Un atto d’amore

Foto di paologiac dal post “Cicogna”

Mentre paologiac scriveva il suo ultimo post “Cicogna“, citando anche Paolo Crosa Lenz, io stavo ricevendo via DHL proprio un libro di questo scrittore. Ovviamente nessuno di noi due sapeva che stavamo invocando il medesimo personaggio.

Mentre due camosci si immergevano nelle loro montagne da sogno, qualcuno qui, su questo blog, tirava in ballo l’amore verso gli animali assimilandoli ad un mero bersaglio.

Mentre qui si discuteva di vita e di morte, Suor Giuliana Galli stava presentando il suo libro: “Non nominare amore invano“.

Non intendo aprire alcuna polemica su quanto è stato detto sulla caccia, soprattutto da chi la pratica. Ho però riflettuto su quanto qui non è stato commentato, su quello che, forse, sarebbe stato giusto leggere da parte della maggioranza di voi.

Lo confesso apertamente: avrei voluto leggere interventi decisi contro chi banalizza quella parola assimilandola ad un gesto di morte.

Avrei voluto che molti di voi si “scagliassero” contro quella forma attualissima di nichilismo che ci impedisce tutti i giorni di reagire di fronte alla deriva delle parole. E alla loro banalizzazione.

Indignarci. Questo era giusto fare.

Forse avrei dovuto parlare di una Contessa cacciatrice (grazie alla segnalazione del blogger aghost), anziché di Marco, per riuscire a leggere su questo blog qualche commento indignato come invece lì si possono leggere?

Non ce l’ho assolutamente con Marco Sartori ma, sinceramente, da un bravo cacciatore ed escursionista come lui mi sarei aspettato semplicemente che qui dicesse, senza ipocrisia:

“Mi piace sparare agli animali”.

Quello è l’atto. L’atto che precede la morte di un animale.

Avrei tanto voluto pubblicare quanto lui mi ha inviato via mail, sulla sua ascensione alla Torre d’Ovarda, ma aver utilizzato una parola così importante, per rappresentare un rito di morte, mi ha dato fastidio. Troppo.

Trent’anni. Ditemelo voi.

Ditemelo voi se può durare trent’anni un atto d’amore.

Ditemi voi se non c’è infinita bellezza nell’immaginare un uomo che, volendo manifestare il proprio amore per la sua terra, ha dedicato trent’anni della propria vita.

Una volta lessi da qualche parte che…

per fare del male basta prendere una pietra e scagliarla contro il primo che passa…per fare del bene invece il percorso da compiere è un po’ più lungo, tortuoso e faticoso“.

Di fronte a quanto qui di seguito potete leggere, io mi sono commosso:

“Questa raccolta di fiabe e leggende di Val d’Ossola vuole essere prima di tutto un atto d’amore verso questa terra di alte montagne, di boschi e alpeggi, di valli profonde e villaggi di legno e pietra. E’ anche un atto d’amore per le Alpi, il mondo delle alte montagne.”

Il libro di Paolo Crosa Lenz si intitola “Leggende delle Alpi – Il mondo fantastico in Val d’Ossola” e rappresenta il frutto di trent’anni di ricerche che hanno permesso di creare un catalogo del mondo fantastico dei montanari ossolani.

Dopo aver sentito e visto quella parola mortificata, banalizzata, ridotta a niente – come oggi troppo spesso si usa fare con una facilità impressionante – consumata in qualche scambio di commenti sull’attività venatoria e poi gettata nel nulla, dopo tutto questo ho pensato di riprendere quella parola e di darle la giusta collocazione nel cuore dei grandi uomini.

Un atto d’amore per le Alpi, per i sogni e le paure dei montanari di sempre, la loro diffidenza, ma anche lo sguardo divertito verso la vita, l’accettazione di fatiche e sofferenze che il vivere in montagna comporta.

Questo gesto d’amore presenta duecento leggende e fiabe popolari della Val d’Ossola. La memoria storica dei contadini di montagna, di pastori e boscaioli costruisce l’identità di un territorio. Niente è inventato. E’ la cultura tradizionale degli uomini delle Alpi che parla con la voce dei narratori.

Un inno all’amore, quello vero, sincero, da parte di chi davvero ama la montagna e il suo ambiente naturale.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

11 Responses to Un atto d’amore

  1. Rebecca Antolini Pif says:

    Buongiorno Franz, questo libro mi ha incuriosata.. senz’altro c’è in queste leggende anche tanta saggezza… abbi una serena giornata… Pif 😉

  2. serpillo1 says:

    Leggendo l’articolo su L’Adige, piu’ che storia d’amore pare una storia malata. A meno che uno non usi le parole tanto per dire….. il che e’ ancora più drammatico.
    ——-
    Pura passione!
    Il libro non l’ho ancora letto ma mi piace la copertina dove sotto un fungo riposa un uomo selvatico (mi sembra).

  3. aghost says:

    la contessa è chiaramente una squilibrata, incline alla patologia più cupa, eppure ci sono molti cacciatori che, deliri della contessa a parte, credono, anzi sono convinti, di amare la natura e gli animali. Perché si identificano in qualche modo con questo rito ancestrale che è la caccia. Sensazione di supremo potere, credo, nel dare la morte a un altro essere vivente. Cioè aver lottato, metaforicamente ormai, e vinto, nella lotta per la propria sopravvivenza. Immagino sarà una sorta di droga l’adrenalina che scorre, quando si punta nel mirino un animale e si spara. A me fa letteralmente orrore, però devo riconoscere che non mi so spiegare razionalmente questo sinistro mistero di un uomo moderno, ben satollo e anzi spesso in sovrappeso che spara, magari vigliaccamente appostato in un capanno, ad un animale tanto indifeso.

    • Beppeley says:

      Ripeto: sarebbe stato più onesto sentire dire da un cacciatore che è un piacere sparare anziché “amare”. Usare quel verbo in quel modo è una banalizzazione orrenda.

      Interessante questo articolo di oggi su La Stampa proprio sulla banalizzazione e sui social media:

      http://www.lastampa.it/2012/10/18/cultura/murakami-c-non-vi-amo-scrittori-light-7b5JEV66xZBDuyKiJTy6PO/pagina.html

      • martellot says:

        Davvero interessante l’articolo che hai postato. Tralasciando in questo mio commento l’argomento “caccia” mi rendo conto di quanti danni abbia fatto (e stia facendo) la banalizzazione delle culture e la “ricerca acritica del divertimento” per citare testualmente l’articolo. So di uscire dal contesto del presente post ma permettetemi di dire che gli effetti di tale decadenza si vedono anche in montagna o, almeno, in alcune montagne. Premetto che vorrei affrontare questo argomento in maniera più estesa in un mio futuro post che sto componendo però, pur non avendo ancora letto il celebre libro di Annibale Salsa, penso che uno dei grossi problemi di alcune delle nostre vallate sia rappresentato anche dal fatto che queste non siano diventate un luna-park della città. Se oggi si va in montagna ci devono essere le discoteche, le piste dove poter scendere a mille all’ora con gli sci, i centri commerciali (sigh!) altrimenti la montagna non piace. La montagna è allora banalizzata, globalizzata, diviene un quartiere fuorimano della città. Ecco che allora tutti vanno negli stessi posti, tutti frequentano gli stessi locali, tutti praticano gli stessi sport e se provi ad uscire dal coro, a provare a vedere la montagna in modo diverso, sei sostanzialmente un paria, un reietto o magari un poveraccio. Ritengo invece che il vivere la montagna in modo diverso permetta di entrare a stretto contatto con lei. A mio parere, percorrendo un sentiero si colgono mille informazioni: si studia tra le varie cose, la natura, la storia, l’etnografia!!
        Penso allora che le valli di Lanzo e del Canavese, tanto per fare degli esempi vicini a noi, soffrano molto questo problema perché per motivi sostanzialmente legati alla morfologia aspra del territorio mal si prestano ad esempio ad ospitare impianti di risalita. Personalmente dico “per fortuna!” ma ahimè credo di trovare poche persone d’accordo con me. Credo infatti che il gran numero di persone che ormai trascorrono tutte le domeniche nei centri commerciali PER DIVERTIMENTO non possano essere d’accordo con questo mio pensiero.
        Scusate, fine off-topic ma credo che le parole di Vargas Llosa siano declinabili nell’ambito di molti contesti come appunto quello della montagna.

        • Beppeley says:

          Mi fa piacere sapere che l’hai apprezzato.
          “Il tramonto delle identità tradizionali” di Salsa è un libro che ti apre la mente. Grazie a quel testo riesci a riposizionarti nel mondo, mettendo ordine tra la visione della vita urbanocentrica e quella di periferia, delle montagne.

          Dove sta la verità?

          Salsa ti fa capire tante cose della nostra vita. Per me è un “liberatore”, come pochissmi ne trovi in giro.

          Coloro che ti ritengono un “paria” un “reietto” sono dei poveretti… “Non ti curar di loro. Ma guarda e passa”.

          Non si rendono conto di essere dei poveri schiavi del loro stesso “mondo” artificiale che tanto osannano e che creano e ricreano ad ogni risveglio. Senza accorgersi che si stanno suicidando con le loro stesse mani non vedendo invece la montagna dietro casa come un luogo “altro”.

          Percorerre un sentiero con gli “occhi aperti” significa anche, come dici tu, incuriosirsi delle cose importanti e fondamentali del nostro mondo: si muvono le gambe (fa molto bene alla salute) e si “muove” il cervello (fa tanto bene allo spirito) portandolo ad inseguire ciò che più ci attira:

          – aspetti naturalistici (flora, fauna) ?;
          – geologia?
          – alpinismo?
          – antropologia?
          – toponomastica?
          – architettura alpina?
          – astronomia?
          – storia dell’alpinismo?
          – glaciologia?
          – ….

          La Montagna può davvero diventare un meraviglioso laboratorio per la nostra mente: emozionante, intrigante, intelligente.

          E soprattutto la Montagna è un “luogo” dove rintracciare l’amore genuino verso la libertà vera, non quella falsa ed ingannevole di cui amano tanto riempirsi la bocca i nostri politicanti da circo equestre.

          • ventefioca says:

            A leggere e sentire della vacuità di cui vengono riempite tante ore alpine intese come puro “divertimento” – nel senso di straniamento e di alienazione da realtà ancora più alienanti – ripenso a Guido Rey ed alle escursioni della sua infanzia assieme ad uno stuolo di cugini alle calcagna di uno zio terribile che mentre marciavano a tutto vapore li interrogava e istruiva su Orazio, Omero, la mineralogia, la fauna, la flora alpine. Escursioni sfibranti ed entusiasmanti, miniere di conoscenza e godimento. Quale distanza da molte gite di adesso, tutte cronometro, muscoli e prestazione.
            Quello zio era un certo Quintino Sella, ministro del Regno e fondatore del CAI.
            Questo per dire che concordo con molto di quanto avete scritto qui, a proposito dell’amore come conoscenza e riconoscimento.

            Non condivido, Beppe, l’entusiasmo per il libro di Salsa, che ho trovato così cervellotico da liberarmene dopo averne letto metà… con l’età che avanza divento più intollerante sul tempo che certi autori mi fanno perdere per cercare di capirli!

  4. Beppeley says:

    GP, visto che hai citato grandi personaggi, e visto che hai parlato di Salsa, allora proprio lui ti propino, giusto per esprimere con le sue parole un concetto di cui tu hai accennato nel commento:

    “[…] Non a caso gli alpinisti dell’Ottocento venivano chiamati “voyagers”, viaggiatori. La metafora del viaggio è legata a tale concetto ripreso molto finemente da Marc Augé, allorquando introduce la distinizione tra cultura del viaggiatore e cultura del passeggero. Siamo, infatti, passati rapidamente dalla cultura del viaggiatore, il cui fine non è la meta da raggiungere il più velocemente possibile ma l’itinerario, alla cultura del passeggero che, invece, si prefigge lo scopo di raggiungere il più presto possibile la meta, indifferente all’itinerario. Il passeggero misura il tempo di percorrenza in termini di ansia di raggiungimento e di prestazione: paradossalmente, nel momento in cui tutti viaggiano nessuno viaggia. Moltissime le agenzie di viaggio, ma nessuno pratica più l’arte del viaggiare, quasi tutti praticano l’arte del passeggero.

    Non lo trovo per niente cervellotico… Figurati che ho segnato con i post-it tante altre pagine che personalmente trovo davvero molto illuminanti.

    • martellot says:

      Molto bella questa frase del libro di Salsa.
      Ho visto che ventefioca cita le parole “conoscenza e riconoscimento” e secondo me queste sono il fulcro di un inserimento consapevole nel mondo, non solo in montagna, anche se quest’ultima rappresenta oggi il contesto ambientale ed economico più lontano dalla nostra vita “pratica” quotidiana e lontano anche dalla concezione di “vita ideale” più diffusa tra le persone.

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