Meta e sentimento nella scalata

Meta e sentimento nella scalata“Conserva sempre lo spirito dei pionieri,
conserva sempre lo sguardo di un bambino,
perché per ben vedere non basta aprire gli occhi,
bisogna innanzi tutto aprire il cuore”
 

Gaston Rébuffat

Ed io devo confessarvi che ho davvero aperto il cuore leggendo questo libretto, leggero come una brezza alpina (meno di quaranta pagine) che sta in una tasca della giacca a vento o un in angolo dello zaino, per poi magari sfogliarlo sotto un cielo profondo blu di montagna.

Notevole e molto apprezzabile lo sforzo di sintesi di Marco Blatto che con questo lavoro ha saputo afferrare con vigore lo spirito profondo ed autentico dell’andar-per-monti sia esso declinabile nella scalata vera e propria, lungo pareti di roccia o ghiaccio, o sia essa declinabile nel “semplice” viaggio verso una nostra personale meta persa in qualche angolo delle montagne.

Viaggio, meta e sentimento si amalgamano indissolubilmente traendo energia da quelle sensazioni più profonde su cui il grande alpinista Gian Piero Motti amava porre l’accento, trascurando completamente la ricerca ossessiva della propria affermazione.

Mi piace leggere e comprendere quanto quelle sensazioni più profonde, vive ed autentiche come il riflesso cristallino e genuino di una sorgente alpina, possono essere conquistate solo accettando serenamente la presenza costante del rischio nell’alpinismo. Ma non solo nella pura attività alpinistica, se pensiamo alla montagna come un luogo in cui vedere il viaggio in ambienti naturali ove ritrovare le sane tensioni – anche intellettuali – verso ciò che è imprevedibile e sconosciuto.

alpinismo

Rischio e libertà sono sensazioni profonde, quasi tangibili e afferrabili, così intense ed intimamente legate una all’altra che sembrano riuscire a materializzare il concetto stesso di libertà (ai giorni nostri così mistificato), sensazioni che ti vengono incontro quando percepisci i tuoi limiti e tenti di dialogare proprio con quanto dentro di te è imponderabile e sfuggevole, affinché la conoscenza emerga durante l’inseguimento della meta che in verità non è molto importante quanto il viaggio stesso con tutte le sue implicazioni etiche, morali e psicologiche.

Marco sa maneggiare con sapienza, efficacia e destrezza il pensiero di Motti, da cui prende spunto per condurci verso visioni alte che emergono proprio del “sentimento” così come succede quando ci parla, per esempio, della nostalgia.

«La nostalgia, al pari del bel ricordo, della gioia, del dolore, della paura, dell’esaltazione, è un sentimento; noi che siamo alpinisti e scalatori abbiamo provato questi stati d’animo, siamo fieri di poter dire che il “sentimento” è un punto fermo del nostro andar per monti

viaggio

In questa nostra epoca, dove sovente è facile smarrire la direzione, strattonati come siamo da tecnologie pervasive e rischi di apocalissi, associare un paesaggio di montagna, sia esso infinitamente osservabile dalla nostra vetta, o sia esso riconducibile al metro quadro della nostra anima dialogante con la parete (proiezione del nostro vissuto interiore?), al nostro sentimento, inteso come esperienza individuale ma anche condivisa, è un fantastico segnale di amore per la libertà.

Con questo quaderno Marco Blatto ci fa un dono meraviglioso e oltremodo “ricco” perché ci suggerisce di non aver paura di andare incontro al “rischio” nel nostro approccio con la montagna perché è proprio affrontandolo con umiltà che riusciremo a vivere sensazioni uniche. Sensazioni profonde che ci accompagneranno lungo il nostro viaggio.

E forse in questo viaggio potremo osservare con distacco e benessere la quotidianità che tende ad asfissiare la nostra libertà? Forse riusciremo a vederla con occhi nuovi?

alpinisti

«La “meta” divenne per me l’obbiettivo di un’esperienza fisico – spirituale che poteva concretizzarsi sia attraverso un’ascensione che terminava con il raggiungimento di una cima, sia con la scalata di pareti “senza vetta”.»

Avete mai provato a soffermarvi su quanto oggi sia difficile e terribilmente complicato “liberarci”? Ogni azione, e questo vale anche per l’alpinismo, deve essere ricondotta entro binari in cui ci siano dispositivi affidabili e certificati che ci garantiscano che assolutamente tutto fili liscio, senza imprevisti, senza fattori non calcolabili e predeterminabili.

E’ il trionfo del calcolo come sintesi di un’esperienza mortale.

« […] Come si è detto vi è chi vorrebbe a tutti i costi una montagna sicura, adattandola il più possibile alle capacità medie dell’alpinista, riducendo i pericoli con decine di chiodi, di catene, magari con migliaia di bollini di vernice lungo le vie di salita e, ultimamente, addirittura con divieti di accesso e sanzioni. Vi è insomma chi pretende, in nome di un fantomatico bene collettivo, d’impedire quella libertà d’espressione e d’azione che da sempre caratterizza l’alpinismo […] ».

«[…] Il rischio è dunque un diritto in alpinismo, come lo è quello di scegliere la propria vita e la propria condotta morale. Si accetti quindi il confronto con le difficoltà che la montagna o la scalata oppone, basandosi sulla coscienza delle proprie reali possibilità e senza che s’intervenga ad addomesticare pesantemente il terreno di gioco con illusori stratagemmi tecnologici o, peggio ancora, vietando e imponendo regole al libero andare per monti. Alpinismo è libertà

Libertà di vivere sensazioni più profonde.

In Gian Piero Motti e in Marco Blatto ho trovato due grandi e straordinari custodi della libertà.

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Grazie Marco.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

4 Responses to Meta e sentimento nella scalata

  1. serpillo1 says:

    Il “Quaderno” non l’ho ancora letto ma il titolo mi ricorda che, insieme alla natura ed alle nostre emozioni, siamo un tutt’uno in questo nostro viaggio solitario.

  2. Pingback: La libertà in montagna | I camosci bianchi

  3. popof1955 says:

    Però vedi il paesaggio di montagna ti da il giusto senso di libertà, il sapere sin dove osare e rischiare, invece la nostra epoca (ma anche quelle passate in fondo) non ti concedono di comprendere appieno chi sei, dove sei e quanto puoi. Una libertà illusoria, perché in montagna la cima che vedi sai che ne copre un’altra, che non è un punto di arrivo ma di partenza. Viceversa la quotidianità del lavoro, la vita sociale sembrano scorrere in binari perfetti, tracciati da altri e poi di colpo vieni fermato e non sai nemmeno il perchè.

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