Quando i pastori parlavano ai mesi

greggeOltre a studi approfonditi sul clima non dimentichiamoci dei detti popolari e l’acuta osservazione della natura da parte dei montanari unita ad uno spirito di sopravvivenza…

Articolo a cura di Giorgio InaudiBarmes news n.15

A Balme avviene spesso che il mese di aprile, invece di portare la primavera, come avviene alle quote più basse, porti invece furiose tempeste di neve. Qualche volta accade addirittura che siano le nevicate più intense dell’anno, magari dopo un inverno avaro di precipitazioni, trascorso a sperare l’arrivo della sospirata neve tra una perturbazione annunciata e un’altra che si risolve soltanto in un po’ di tormenta e di vento marino. Più che un’anomalia, è piuttosto una caratteristica del nostro clima, con cui dobbiamo convivere. Se n’erano già accorti i vecchi, i quali raccontavano in proposito una storiella, che mette in scena un dialogo tra il pastore e lo stesso mese di marzo:  «lou bardjìa ou ià dit a mars: «mars o marsaioùn, dj’é vernà li miè moutoùn» – lou mèis ià respoundù: «tre di i’é e tre i’amprimré da coumpàri avrìl e li toué moutoùn feré murì!» “.

La traduzione può essere la seguente: il pastore ha detto al mese di marzo: «marzo, marzaglione, ho fatto passare l’inverno alle mie pecore» – il mese gli ha risposto: «tre giorni li ho (ancora) e tre li prendo a prestito da compare aprile e le tue pecore le farò morire! ».

Per questo i primi tre giorni di aprile, che spesso sono caratterizzati da temperature e tempo più invernale che primaverile, sono detti “li dì amprimà”, cioè i giorni presi a prestito.

È una storiella che si ritrova anche in Val d’Aosta, in Savoia e forse in tutta l’area francoprovenzale e vuole sottolineare come in realtà, nelle alte valli, nessuno possa cantare vittoria, pensando di aver superato indenne l’inverno. I colpi di coda della cattiva stagione sono sempre possibili e possono essere micidiali.

Per comprendere appieno il significato di questa storiella, bisogna pensare a quanto fosse importante il clima nelle alte valli soprattutto al principio della primavera, quando le provviste di foraggio per il bestiame si assottigliavano e poi finivano, magari prima di quanto fosse possibile ricorrere al pascolo.

In altri casi erano le gelate tardive, che potevano bruciare le patate già germogliate oppure anche i cereali, rendendo quindi necessario spendere di nuovo la preziosa semente. Certe volte il protrarsi del maltempo obbligava a rimandare la semina oltre il momento opportuno, rendendo più precario il raccolto dell’autunno, proprio quel raccolto che avrebbe dovuto riempire la dispensa, magari già quasi vuota all’inizio della primavera.

Oggi la bella stagione è accolta con generale soddisfazione, perché ci porta sole, luce e annuncia prossime le vacanze.

Ma in un passato ancora recente non era esattamente così. La primavera era piuttosto un momento dell’anno che suscitava ansia, dal momento che un clima sfavorevole poteva condizionare gravemente i raccolti, fino a provocare la carestia.

Del resto la primavera, in sé, portava pochissimi frutti (poche erbe selvatiche commestibili) e si spiegano quindi i molti riti (religiosi e non) che venivano consciamente e inconsciamente celebrati per favorire un buon andamento del tempo.

Il momento dell’abbondanza e quindi dell’allegria era piuttosto l’autunno (un’allegria che oggi noi di solito non condividiamo), in cui si poteva guardare con soddisfazione alle riserve di cibo e di foraggio, una garanzia contro l’inverno. Si spiega così come proprio nel tardo autunno, si moltiplicavano le pratiche (talvolta religiose, ma più spesso magiche), volte a condividere qualche parte di questa abbondanza con le forze misteriose della terra, con gli antenati, con i trapassati.

Proprio a Balme, nella ricorrenza di Ognissanti, molti seguono ancora l’uso di lasciare un piatto di castagne “per le anime”, mentre alcuni decenni or sono era l’uso recarsi al Camposanto e, dopo la funzione, andare sulle tombe dei propri cari e recitare una preghiera “per coloro che ci hanno lasciato la casa”. Un forma di “pietas” non priva di una connotazione apotropaica, quasi a dire: «grazie per la casa, adesso ci siamo noi, non state a tornarci!».

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

9 Responses to Quando i pastori parlavano ai mesi

  1. Beppeley says:

    Molto bello!

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  2. souleiado says:

    Condivido quel che è stato raccontato con piacere. Esso ha delle verosomiglianze con altre regioni d’Italia, per esempio al Sud, dove il duro inverno, in particolare, rappresentava una stagione di riposo e riflessione, in cui si viveva di quanto accumulato durante la bella stagione e si poteva così sopravvivere quando il clima irrigidiva i propri tratti e rendeva ancor più difficile la vita…luoghi dove trascorrere le serate insieme intorno a bracieri di rame pieni di carbonella erano sia momenti di riscaldamento che di fraternizzazione per le piccole comunità.
    Perchè anche al Sud si verificavano grandi nevicate e gelate, in particolare in zone non troppo lontane dal mare e teatri di “scontri” climatici importanti tra venti marini e nuvole di terra, cosa che in taluni luoghi accade ancora – parlo della Sicilia, la regione che per metà mi scorre nel sangue.
    Quanto all’usanza di mettere cibo alla porta per la ricorrenza di Ognissanti, anche in Sicilia ciò veniva fatto, non certo per esorcizzare eventuali ricomparse o “presenze” maligne (contrariamente a quanto si possa pensare), ma bensì per rendere gratitudine a chi prima aveva lavorato affinchè la propria famiglia vivesse in una dignitosa povertà, possibilmente priva di fame.
    Ancora oggi nel paese natio di mia madre, un luogo dalla natura dura in cui d’estate si attraversa per chilometri un paesaggio lunare infuocato dal sole di australiana similitudine, si usa fare un dolce povero, detto “ossa dei morti”, per ricordare che di vita si muore sempre, che la morte non deve fare paura, e che “cibare” chi non c’è più è uno spontaneo atto di affettuoso ricordo e rispetto imperituro…

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  3. ventefioca says:

    Un senso di continuità che oggi manca…

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  4. martellot says:

    è molto interessante notare quanto grande sia il legame che una popolazione ha con il proprio territorio, un legame così forte e stretto che arriva anche a influenzare le usanze e le credenze delle persone. Bel post!

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