Il Vallone di Trione

La parte alta del Vallone di Trione

A destra la parte alta del Vallone di Trione

Sono molto onorato e anche molto felice di poter ospitare qui Ariela Robetto che voglio ringraziare sentitamente per avermi trasmesso un suo scritto sul vallone di Trione, quello che il Comune di Chialamberto la scorsa estate ha voluto sbarazzarsene vendendolo al miglior offerente (per 93.000 euro: se vi interessa saperne qualcosa di più, qui il post).

Il Vallone di Trione, situato nel versante all’inverso della Val Grande, è un vero gioiello naturalistico delle Valli di Lanzo, solcato dalla Grande Traversata delle Alpi e dalla Via Alpina, i due principali percorsi  escursionistici che permettono di attraversare le Alpi.

L’aspetto curioso è che per riuscire a piazzare qualche immagine della zona su questo post, sono dovuto andare a spulciare nel mio archivio delle foto stampate (quando feci l’escursione non disponevo ancora della fotocamera digitale): gli scatti li ho fatti il 25 agosto del 2001, esattamente cinque anni dopo la data che trovate riportata qui sotto!

Adesso vi suggerisco di prendervi qualche minuto di tempo per percorrere il vallone di Trione con la vostra immaginazione grazie ai ricchi e succosi spunti culturali -descritti con rara ricchezza di linguaggio- della bravissima Ariela Robetto.

Poi preparate scarponi e zaino.

***

Alp del Trione 25 agosto 1996

Sono voluta ritornare nel vallone di Trione dopo aver letto il breve opuscolo di Maria Teresa Serra sulle miniere d’argento in esso presenti, sfruttate nel lontano Trecento. Il fatto che il proprietario di un creus fosse un Giacomo de robeto il quale dal lavoro di sfruttamento negli anni tra il 1343 ed il 1345 aveva ricavato 5 marchi e 7 once del prezioso metallo, mi fa sentire legata in modo particolare a questi luoghi.

Partiamo dunque da Migliere, terra da cui emigrarono i miei avi verso la piana di Ciriè, e, attraversato il ponte sulla Stura, iniziamo a risalire lungo il sentiero GTA (sono queste ormai le uniche vie mantenute tali da essere percorribili) completamente immerso in un vasto bosco di larici.

Le piogge di questi giorni e gli umidori del mattino fanno sì che si cammini in un acquario. Stillano rami, felci, lamponi dolcissimi e freschi, inondati di rugiada; cuscini di muschi e di borracina ostentano al raggio di sole, riuscito a filtrare tra il verde, vapori di perle opalescenti, miracolosamente in equilibrio su capsule pronte ad aprirsi e ad eiettare, nella terra soffice e nera, vite nuove per la primavera a venire.

Ė tutta un’esplosione di verde in questo trionfo d’estate che non vuole arrendersi al declino nei contorni morbidi del settembre incipiente. Ma già si sente nell’aria la fine degli eccessi estivi: tutti quei verdi prepotenti e vistosi come il trucco di donne troppo appariscenti, si stempereranno presto nella pacatezza e nella placida tranquillità dei giorni del trascoloramento.

Oggi però, quali bòcia spensierati, orgogliosi di ostentare al mondo bellezza e vigore, illusi dell’eternità della giovinezza, spavaldamente riempiono gli occhi del loro brillante colore.

Mentre saliamo, percorriamo in senso est-ovest il versante sud della Val Grande. Svolte improvvise immettono in valloni stretti ed incassati nei quali dobbiamo scendere per guadare i torrenti che li solcano; nell’ombra, fattasi più cupa e fitta, scorgiamo rivoli scendere ovunque e botri in cui spesso l’acqua stagnante mostra riflessi freddi ed affascinanti di malachite.

Ad una di queste svolte, il paesaggio si apre sulla testata della valle e la vista si riempie nella meraviglia delle Levanne che violano il cielo, dei loro ghiacciai fluttuanti in orizzonti di vapore.

Levanna Orientale

Lev-Anann, la Grande Madre delle sorgenti, gravida di acque e di umori terrestri, ci avvolge e ci seduce con la sua pregnante sacralità. Ci fermiamo in adorante silenzio. Continuiamo a salire ed il paesaggio trasfigura mentre entriamo nell’ampio anfiteatro del Trione.

Oggi non si riesce a cogliere pienamente la sua vastità, poiché nella prima sua parte è ormai colonizzato dagli arbusti e dagli alberi che si riappropriano dei pascoli. Si cammina in una stretta galleria tra gli ontani e i mirtilli -i bronson della piana, le lòstrie della montagna- a questa altezza ancora in piena maturazione sul finire di agosto.

Tra questo intrico selvatico, caoticamente prolifero, incontriamo la leggendaria Pera Cagni. Per la verità, il suo aspetto non è per nulla imponente e solenne. Si tratta di un masso erratico lasciato anticamente dal ghiacciaio, come molti altri sparsi sul pianoro, e recante sulla sua superficie i segni dell’erosione glaciale che hanno originato una delle più famose leggende delle Valli di Lanzo.

«Lou Calcant e pera Cagni valount pi dla Fransa e Spagni» dicevano i vecchi, convinti che il masso scavato (cagni) rinchiudesse nelle sue viscere un tesoro in oro e argento. Effettivamente, al di sotto del macigno, si apre una bouiri, una grotta, nella quale generazioni di montagnini hanno cercato una risoluzione magica e miracolosa ad un’esistenza di povertà e fatica.

Si racconta che il diavolo volesse eliminare una città, regno di ogni esecrabile abominio. Caricò sul dorso un masso internamente di oro puro, prelevandolo dal Monte Giove, sua abituale dimora. Passò volando sulle Levanne e sul Col Girard, giunto sopra Forno Alpi Graie fu scorto da un santo eremita ritiratosi a pregare nel bosco di faggi, sul luogo ove ora sorge il santuario mariano. Il sant’uomo pregò con tanto fervore per la salvezza della città dissoluta, che il demonio fu vinto dalle leggi del bene e dell’amore. Il carico divenne così pesante che il sovrano del male dovette lasciarlo cadere nel vallone dove giace adesso. Furioso, cercò di risollevarlo trasformandosi in leone, aquila, avvoltoio, colomba: fu tutto inutile. Dovette ritornare, sconfitto, alla sua dimora, lasciando sul masso i segni delle sue furibonde metamorfosi.

La leggenda presenta diverse chiavi di lettura e di decifrazione dei suoi significati. Ma questo ora non mi preme.

Interessante è invece evidenziare il rapporto che, ancora una volta, collega l’esistenza, la realtà dura ed ingrata alla pietra ed alla cavità nel grembo della terra, come speranza di riscossa, di rivincita, di consolazione. Non ha importanza se il conforto arriverà dal regno del male (sempre unito ai tesori ed alle ricchezze): chi vive di polenta e toma, di castagne secche e di scarso pane nero, non ha cura per l’assicurazione dell’anima. Ogni sua attenzione è indirizzata alla sopravvivenza, giorno dopo giorno; bisogna salvare la ghirba su questa terra, l’aldilà non è poi così immediato.

Usciamo dall’intrico di drose e ci inoltriamo nella parte finale del pianoro ancora adibita ad area pascolativa ed utilizzata dal marghé che frequenta l’alp dou Trioun, addossato alla scura parete sud dell’anfiteatro, lungo il sentiero per i laghi.

Qui abbiamo una riprova della lotta capillare e instancabile condotta dai montanari contro l’ambiente povero ed inospitale: la zona è stata sottoposta, palmo a palmo, ad una ciclopica opera di spietramento, di cui restano, conturbanti ed ammirevoli testimoni, innumerevoli macìe sparse su tutto il territorio. Mi accorgo di quanto sia improprio denominare “mucchio di sassi” questi manufatti; essi sono veri e propri capolavori di equilibrio e di statica nelle loro forme nuragiche: alte più di due metri, con un diametro basale di circa tre, presentano sulla superficie laterale una sorta di scalinata elicoidale di lose infitte trasversalmente, usata evidentemente per il trasporto dei massi sulla parte superiore della costruzione. Debbo riconoscere che le loro sagome scure sono inquietanti sotto un cielo fattosi improvvisamente caliginoso e fosco nel veleggiare incessante di una mantecata nuvolaglia verso il Bec ‘d Nona, nel silenzio freddo e profondo lacerato, a tratti, dai fischi delle marmotte che, al di sotto delle torri petrose, hanno scavato le loro tane.

Bec Ceresin

Bec Ceresin

Lo sguardo si volge verso nord per cercare, con occhi invidiosi, il versante a l’adrèt della valle, inondato di sole e di azzurro ed ecco emergere dall’ombra, all’estremità sud-occidentale del piano, avanti lo scrimolo da cui precipita in stretta gorgia lou rian dou Trioun, il miraggio immaginifico, la chimera fiabesca di Bec Ceresin. Lou Tourioun, da cui il vallone ha derivato il nome, poi alterato in Trione, è un enorme monolite a forma di prisma quadrangolare di roccia gneissico-granitica, alto una quarantina di metri su una base di quindici, completamente isolato dal resto delle rocce che lo circondano: i suoi spigoli laterali divergono in modo che risulta più larga la faccia superiore rispetto a quella inferiore. La sua cima è coperta da una macchia di conifere della specie pinus uncinata: questo tipo di essenza, che un tempo doveva essere diffuso nella valle (travature di vecchi alpeggi sono ricavate da tronchi di tale varietà), si conserva ormai solamente su poche rupi inaccessibili, essendo stato altrove soppiantato dal larice, più robusto e versatile.

Bec Ceresin presenta veramente tutte le caratteristiche per essere entrato nella leggenda e per aver suscitato, nei secoli, l’immaginazione non solamente dei semplici valligiani, ma di numerosi artisti che lo hanno riprodotto nelle loro opere pittoriche, da Clemente Rovere, a Casimiro Teja, dal Perotti a Carlo Chessa, per non citare che i più famosi. Non stupisca il fatto che tanti pittori ed incisori abbiano rappresentato il monolite: esso non è un masso, un roccione, ma una cattedrale, un monumento, una torre imprendibile, un altare proteso verso il cielo, un obelisco; in altre condizioni di luce, però, diviene un turbine, un mostro mitico, una stele primordiale, un cono d’ingresso verso il centro della terra.

Penso che proprio la luce, così volubile nel vallone, sia una delle armi segrete del suo fascino: le sue forme sono di una mutevolezza incredibile, a seconda che essa sia radente, fioca o fulgida, meridiana o crepuscolare, scialba o splendida, viva e nitida oppure tremula e velata in nebbie lattiginose. Ogni volta il Bec suscita una diversa emozione: la sua immagine non si può catturare, sfugge in continuazione, latente e fugace come il sorriso (o il ghigno?) della Sfinge.

L’aura di mistero che avvolge il Bec è stata, nei secoli scorsi, rafforzata dalla sua imprendibilità. Fu infatti, per lungo periodo, considerato inaccessibile; solamente nel 1924, quando l’alpinismo già godeva di una lunga tradizione, fu tentata per la prima volta la conquista della vetta. Inutilmente. Solamente nel 1926, il 28 di ottobre, gli alpinisti Maierna, Pattoni, Rapetti e Bertolino riuscirono ad avere ragione del Bec: l’arrampicata avvenne, a forza di braccia, lungo una corda, con un nodo ogni quaranta centimetri, lanciata con piombino.

trione

Passeranno ancora vent’anni prima che, nel 1946, Carignano, Cumino e Ambrosino raggiungano la cima in arrampicata: più di quattro ore per risalire circa 55 metri! Ancora altri vent’anni prima che venga violato anche lo spigolo sud-ovest da Romeo Beretta e dall’amico Antonio Balma-Mion.

Quanti tentativi e quanta fatica per salire lassù dove nidificava l’aquila! Scriveva Bartolomeo Gastaldi, giunto in Trione il 22 luglio 1866, descrivendo Bec Ceresin: «La sua base superiore è coperta da folta macchia di pini a tinta verde scura, in mezzo ai quali, pochi anni or sono, l’aquila costruiva il suo nido. Sotto ad un lastrone inclinato e poggiante da un lato su un sostegno naturale, vi sono due nidi contesti di grossi rami, giacenti l’uno a destra, l’altro a sinistra del sostegno. Alcuni anni or sono il capraio del vicino alpe Trione, accortosi della presenza di un aquilotto, salì sulla prismata vicina e l’uccise, dicesi, a sassate; da quell’epoca l’aquila non si lasciò più vedere e da quell’epoca forse, i montanari hanno cessato di credere che nel Bec Ceresin fossero rinserrate le anime dei defunti le quali, uscendo di notte dal Tourioun vanno vagando, di vetta in vetta, dalla Ciamarella al Col Girard; chiunque si avvicini alla torre può udire, fra il sibilare del vento, i loro gemiti ed il loro lamento».

Lago del Trione

Leggende antiche, dimenticate. Come quella della giovane montanara per amore della quale, durante l’occupazione napoleonica, si scontrarono in duello, ai piedi del monolite, un soldato francese ed un giovane valligiano. La ragazza, disubbidendo ai genitori, istigata dal demonio, si recò anch’essa nel vallone. I due uomini, avvinghiati nella lotta, precipitarono nel burrone e morirono nel torrente. La fijëtta, causa di tanta disgrazia, afferrata dal diavolo, venne rinchiusa nel Bec, dove ancora si trova la sua anima dannata. Si racconta che, nelle notti di tempesta, si rinnovi ancora sempre la feroce lotta, finché i due contendenti precipitano nuovamente nelle gelide acque, mentre la bufera infuria nel vallone.

Lasciamo il Bec Ceresin, del quale rimane un enigma anche l’origine del nome: forse da “ceresin” che in patois significa nano, custode delle ricchezze minerarie? O forse dai Sarasin, i Saraceni che da Crissolo, a Oulx, a Ceresole sfruttarono le miniere argentifere e le sabbie aurifere? O, più probabilmente, dalla radice celtica “cer” con significato di roccia? Non sappiamo.

Lou Tourioun rinchiude i suoi segreti e non li svela.

Mentre scendiamo a valle, uno squarcio fra le nubi, lascia filtrare la luce: il Bec si illumina, biancheggia come folgore nell’ombra opaca delle rocce circostanti, poi il cielo ritorna di caligine, ci addentriamo nell’intrico di ontani ed usciamo dalla leggenda.

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Per avere le inidicazioni sull’escursione ai Laghi diTrione riporto la descrizione a cura dell’ormai estinta ATL Canavese e Valli di Lanzo.

Laghi di Trione (2164 m)

Accesso: da Lanzo proseguire in direzione Germagnano e Pessinetto, quindi imboccare la provinciale della Val Grande per Cantoira, Chialamberto e Migliere, prima frazione del Comune di Groscavallo. Parcheggiare l’auto nei pressi della chiesa, accanto al parco giochi.

Località di partenza: Migliere (1030 m – fraz. di Groscavallo)

Dislivello: 1134 m

Difficoltà: E

Tempo di salita: 3h e 30 min.

Cartografia: Valli di Lanzo carta n. 8, scala 1:25000 edita dalla FRATERNALI editore

Periodo consigliato: da giugno ad ottobre

Descrizione: seguire l’abbozzo di carrareccia (di fronte alla chiesa) che conduce a un ponte sul torrente Stura; superatelo, proseguire verso destra fino a incontrare un sentiero che attraversa un secolare bosco di larici. Oltrepassata la vegetazione ad alto fusto, si entra nel Piano di Trione (1592m), dove gli alberi cedono il passo a rododendri e piante di mirtilli. La marcia prosegue piacevole in questo verde pianoro, luogo leggendario per la presenza di un enorme masso, la “Pera Cagna”.

Altro elemento di interesse nel pianoro è la presenza di un singolare monolite roccioso detto “Bec Ceresin”, alto circa 28m e largo circa 12, le cui pareti sono strapiombanti e la base è più piccola della sommità.

Alla fine del pianoro sorge l’Alpe Trione (1649 m, 2h). Dopo i casolari il sentiero supera con numerose svolte un salto roccioso fino a raggiungere il Gias di Mezzo (1961 m, 2h 45′). A questo punto portarsi sul terrazzamento sovrastante da cui si entra in vista del Gias dei Laghi: tralasciato l’alpeggio, in breve si scorge lo specchio trasparente del Lago di Trione, incastonato in una verde conca (2164 m, 3h 15′). Gli altri due laghetti sono visibili proseguendo verso il Colle di Trione. La discesa avviene per la via di salita.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

2 Responses to Il Vallone di Trione

  1. paologiac says:

    Racconto affascinante quello di Ariela Robetto. Molte delle cose da lei narrate le avevo lette anche sulla guida di Bergamino, ma la escrizione della Robetto è più ricca di dettagli e di informazioni. Ci sono stato l’estate scorsa, è un posto bellissimo e selvaggio, peccato che sia diventato proprietà privata…

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