Cicogna 2 – “A volte ritornano”

Da un paio di settimane la voglia di fare un’escursione, di andarsene a spasso per i monti, stava diventando sempre più imperiosa. Purtroppo i fine settimana ultimamente erano sempre pieni di altri impegni, e i giorni feriali, quei pochi con previsioni del tempo decorose, altrettanto impegnati.

occhieggia il verbano

Quel lunedì, senza grandi speranze, Piero appena arrivato in ufficio, dà un’occhiata alle previsioni di 3B.

Sulla destra il Pizzo Proman

Incredibilmente per il martedì compare una cartina del Piemonte piena di tondini gialli sia al mattino che al pomeriggio! Ancora più incredibile, non aveva impegni di lavoro urgenti per il giorno successivo!!

– Prontooo

– Pronto, ciao Carlo sono Piero

– Ciao, come va?

– Bene, senti, ho appena visto le previsioni per domani. Io mi prendo un giorno di ferie e vado in montagna, chi c’è c’è.

–     Beh, a questo punto non mi lasci scelta, ci sarò.

–     Anche con così poco preavviso?

–     Certo! Scegli tu dove.

–     Ti ricordi che ti avevo parlato di un sopralluogo da fare a Cima Sasso per la gita sociale del CAI, solo che è un po’ lontano…se vuoi idee alternative ne ho tante.

–     No no, avrei proprio voglia di tornare una volta da quelle parti.

–     OK, allora ci sentiamo stasera per i dettagli. Ciao

–     Ciao

vieni, c’è un sentiero nel bosco

effetto nubi

La notte precedente aveva fatto la prima nevicata della stagione, ma la quota della neve sembra  intorno ai 2000 metri, Cima Sasso è solo 1916, quindi non c’è problema!

L’appuntamento è per le 7,30 al casello di Carisio. Piero arriva puntuale, ma Carlo è già lì con zaino e scarponi in mano ad attenderlo. Si riparte subito, è ancora buio.

Come un coniglio dal cappello salta fuori un CD dei Weather Report. Anche la colonna sonora per il viaggio in auto è assicurata.

sorpresa: la neve!

Arrivati nei pressi di Arona, sorpresa!!! La neve sulle montagne circostanti è scesa fin sotto i 1500 metri… la piovosità della zona non si smentisce. (N.B: questa escursione risale al 16 ottobre, quando la neve era stata una vera sorpresa!)

–          Va beh, ormai siamo qui, se il nostro itinerario è impraticabile ci inventeremo qualcos’altro.

–          Ma si, la Val Grande è così….grande e noi ne conosciamo così poco.

L’ultimo tratto di strada da Rovegro a Cicogna è un incubo, come sempre: larga meno di una mulattiera, stretta tra una parete di roccia piena di spuntoni minacciosi ed un esile guard-rail che separa dallo strapiombo. I cinque o sei tornanti dell’ultimo tratto sono talmente stretti da non poter essere superati senza fare manovra! Ogni volta Piero si chiede com’è possibile che qualcuno abiti ancora lassù! Per fortuna la stagione avanzata e il giorno feriale fanno si che incontrino solo un auto che scende, che comunque costringe a fare retromarcia fino ad un minuscolo slargo che permette l’incrocio tra le due auto.

Lungo la strada l’acqua scende abbondante dalle rocce a monte a conferma delle precipitazioni cadute molto più abbondanti qui che nelle valli torinesi. Ad un certo punto c’è anche una frana dove un grosso masso è quasi riuscito a strappare la rete di contenimento ed ha piegato il palo in orizzontale sopra la strada a formare un ostacolo pericolosissimo.

Il basso di Jaco Pastorius smorza la tensione. Sulle note di Birdland, nonostante tutto, alle 9,30 i due sono a Cicogna. Tanto per non farsi mancare nulla, nell’ultimo tornante che porta in paese, un tratto di strada è franato, resterà chiuso per tutto il giorno e bisogna parcheggiare in posizione precaria subito prima.

Calzati gli scarponi, velocemente Piero e Carlo salgono all’Alpe Prà (una sosta sul masso coppellato per la ricarica di energia cosmica è comunque d’obbligo) e poi a Leciuri. Lo spettacolo è fantastico. L’aria limpida e la luce radente di questa mattina autunnale mettono in evidenza i Corti “mitici” sul versante dei Corni di Nibbio: Scellina, Bettina, Corte Buè… Di fronte tutto il circo di montagne che separa la Val Pogallo dalla Val Vigezzo e dal Verbano con una spruzzata di neve che aggiunge un fascino particolare, lo Zeda e la Marona sembrano già in veste invernale. Le isole Borromee sembrano a portata di mano. Qui neve non ce n’è, ma sono solo a 1300 metri, non resta che andare a vedere… oltre.

lo Zeda e la Marona

Risalita la magica faggeta sul versante del Monte Spigo e sbucati sulla cresta che porta alla Colma di Belmello ecco la neve! Come previsto poco sopra i 1400 metri; il sole però la sta già sciogliendo e si tratta comunque di uno strato sottile e molto soffice. Bisogna comunque essere molto prudenti, alcuni tratti del percorso non sono banali e la spruzzata di neve rende tutto più delicato.

effetto neve

La cautela nei passaggi più delicati, sulla pietraia che conduce alla vetta, e la fatica nell’ultimo tratto fanno si che le ore passino velocemente. Poco prima delle 14 finalmente i due sono in cima, quasi 4 ore e mezza per fare 1300 metri, ma ne valeva la pena. Il panorama che si presenta tutto intorno lascia a bocca aperta.

effetto laghi

il Signore del Parco

angoli selvaggi

Dopo la contemplazione del panorama  con il riconoscimento delle cime e dei luoghi familiari e l’identificazione di quelli sconosciuti (Carlo ci tiene a segnalare il Monte Alfeo, invitandovi a cercare dove si trova), un’abbondante libagione ed il meritato riposo, l’allungarsi delle ombre suggerisce che è tempo di partire. Un ultimo sguardo intorno, un saluto alla vetta… e via!

NordEst

Scendendo nella bellissima luce autunnale (che scolpisce definitivamente questa giornata nei loro duri cuori) Carlo nel ruolo di umile “aiutante di campo” relaziona puntigliosamente sul tracciato di attraversamento della pietraia, da decifrare con occhio attento… Ok, fatto. Poi una rapida cavalcata sui crinali erbosi li porta, ad una biforcazione,  a trascurare (chissa’ mai perchè?) il ramo in salita. Risultato? Ad un certo punto, in prossimità di un dirupo e con le gambe un po’ tremolanti, la fatidica frase: “Non siamo passati di qui!” risuona, un po’ incerta. Ritrovata la retta via, e risolto brillantemente qualche altro dubbio sul percorso, oltre la Colma di Belmello si ritrova la vegetazione arborea. Ma il lavoro non è finito qui: scendendo nel bosco non sempre il sentiero è evidente al primo colpo d’occhio. Ancora un ultimo sforzo di osservazione evita un errore fatale poco prima dell’alpe Leciuri (bisogna trascurare un evidente sentiero che compie immediatamente un tornante per mantenersi invece sull’esile traccia a mezzacosta).

in discesa

a raccogliere l’ultimo sole (effetto ombre)

Le difficolta sono ormai alle spalle e sul tratto che cala su Cicogna i due si concedono ancora qualche dotta disquisizione sulle tecniche costruttive delle mulattiere e dei muretti a secco, giungendo infine all’auto al calar delle tenebre.

tetto in “piode”

Ma il destino cinico e baro riserva ancora una sorpresa all’ingresso del circolo ARCI di Rovegro: l’ordinazione di un innocuo succo di frutta e di un’inoffensiva birretta è resa difficoltosa dal traffico incessante di “ombre rosse” tra i cinque avventori ed il bancone e l’aria stessa non supererebbe la prova dell’etilometro. Forse sarà stata proprio quest’aria ad impedire a Carlo  al momento dei saluti, di riconoscere i propri scarponi così che si porterà a casa, con maldestro colpo di mano, quelli di Piero, di sei numeri più grandi.

Info paologiac
Amo la montagna, i boschi, gli alberi ed il...legno. Mi piace anche la montagna"minore", quella oggi meno frequentata ma che reca i segni della storia e delle genti che ci hanno vissuto.

7 Responses to Cicogna 2 – “A volte ritornano”

  1. serpillo1 says:

    Racconto delizioso come pure le foto.
    Traspare che i due protagonisti si sono divertiti: stare in compagnia ed in mezzo alla natura e’ sempre appagante.
    Ma il paio di scarponi e’ ritornato al legittimo proprietario? 😉

  2. paologiac says:

    Si, sono tornati, anche se non erano di sei numeri più grandi! purtroppo Carlo invitato a dare il suo contributo alla scrittura del post ha voluto fare lo spiritosone…
    L’atmosfera del circolo di Rovegro però era davvero da mandare l’etilometro a fondo scala!

  3. martellot says:

    Molto belli questi posti e molto bello il racconto!

  4. Beppeley says:

    Bellissime foto paolo… ma toglimi una curiosità che ho da quando hai scritto il primo post su Cicogna…

    Perché si chiama così quel villaggio? Non dirmi che c’entrano le cicogne (ovvero gli uccelli)…

    • paologiac says:

      No, non credo proprio che c’entrino gli uccelli, però non conosco l’origine del nome.
      Esiste comunque un aneddoto su Don Fiora, un parroco del dopoguerra: fu accusato di truffa e portato in tribunale per aver venduto al mercato di Intra uova di “cicogna” false; ovviamente fu assolto dopo aver spiegato che si trattava si di uova di Cicogna, ma con la C maiuscola.

      • Andrea says:

        Se non erro c’è una leggenda che narra di come anticamente due grossi “alpeggi”, uno di cui non si conosce il nome originario e Montuzzo, dipendenti da Cossogno volessero affrancarsi dal capoluogo diventando essi stessi sede comunale. Ma chi dei due avrebbe dato il nome al nuovo comune? Allora decisero di fare una “gara”: chi avesse costruito per primo una chiesa avrebbe avuto questo privilegio… Arrivarono quasi a pari e il giorno prima dell’inaugurazione delle due chiese quella di Montuzzo crollò e durante la cerimonia del giorno dopo, una cicogna (!) sorvolò la chiesa dell’altro alpeggio che venne quindi chiamato “CIcogna”.
        Un’altra teoria (ben più solida a mio parere) fa risalire il nome al termine dialettale con cui in Ticino veniva chiamato il braccio a cui veniva appeso il calderone del latte per metterlo sopra il fuoco e spostarlo velocemente e in sicurezza quando raggiungeva la temperatura corretta per la cagliata. Adesso sono al lavoro e non ho sotto mano il libro in cui ho letto di questa cosa, ma mi sembra si dicesse “sciogna” o “scigogna” che una volta “italianizzato” è diventato Cicogna.
        Qualcuno si è chiesto come mai dal Ticino a qui, si pensa che ciò sia dovuto al fatto che fin dai tempi più remoti ci fosse un’emigrazione verso altri luoghi per sopravvivere e uno di questi era proprio la Svizzera italiana, niente di più facile quindi che un emigrante tornato al paese abbia avuto la “magica pensata”.
        Bye

  5. Pingback: Ritorno a Cima Sasso | I camosci bianchi

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