Approccio alla montagna

2006Dopo ben trent’anni di storia la rivista Piemonte Parchi non verrà più stampata ma sarà solo più consultabile in versione on-line (c’è però l’archivio con tutti i numeri pubblicati negli anni scorsi in formato pdf).

E così, dopo il notiziario mensile del Cai “Lo Scarpone“, un’altra voce della montagna finisce smaterializzata sul Web. A me sinceramente dispiace molto perché amo ancora leggere toccando la carta e non guardando uno schermo di un pc, di un tablet o di altro apparecchio elettronico, sebbene sia un blogger. Intanto diciamo subito una cosa: su tali aggeggi elettronici ormai passa di tutto (mail, telefonate, chat, foto, video, musica, ecc.) ed è quindi molto facile distrarsi e farsi tentare da altre cose. Anche il tempo che dedichiamo ad una sana lettura finisce per essere processato dalla tecnologia. E’ un tempo “rubato”, fatto a pezzettini, frantumato e banalizzato. Ci riflettevo proprio ieri mattina mentre sfogliavo la rivista Alp che nell’ultimo numero (il 287) propone articoli davvero molto interessanti, tra cui un pezzo bellissimo di Enrico Camanni Cento fantasmi di neve (del quale vi parlerò più avanti).

Ci pensavo perché quella Rivista mi trasmetteva tutta una serie di attraenti sensazioni (olfattive, tattili, visive…) che non si possono certamente provare con gli apparecchi elettronici. Intanto c’è da dire che con una rivista cartacea possiamo anche permetterci il lusso di dimenticarla da qualche parte senza dover perdere un patrimonio. Aggiungiamo anche il fatto che quando maneggiamo la carta (sia essa rappresentata da un giornale, da un libro, da una rivista, ecc.) al limite possiamo solo essere interrotti da qualche immagine pubblicitaria ma è un attimo andare oltre. In quell’esperienza sensoriale, ci ritrovo il mio tempo. Un tempo dedicato alla concentrazione per collegarmi mentalmente con chi ha pubblicato i suoi pensieri, fermi in quelle pagine di carta senza che siano mescolati con altre sensazioni (quelle nascenti dall’uso delle tecnologie informatiche).

Proprio nell’ultimo numero (n. 221 di dicembre 2012) e nell’ultima pagina di Piemonte Parchi Carlo Grande scrive:

“[…] La realtà va difesa (non i reality, non la “finscion” come diceva mia nonna). Contro l’imperio del “commerciale”, delle merci, dello storytelling, della chiacchiera vuota: la realtà virtuale è solo virtuale, mentre un libro, ad esempio – lo dicevo proprio all’inizio di questa rubrica parlando di carta e di librerie Billy in via di estinzione – è molto di più che un semplice oggetto: è un modo di vivere. Significa mettersi calmi e comodi, in silenzio e da soli, lasciare che fantasia ed onde cerebrali fluiscano tranquillamente. Il libro, dicevo, non ha bisogno di corrente, di cavi per connettersi, di batterie, è un “dispositivo di conoscenza bio-ottico” portatile, compatto, non si blocca mai, ogni pagina scansita dall’occhio è trasmessa direttamente al cervello… Nel libro puoi integrare milioni di notizie provenienti direttamente dal tuo cervello, con un semplice strumento, detto matita. Insomma, è un invito alla quiete, ad approfondire, a non “surfare”, a non essere superficiali. […]”

Lo so che il problema è enorme, visto che oggi si tende a cercare in Rete cose che non hanno prezzo. Magari anche io in questo momento sto favorendo questo processo, scrivendo sui Camosci. In verità credo che ambedue le forme di informazione (virtuale e cartacea) possano convivere. Anzi, penso che una aiuti l’altra. E infatti quante volte mi è capitato di postare su temi che mi sono venuti in mente grazie a qualche ottima lettura?

E’ proprio quello che sto facendo adesso. Provate a seguirmi, se vi va, perché ho voglia di condividere con voi qualche bella sensazione ed esperienza di montagna.

Intanto ritorniamo alla rivista Alp. Ci troviamo scritti di Verrecchia, di Rigoni Stern (sui 90 anni dei parchi nazionali), sulla Montagnaterapia e di altri autori come Enrico Camanni che mi ha letteralmente deliziato parlando della sua esperienza giovanile con la montagna.

Cento fantasmi di neve” parla di guerra e pace, di scialpinismo e di grandi numeri, anche quelli che produce un’uscita del CAI, Qui scopriamo che Camanni a soli 21 anni (!) fu direttore della Scuola nazionale di scialpinismo della Sucai di Torino e soprattutto incontriamo un inedito senso dell’avventura – profondamente umano – che emergeva dalle sue uscite sociali tra le vette imbiancate:

“[…] …era normale partire in pieno inverno dalla città con quattro pullman carichi di allievi e istruttori, salendo e scendendo montagne con strategie semimilitari, e tornando a casa quasi sempre tutti interi, con alti, anzi altissimi margini di sicurezza. Chi non l’ha provato inorridisce di fronte allo scialpinismo di massa, perché la dimensione collettiva uccide l’avventura – si pensa, si dice – e diseduca le persone rendendole passive. Il concetto è giusto, ma esistono molti tipi di avventura. Uno dei meno spettacolari consiste nell’adattarsi alle esigenze del più debole e nel calibrare le capacità personali su quelle del gruppo: quando il più debole arriva in cima è comunque un successo, se ci riescono solo i bravi è un fallimento. Forse non è scialpinismo nel senso tradizionale (ma cosa sarà mai il “vero” scialpinismo?), ma è certamente un’esperienza umana intensa, a volte generosa, a volte esibizionista, comunque provocatoria perché rovescia i canoni individualistici della montagna e impone di confrontare le proprie (in) sicurezze con quelle degli altri. […]”.

Se volete godervi in santa pace la rivista cartacea (qui il sito) allora dovete andare in edicola e pagare € 6,50 (un profumo di pagine stupendo…). Se invece vi accontentate della versione elettronica sono € 3,50 (qui potete sfogliare gli estratti di Alp: www.ezpress.it/flip/alp/287/#/12/; l’estratto dell’articolo di Camanni si trova a pagina 20).

Se dopo le surfate tra le pagine di Alp tornerete qui, allora vi parlerò ancora di scialpinismo (proprio io che non lo pratico… vabbè, in fin dei conti assomiglia un pochino alle ciaspolate…no?).

scialpinismo

Perché ancora scialpinismo? Perché un bellissimo approccio alla montagna lo sto scoprendo in quel mondo svizzero (qui siamo davvero in un’altra galassia) grazie alla rivista “Le Alpi” (cartacea ma anche in versione web) del Club Alpino Svizzero (l’equivalente del CAI) che si presenta sempre con delle copertine da fine del mondo e con servizi davvero molto interessanti (tante le proposte di escursionismo e alpinismo, ben documentate, dettagliate e con foto davvero stupende: il tutto con un accento particolare e molto autorevole sull’ambiente).

Avete voglia di sbalordirvi? Leggete allora di cosa ci parla da quel pianeta Peter Camenzind, (vice redattore capo) nel suo editoriale del numero di febbraio:

Rispetto della selvaggina e libero accesso

Sono anni che il nostro periodico richiama regolarmente l’attenzione sull’importanza del rispetto degli habitat degli animali selvatici durante l’inverno, Dal 2009 anche con la campagna «Respektiere deine Grenzen/Respecter c’est protéger». Nelle carte che pubblichiamo assieme alle proposte escursionistiche figurano le zone di quiete per la selvaggina vincolanti e raccomandate, e il rispetto della natura degli itinerari è stato verificato. Ci si può contare. Lo scopo è chiaro: noi del Club alpino svizzero vogliamo assumerci la nostra responsabilità in quanto protettori delle Alpi. Ma è anche un problema di libero accesso. Solo rispettando le zone di tranquillità per la fauna potremo insistere affinché le autorità optino per il discernimento e non stralcino semplicemente gli itinerari esistenti. E potremo anche chiedere che tali zone siano analizzate per la loro efficacia e – qualora non vi soggiornasse alcun animale – che siano abrogate. In teoria, suona facile. Nella pratica, però, può risultare complicato, ad esempio quando non si attribuisce importanza all’età della carta scialpinistica utilizzata per pianificare l’escursione (vedi pagina 15). La carta fornisce un’istantanea. Le zone di quiete per la selvaggina definite dopo la sua pubblicazione non vi figurano. Per questo esiste il portale respektiere-deine-grenzen.ch, che è costantemente aggiornato: i Cantoni sono tenuti ad annunciare le zone di quiete per la selvaggina vigenti; all’Ufficio federale dell’ambiente compete invece l’aggiornamento delle carte proposte dal portale prima della stagione scialpinistica. Purtroppo, questo accade normalmente solo una volta all’anno a metà dicembre, ed eventuali zone di quiete definite successivamente non sono indicate: una situazione poco soddisfacente. Per noi, cosa significa? Chi pianifica un’escursione deve – anche se raramente – tener conto del fatto che sul terreno potrebbe trovarsi improvvisamente di fronte un cartello che indica una zona di quiete per la selvaggina. Non è certo piacevole dover modificare l’itinerario o, nel peggiore dei casi, rinunciare all’escursione. Dal punto di vista giuridico, tuttavia, le cose sono chiare: le zone di quiete per la selvaggina vigenti devono essere rispettate. Chi non lo fa, rischia la multa. Sta a noi dimostrare che attribuiamo uguale importanza alla valorizzazione e alla tutela. Solo così ci conformeremo al nostro ruolo di avvocati delle Alpi e potremo difenderele in modo credibile contro ogni limitazione.

Peter Camenzind

mappa zone tranquillità fauna

Clic per ingrandire (sito: http://www.respecter-cest-proteger.ch/)

Per raggiungere il pianeta CAS e la sua rivista basta un clic qui (non spaventatevi, c’è anche la versione in italiano): http://www.sac-cas.ch/it/nc.html

Alla rivista “Le Alpi” è possibile abbonarsi online, oppure si può semplicemente ordinarne una copia. Di ogni numero c’è la presentazione. Per esempio: http://alpen.sac-cas.ch/it/rivista/contenuto/rivista-attuale/ (godetevi le foto di copertina… sono davvero favolose).

Se il notiziario “Lo Scarpone” finisce intrappolato in Rete, la rivista mensile del Cai “Montagne360” invece da ottobre dello scorso anno la si può acquistare in edicola (quindi non è obbligatorio essere soci Cai per consultarla). Prezzo: € 3,90. In particolare l’ultimo numero (febbraio 2013) pubblica un’interessante intervista a Simone Moro dove ritroviamo il grande alpinista con la voglia di tornare sulle Alpi. Ho trovato molto piacevole e consolante leggere alcune parole, usate da Moro parlando di alpinismo, come “romanticismo” e “sogno”, proprio quelle parole con cui ho voluto parlarvi qualche tempo fa del rifugio Eugenio Ferreri abbarbicato in alta Val Grande di Lanzo (Un ricovero per sogni romantici).

A proposito del rifugio Eugenio Ferreri: dallo scorso anno è cominciata una raccolta fondi per tentarne il recupero, visto le brutte condizioni in cui versa: qui il link con i dettagli.

Sto per concludere. Vorrei farlo proprio ritornando all’inizio di questo post (così chiudiamo il cerchio…). Il pezzo di Enrico Camanni su Alp è così introdotto:

“La montagna selvaggia – mountain wilderness per chi parla inglese – non sopporta i grandi numeri, ma ci sono delle eccezioni. In tempo di guerra le truppe alpine sono state costrette a colonizzare i severi territori delle cime, imparando a convivere in cento, mille soldati con un ambiente ostile dove il freddo e le valanghe facevano più vittime delle armi del nemico. Durante la guerra all’eresia mille valdesi guidati da Enrico Arnaud scavalcarono le Alpi occidentali per riprendersi le loro valli. In tempo di pace preti, boy-scout ed educatori vari hanno spesso popolato colli e montagne, protetti dal loro dio misericordioso.”

Bene, visto che Camanni parla di montagne di guerra e di montagne di pace colgo la palla al balzo per proporvi come finale di questo post il bellissimo video di Fabri Fibra (girato a Macugnaga) che si intitola proprio “Guerra E Pace“. Una montagna in bianco e nero, nuda e cruda. Vera.

.

Tu resti in casa con tua madre che ti pulisce il culo, insicuro
Porte chiuse come all’inferno, sono giovane
Ho le idee, c’ho i soldi e questi mi tengono fermo
Il Paese è lento, incastrato nel passato
I ragazzi non dicono, non fanno, non si lamentano
Lo accettano così com’è
Ma quando poi se ne accorgono sul web rompono il cazzo a me

Chissà cosa pensa Enrico Camanni che a 21 anni era direttore della Scuola nazionale di scialpinismo…

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

17 Responses to Approccio alla montagna

  1. serpillo1 says:

    Tanti spunti dal tuo post.
    Mi e’ rimasto impresso:
    “l’adattarsi alle esigenze del più debole e nel calibrare le capacità personali su quelle del gruppo”: mi viene in mente la gioia di arrivare a destino insieme;
    e la sensibilità svizzera nel tutelare e proteggere zone di quiete per la fauna al passaggio degli escursionisti-sciatori: non oso immaginare che provoca il transito delle motoslitte..

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  2. ventefioca says:

    Mi spiace molto questo passaggio sul web. Piemonte Parchi, così come tante riviste, lo sfoglio la mattina facendo colazione, in questa stagione prima dell’alba. Non colleziono numeri interi perché non ho spazio in casa, ma strappo e annoto le pagine che mi interessano. La pila di riviste non ancora lette dirige le scelte mattutine. Avere una lista di file da aprire non è la stessa cosa.
    Peccato e addio.

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  3. popof1955 says:

    Il web da grandi possibilità nel poter archiviare di tutto, la carta ingombra, però è vero, molto meglio sentire il fruscio di un foglio, il poter tornare indietro facilmente per rileggere, il sapere che in quelle montagne di carte ci sta quel che hai visto e letto molto tempo prima, è molto più bello. Lo Scarpone e La Rivista non li conservo a lungo, tanto so di ritrovarli in Sezione, Orobie si è anche lui trasferito sul web, ma in effetti finisce che dimentico anche di andare a dare un’occhiata.

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    • Beppeley says:

      “ma in effetti finisce che dimentico anche di andare a dare un’occhiata”.

      Esatto… succede anche a me così con Lo Scarpone. Quando era cartaceo me lo portavo dietro mentre andavo al lavoro e gli davo un’occhiata mentro ero sul bus. Oppure prima di addormentarmi….

      Ma ti pare possibile sdraiarsi e portarsi pc, tablet e cose varie… che tanto per cambiare emettono comunque elettromagnetismi e cose simili?

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  4. scusate ma non se ne può più di questa menata del “profumo della carta”. E’ solo feticismo. Quando gli ebook saranno finalmente a colori, buona parte dei libri cartacei spariranno come è giusto che sia, come è sparita la pellicola dalle macchine fotografiche, le musicassette, gli lp, i cd e tutta la roba vecchia che non serve.
    Il tutto a vantaggio del pianeta perché se ci pensate il consumo di carta demenziale è enorme e produce danni all’ambiente spaventosi (foreste tagliate, spreco di risorse per spostare libri etc). Insomma viva la tecnologia che ci permette anche, tra le altre cose, di leggere questo blog “immateriale”, alla faccia del profumo della carta! 🙂

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    • ventefioca says:

      Signor aghezzer, buon pro le faccia il dar dei feticisti e dei menaioli a coloro che si chiedono se il passaggio sul web o al digitale di riviste e altre pubblicazioni risponda davvero ad una imperiosa necessità ambientale o non sia la pillola indoratrice di un impoverimento culturale. Se è vero che il web è libero a tutti, è anche vero che il 90% di quel che gli gira sopra è semplice spazzatura che neanche l’editore più sciatto avrebbe avuto l’ardire di pubblicare. Se si vuole scagliare sul consumo di carta, si rivolga ai metri cubi di pubblicità dei centri commerciali, ai giornaletti insulsi distribuiti ai semafori, alle tonnellate di santini elettorali rimasti fermi negli uffici postali. La carta cattiva scaccia quella buona, e non mi sembra un gran trionfo. Alla faccia del suo progresso. 🙂

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  5. caro ventefioca, sarà anche vero che il 90% del web è spazzatura ma qual è il problema? Nessuno la obbliga a leggerla. Si chiama libertà di espressione. E grazie a dio abbiamo ancora la libertà di scegliere, anche la spazzatura se ci piace. Oppure questo bel blog. O vuole decidere lei cosa va pubblicato e cosa no? Incaricare una commissione? Un ministero? (del Culpop magari :). Io francamente non capisco queste posizioni di retroguardia, anche se sono diffusissime e sono un freno culturale poderoso (e quindi anche economico) che relega l’Italia in fondo a tutte le classifiche europee.La comunicazione libera non sarà mai un impoverimento culturale finché potremo scegliere. Non sostengo badi bene che oggi tutto è progresso, ma sono sicuro che all’epoca anche Gutenberg fu osteggiato (quegli orribili e scadenti libri stampati), così come ci fu chi si oppose ai treni preferendo le carrozze coi cavalli, e allo stesso modo i musicisti di vaudeville insorsero contro la radio di Marconi che portava via spettatori paganti :). Oggi siamo al “profumo della carta”, e va bene, supereremo anche questo ennesimo pregiudizio 🙂 Cordiali saluti

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    • serpillo1 says:

      Non penso che i libri di carta spariranno a favore degli e-book.. sono simili ma molto differenti.
      Il problema è un altro: quanti Italiani leggono? e che peso ha la cultura e l’istruzione nel nostro paese?

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  6. certo che non spariranno (perlomeno non subito). Così come non è sparito il cinema o la radio con l’avvento della tv. Ma il trend è quello. Oggi qualcuno usa le tavolette di cera? I codici miniati? Che importa il supporto, quello che conta è il messaggio, l’informazione, la comunicazione.L’intelligenza collettiva è enormemente superiore a quella individuale (chi sarebbe capace di costruire, non dico un razzo che va sulla luna ma una semplice penna biro?), grazie allo scambio di informazioni. Siamo animali sociali e abbiamo bisogno di comunicare.

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    • ventefioca says:

      Caro aghezzer, lungi da me l’idea di porre freni a quel che è o no pubblicabile e condivisibile su carta e/o web. La riflessione era sul fatto che – a mio avviso – certe modalità di “degustazione” della cultura passano anche attraverso il mezzo, checché ne dica lei a proposito del supporto. Sono il primo a proporre la “informatizzazione” di processi e attività, proprio per fare evolvere questo paese dal buco in cui si trova. In famiglia gestiamo tre blog di informazione e di educazione all’utilizzo della informatica nella scuola primaria, mia moglie è coordinatrice di plesso per quanto riguarda l’uso delle LIM, pertanto quando si ragiona sulla diffusione sull’informatica pensiamo di saperne qualcosina. Che poi io personalmente mi appassioni al profumo di carta stampata – e anche un po’ stantia, a volte – lo ritengo un antidoto ad eccessi di delirio da bit. Mi chiami retrogrado e antiquato, ho incassato di peggio. Cordialmente, Gp

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      • ma no, ciascuno fa quel che meglio crede. Si figuri che io ho 1500 lp di jazz, comprati col sangue quando ero giovane squattrinato e in anni e anni di ricerche, chiusi in un armadio. Quello che non mi piace è quando qualcuno vuole imporre qualcosa agli altri. Se uno vuole leggere la spazzatura, a me va benissimo, Basta io sia libero di leggere quel che mi pare. Uno ama i codici miniati? Bene, bellissimo. Ma perché denigrare altri tipi di supporto più duttili e moderni? (impoverimento culturale) saluti

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        • ventefioca says:

          Alla fine ci siamo intesi… potenza dei mezzi e delle menti che ci stanno dietro e attorno!E’ comunque stimolante il concetto di impoverimento come rifiuto di una nuova forma di comunicazione (idea per racconto… grazie!). Alla prossima occasione di un incontro altrettanto proficuo. Buona giornata. Gp

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  7. Beppeley says:

    …però trovarti nella cassetta della posta la rivista in abbonamento, o il quotidiano che ti aspetta sullo zerbino… O i libri acquistati sul web che che ti consegna il corriere… Quell’emozione di aprire il pacco e sentire le pagine tra le tue mani… Dai, non è solo il profumo della carta… E’ un insieme di sensazioni che difficilmente i bit saranno capaci di eguagliare.

    Poi, per carità, viva la tecnologia che ci risolve tanti problemi… anche di costi, ecologici, ecc.

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    • martellot says:

      Una provocazione a proposito di ecologia…. visto che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione elettronica, come viene chiamata, ogni tanto mi pongo un dubbio: ma se le risorse naturali (petrolio, metano, ecc.) stanno finendo o comunque finiranno, come riuscire a continuare a vivere riuscendo a garantirci le comodità che abbiamo raggiunto? è innegabile che le automobili attuali siano inquinanti, energivore, ecc. ma se un domani (prossimo?) le auto saranno tutte elettriche, allora siamo sicuri che ci sarà energia elettrica per alimentare auto, lampioni, computer, ebook, stufe, ecc.? E’ vero che ci sono le fonti rinnovabili ma è anche vero che non hanno assolutamente un rendimento paragonabile a quelle, passatemi il termine, più “in voga” e che producono una gran quantità di energia elettrica.
      Dopo questa premessa apparentemente fuori tema e tornando ad uno degli argomenti trattati nel post, mi chiedo se tutto ciò che ci viene presentato come “progresso” sia effettivamente progresso. Aldilà della effettiva comodità dell’ebook (anche se io rimango un appassionato della carta), siamo sicuri che potremo permetterci questa (e altre) diavolerie in futuro? Siamo sicuri che gli ebook rispetteranno le esigenze ambientali del pianeta? Non parlo di piccoli numeri di questi prodotti ma parlo di milioni se non miliardi di oggetti come questo.
      Come ho detto la mia era una provocazione ma quando sento sempre parlare del progresso che avanza, mi sia accappona la pelle e penso che forse confondiamo spesso il progresso umano con il progresso tecnologico e non credo che questi necessariamente coincidano…
      Tralasciando il discorso sul profumo (per me inebriante) dei libri, siamo davvero sicuri che gli ebook siano più “ecologici” soprattutto sul lungo periodo?

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  8. Beppeley says:

    “[…] a garantirci le comodità che abbiamo raggiunto?”

    Forse sarà una liberazione?

    Se ci pensi bene molte delle nostre “comodità” sono solo delle schiavitù.

    Hai già visto il film documentario “Home” ? Se non l’hai ancora fatto, programmatelo… Cercati 1 ora e 30 minuti circa di tempo libero e goditelo (mi raccomando… a tutto schermo…):

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