armamentario di microscopi e libri da tre chili l’uno; certo è una cosa irritante avere questo ben di Dio fra le mani e una formazione come la mia, che non c’entra con questo mestiere… e non capirci nulla. Forse tra due o tre generazioni di guardie ci saranno solo biologi, botanici, o forse non ci saranno più guardie, i casotti saranno laboratori in quota, con annesse celle di isolamento e meditazione per turisti pescati ad uscire dal sentiero… “.

Si continua a scherzare mentre ci dirigiamo verso l’ultima parte delle mie ricerche. “Ci andrei nel pomeriggio laggiù – aveva detto la guardia – quando gli animali si saranno spostati. Quella è una zona di pascolo” . “Se do retta a te – provo a stuzzicarlo – ci sono zone dove ci sarebbe da studiare per mesi uccelli, fiori, marmotte, ghiacciai, clima, radioattività, precipitazioni … “.

“E dove vuoi studiarle queste cose: in Corso Giulio Cesare a Torino? Qui c’è di tutto per tutti. Ti suggerisco per esempio una tesi: interazioni psicologiche tra turisti e guardaparco nei mesi di maggior afflusso, con saggio sulle variazioni di scorbuticità da giugno a settembre”.

Effettuo le ultime riprese, raccolgo un po’ di terreno, qualche provetta d’acqua. Un nuvolone di passaggio interrompe le riprese, ne approfittiamo per un bicchiere di the… (ma perché tutte le guardie di tutti i parchi bevono the?). Il cane accucciato e tranquillo alza di colpo la testa e sembra fremere guardando fisso più in basso. Tutt’uno con un gesto imperioso della guardia, che mi fa cenno di tacere e di prendere la telecamera. Una vipera appare fra un ciuffo di erba olina e un sasso, a pochi metri, inizio a filmare. Avanza, ci percepisce. Alza la testa di qualche centimetro e soffia violentemente, poi se ne va a tutta velocità. “Bella, eh? – dice mentre continua a trattenere il cane per il collare – l’ho vista altre volte da queste parti, la conosco da quando era una cordicella!”. Ripongo la telecamera mentre il cane si accuccia nuovamente.

“Non cresce più in lunghezza, ma in circonferenza sì – dice allegramente mentre riprendiamo il sentiero – gli ho dato il nome di una mia vecchia fiamma di gioventù. Quello delle vipere è un buon deterrente. Prova a dire ad un gruppo di turisti, che prevedi poco educati, che lì si aggira una vipera da un pollice e un quarto. Raccolgono subito i bambini, si compattano a cerchio ristretto e si mettono vicino al casotto dove è più facile tenerli d’occhio. Che poi è dove le vipere possono esserci veramente, perché attorno ai casotti ci sono sempre dei piccoli roditori.

Sai, una delle incombenze del guardaparco che non vedrà mai la fine è quello dello spazzino e siccome sotto i sassi ci sono rifiuti vecchi di decenni significa che la tradizione si trasmette di padre in figlio. O di madre in figlia: succede che qualcuno cambia i pannolini ai propri cari pargoli e li ficca sotto i sassi o, peggio, nelle tane delle marmotte. So che non mi credi, ma chiedi ai miei colleghi! Tutti noi abbiamo qualche orrore da raccontare su quel tema. Meno male che verba volant veramente, perché in quei casi non è gradevole sentire quello che ho da dire. Intendiamoci, rimango nella correttezza professionale.”

“Non ci credo – rispondo – come minimo li accompagni a valle a calci, non potendo dargli l’ergastolo”.

“Ma che dici? L’articolo 7 della legge 22… ma lasciamo stare. Quello dei rifiuti è un punto dolente. E quassù si tratta solo di ripulire. In basso, ai margini del Parco, è una tragedia. Infatti, è materia da codice penale”. Proseguiamo ancora chiacchierando. Questa valletta è piena di sorprese: quella che da lontano sembrava una banale colorazione alla base della parete, è l’affioramento di una polla ferruginosa. Intorno chiazze di ossido, a testimoniare le variazioni della portata. Mi tuffo a prelevare campioni e a misurare la temperatura, mentre la guardia mi parla dei pochi minerali cristallizzati che ha trovato finora. “Il cane – dice indicando l’acqua – ne ha bevuta varie volte, non ho notato niente di strano, tranne… (fa una pausa ad arte mentre il mio interesse scientifico drizza le orecchie ansioso) che ora, la sera, prima di dormire, legge un po’”. Mi fermo sconsolato, studiando come rendergli il tiro.

Il sole è al tramonto, rientriamo. Stambecchi pascolano qua e là tranquilli, solo i più vicini alzano la testa, per poco. Le marmotte scompaiono. Si rompe la fatica della giornata scherzando, nell’allegria del rientro: “Ah si – punzecchio – il cane legge qualcosa alla sera. Allora quei libri sullo scaffale sono per lui… “.

“No, sono per me – ribatte – lui legge Shopenhauer nella lingua originale, è un pastore tedesco no? “. Mi arrendo. Su quel terreno è invincibile, ha tutto il tempo di lunghi anni per pensarle, o forse per crearsi quello stato d’animo un po’ zen che probabilmente è la migliore medicina contro gli effetti negativi dell’isolamento, per chi ne soffre. Alcune guardie mi hanno invece detto di trovare l’isolamento molto creativo. Qualche turista che, perdonata la marachella commessa, ha subito qualche sferzata di raffinato sarcasmo ha verificato di persona gli effetti positivi del vivere soli, quando naturalmente non ci si lascia andare.

“Lo humor è il sale della vita … ” mi lascio sfuggire.

“Aurobindo – risponde lui – complimenti, non sei proprio un tecnarca” .

Gli faccio presente che la filosofia accompagna, seppur discretamente, i miei interessi professionali, e che la bellezza del mondo non cessa di affascinarmi. Anche questo dialogo, quassù, ha qualcosa di magico. Sembra di centellinare il tempo, minuto per minuto, mentre ad ogni svolta il sentiero offre scorci meravigliosi nel tramonto. La guardia tace, comprendendo che mi sto godendo questi attimi, che tra pochi giorni non saranno che un ricordo piacevole da richiamare per salvare la propria stabilità, tra la frenesia dell’ufficio, la concentrazione del laboratorio e la fatica disperata dell’insegnamento. Ancora una svolta, un gigantesco cembro stringe il sentiero in uno spazio minimo, aggrappandosi con radici poderose a tutto ciò che può. La guardia intuisce la mia ammirazione per quella gigantesca forma sospesa sul vuoto, e per quel trionfo di stabilità. “Se stai qui un paio d’ore si attacca anche a te … ” mi lascia gustare ancora per un po’ quella forma contorta, maltrattata all’estremo dagli elementi ma ancora ben salda, poi riprende: ” il bello di questo posto è lassù, su quel ramo spezzato, abitualmente si posa l’aquila. Se ti nascondi in questa pietraia la vedi arrivare, posarsi, a volte osservare per qualche tempo le marmotte, poi si lancia. Passa un istante, senti un fischio, la vedi rialzarsi poco dopo con una marmotta tra gli artigli… Bisogna vederlo molte volte per riuscire a non farsi coinvolgere. Non parlo di ottenere una specie di indifferenza, come quella di un macellaio avvezzo a spettacoli peggiori. Parlo di quella neutralità che fa parte del sapere che le cose stanno così, senza bellezza né orrore, ma solo così. La marmotta fa tenerezza, è bellissima a vedersi: gioca, corre, oserei dire che scherza, a volte. L’aquila è… qualcosa di forte, ha l’espressione implacabile per noi che la vediamo così; poi, quando le scene delle necessità della vita si presentano così spietatamente, il nostro mondo di sicure definizioni va a farsi benedire e qualcosa che ci sfugge bussa ai sensi. Qualcosa che forse abbiamo chiuso fuori quando siamo scesi dagli alberi per costruirci le nostre civiltà, le nostre città che però, adesso, ci stanno fagocitando… “.

Alla base del cembro uno strato di deiezioni piuttosto spesso biancheggia su di un sasso, qualche grossa piuma lanuginosa è impigliata tra l’erba, segno che la guardia dice la verità, non che ne dubitassi. Tanto mi prende in giro, quanto è serissimo se mi deve far notare qualcosa di scientificamente interessante.

“Preparati ad esultare – dice dopo un po’ – qui sopra si posa anche il gufo reale. Ho trovato una grossa borra, subito predata dai tuoi colleghi esperti, che l’hanno sezionata, per trovarci unghie di roditori, teste di roditori, peli di roditori, insomma la sua dieta. Qui il fast food è biologico e naturale”.

“C’è un’ enormità di cose da vedere, da sapere… voglio stare qui due mesi – rispondo entusiasta – ora telefono a Torino e… “. “A Torino – ribatte lui – ti concederanno ancora due minuti. Tra pochi giorni sarà qui il tesista che studia ed inanella i gracchi, poi quell’altro che… che forse mette i radiocollari alla formica rufa? Non ricordo. So che ne prelevava qualcuna, le dipingeva l’addome, poi stava per ore sdraiato per terra a farsi mordere presso i formicai con mezza dozzina di grosse lenti intorno, tracciando ghirigori su un foglio reticolato”. “

Vengono molti studenti qui da te? “.

“Negli ultimi due anni, sì. Il grosso degli studi continua a svolgersi intorno ai soliti luoghi: Vittorio Sella e Nivolé. Anche perché lì il Parco ha le migliori strutture per ospitare ricercatori e studenti. In posti come questo sale qualche ricercatore solo quando si scopre qualcosa di nuovo, come nel tuo caso, o quando si vuole seguire qualche specie animale senza nessuna interferenza umana. Vi sono zone dove non passano persone per anni, tranne la sorveglianza, in alcuni posti non passiamo neppure noi, se queste zone sono ben controllabili con le nostre ottiche. Lì gli animali vivono indisturbati, vi sono marmotte che credo non abbiano mai visto l’uomo, solo perché sono fuori dai percorsi conosciuti o riportati dalle guide. Anzi, credo che non sarebbe male diffondere l’idea che in certe zone è inutile e dannoso andarci. Il disturbo agli animali è già oggetto di varie leggi, è vero, ma dovrebbe esserci un’etica al riguardo. Non sto parlando di proibire, ma solo di usare la giusta consapevolezza, che è tra le informazioni che i media raramente danno. Ma non è solo il cittadino ad essere disinformato. Il luogo comune secondo cui il montanaro o il contadino sono i migliori custodi della natura è quasi completamente falso, basta vedere i dintorni di certi alpeggi o parlare con certi pastori. Sarà ignoranza, sarà malafede, ma i fatti si vedono. Il turista sporca, o danneggia, ma solo in un certo modo. Il fatto che esistano, in qualche raro caso, utilizzatori della montagna molto attenti, che comunque vivono bene anche rispettando certe regole è un’ eccezione che conferma la regola; anche qui c’è molto lavoro da fare o forse devono sparire una o due generazioni di irriducibili da un lato e dall’ altro, dovremo dare controllo, ma anche informazione ed aiuto”. “È vero – confermo – attorno a certi alpeggi c’è un disordine indescrivibile e chi ci vive sembra non farci caso. Raramente nei paesi del Nord Europa si vedono certi spettacoli intorno alle strutture agricole, specie poi nei parchi … “.

“Certo. Il Parco stesso cerca di rifarsi il look in questi anni, anche se non abbiamo grossi bilanci, infatti dove si può vediamo di ristrutturare i nostri casotti o le strutture di fondovalle. L’immagine, per un Parco, è importante. Non so perché, ma mi sembra poco credibile una guardia che mi viene ad imporre certi comportamenti se esce da una bicocca sbilenca e rabberciata, contornata da vecchie lamiere, qualche stufa rotta, e così via”.

Continuiamo a chiacchierare mentre poco lontano vediamo apparire il tetto, nuovissimo, del casotto. “Eppure, c’è stato un tempo in cui le cose erano molto più difficili. E io, non ho visto i tempi peggiori… Una povertà estrema, orari impossibili, una disciplina, dicono i vecchi, molto dura. Erano i tempi in cui, se il capo ti ordinava di metterti a testa in giù e di camminare con le orecchie da qui fino al colle, tu lo facevi. Con un pezzo di pane secco ed un po’ di formaggio. L’acqua non c’era nei casotti e in qualche caso non era neppure vicino. Partivi al mattino con un secchio, alla sera tornavi riportandolo pieno per le tue esigenze, attingendo al torrente più vicino. Eppure sembrava normale. Io stesso sono stato per molti anni in casotti in cui non c’erano servizi. Era così, non ci facevi caso. Ti abituavi. Mi sembra strano oggi, sentir parlare di analisi alle acque dei rubinetti del casotto, per vedere se è potabile dopo anni passati a bere nei ruscelli, come fa il mio cane. A proposito, prenditene un po’, mi saprai dire se il ghiacciaio lassù è ‘cernobilato’ anche lui, se hai bevuto finora the al cesio oltre che al limone… “.

Cernobilato, quel termine improprio ed incisivo mi è rimasto in mente. Subito ho pensato ad un nuovo campo di indagine.

“Non sono state fatte indagini nel 1986, quando vi fu l’incidente di Cernobyl” – ho subito chiesto. “Scherzi? Erano ancora tempi in cui il bracconaggio ci teneva allegri, si girava giorno e notte e non bastava ancora. Si faceva quello che si poteva, ma ogni tanto trovavi i resti di qualche animale ucciso… Nei giorni di Cernobyl pioveva a dirotto, me lo ricordo bene. Sapevo cosa significava il fallout radioattivo, ma non c’era santo che teneva. Per un po’ avrò avuto l’ombrello radioattivo. Pioveva quel che pioveva in quei giorni malsani ma eravamo tutti fuori in servizio, dall’ispettore all’ultima guardia, cani compresi. Abbiamo bevuto l’acqua di sempre alle sorgenti di sempre, non so quanti micro Roentgen misurasse il the, ma raggi gamma o no, era inevitabile. Chi vivrà vedrà”.

Il casotto appare alle ultime luci. Solido, sicuro, post Cernobyl, attrezzato come un villino. Il cane si dirige verso la sua ciotola, ci guarda, sa che dovrà aspettare un po’, ma sarà il primo. “C’è stata baraonda oggi – dice la guardia dando un’occhiata alla fontana bambini, senza dubbio. Dovrebbero tenerli, per regolamento, al guinzaglio corto”.

Dalla salina, cento metri più in alto, due stambecchi ci guardano incuriositi, o forse tengono d’occhio il cane, che invece non li degna di attenzione, tutto intento a seguire le fasi della preparazione del suo pasto. Il rituale è preciso, immutabile. Prima il cane, poi il diario di servizio, poi la cena. Da decine di anni tutte le guardie, prima di prendere servizio, scrivono quelle poche righe, dove prevedono di andare, dove passeranno. Qualcuno annota scrupolosamente tempo e temperature, minima, massima, attuale. Alla sera le note saranno più interessanti. Animali e persone viste o incontrate, l’evoluzione della vegetazione qua o là, dove si è stati, cosa si è visto. Qualcuno a volte rientra e si trova un saluto, un complimento per qualcosa fatto bene; o una strigliata per qualcosa che non va. Succede sempre meno, oggi i casotti, piastrellati e razionali, sono più facili da tenere puliti, le ore di servizio ed i giorni da passare in quota sono meno di un tempo. La frase ‘passa da me quando scendi’ voleva dire che qualcuno era stato visto appisolato dall’implacabile cannocchiale dell’ispettore o del capo; vinto dall’età, dai troppi giorni in quota, o da una marcia forzata fatta per qualche motivo. Quella di sfuggire alle lenti di capi ed ispettori per ritagliarsi un momento di pausa (ora è stata legalizzata) è un’arte tramandata da guardia a guardia, dai tempi delle guardie reali; dicano quel che vogliono le iconografie e le definizioni eroiche con cui si è voluto dipingere questi uomini. Uomini, nient’altro. Portati a quella scelta per vari motivi, chi entusiasta, chi apatico, chi stanco dei troppi anni e dello stillicidio di tradimenti della gente, dello Stato, delle istituzioni. Ognuno con qualcosa da raccontare, non a tutti, molti con un lungo percorso di solitudine e isolamento, un tempo obbligatorio ed inviolabile, che lo stato ha premiato con… altro isolamento, posticipando ad libitum l’età pensionabile… Nulla di tutto questo nel mitico diario, o ben poco. Se mai usciranno allo scoperto certi ‘diari paralleli’ di cui ho sentito dire dai pochissimi che forse ne tengono uno, forse si saprà qualcosa di più su queste persone. Quelli saranno i racconti del guardaparco. Persone incrociate al mattino prestissimo in paese mentre rientrano discretamente da bisbocce o incontri molto privati, litigate furibonde tra colleghi e con in superiori di cui non c’è traccia sui diari normali. Il buon diario non conosce tutto questo. Non c’è posto neppure per altre cose. Un solo ‘diario parallelo’ è apparso, ma descrive fatti di decenni prima, dei mitici tempi di Videssott. Esco da queste considerazioni mentre la guardia chiude il suo diario e lo ripone in un cassetto.

Poi apparecchia la tavola, apre un armadietto, altri libri, riviste, una radio.

“Ah, sentiamoci un notiziario. Sai se i russi si sono ritirati da Berlino? Sai, quassù non si viene a sapere tutto.”

“Beh? – mi fa la guardia – Sai che qui siamo fuori dalle normali leggi del tempo – spazio. Anzi, pare che Videssott, sia lode alla memoria, abbia mandato una guardia ad aspettarlo sulla cresta lì di fronte, per vedere certi animali. Da Torino chiamano d’urgenza il direttore, lui si precipita giù mentre la guardia continua a salire, arriva sulla cresta, aspetta. È ancora lì, ogni tanto gli portiamo da mangiare. Un direttore ha dato un ordine, solo un altro direttore può annullarlo.”

Ricorda qualcosa di certi soldati giapponesi rimasti isolati per anni su isole del Pacifico. Il rumore del torrente portato a tratti dal capriccio del vento, per un attimo mi ricorda spiagge lontane. Esco all’aria fredda, mi riprendo. Il buio ora è totale, il cielo è stupendo. Rientro, riesco a dare un’occhiata all’armadietto dei libri: Giordano Bruno, Spinoza, Byron…

“Col suo permesso Lord – la guardia sposta i libri, la radio, estrae un gigantesco salame, lo mette in tavola – Prego fatti avanti”. La radio parla di mondi lontani: la Farnesina, par condicio, triplo turno sequenziale con ballottaggio sporadico, il Presidente del Consiglio incontra questo e non quell’altro… un pietoso clik spegne la radio. Il torrente torna a farsi sentire.

“Questo lo metto lassù perché i colleghi, se passano, me lo accorciano. Nessuno si sogna di cercare qualcosa dietro a quei libroni, pensano che mi servano per dormire” dice tagliando il salame. Dai nascondigli più strani escono pomodori, un delizioso pane integrale, alcune patate stanno cuocendo. Cose di altri tempi, di altri mondi, mi dico. Questa cena semplice, cordiale, il cane che prende al volo croste di formaggio e pelle del salame. “Che pace impossibile – mi dico dopo un po’.”

“Eh sì, – risponde – dormire qui è stupendo. Nella bella stagione, cioè fino alla fine di agosto, puoi dormire con la porta aperta. Senti solo il torrente, il vento, a volte piove… “.

“Ma non basta la stanchezza per farti dormire? – arrischio indicando i libri con la forchetta – Devi anche sorbirti quei tomi lassù? O fa parte della nuova formazione obbligatoria di cui mi hai detto? Pazienza Konrad Lorenz, Rachel Karson è in carattere con la tua età, ma Giordano Bruno quassù… Hegel…”.

“E cosa dovrei leggere? Dalle vostre università escono le cose più astruse e incomprensibili. La sotto è pieno di vostre riviste, dispense, tesi: l’uso dello spazio alpino della coturnice, l’etologia della marmotta in età puberale, l’home – range, qualsiasi cosa voglia dire, dell’ermellino in ferie a Rimini, l’orso marsicano, i problemi dentari del gracchio corallino… scrivete delle cose bellissime, molto specializzate, ma la mia formazione non mi permette di capirci molto. Questi signori almeno – indica i libri – lasciano a questo mondo anche qualcosa di poetico, il loro modo di analizzarlo è per rispondere forse a dei perché; voi descrivete comportamenti, riportate dati su cosa mangiano e come metabolizzano, analisi del D.N.A. mitocondriale, ma… Certo è tutto utile, sto scherzando, come sempre. Penso sempre però, e lo pensano altri come me altrimenti me ne starei dignitosamente zitto, che quassù dovrebbero salire anche filosofi, perché no anche dei mistici, se no avremo un Parco esprimibile con una gigantesca relazione matematico chimica, esattamente come si potrebbe definire una piattaforma petrolifera; ma spiegami perché a certe persone, per fortuna ancora molte, questi valloni suscitano sensazioni elevate, le piattaforme petrolifere, beh, fai tu… T’ho detto, ho la mia età, i miei enormi limiti, la formazione diversa da quella necessaria per questo lavoro. Sono stato “formattato” così. Un tempo si faceva solo ed esclusivamente sorveglianza. Si assumeva chiunque avesse gambe buone, occhio, motivazioni valide per quei tempi. Sono trascorsi molti anni: ora si cercano giustamente i tecnici che servono, ma spero che non si cambi molto la prospettiva da cui si guarda tutto questo.”

“Insomma – rispondo risentito – anche i ‘tecnici’ hanno i loro momenti di contemplazione estetica, e non solo davanti alle provette o ad un bel software che funziona bene… “

“Si, ma solo se escono ogni tanto dai loro antri stregoneschi, salgono qui, magari per rivelare al mondo le leggi che reggono tutto questo, e intanto prendersi la loro dose periodica e necessaria di bellezza. So per esperienza che si può anche fare a meno per anni di vedere un bello scenario naturale, ma cosa resta di noi? Saremo sempre il ‘noi stessi’ migliore?” Una pausa. Poi: “Si, quei libri a volte sono soporiferi, estranei alla nostra mentalità. Ma vedi, quel signore di cui ti ho detto che è stato guardaparco ai tempi di Videsott e che ha scritto quel libro che tiene su la sveglia o viceversa, ripete sempre tempus fugit, mi ha avvisato chiaramente.

Leggere, leggere, e nei ritagli di tempo leggere. Forse perché ha visto che fine si faceva qui in quei tempi faticosi. La lunga assuefazione alla fatica prima o poi impigrisce il cervello, magari ci si abbrutisce, arriva l’analfabetismo di ritorno e ci si ritrova che non si è più in grado di capire al volo le cose, in un mondo che è andato inesorabilmente avanti, per il quale non siamo più adatti, quindi non contiamo più nulla, perché le consuetudini di oggi sono spietate. Forse non lo sarebbero a questo punto se anche questi libri frequentassero gli scaffali e gli interessi di voi soloni della tecnica pura. Che non è la risposta assoluta, credo, ai bisogni dell’uomo… La tua scienza non spiega perché molti di noi che fanno questo lavoro per un certo numero di anni non riescono più a rientrare nel mondo ‘civile’. Questo lavoro non è quello del Rambo che schizza da una cresta all’altra, acchiappa i bracconieri e li demolisce a colpi di Kung Fu come vorrebbe far vedere il mondo televisivo, se gli dessimo corda. Cos’è allora che si risveglia in molti? Cos’è, rovesciando il problema, che si perde diventando un uomo ‘civile’ ma che rimane pronto a farsi risentire non appena si guarda un fiore o un torrente? Semplicemente, se il mio rapporto è con il mio lavoro, non con le persone della struttura da cui dipendo, questo lavoro è di una natura tale che preferirei non lasciarlo più. E questo, ai giorni nostri, pare persino che debba generare sensi di colpa: come, hai un lavoro e ti piace? Oggi come oggi sembra impossibile .”

“È vero – dico io – molti guardano con invidia il mio lavoro di ricercatore, si chiedono come mai non sia immusonito contro il mondo, pensano che la serenità sia dovuta al posto fisso, non allo stato d’animo”.

La guardia riprende: “Giusto, e lo stato d’animo lo vengono a cercare quassù, senza trovarlo. No, sono tra quelli che non riuscirebbero a vivere laggiù, nella civiltà. Ma quelli come noi sono rimasti in pochi. Consegneremo questi casotti a giovani più preparati in grado di dare più risposte a molte domande. Pochi si chiedono cosa sono venuti a fare quassù, cosa sono venuti a cercare. Può essere un’occasione, per quelli che sono finiti qui perché diretti da un messaggio pubblicitario (quest’anno va di moda il Parco, il prossimo potrebbe essere la Corsica), per scoprire qualcosa. Non dovranno per forza tornare qui, qualunque prato di periferia, qualunque ruscello verrà visto con occhi nuovi. Il risvegliarsi della consapevolezza è certamente la scoperta dell’ acqua calda, ma ci vuole, per quanto sia banale. Rispettando questi posti, rispetteremo le altre persone. Anche questa è acqua calda, ma dovrà essere la norma. Ci saranno altri libri su questi scaffali, o forse gli stessi. Da quella finestra vedremo arrivare gente nuova che guarderà in giro come fanno tutti per trovare nell’ordine: l’acqua, un posto per fermarsi, la guardia per chiedere questo e quello tanto per attaccar bottone. Fanno tutti così. Vedremo arrivare gente che sale qui ogni anno, si ferma sui sassi vicino all’acqua (l’acqua attrae tutti) e resta lì fino a sera. I loro figli scalpitano quando sono fermi da un po’, magari combinano guai. Li lascio distruggere la fontana, poi esco allo scoperto, ed è un’ occasione per insegnare qualcosa. Nessuno come chi è stato colto in fallo è disposto ad ascoltarti. Poi accompagni figli e genitori a vedere camosci e marmotte lontano, dove si possono vedere perché sono indisturbati; così insegni loro come ci si comporta in questo tipo di mondo e vedono ed imparano cose che non avrebbero mai visto senza il mio aiuto. Poi si torna qui e si ricostruisce la fontana. Che qualche altro bimbo infernale distruggerà il giorno dopo, e così via. Mi vedono fare un giro raccogliendo mozziconi di sigarette e filtri, qualcuno si vergogna e di colpo capisce qualcosa cui prima non aveva mai pensato… qualcuno l’anno successivo metterà i mozziconi della sigaretta nella stagnola del cioccolato e se li porterà via; qualcuno quassù non fuma, convinto di contaminare qualcosa. E magari tra i tanti arriverai anche tu, con moglie e prole, guarderai in giro per vedere dove è finito quello strambo guardaparco che volevi far conoscere a tua moglie (almeno lei) laureata in lettere e filosofia. Non mi farò vedere, non prima che tuo figlio, e qualche altro dannato rampollo di turista, abbiano sparpagliato in giro le pietre della fontana, come da millenni fanno i bambini. Un caffè nel casotto e andremo a vedere, in una valletta nascosta, le femmine di camoscio con i piccoli che giocano rincorrendosi, come da millenni fanno i piccoli di camoscio.”

Clic per ingrandire

Restiamo in silenzio qualche minuto, la stufa crepita spegnendosi lentamente, una tisana sta colorando sempre più intensamente l’acqua in un bricco di pirex. “Certo che… – rispondo a quella lunga dissertazione – sentita così sembra una vita senza senso ! Anno dopo anno, la stessa valle, lo stesso sentiero, le stesse cose, ma è un rituale allucinante! È faticoso. È bello, non lo nego. Oggi ho passato momenti piacevoli. Ma se è sempre così… Nel mio antro stregonesco, come tu vedi i nostri laboratori, il piacere della ricerca, della scoperta, è entusiasmante come penso lo sia la tua vita qui, quando le cose ti vanno bene. Non parlo invece delle levatacce quando non sei in salute o delle giornate sotto la pioggia, nei periodi di caccia, lungo i confini.”

“Verissimo – risponde la guardia – ma quanti fanno ricerca? Poi, tu in qualche modo sei dei nostri. Hai indirizzato le tue curiosità verso la natura. Non lavori nella pubblicità, quella idiota; non costruisci software demenziali per inchiodare bambini davanti ad un computer con un joystick in mano, credo che se uscirai dal tuo campo, al massimo scriverai una guida ai casotti del Parco, visto che ormai li hai visitati quasi tutti.”

Mi versa la tisana con calma. Sorseggiamo la bevanda. La sveglia continua il suo ticchettio calmo, misurato. Viene caricata per la raffica con cui dovrà svegliarci il mattino dopo. “Bene, prenditi orsacchiotto e pigiamino e accomodati. Se vuoi leggere qualcosa non fare complimenti, prendi quello che vuoi. Io, i tuoi due ‘tomi’ naturalistici che ti sei trascinato su preferirei lasciarli chiusi. Confesso che mi affascinano però, lasciami dare una sbirciata… “

La sbirciata termina dopo la mezzanotte, tra confronti con i manuali del casotto in dotazione alle guardie e spiegazioni appassionanti. Raggiungo il letto a castello da paracadutisti tipico di quasi tutti i casotti. Al mattino sveglia traumatica. The in quantità nepalese, colazione mentre il cielo attende l’alba che arriverà tra poco; due femmine di stambecco, dalla salina, guardano il cane, che le guarda a sua volta indifferente. Tra un po’ lassù ci saranno almeno 40 animali che leccheranno il sale, alle sette saranno scomparsi. Alle nove arriveranno i primi turisti, diranno che qui non ci sono animali. Sto per andarmene. Qualcosa cerca di allontanare quel momento, qualcos’altro fatto di fretta di sviluppare le diapositive, comporre la relazione, fare mille altre cose, mi spinge a scendere, fretta, fretta … Mangiamo discutendo i programmi per il futuro, vale a dire le buone scuse per tornare su. Le cose da segnalare, la possibilità di mettere una piccola stazione per rilevare i dati meteorologici lì vicino, attenzione allo sviluppo di quei fiori, documentare questo e quello… schede da riempire e così via. Ci salutiamo, mi incammino nell’ aria ancora fredda, lo zaino mai stato così pesante. Comincio a scaldarmi. Due tornanti, ecco il sasso all’altezza giusta. Scarico lo zaino, sfilo il maglione… il cane, seduto lassù all’inizio del sentiero, mi guarda impassibile. Chi dei due è il vero guardaparco? Mentre quest’idea assurda mi passa per la testa, qualcosa fa volgere la testa del cane, si alza, scompare.

Un sentiero che scende, un torrente, una vallata. Sempre quelli, da millenni. Ma no, non può essere una noia mortale. Un giorno a l’altro capirò. E pensare che quel cane ha capito…

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

5 Responses to Qualche giorno con il guardaparco

  1. serpillo1 says:

    Scritto delizioso.
    Recarsi alla scoperta del Parco insieme ad un Guardaparco e’ un’esperienza che lascia un segno profondo. Ben ricordo i miei fine settimana alla ricerca del lupo e nei dintorni della Certosa di Montebenedetto nel Parco Naturale Orsiera Rocciavre’.
    Interessante anche questo articolo di Alessandro D’Avenia pubblicato su La Stampa del 10 c.m. http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10508

    • Beppeley says:

      Credo che tutte le Alpi dovrebbero essere “protette” affinché un domani le prossime generazioni potranno dire che…

      […] Infine, se vorresti che qui resti così perché anche altri ne possano trarre le stesse sensazioni, benvenuto tra quelli che capiscono […]

      … c’erano padri che capivano.

      • Martellot says:

        Concordo con te Beppe: tutte le Alpi dovrebbero essere protette…
        Avere una catena montuosa come le Alpi nel bel mezzo dell’Europa urbanizzata non è proprio una cosa da poco. Molte altre catene montuose importanti nel mondo sono spesso situate in luoghi poco popolati o remoti mentre le Alpi sono lì in mezzo alle grandi città e sembrano quasi una sorta di “parco cittadino” per i cittadini dei paesi europei che vi gravitano attorno. Molte persone non si rendono conto dell’importanza delle montagne che abbiamo a due passi da casa, importanza che si manifesta negli aspetti storici, culturali, naturali, paesaggistici, ecc. Un autentico laboratorio didattico a cielo aperto.

  2. Un racconto emozionante, grazie di averlo condiviso!

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