Un cacciatore tra i camosci

Forse l’avrete capito. E’ da qualche tempo che tra i “camosci” gironzola un cacciatore. Si chiama Marco Sartori e lo potete incontrare da queste parti leggendo qualche suo commento. Gli ultimi li ha scritti in merito al post “Sara e gli amici del bosco“.

Marco avrebbe piacere di postare su questo blog qualche suo racconto di montagna, non in veste di cacciatore ma di escursionista-alpinista e infatti ha scritto un bellissimo resoconto sulla sua recente ascensione alla Torre d’Ovarda (3069 m – Val di Viù), per una via insolita, con tanto di foto che la documenta (il tutto l’ho ricevuto via mail). Ma tra quelle foto di rocce e pareti, ci sono anche immagini di animali che solo un occhio esperto ed allenato saprebbe individuare come, ad esempio, la pernice maschio mimetizzata tra le rocce e circolettata di rosso per identificarla.

Preso da fulmineo entusiasmo (mi capita spesso, purtroppo…) penso subito di postare il tutto: racconto e foto. Ma poi qualche riflessione ricopre quell’emozione: e se quelle foto di animali fossero state in verità scattate durante una battuta di caccia, anziché durante una scalata?

Ormai sapete qual è la mia opinione in merito alla caccia. Sapete dei post scritti. Se così non fosse, potete fare una ricerca (il form per le ricerche si trova in alto a destra) e “tastare” voi stessi le mie idee (magari anche leggendo i miei commenti).

Ho conosciuto di persona sia cacciatori che bracconieri. I cacciatori “Doc” sono persone che hanno un rapporto con l’ambiente naturale molto “forte” tanto da conoscerne molteplici aspetti e segreti, soprattutto dal punto di vista naturalistico. L’incontro più “spettacolare” (definiamolo così) che abbia mai avuto è stato durante un’escursione in solitaria nel Vallone di Sea, a novembre di qualche anno fa. Rimasi a dir poco esterrefatto ascoltando qualche racconto di quel signore, appena rientrato dal Canada per una battuta di caccia, che conosceva ogni angolo di Sea. Stava inseguendo da mesi una femmina di camoscio. Sì, avete letto bene: da mesi. Da quell’incontro capii molte cose, soprattutto di quel rapporto che si instaura tra il cacciatore e l’ambiente prescelto per cercare le prede. Soprattutto di quel “legame” tra predatore e preda. Notti trascorse in malghe a 2000 metri, nei bivacchi (con i cani, ahinoi…), ore passate ad osservare il proprio “obiettivo”, mesi di inseguimenti, appostamenti…il tutto finalizzato a scegliere il momento perfetto per colpire.

Ma tutto questo lo si può definire amore per gli animali? Così come ha commentato Marco?

” […] non condivido molte delle cose che ho letto su questa pagina. Perché? Perché amo la montagna come la mia casa (chiedete a mia moglie). Perché amo gli animali e li conosco esattamente come il cane e il gatto di casa (forse di più). Perché sono uno che studia e legge e vive nel bosco e con la gente del bosco molto fin da quando ero bambino. Perché sono uno che scrive, racconta e divulga le storie del bosco da quando ho la maturità per farlo. E perché sono anche un cacciatore […]”

Chissà Sara e i gli amici del bosco cosa ne pensano…

Di sicuro Marco è un cacciatore “Doc” che se ti parla di montagna ti sa certamente incantare (e probabilmente anche inorridire: ma forse lui non se ne accorge…). Se poi lo immaginiamo a raccontare del suo mondo ad un cittadino qualsiasi, rimbecillito da tutte le carnevalate sintetiche ed artificiali della vita di oggi, che della montagna sa solo che ci si va a sciare e basta, allora è immediato pensare che la caccia è un qualcosa di difficile da comprendere.

Personalmente in montagna ci vado “imbracciando” una fotocamera: quella è la mia “caccia” preferita. E sebbene lotti per rimbecillirmi il meno possibile, prendendo ogni tanto le distanze dalla vita sintetica, l’uccidere un animale per sport continuo a non comprenderlo comunque, soprattutto se poi si tira in ballo una parola così importante come “amore”.

Se volete sapere come la penso fino in fondo, allora mi faccio aiutare dalle parole di quel personaggio straordinario – il guardaparco di questo post – che ha affermato (il grassetto è mio):

“[…] Si insegna a vedere tutto con l’occhio del tecnico, sempre meno si invitano i figli a frequentare i licei classici, tutto ciò che è umanesimo è dato per tempo perso. Un camoscio è un Rupicapra, non più uno spettacolo di bellezza su cui riflettere“.

Ecco: per me un camoscio (od un altro animale) è proprio uno spettacolo di bellezza su cui riflettere e non da ammazzare per sport. Uno spettacolo da lasciare vivo affinché anche altri dopo di me, dopo il mio passaggio, o quello di Marco, possano fermarsi ed apprezzare così tanta meraviglia. Tutto qui, anche perché oggi per cibarci non abbiamo bisogno di fare battute di caccia in quegli ambienti che invece devono essere lasciati intatti il più possibile affinché possano narrare qualcosa di importante a chi nasce, vive e muore in mezzo al cemento.

Per concludere, vorrei dire una cosa a cui tengo molto: mi piace pensare che tutti qui possono avere l’opportunità di dire la propria opinione se viene espressa con educazione e senza prevaricazione, sebbene questa magari possa differire notevolmente dallo spirito di questo blog (che non è quello di diffondere la cultura della caccia bensì quella della vita delle montagne).

I camosci bianchi sono ben disposti ad offrire la loro ospitalità a chi desidera esprimere il proprio pensiero: nel caso di cacciatori ed affini però cercheremmo soltanto di non esserlo un po’ troppo, per ovvie ragioni di conflitti di interessi…

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Link interessanti:

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

25 Responses to Un cacciatore tra i camosci

  1. Anonimo says:

    Sono contrario alla caccia però ammetto che non so avvalorare la mia opinione perciò resto sintonizzato a leggere i vostri commenti.

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  2. Anonimo says:

    Abito sui Colli Euganei, oggi è parco, con chiaramente divieto di caccia.
    Ricordo una scena del quale sono stato protagonista.
    A casa di mio papà molti anni fa, (non c’era ancora il Parco) ero poco più di ragazzotto, nel giardino (piuttosto grande) è entrato un fagiano, uno di quelli che vengono “lanciati” per i cacciatori.
    E chiaramente cosa posso aver fatto? Ho cercato di prenderlo. Come? Con arco e frecce!
    L’arco era piuttosto vecchio, ma ancora in ottimo stato e le frecce erano da “bersaglio”, con punte di ferro.
    Dopo aver scoccato almeno una decina di frecce, il fagiano intanto “raspava” tranquillamente in giardino (in fondo era un fagiano liberato la sera prima, sempre vissuto in gabbia e molto abituato alla presenza dell’uomo) finalmete ho colpito il fagiano!!
    L’entusiasmo per aver colpito il poll…, ehm fagiano, si è immediatamente trasformato in una senzazione che potrete capire.
    Il fagiano, con la freccia conficcata nella schiena, ha cercato di prendere il volo, è andato a sbattere contro una siepe. Prontamente l’ho recuperato…, era atterrito, non sapeva cosa gli era successo, forse cercava addirittura aiuto in me!
    Immediatamente l’ho decapitato con una accetta per spaccare la legna. Che pena, che peso aveva quell’accetta!
    Chiaramente, poi ho dovuto spennarlo, eviscerarlo, poi anche cuocerlo (sono cuoco), ma un cibo così sgradevole, ricordando tutta la scena, non l’ho mai mangiato. Vuoi mettere un piatto di polenta con un pezzo di toma, quella giusta?
    Vedendo quel video sul post di Sara mi avete fatto tornare in mente questo malcapitato fagiano, che aveva in comune con il camoscio l’incredulità di essere stati colpiti da qualcosa che non capiscono….

    Se mi posso permettere…… lasciamo perdere la caccia!

    Rok 64

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  3. popof1955 says:

    Non mi va l’idea di vedere ammazzare un animale selvatico, specie quando non lo si fa per fame. Quando mi capita di incrociare un cacciatore gli auguro buona caccia, almeno spero di rovinargli la giornata.

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  4. Beppeley says:

    Aldo ha scritto per l’editoriale dei lettori de La Stampa (citazione):

    “Sparare a degli esseri viventi (e senzienti) non può essere né un hobby né un divertimento. Tantomeno «uno strumento di equilibrio faunistico e ambientale”.

    Qui il suo pensiero che condividi in pieno:

    http://www.lastampa.it/2012/09/22/cultura/opinioni/l-editoriale-dei-lettori/caccia-sport-o-crudelta-12355Bfr7UrCu51DWKE6dP/index.html

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  5. Marco Sartori says:

    Caro Beppe,
    innanzitutto ci tengo a dirti che apprezzo molto il tono con cui hai introdotto questa discussione. Ammetto che sulle prime non sono stato entusiasta dall’idea di un discorso sulla caccia, perché ho approcciato questo blog in quanto tratta di montagna, di alpinismo e di cultura e non ho mai avuto voglia di affrontare discussioni pesanti e le inevitabili polemiche che ogni volta saltano fuori. Ma poi mi sono ricreduto: in fondo è giusto valutare attentamente tutte le attività dell’uomo che hanno impatto ambientale sulla montagna e il prelievo venatorio non può certo fare eccezione. Come ho già detto e tengo a sottolineare il racconto della salita sulla Torre d’Ovarda (che spero vorrai pubblicare) è stato solo un’escursione estiva che nulla aveva a che vedere con la stagione venatoria. Per me quello è l’unico modo di avvicinarmi e di percorrere la montagna, in ogni periodo dell’anno e, senza arroganza, credo dovrebbe essere cos’ per tutti (o quasi).

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    • Beppeley says:

      Grazie.

      Adesso, avendo tu tirato in ballo la parola “amore”, vado su IBS e mi compro questo libro:

      “Non nominare amore invano. Contro l’ipocrisia delle parole”.

      L’autrice, Galli Giuliana, è intervenuta a Torino Spiritualità.

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      • Marco Sartori says:

        E ci vado anche io. Amore è un concetto ampio e troppo spesso siamo portati (io stesso) a usarlo con troppa facilità. Da bambino chiedevo a mia madre se voleva più bene a me o a papà e lei, nella sua semplicità, mi rispondeva “E’ diverso”. L’amore ha mille sfaccettature: una cosa che per me è amabile per te può essere repellente, persino l’attrazione per una donna o un uomo. E poi qualche volta ho l’impressione che l’uso abnorme che ne facciamo sia un po’ frutto delle telenovelas degli anni ottanta che ci hanno portato a vedere tutto un po’ rosa e patinato. Gli antichi erano ben più profondi di noi e in contrapposizione all’anglofonia (che conosce solo love) usavano eros, sofhia, caritas e altro ancora. E anche in molti dialetti la parola amore non esiste: in piemontese suona male dire “ti amo”.

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    • martellot says:

      Ciao Marco, pur essendo nuovo nel blog, mi permetto di dire che secondo me hai fatto più che bene a introdurre il discorso sulla caccia. Si tratta a mio parere di un argomento sempre interessante che riguarda tanti aspetti, dalla gestione della fauna alla cultura e alle tradizioni di una popolazione, agli eventuali impatti che questa potrebbe portare, Come abbiamo già detto in altri messaggi, la natura è molto presente nella nostra storia e anche nel nostro presente anche se non ce ne rendiamo conto, (quando poi c’è un’alluvione ci rendiamo conto che ancora dipendiamo da lei!). A questo proposito mi rendo conto di come numerose cime e località anche delle montagne piemontesi prendano il nome da elementi naturali sia animali che vegetali: Levanna deriva da alvana derivata a sua volta FORSE (ma non ci sono sicurezze) da arbenna che poi sarebbe la pernice bianca. Esempi come questo ce ne sono a decine. Questo testimonia lo stretto legame tra l’uomo e la natura dal momento che quest’ultima influenzava pesantemente la vita quotidiana, nel bene (penso a ciò che poteva offrire in termini di cibo) e nel male (penso ad esempio al clima ostile, ecc.). Difficile quindi pensare che la caccia non rimanga nella cultura di montagna che, comunque in parte “globalizzata”, mantiene ancora elementi originali… Credo pertanto che in un blog come questo un discorso del genere, sulla caccia, sia molto interessante e molto utile!

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  6. Marco Sartori says:

    Cosa dire riguardo a questa discussione? Nulla, perché ogni punto di vista è assolutamente rispettabile ed ogni cosa scritta mi pare davvero condivisibile.
    Qualche piccola puntualizzazione e un’osservazione che forse potranno fare un po’ di chiarezza sul senso che può avere ancora oggi un’attività come la caccia in montagna.
    Il sentimento che provo nei confronti degli animali selvatici (quando mi definisco un amante) è certamente il punto cruciale e il più difficile da trattare. Ma in fondo lo scopo della discussione non è certo quello di raggiungere la piena condivisione e la mia personale ambizione non è quella di fare di tutte le persone dei cacciatori. Per nostra fortuna finché il mondo và così non siamo obbligati ad esser tutti cacciatori, macellai o esperti di anatomia. E’ ovvio che il sangue provoca un certo senso ed è ovvio che non tutti siano portati a procacciarsi cibo da soli; e non pretendo affatto di essere “compreso”, non pretendendo empatia da parte di nessuno.

    Più abbordabile mi sembra un discorso atto a stabilire se commetto un danno ambientale. Se nel mio gesto c’è del male assoluto o qualcosa che può essere “eco compatibile”.
    Beppe, tu intendi il camoscio come una bellezza viva che deve restare lì per i successivi passanti. Io per molti versi la penso come te e non voglio assolutamente ridurre il confronto a tecnicismi antiumanesimo (Oddio). Il camoscio è una ricchezza ed è anche un rupicapra e chi conosce ciò apprezza maggiormente la sua bellezza perché sa di cosa stiamo parlando.
    Mi dici che non dovremmo toccare un ambiente che deve restare più intatto possibile. Ma proprio qui devo puntualizzare (non correggerti).
    L’ambiente che vediamo intorno a noi, anche nelle Valli di Lanzo, è tutt’altro che intatto. L’attività antropica ha influito molto su canaloni e boschi, tagliando alberi, mutando gli ecosistemi, accoppando animali indiscriminatamente e poi anche reintroducendoli. Almeno non è un ambiente intatto da un punto di vista faunistico. Gli animali che incontriamo durante le escursioni sono tutti frutto di reinserimenti e lunghi anni di gestione di cui la caccia è un elemento fondamentale. I cervi che nelle Valli di Lanzo stanno diventando sempre più numerosi sono frutto di un lancio di 42 esemplari fatto dai cacciatori nel 2006 (e un cervo non costa 100 euro!!). Lo stesso vale per camosci, caprioli e tutti gli altri ungulati che possiamo incontrare. Si parla di decenni di lavoro verso quella che si chiama “caccia di selezione” che è appunto quella che stava facendo quell’uomo nel vallone di Sea.
    Io sono d’accordo sul fatto che questi animali sono diventati fin da subito un patrimonio indisponibile di tutti e che nessuno può avanzare diritti di proprietà e ciò vale anche e soprattutto per chi li vorrebbe prelevare. Un animale ha la sua dignità a prescindere dallo scopo per cui viene reintrodotto! Ma nel quadro appena descritto il prelievo di un certo numero di capi, controllato dalle apposite strutture, da equipe di tecnici faunistici, ed eseguito da personale specializzato (i cacciatori doc) può essere considerato un danno ambientale? Un male assoluto? Oppure, se eseguito secondo le giuste dinamiche, senza improvvisazione, con una tradizione alle spalle e solide competenze, non può essere concepito come un’attività ecosostenibile? Soprattutto se in cambio del prelievo (piccolo e proporzionale) ci sono centinaia di persone che gratuitamente si mettono a disposizione per la gestione positiva (censimenti, controllo delle patologie, ecc) di questi animali?
    Quando si parla di limitare la caccia mi piacerebbe che i limiti già esistenti in questo tipo di attività fossero noti.

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    • martellot says:

      Da un punto di vista meramente tecnico sicuramente la caccia da noi, come praticamente in tutti i paesi europei, è eco-compatibile. Fino a quando i cacciatori prelevano individui di specie come cinghiali o caprioli (ma anche camosci) problemi da un punto di vista puramente tecnico non ce ne sono, mi trovo però a storcere un pochino di più il naso quando i prelievi sono indirizzati verso la cosiddetta “tipica alpina” ovvero lepre bianca, coturnice, pernice bianca e fagiano di monte. È anche vero che prima di decidere quanti individui possono essere abbattuti vengono effettuati dei censimenti mirati tuttavia visto che almeno alcune di queste specie mostrano un trend negativo (sembra che il numero degli individui sia in calo) forse potremmo ALMENO per alcuni anni risparmiarle dall’attività venatoria nella speranza di un loro recupero. Anche qui però è bene sottolineare che molti danni li fanno soprattutto le piste da sci, la costruzione di impianti di risalita e le strade (vedi tra gli altri l’articolo di Tozzi su Piemonte Parchi, già citato in un altro post).
      Come hai giustamente sottolineato, mi rendo conto anche io che la fauna ma anche buona parte dei boschi delle nostre valli piemontesi vedono condizioni che ormai presentano alterazioni più o meno profonde e causate dall’attività umana. E questo è avvenuto nel corso dei secoli. Penso ai pesci dove a furia di immissioni di specie esotiche, ormai nei torrenti delle nostre montagne c’è una mescolanza di individui di trote provenienti da un po’ tutto il globo.
      Il mio discorso, scritto come commento nell’altro post, non era infatti in merito all’eco-sostenibilità della caccia quanto piuttosto all’auto-definizione di alcuni cacciatori che si ritengono indispensabili per la natura. Alcuni, non tutti (ci mancherebbe). E, non lo nascondo, a volte mi colpisce un po’ che queste persone parlino in maniera così chiara di un argomento così complesso quale quello delle dinamiche ecologiche di un ambiente. Come se bastasse una fucilata o una serie di fucilate su un periodo lungo per risolvere le cose.
      Comunque sia ho conosciuto e conosco diversi cacciatori e, come in tutte le “categorie” del mondo, non posso fare “di tutta l’erba un fascio” tuttavia ho spesso notato questa presunzione un po’ elitaria, a mio parere di “salvatori” della natura. Magari poi questi cacciatori confondono (e io l’ho appurato) una pernice bianca in abito estivo con una coturnice (!!!!) e la cosa mi ha anche fatto preoccupare perché potrebbero anche scambiare una volpe per un lupo, sigh! Allo stesso tempo ho conosciuto cacciatori che hanno veramente una grande conoscenza (almeno a livello potrei dire…descrittivo) dell’ambiente, persone che conoscono bene gli animali e le loro abitudini.
      Comunque sia, al di là di queste considerazioni che, lo ripeto, non sono riferite a tutta la categoria, indubbiamente i cacciatori hanno l’opportunità di monitorare il territorio e possono fornire indizi e giudizi sullo stato di un determinato luogo. Nel mio commento sul post “Sara e gli amici del bosco” finivo il messaggio indicando come i cacciatori e i detrattori della attività venatoria potrebbero trovare un collante in una sorta di alleanza per combattere i problemi che più gravemente minacciano l’ambiente (e anche il paesaggio!) piemontese. Da questo punto di vista, sono sincero, ho sempre trovato cacciatori molto critici ad es. con le motociclette in montagna e non necessariamente perchè spaventano gli animali… La cosa non può che farmi piacere anche perché trovandosi per ovvie ragioni sul territorio, sono delle potenziali ottime sentinelle sullo stato di modificazioni di un luogo nel tempo.

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      • Marco Sartori says:

        Esempio di buon dialogo: come due persone che partono da punti di vista diversi possano convergere su determinate conclusioni. Grazie, Condivido anche quanto hai scritto sopra.

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  7. Marco Sartori says:

    L’esempio del sig. Anonimo dei Colli Euganei calza perfettamente con quanto ho cercato di spiegare fino ad ora. Quella non era caccia. Non è un esempio. Chiunque, senza avere fucili e senza pagare tasse, può decidere in qualsiasi momento di commettere un gesto crudele e crudo. Poi ne tragga le conclusioni che preferisce. A me l’idea del fagiano decapitato mette i brividi. Anche un pollo decapitato mi mette i brividi. La caccia è atto inevitabilmente sanguinoso, e fin qui non ci piove. Lo è qualsiasi morte. Bisogna far di tutto per non renderlo anche un gesto crudele. E a questo si può ovviare soltanto con la ritualità. La caccia è un’attività antica e gli uomini che la portano avanti devono sforzarsi di attingere alla cultura da cui provengono. Deve essere fatta con rispetto e sensibilità perché essa acquisti un senso. Sparare solo per sparare oppure scagliare frecce solo per sentirsi Robin Hood, non serve a nulla e come dimostra l’esempio del sig. Anonimo dei Colli Euganei, può risultare solo deleterio (per tutti).
    Il discorso del divertimento è qualcosa che nella società moderna è davvero difficile da far comprendere e alla fine si finisce per porre la discussione su un piano molto più filosofico di quanto credessi. Esiste senza dubbio una componente ludica nella caccia: nessuno ci va perché obbligato e pochi, spero e Dio ce ne liberi, per denaro. Con questo non intendo però il divertimento scellerato di un giovane che và a sballarsi in discoteca o l’emozione provata di fronte a una partita di calcio la sera tra gli amici. Non si parla di esultanza, di realizzazione e goduria. E’ qualcosa di diverso e veramente difficile da descrivere a parole, forse semplicemente la soddisfazione di aver portato a termine un’azione difficile, rara, emozionante, che in qualche modo ti fonde con ciò che ti circonda, come se solo alla fine fossi riuscito a coglierne l’essenza. La fine di un rito che ti dona identità, che ti lega alla terra e alle tue origini. Forse perché sai che alla fine prede e predatori saranno nello stesso posto. Non so… è difficile ed è per questo che non spero di essere compreso. Lo dico spesso: non voglio che altri si mettano nella mia pelle. Io so di saper uccidere un animale, è uan quesione naturale che fa sì che al mondo esistano individui che sanno cacciare e altri che non sanno farlo. Lo faccio io, gli altri cacciatori, i pescatori e molte migliaia di macellai che ogni giorno tolgono la vita a esseri viventi senzienti. Non voglio che gli altri entrino nella mia testa.
    Spero solo che tutti capiscano che ciò che faccio è qualcosa di profondamente umano e che non provoca danno all’ambiente (come invece fanno altre attività su cui non si dice una parola).

    Ora taglio perché mi sono dilungato troppo. Dico solo che le assicurazioni sono obbligatorie per chiunque vada in giro con un’arma da caccia. Di incidenti purtroppo ce ne sono molti perché i cacciatori purtroppo sono uomini e molto spesso sbagliano: ci sono quelli bravi, ma esistono anche gli stupidi, i cattivi, gli sfortunati e i distratti. Quasi sempre si prendono tra di loro e contribuiscono all’estinzione della razza!!! Ma le faccine e gli smile in questo blog non esistono???!!!

    Ciao a tutti,
    Marco

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  8. Marco Sartori says:

    PS… la caccia non può essere uno strumento faunistico e ambientale. Non è nata con questo principio. Come ho detto può essere giustificata solo come piccolo prelievo. A livello teorico.
    Le amministrazioni ne hanno fatto uno strumento di controllo quando hanno deciso che certe specie andavano limitate (cinghiale e capriolo es.). Bisognerebbe dirlo alle Regioni che non funziona così… ma quando si parla di soldi ho paura che gli idealismi e i tecnicismi vadano a farsi benedire!!! Stop…. buonanotte.

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  9. serpillo1 says:

    Non mi sento di paragonare la caccia ad uno sport ne’ tantomeno pensare che interferisca positivamente nella regolazione ambiente-fauna.

    Per fortuna (almeno dalle nostre parti) non si è piu’ costretti, per non morire di fame, a sparare.

    E camminando nei boschi, se incontro/sento dei cacciatori, uso il mio fischietto per segnalare la mia posizione e cambio direzione per evitare di rimanere impallinata 😉

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  10. paologiac says:

    Alcune parole di Marco Sartori mi ricordano in parte i racconti sulla caccia di Rigoni-Stern. Anche in quel caso sono sempre combattuto tra il fascino delle parole di un uomo che conosce (e sicuramente ama) profondamente la natura, ed il disgusto per chi si diverte ad uccidere.
    Quanto scritto da Beppe a riguardo mi piace perchè anch’io conosco uno di quelli che lui chiama cacciatore “DOC”, e confesso, mi ha sempre sorpreso come riesca a conciliare un indiscusso amore/conoscenza per/della natura e degli animali con l’atto di ucciderli. E sia chiaro che qui parliamo di uccisioni per diletto; per il resto tutti noi, tranne chi è vegetariano, uccidiamo animali per tramite del macellaio.

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  11. Marco Sartori says:

    Grazie Paolo, questo è anche troppo! L’accostamento del mio nome a quello di Rigoni è una soddisfazione veramente grande che mi lusinga e mi commuove un po’. L’ho conosciuto una volta e devo dire che ne conservo un ricordo meraviglioso. Credo che nel tuo ultimo appunto sia concentrato un po’ il succo di quanto volevo esprimere.
    Serpillo, spero di essere stato chiaro: non ho mai voluto dire che la caccia interferisce positivamente nel rapporto animali-natura. Ho solo cercato di dimostrare che, se praticata correttamente, non è di danno a nessuna popolazione animale e semmai, può contribuire positivamente alla gestione faunistica attraverso la gran mole di dati che vengono reperiti da censimenti, studi e attività trasversali.

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  12. Marco Sartori says:

    Lo so anche io che per non morire di fame non siamo obbligati a sparare (guardando ai miei risultati potrebbe sembrare al massimo il contrario), ma questa argomentazione per me non è mai stata un gran deterrente. Il fatto che al supermercato tu possa trovare fragole e funghi non significa che ti debba essere proibito di prelevare qualcosa (in debita misura) direttamente dalla Natura. Io non sono un pericolo per la sopravvivenza degli animali ma neppure per le persone che mi circondano. Di solito mi accorgo di una persona nel bosco molto prima che lei veda me. Poi esistono le battute al cinghiale (quelle spontanee e quelel organizzate dagli enti), esistono gli sprovveduti e i gradassi ed io sono il primo a raccomandare di fare attenzione.
    Ma se si vuole intavolare una discussione sugli esempi negativi di caccia, sulle modifiche che andrebbero apportate alla legge, sul bracconaggio io sono apertissimo a parlarne. E state tranquilli che sarò il primo a puntare il dito.

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    • paologiac says:

      Marco, non è una questione di “prelievo” di qualcosa dalla natura, ma di etica.Non è giusto uccidere, meno che mai per divertimento. Se poi vogliamo mascherare la parola divertimento dietro emozione, rito, legame con la terra ecc. è solo un nascondersi dietro un dito.
      Per favore, mi pare che tu sia una persona molto intelligente, non paragoniamo la raccolta dei mirtilli all’uccisione di un camoscio!

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      • Marco Sartori says:

        Scusa Paolo, nei post precedenti temo di aver frainteso completamente il tuo punto di vista. O forse lo fraintendo adesso.
        Etica, dici? Al primo anno di filosofia insegnano le domande fondamentali dell’etica: “Cos’è il Bene? Cosa devo fare per perseguirlo?”. E io prendo molto sul serio l’argomento.
        Se causare la morte di un animale è sempre un male, e se tutte le argomentazioni che ho elencato per spiegare la componente ludica (non il divertimento) dell’attività venatoria possono essere riassunte come “nascondersi dietro un dito”, allora c’è una sola conclusione: la caccia è una male. Sempre. Non uccidere, un po’ come dice il comandamento. E tanti miei giri di parole su queste pagine sono solo giustificazioni che non stanno in piedi. Messa così anche i cacciatori doc, quelli più simpatici, sono persone non etiche. Non lo è nessuno che sia in grado di uccidere: non lo sono neppure i pescatori e possiamo escludere solo i macellai, purché lavorino con un certo “magone”, magari costretti perché non trovano altri impieghi. Mi era sembrato di intuire in te una posizione un po’ più moderata, ma accetto anche questa posizione. Santo il nostro mondo: dovesse avverarsi la profezia dei profeti Mauro e Luca (Corona e Mercalli) credo che non potremmo più concederci il lusso di simili sofismi.
        Io non mi sento immorale perché sono un cacciatore, o meglio non mi sento non etico (sono due cose distinte) finché lo faccio con rispetto (delle norme, delle persone e degli animali) e dando grande peso invece alla parola “Prelievo”. Lo so anche io che un camoscio è diverso da un mirtillo (non voglio fare la figura dello scemo e neppure del superficiale) ma a volte faccio davvero fatica a esprimere con parole semplici concetti che ritengo semplici e insieme fondamentali.

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  13. Anonimo says:

    L’uomo è cacciatore…
    la guerra è dura, crudele e terribile…, ma è bella, è “maschia”, è vera!
    Penso che se la selvaggina, se avesse la possibilità in qualche modo di “tenere testa” ai cacciatori e agli pseudo tali, il problema caccia, sarebbe risolto. Nessuno rischierebbe “del suo”, per il gusto di ammazzare un animale. Però, è un fatto che i cacciatori si riducono anno dopo anno, le generazioni dei cacciatori invecchiano, e per ogni nuovo cacciatore che imbraccia la doppietta se ne fermano due o tre. Ma purtroppo sono molti gli “sparacchiatori”, e pochi i cacciatori DOC.
    Probabilmente, Marco tu sei un cacciatore, che a modo tuo rispetti la natura, non spari ad un cucciolo di capriolo, o ad una femmina non cacciabile.
    Come più volte è stato ribadito in questa “battagliera” chiacchierata, di cacciatori ce ne sono di vario tipo, il sacrificio di quel fagiano, mi ha salvato dal diventarlo, qualunque tipo di cacciatore potessi diventare (avevo del pressing per esserlo). Purtroppo ho avuto modo di vedere qualcuno che spennava un pettirosso, solo perchè questo sventurato pennuto ha fatto l’errore di passare davanti alla sua carabina, nel momento sbagliato.
    Però a quato punto averei una domanda. Quanti cacciatori quando arrivano a casa si mettono a spennare il proprio fagiano? Poi deve eviscerarlo… Ricordiamoci che c’è la frollatura! Quanti improperi mia suocera “caricava” mio suocero che ingombrava il frigo con “quella roba la”.
    A quanti è capitato di mangiare della selvaggina cacciata? Cosa pensate di quando vi capita un pallino sotto i denti? E quando trovate la “scia” (non so come tecnicamente si dice) che lasciano i pallini quando entrano nella carne del malcapitato, sporcando la carne di penne e quello che c’è sotto di esse?
    Bah, forse (sicuramente) non sono a persona giusta per parlare (non giudicare) dei cacciatori, me rileggendo le varie chiacchierate precedenti, il divertimento di pochi, infastidisce molti…, e questo non mi sembra molto logico.
    Rok 64

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  14. Marco Sartori says:

    Il divertimento di pochi infastidisce molti. Ancora con questo elemento “divertimento” che sembra essere così centrale. Io preferisco dire “una pratica eseguita da pochi che infastidisce i molti (che però ne sanno poco). Anche a me non sembra molto logico.

    "Mi piace"

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