Il “garbin”

Uno spaccato di vita montanara non troppo lontana nel tempo… non è raro, ancora oggi, vedere camminare persone sotto il peso di fieno o di foglie, oppure trasportare riso, toma e salsiccia per la festa di qualche deliziosa borgata adagiata sulle montagne…

La montagna è sempre stata vista come simbolo di forza, di durezza e il montanaro come un essere a parte: robusto, di carattere chiuso, indomito, abituato ai sacrifici più pesanti, alla durezza del clima, ai pericoli delle valanghe, alle camminate lunghe e pericolose. Tuttavia l’intelligenza umana, da sempre, ha cercato di alleviare questa vita grama, cercando di rendere la fatica più sopportabile. Purtroppo si poteva fare ben poco, perché, essendo poverissimi, mancavano sempre i mezzi di qualunque genere.

Qualsiasi merce doveva essere trasportata sulle spalle: non esistevano né strade, né motori e spesso anche gli animali non potevano essere usati perché, in certi punti, le rocce erano enormi e i pendii troppo scoscesi. Solo l’uomo riusciva a mala pena a passare sui sentieri e sui valichi stretti e im­pervi, caricandosi ogni cosa sulle spalle o sul dorso.

Da qui l’idea di costruire i garbin, contenitori, se così posso dire, alcuni più piccoli, altri più grandi a seconda di chi doveva farne uso: erano piccoli se i portatori erano donne o ragazzi, per non dire bambini.

Venivano costruiti con vimini intrecciati, li vench, rami del salice, pianta che allora si coltivava proprio per questo uso come pure per le gerle che però erano poco usate. In primavera, quando la linfa del salice risale lungo il tronco fino ai rami più lunghi,  questi venivano accuratamente tagliati lasciando il tronco potato con cura: in tal modo ogni due anni si poteva ripetere la stessa operazione. Ai vench, o vimini, appena raccolti, veniva tolta completamente la corteccia; rimanevano bianchissimi e, legati in tante piccole fascine, erano messi sui solai a indurire per almeno tre mesi. In tal modo, arrivato l’inverno, erano pronti per essere intrecciati; prima però bisognava lasciarli a bagno nell’acqua per almeno una settimana per riacquistare elasticità perché non si spezzassero quando venivano intrecciati.

Quando la neve cadeva copiosa, nelle lunghe serate invernali, il garbiné lavorava sodo, nel tepore della stalla, intrecciando vimini in compagnia dei vicini. Si riunivano tutte le sere e, tra un commento e l’altro,  ammiravano l’uomo che, con grande maestria, lavorava. Un garbiné famoso stava a Bracchiello e si chiamava Orazio Delfino. “In tutta la vallata non c’è nessuno che faccia i garbin come Orazio”, dicevano tutti.

Appena finito il garbin era pronto per l’uso cioè per essere caricato sulle spalle. Le sue dimensioni variavano: i grandi, per poter essere riempiti di erba e foglie, avevano un’altezza di 70 centimetri, i più piccoli di 30 e servivano per gli usi più svariati, addirittura per portare la biancheria al lavatoio quando, a ogni stagione, si facevano i grandi bucati con la cenere.

Una volta alla settimana le donne scendevano al paese per rifornirsi di pane, farina e altro; verso sera tornavano alle baite con il garbin sulle spalle pieno. Quanta fatica e quanto sudore! Ricordo quando il garbin carico veniva posato sopra un muretto… in tal modo era facile ricaricarlo sulle spalle!

Noi ragazze, sedute sul ciglio della strada, ridevamo e scherzavamo ma soprattutto cantavamo. Si sentivano canti da frazione a frazione. Erano voci forti e intonate e l’armonia si diffondeva nell’aria, allegra, frizzante come la gioventù. Altro che festival! Quando tornavamo a casa i miei nonni ci facevano i complimenti sorridendo felici nel vederci così allegre.

Tempi poveri ma felici perché ci si accontentava di poco!

Lia Poma

Segnalo alcuni Musei nelle Valli di Lanzo da me visitati che riportano alla luce oggetti e materiali legati alla vita ed alle attivita’ quotidiane:

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

14 Responses to Il “garbin”

  1. Rebecca Antolini Pif says:

    Mi ricordo bene, quando ero bambina si vedeva spesso gente nelle montagna con questi cesti sulle spalle… una volta si raccoglieva tante cose.. la vita nella città ti fa quasi dimenticare queste cose .. o direttura non si sa nemmeno… sempre belli i vostri post, per me sono come tornare nei tempi migliori vi abbraccio Pif♥

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  2. Beppeley says:

    Lia è sempre bravissima a descrivere frammenti della vita dei montanari.

    E lo è ancora di più quando ci trasmette un “immagine” dell’uomo che, sebbene immerso in una vita molto dura e faticosa, appare ancora in grado di custodire gioia, essenzialità e genuinità.

    E’ fortissimo il contrasto che emerge dalle sue parole: la povertà da un lato e la felicità dall’altro.

    Mi fa pensare al sottotitolo del libro di Mercalli “Prepariamoci”… a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità.

    https://camoscibianchi.wordpress.com/2012/10/25/il-piano-b-dei-walser

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  3. Anonimo says:

    “l garbin, nome chiarissimo per questo “cesto oscuro”, quasi incomprensibile anche a vederlo, con quell’incavo per inserire la testa. Questo racconto che hai riportato, ha rinfrescato i racconti dei miei genitori che l’hanno usato…. Grazie!

    A quando la fas-cera? Usata per portare il fieno, che a vederlo sembra di vedere un mucchio di fieno con le gambe.

    Si!, Montanari, cupi, taciturni, che parlano poco, ma sanno quello che dicono!

    Come diceva Nino Costa, che penso che sia azzeccato per i “nostri” montanari!

    RAZZA NOSTRAN-A

    Dritt e sincer, còsa ch’a son, a smìo:
    teste quadre, polss ferm e fidigh san:
    a parlo pòch ma san còsa ch’a dìo:
    bele ch’a marcio adasi, a van lontan.…
    Gent ch’a mërcanda nen temp e sudor:
    rassa nostran-a libera e testarda-….

    ROK 64

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  4. Beppeley says:

    […] Il progresso, quello che da troppi anni ci ha fatto allontanare dalla natura, doveva servire a scaricarci dalle spalle molte fatiche, renderci più comoda la vita, renderci migliori… in realtà siamo andati troppo oltre le intenzioni, ed ora rieccoci qui nella natura a cercare qualcosa, forse a voler guastare la bellezza che ci sta intorno, come per una specie di vendetta. […]

    https://camoscibianchi.wordpress.com/2012/09/16/qualche-giorno-con-il-guardaparco/

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    • serpillo1 says:

      Probabilmente si “ritorna” anche alla montagna per poter evadere dai nostri ritmi sempre più veloci e riavere una dimensione più umana…

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