Ospitalità sui passi alpini

Qualche tempo fa entro a casa di Lia (la Signora che ogni tanto ci racconta frammenti della vita di montagna di una volta) ed esco con questo libretto – Ospitalità sui passi alpini – che una sua amica le ha prestato. Non faccio in tempo di finire di leggerlo che l’ho già ordinato su IBS. E’ un’edizione tascabile, molto economica (poco più di 4 euro) e comoda da portarsi dietro.

A casa di Lia succede spesso di parlare di libri e di racconti sulla sua vita nelle Valli di Lanzo. Fare poi un’escursione il giorno successivo è davvero particolare, come se camminare tra i monti fosse più vero. Come se si riuscisse a mettere fuoco un’immagine troppo sbiadita.

Questo libro parla di un aspetto importante delle Alpi: i transiti pedonali storici sui suoi passi e il conseguente bisogno di ospitalità. Quella stessa ospitalità che immancabilmente trovo nella dimora di una montanara davvero straordinaria, come lo sono anche i suoi due “cagnacci”  (così ama chiamarli affettuosamente) e  i rintocchi di un piccolo campanile di una minuscola chiesetta immersa in una Valle bellissima e severa.

Questo è uno di quei libri che avrei voluto leggere subito, da quando ho compiuto le prime escursioni sulle Alpi, insieme alla Leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz e al fondamentale “Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi” di Annibale Salsa che non perde mai l’occasione di rimarcare l’importanza dei valichi alpini, come luoghi cruciali per comprendere il ruolo delle Alpi nella storia dell’Europa.

Non posso negare, dopo aver letto questo libro, scritto da Silvia Tenderini (edito nel 2000 dal Centro Documentazione Alpina) che Salsa aveva ragione a sottolineare questo aspetto fondamentale delle nostre Alpi, che dovrebbero essere considerate come la cerniera culturale per l’Europa e non certamente come barriera tra i popoli.

Riporto la bellissima prefazione di Eugenio Turri.

***

L’uomo del Similaun, affiorato dai ghiacciai alpini in quest’epoca di addolcimenti climatici dopo più di 5000 anni, era un piccolo uomo. Intorno ai suoi resti, a Bolzano, è stato costruito un grande museo, un allestimento eccezionale per un piccolo uomo come lui, anonimo, comunissimo protagonista della vicenda umana, perdutosi in montagna in un giorno di tempesta. Eppure il museo e l’allestimento sono ampiamente meritati dal piccolo uomo perché grazie a lui, sacralizzato, monumentalizzato relitto della storia umana, oggi noi riusciamo a sapere come si muovevano sulle montagne alpine i nostri remoti ascendenti.

Da sempre l’ambiente delle alte montagne come quelle alpine è stato considerato difficile, repulsivo, ostile per l’uomo. Ma se consideriamo attentamente ciò che i resti del piccolo uomo del Similaun ci dicono, questa visione della montagna va un po’ rivista. Solitamente infatti si pensa che la montagna era rifuggita dagli uomini del passato come per giustificare che solo noi, moderni, siamo riusciti a violare i sacri misteri delle cime, le aspre solitudini delle alte quote. In realtà la sola differenza è che noi ci andiamo con spirito libero, spinti da impulsi romantici, mentre gli uomini del passato ci andavano per ragioni precise, o per motivi di caccia o per avvicinare, con senso profondo del sacro, le divinità o le forze emanate dal mistero della natura. Saranno stati maghi, stregoni, saranno stati cacciatori di stambecchi o camosci o di orsi vellosi, non lo sappiamo; sappiamo però che andavano in alta montagna, tra i ghiacciai, in modo quasi normale, anche se attrezzati inadeguatamente. Questo ci rivelano i resti dell’uomo del Similaun. Da queste considerazioni discende una sorta di semplice e scontato sillogismo, e cioè che la temerarietà dell’uomo è stata una costante della sua storia, sin dalle epoche più remote, e che essa si è espressa non solo in tante diversissime imprese sulla terra e sui mari, di cui quelle compiute in montagna rappresentano soltanto un piccolo benché significativo capitolo. La letteratura di montagna ne racconta la dimensione epica, romantica, ma non racconta le imprese ritenute troppo normali. Racconta la conquista delle cime, le imprese ideali, ma non le gesta dei montanari o dei viandanti che hanno sfidato un valico per lavoro, per necessità. Tra queste rientra anche quella ascensione verso le alte cime dove si è perduto il piccolo uomo del Similaun di cui ci rimangono, come testimonianza, i suoi miseri resti. Di molte altre imprese ci restano invece testimonianze scritte, documenti sicuri, ancorché soggettivi: la storia di tanti uomini che sono andati in montagna non per conquistare le altezze, ma per andare oltre.

Di fatto nella storia del rapporto tra uomini e montagna occorre introdurre una discriminazione come questa, molto importante. E cioè che un conto è andare su una cima e un conto è raggiungere un valico. La cima non porta in nessuna parte, se non in alto, mentre il valico è solo un passaggio per andare di là, cambiare valle, cambiare mondo, cambiare montagne e genti molto spesso. Ma poiché i valichi sono talvolta molto elevati, stanno poco sotto le cime più alte, del loro attraversamento si può parlare come di impresa memorabile. E tanto più memorabile sarà quanto più l’impresa avrà consentito di svelare segreti geografici, scoprire nuove montagne, altre genti, ampliando la conoscenza del mondo. Fatti importanti e vitali per chi stava chiuso nei recinti vallivi come per chi ambiva violare i misteri dello spazio terrestre, per conoscerlo, dominarlo, imporvi il marchio della propria civiltà, intrecciare scambi ecc.

Tutto questo giustifica che si possa narrare una storia degli uomini che hanno valicato le Alpi, crocevia dell’Europa, cioè del più turbolento e storicamente animato continente della Terra, così come ha fatto Silvia Tenderini. Dando sistematicità alla ricerca delle più note e meno note testimonianze sui protagonisti delle imprese che hanno portato a valicare la catena, a trasmigrare oltre gli spartiacque, per le ragioni più diverse: militari, commerciali, religiose, esplorative ecc. Ne è uscito questo libro che, pur avendo un’impostazione sistematica, basata sulle motivazioni storico-culturali più accreditate dalla storiografia, si legge con interesse e piacere, e ciò grazie al fatto che l’autrice fa parlare i protagonisti, citando documenti, scritti e testimonianze le più diverse. L’ordine è cronologico: si comincia con le testimonianze degli storici romani, che raccontano delle imprese militari, imperialistiche, per passare poi all’Alto Medioevo, quando le Alpi venivano valicate da popoli invasori, da uomini che cercavano Roma, sia come caput mundi benché decaduta come capitale imperiale, sia come faro di cultura e come riferimento religioso. Storie, quindi, di pellegrini, di uomini di fede, e così via. Una storia che continua sino al Basso Medioevo, con personaggi via via diversi, ma che ogni volta che si trovano al cospetto delle alte montagne provano un senso di smarrimento: la geografia alpina come “buco nero” del mondo, come luogo di perdizione.

Parallela a questa storia vi è però nel libro un’altra storia, quella degli ospizi che sono stati costruiti presso i valichi per accogliere coloro che si muovevano lungo le grandi direttrici alpine, e che sostanzialmente avevano la stessa funzione dei caravanserragli del deserto. Analogia che ha le sue motivazioni nell’identità fra montagne e deserti, entrambi spazi del nulla naturale, della malignità che alligna tra le terre popolate e benedette da Dio. Da tale malignità l’uomo doveva difendersi, e gli ospizi stavano lì per questo, per portare gli uomini dalla parte di Dio, della civiltà, dell’humanitas. Tanto più apprezzata e desiderata quanto più fortemente si avverte il nulla, la perdizione che montagne e deserti rappresentano.

Il racconto di Silvia Tenderini acquista una sua particolare valenza grazie all’inquadramento storico culturale che l’attraversamento dei valichi riceve e alle numerose citazioni di chi quelle imprese ha narrato. Storie che commuovono ma che sembrano sminuite e rese quasi incredibili per la loro non rivivibilità in un’epoca come la nostra in cui si passa da una parte all’altra delle Alpi con una facilità incredibile. È un’umiliazione per quelli che hanno sofferto, faticato e talora sono morti. È questa la giustizia della storia? No, la storia non è giusta, ma è vero che se oggi si passa facilmente da una parte all’altra ciò si deve al fatto che ci sono stati uomini che in passato hanno tribolato e duramente sofferto sui sentieri delle Alpi. A cominciare dal piccolo, stremato uomo del Similaun, solitario eroe (della solitudine storica), primo di una schiera che si ingrosserà via via con i secoli. E che merita di essere ricordato con un museo a lui dedicato, visitato ogni giorno da schiere di persone. E bene ha fatto Silvia Tenderini a ricordarci le storie di chi lo ha emulato, storie che oggi si tende a dimenticare sull’onda veloce dei valichi autostradali.

Eugenio Turri

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

3 Responses to Ospitalità sui passi alpini

  1. serpillo1 says:

    Che bella la parola ” ospitalita’ ” soprattutto dopo aver percorso diversi chilometri a piedi….
    e’ un po’ come sentirsi accettati (tu, il tuo zaino, gli scarponi magari inzaccherati di fango, la tua voglia di riposare…)

    • Beppeley says:

      …accolti con tutte quelle cose più le varie paure che ti si sono incollate sulla pelle attraversando ambienti “ostili” caratterizzati da fraddo, vento, solitudine, sete…

      Oggi viviamo con mille comodità e non pensiamo più di aver bisogno di ospitalità, di “braccia aperte” che sappiano accoglierci umanamente con le nostre fragilità.

      Eppure nella nostra epoca, sebbene non ci siano più quelle ragioni, di cui ci parla la Tenderini, per attraversare i passi alpini, si può comunque affrontare un “viaggio” attraverso le montagne, valicando i suoi passi, facendo quell’attività che in inglese si chiama “trekking” ovvero l’escursionismo di più giorni (purtroppo molte persone, anche a livello commerciale, chiamano “trekking” anche l’uscita giornaliera in montagna, generando così un po’ di confusione…).

      La famosa GTA ha proprio questo meraviglioso obiettivo.

  2. ventefioca says:

    A differenze delle montagne, quasi sempre i passi hanno avuto un nome fin dall’antichità. Perché erano il mezzo per…….ehm, batteria KO, interrompo qui e buonanotte!

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