Quando le masche ballavano al Piano della Mussa

Gorgia di Balme

(archivio Gianni Castagneri)

I miti e le leggende (dispositivi mentali formidabili che le popolazioni tramandavano per spiegare i fenomeni naturali e l’origine del mondo) sono scomparsi ai tempi di internet o ci permettono ancora di elaborare, di fronte alla crisi, progetti e sogni per il nostro futuro?

Vi presento, grazie a Giorgio Inaudi “le masche, mascoùn, i foulàt” che popolano Balme..

Sono molti i viaggiatori, anche illustri, che, giunti a Balme per la prima volta, furono affascinati dalla cupa e selvaggia bellezza dei luoghi. Una bellezza che, durante il giorno, può apparire severa e grandiosa ma che diviene sinistra e spettrale al crepuscolo, quando la luna si alza ad illuminare le grandi pareti rocciose che incombono sul villaggio, ormai lambito dalle ombre che salgono dalla Gòrdji, la cascata dove precipitano le acque gelide dello Stura.

Non è più la montagna solare, idilliaca ed oleografica delle cartoline, ma un mondo misterioso e inquietante, che ne prende il posto ogni sera, dove la soglia tra la realtà e il soprannaturale non appare più così precisa e netta. Un mondo dove sembrano diventare possibili incontri che altrove non avvengono, se non nei sogni e negli incubi.

Un mondo popolato di masche e di altre presenze più o meno ostili, con cui la gente, tuttavia, ha imparato a convivere. Occorre dire che le masche di Balme, più che preparare filtri o pozioni, come sembra che facciano da altre parti, si limitano a cose più normali. Fanno cadere il bestiame nei precipizi, fanno inacidire il latte, impediscono alle galline di fare le uova. Se prendono di mira un montanaro, le sue tome si fenderanno appena messe a stagionare, la lana delle sue pecore, lavata e messa ad asciugare sui tetti della baita, si tramuterà in una massa di vermi. Per fortuna, i Balmesi sanno come difendersi: basta percuotere a bastonate la catena del camino: le botte si scaricheranno tutte sulla masca di turno, colpevole delle malefatte. C’è anche una possibilità preventiva di difesa: è sufficiente mettere una pietra bianca sul colmo del tetto: essa terrà lontane le masche. Non manca chi ride di questa superstizione ed avanza le ragioni della scienza: l’péress biéntchess ou servèissount mac par gnint lassà tchèi les slèidess. Forse un buon parafulmine è meglio, dicono i giovani. Ma i più vecchi scuotono il capo e continuano a mettere le pietre bianche, come hanno sempre fatto.

Ed ancor oggi, per dire che si è avuta una brutta esperienza, si dice comunemente dj‘é viù l’màschess.

In passato l’incontro con le masche era abbastanza frequente. Per esempio era risaputo che, dopo una certa ora, era bene non trovarsi lungo la mulattiera tra il villaggio di Cornetti e quello dei Fré. In certe notti, accadeva facilmente di incontrare una vacca con un corno solo e storto, la vatchi tchùca, che fissava il viandante con uno sguardo per nulla bovino ma piuttosto maligno e beffardo. In questo caso, meglio tornare indietro. Era probabilmente una masca, anche se nessuno si è mai avvicinato tanto da accertarsene. Oggi è ormai difficile dire, perché, da quando la strada ha sostituito il sentiero, c’è più traffico e la vacca si fa vedere un po’ meno.

Le masche potevano anche abitare la porta accanto. Ai tempi di mio bisnonno usava, come in molti altri luoghi, che i giovani andassero a cantare Martina davanti ad una casa dove c’erano delle ragazze da marito. Di solito, dopo un po’, c’era l’invito ad entrare per trascorrere insieme la sera suonando, cantando e raccontando vecchie storie (si diceva alà an paské). Ebbene, proprio ai Cornetti, davanti ad una certa fontana, nei pressi della Cappella di S. Anna, abitavano tre sorelle, alte e belle. Almeno così diceva il bisnonno ma le tre sorelle erano soprannominate l’sàttchess, che significa le secche. In ogni modo, una certa sera, mio bisnonno e gli altri suonarono e cantarono a lungo, in attesa che le ragazze, come usava, rispondessero al canto e li facessero entrare. Ma non accadde nulla. Attraverso la finestra si vedevano distintamente (o almeno credevano di vedere) le tre ragazze che non alzavano neppure la testa e continuavano a filare. Alla fine, delusi, i giovani decisero, come si suol dire, di andare a cantare in un altro cortile ma, passando davanti alla fontana, che cosa videro? Le tre sorelle erano lì, in carne ed ossa, intente ad attingere acqua. Sembra che le tre siano rimaste zitelle…

Cappella di San Grato_Pian Soletti Di solito, ma non sempre, le masche evitavano gli esseri umani. Soprattutto quando erano intente a celebrare i loro sabba infernali, come spesso accadeva sotto il famoso noce di Pian Soletto, a valle di Ala. Sorge qui una cappella lontana da ogni centro abitato, in mezzo ad un fitto bosco. Ancor oggi c’è chi si ricorda di un fatto inquietante, che non ha trovato spiegazione. Un gruppo di donne di Balme partì a notte fonda per andare a vendere uova al mercato di Ceres. Bisognava arrivare prestissimo per essere le prime ad offrire la merce. Le donne attraversarono Ala e giunsero al Pian Soletto quando le tenebre erano ancora fitte. La cappella, cosa stranissima, era illuminata da innumerevoli fiammelle, che ardevano come candele. Stupite, le donne si avvicinarono, credendo che ci fosse una funzione. Guardando dai vetri, la cappella appariva gremita di persone incappucciate, di cui non si vedeva il viso, perché rivolte verso l’altare, dove un prete sembrava celebrare, senza mai girarsi verso i fedeli. Le nostre donne, incuriosite, cercarono di entrare ma la porta non si apriva. Non solo, ma le figure incappucciate, sempre senza girarsi, facevano segno che se ne andassero, bisbigliando alàs vià, alàs vià. Le donne, offese, proseguirono il loro cammino. C’era stata qualche ruggine tra la gente di Balme e quella di Ala, ma essere trattate cosi! La sera, quando ripassarono davanti alla cappella, non c’era traccia della funzione notturna ed anche ad Ala nessuno seppe spiegare la cosa. Erano masche, erano anime del Purgatorio?  Che cosa avrebbero visto, se quella porta si fosse aperta? Un mistero destinato a rimanere tale. I campeggiatori che, d’estate, piantano le loro tende nel pianoro sottostante la cappella non sanno niente di queste storie, e forse è meglio così…

Per quanto possa sembrare strano, le masche potevano anche essere carine, quando volevano. Al Pian della Mussa, proprio di fronte alla trattoria Bricco, si apre un valloncello che sale dolcemente verso il Roc Nèir, fino ad una radura circondata da rocce, coperta di un’erba spessa e giallastra, rifugio di rane e di serpi. E’ la conca di un antico laghetto prosciugato, solitario e remoto anche nei giorni in cui il vicinissimo Piano è gremito di turisti. Uno di quei posti fin troppo deserti e malinconici, anche un po’angoscianti, pur senza nessun motivo per esserlo. Da noi ce ne sono parecchi e si dicono afroùs. Ebbene, proprio in questa radura sembra che più volte si siano viste fanciulle bellissime e sconosciute danzare con gli uomini che abitavano nelle baite sottostanti. Un segreto conservato gelosamente, ma anche un ingenuo motivo di orgoglio tra gli uomini della famiglia Castagneri-Touni. Non sappiamo che cosa ne pensassero le loro mogli e neppure sappiamo se le belle fanciulle fossero masche o fate o forse un po’ l’uno e un po’ l’altro.

Perchè, infatti, c’erano anche le fàiess e c’erano anche i bacàn o i foulàt cioè gli spiriti folletti. Delle prime c’è poco da dire, hanno il loro hàbitat nelle sorgenti e nei piccoli specchi d’acqua, dove si lasciano riflettere dal sole e si lasciano vedere, praticamente soltanto dai bambini, mentre i bacàn e i foulàt, assai più attivi, sono inguaribilmente dispettosi. Nascondono gli oggetti, fanno perdere la strada, spaventano la gente con versi e rumori inattesi ed inquietanti. In particolare sembra che si divertano a buttare la neve in faccia a coloro che, d’inverno, salgono al Pian della Mussa al mattino presto. Molesti ma non pericolosi, i bacàn sono velocissimi (si dice lèst m’un bacàn) ma soprattutto possono sparire molto rapidamente. E’ per questo che è difficile vederli, quando saltano da un albero all’altro, e soprattutto non si riesce mai a farli vedere agli altri o fotografarli.

Ancora più innocuo è l’om servàdjou, l’uomo selvatico, malgrado le nonne lo usino come spauracchio per i bambini. Misantropo, peloso, vestito di pelli, ha due abitazioni, una presso la Pereùva, curiosa roccia coperta di iscrizioni preistoriche a monte di Mondrone, dove sembra che passi l’inverno. In estate si trasferisce nella sua bòrna (caverna), al Pian Saulera, sopra il Pian della Mussa, dove raccoglie le bacche e sembra anche che produca ottime tome.

Da non confondere (come altri fanno) con le masche sono invece le plìffress. Si tratta (o meglio si trattava, perchè, fortunatamente,  la specie è estinta da tempo) di anziane donne del paese, che erano considerate un po’ in odore di mascheria e, qualche volta, accusate di gettare il malocchio. Sembra comunque che fossero temute più per la loro lingua che per i loro sortilegi. Cose che, a quanto pare, succedono anche da altre parti.

Ma il panorama non sarebbe completo se trascurassimo i mascoùn, cioè le masche-uomini. Assai più rari della specie femmina, i mascoùn sono persone che hanno studiato e posseggono libri (di solito in latino) contenenti formule per fare la fisica. Niente a che vedere con la scienza propriamente detta. La fisica è una pratica che permette di far vedere le cose che non ci sono e vice-versa. Il gioco funziona soltanto con le persone un po’sempliciotte e per un po’ di tempo, ma funziona.

Se t’capèiss cou vòlount fàte la fisica, t’a da alà-toun vià o bàtri fòrt l’màns ansèmbiou: le cose ritorneranno subito a posto. La fisica è tanto più forte quanto più il mascùn è smaliziato. Di solito i mascoùn più pericolosi si incontrano nelle osterie di fondovalle, specialmente quando si è bevuto un bicchiere di troppo. Le fiere, soprattutto, brulicano di mascoùn ed accade qualche volta che un montanaro, tornato al paese, si accorga, ormai tardi, che la vacca che ha comprato non è così bella come gli era sembrata all’acquisto.

Da quando c’è la televisione, della fisica si parla molto meno, anche se in paese si sussurra tuttora che in certe ville ormai secolari possa ancora succedere che un tavolino a tre gambe si mette a ballare o un pianoforte suoni da solo. Ma queste sono cose da villeggianti.

Tra i mascoùn più famosi, di cui è ancora vivo il ricordo, c’è addirittura un prete, vissuto a Balme molto tempo fa, che faceva anche il maestro di scuola. I vecchi ne parlano ancora con viva impressione. Dotto e caritatevole, intraprendente e generoso, lasciò un ottimo ricordo di sè. Ma aveva -purtroppo- un difetto: gli piacevano troppo le donne. Questa sua debolezza la portava, non di rado a trovarsi in situazioni incresciose, dalle quali si traeva d’impaccio in due modi. Il primo, più empirico, consisteva nella precauzione di usare scarponi con il tacco piantato in punta, in modo da lasciare, sulla neve, le impronte al contrario e depistare così i mariti gelosi che lo braccavano. Il secondo, più raffinato, era di ricorrere alla fisica e di tramutarsi in una tchàva (gracchia). La cosa può oggi apparire inverosimile, ma c’è una testimonianza sicura. Accadde infatti che, una certa notte, un rivale, subodorando trucco, imbracciò il fucile ed impallinò la tchàva. Colpita in un’ala, questa riuscì tuttavia a mettersi in salvo. Il giorno successivo, la gente tenne d’occhio il prete che apparve facendo finta di niente ma con un braccio visibilmente fasciato.

Sono storie vecchie e magari anche un po’ fruste. Bisogna scegliere bene il momento perchè facciano ancora il loro effetto. Le sere di tardo autunno sono le occasioni migliori.

Forse proprio per questo, per esorcizzare le paure che hanno spaventato i loro nonni, alcuni ragazzi hanno preso l’abitudine, la sera della vigilia dei Santi, di travestirsi da masche o da spettri e di scorrazzare per i vicoli del paese, mentre la gente finge di essere spaventata. Pare che vada molto di moda in America ed anche in Scozia, dove lo chiamano Halloween (avete presente le zucche con la candela dentro?).

I vecchi balmesi non amano le novità ed arricciano il naso. Probabilmente hanno ragione loro ma i ragazzi si divertono lo stesso. E, del resto, i manieri scozzesi che cos’hanno in più della casa-forte del Ruciàss? Anche questo è un posto dove, calate le tenebre, è meglio non andare, a meno di non essere molto curiosi. Un posto sinistro, con scale tenebrose e gallerie che sembrano penetrare nelle viscere della terra, con le orbite vuote delle sue finestre smozzicate, con il misterioso ululare di cani (saranno proprio cani?) dietro porte che si direbbero chiuse da secoli.

E poi c’è l’affresco che rappresenta il re Erode e la decollazione del Battista. Anch’esso misterioso ed inquietante, perchè i decapitati sono due e sulla seconda testa mozza c’è qualcuno che avrebbe certe cose da raccontare…

Ma questa è un’altra storia.

Giorgio InaudiBarmes news n.4

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

6 Responses to Quando le masche ballavano al Piano della Mussa

  1. ariela robetto says:

    Grazie per avermi ricordato l’articolo, interessantissimo, di Giorgio Inaudi che avevo letto tempo fa ed avevo dimenticato. Della cappella di San Grato al Pian Soletti, conosciuta da tutti come ciapèla dal masches, si parla anche in un’altra leggenda legata addirittura alla Corte Sabauda. Si narra che le masche avessero deciso di procurare la morte al principino di Casa Savoia. Un giovane che, nel buio, tornava verso Ala, decise di riposarsi un momento al riparo delle grandi querce che occupavano il pianoro. Sentì le masche, sedute sulle chiome degli alberi, affermare che il principino, malato da tempo a causa dei loro malefici, sarebbe potuto guarire solamente grazie ad un unguento contenuto in un tupin nascosto in un sottoscala di Palazzo Reale. Il giovane riferì a Corte quanto udito e il principe guarì. Il giovane fu ricoperto di doni e divenne ricco. Suo fratello, invidioso della fortuna toccatagli, decise di recarsi nello stesso luogo il venerdì successivo per ascoltare i discorsi delle masche. Ma queste lo scoprirono e, adirate, lo malmenarono, spingendolo lungo il ripido pendio, sino al Ponte delle Scale.
    In valle è rimasto il detto “la fortuna dou roul” per indicare qualcuno che cerca di ottenere qualcosa grazie ai meriti degli altri.
    La leggenda è sicuramente posteriore al 1713, quando i Savoia arricchirono con il titolo di Regno i propri domini. Potrebbe forse riferirsi a Vittorio Amedeo II, il quale da piccolo fu sempre debole e malaticcio e, pare, guarì per merito di un “panataro” di Lanzo che inventò per lui i ghersin (o forse per merito del medico di corte, Teobaldo Pecchio, nativo pure di lui di Lanzo, il quale capì che i disturbi intestinali di cui soffriva il bambino, erano dovuti al pane poco cotto che egli consumava). Sicuramente la cosa ebbe grande rilievo in tutte le valli di Lanzo e potrebbe aver dato origine alla leggenda.

    "Mi piace"

    • Beppeley says:

      “I luoghi delle certezze – La sacralizzazione del territorio nelle Valli di Lanzo”.

      Amo questo libro.

      Ariela, hai scritto pagine memorabili su questi luoghi insieme al grande Piercarlo Jorio.

      Ne ho accennato nel post “La Contessa del Lago fantasma”: “https://camoscibianchi.wordpress.com/2013/01/02/la-contessa-del-lago-fantasma/

      Quel libro mi ha fornito la chiave di lettura di tanti luoghi che ricorrono frequentamente sulle Alpi e che incontro durante le mie escursioni.

      Davvero un’opera meravigliosa, direi fondamentale per capire il “luogo montagna”.

      Domanda: “Nella nostra epoca esistono ancora luoghi delle certezze?”.

      "Mi piace"

      • ariela robetto says:

        Purtroppo penso che nella nostra epoca, non solo non esistano più certezze, ma nemmeno luoghi. Annibale Salsa quando presentò il nostro libro, fece una bellissima introduzione proprio incentrata sul titolo. Parlò di “non luoghi” quali sono le nostre periferie uguali in tutto il mondo cosiddetto evoluto, dove tutte le case presentano la stessa architettura, tutti siamo ugualmente vestiti, il cibo è omologato…
        Per questo è necessario preservare la montagna che ancora conserva un’identità accentuata. Gli anni ’60 già hanno provveduto abbondantemente a deturpare i siti montani, cerchiamo di salvare almeno il salvabile…

        "Mi piace"

    • serpillo1 says:

      Ciao Ariela, non la conoscevo questa leggenda. Grazie per averla postata.

      "Mi piace"

  2. paologiac says:

    Bellissimi racconti…

    "Mi piace"

  3. martellot says:

    Una serie di bellissimi racconti che ci fanno immaginare quale fosse il timore nei confronti della montagna che avevano i nostri antenati. Immagino che a quei tempi le rocce sopra il paese di Balme dovevano veramente inquietare!

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: