Il ponte delle Scale

Ponte delle Scale…ma la valle si restringe ancora, di rado scorgersi la Stura a grande profondità,  finchè il Ponte dell Scale (era stato ricostruito in pietra nel 1584 (VII;57) verso il 1606 un’inondazione che desolò la Val d’Ala lo distrusse per la prima volta), ardito, ad un arco solo, appare sull’acqua, e deve mettere una nota assai triste nel paesaggio, per chi non ignora che a poca distanza da quello, trovasi il comune di Pertusio (VII; 58) che già danneggiato da forte inondazione nel 1645, andò distrutto per sempre dalla Stura il 17 di settembre del 1665, dopo un violento temporale; ed una tradizione ricordata dagli alpigiani narra che i suoi abitanti perirono tutti, travolti insieme al gregge dalla violenza dell’acqua. – Le Valli di Lanzo – Bozzetti e leggende di Maria Savi Lopez, Torino, 1886, Libreria Editrice Brero.

Leggendo il commento di Ariela Robetto al post Quando le masche ballavano al Piano della Mussa, che ci incanta con un’altra leggenda che vede coinvolta la zona di Pian Soletti,  mi è venuto in mente il bel ponte delle Scale, situato poco sotto la chiesetta – siamo a l’anvers (versante in ombra)  della Val d’Ala -,  che  collegava il Comune di Ceres con Ala di Stura ed il resto della Valle. Più volte distrutto nel corso dei secoli dalle alluvioni, ed altrettante volte ricostruito subito dopo, ha visto, sembra, la sua fine definitiva dopo la piena devastante dell’ottobre 2000. Da bimba, con mia nonna, camminavo sulla mulattiera pulita fino alle malghe Le Quaie. Per me (bimba cittadina) era sempre un’emozione nuova arrivare là, sentire il rumoreggiare della Stura, avvicinarsi al Ponte ed immaginare di trovare strani personaggi che mi sbarravano la strada e pretendevano un obolo per poi scomparire… Probabilmente sono gli stessi folleti (foulàt) che hanno nascosto a casa mia il negativo della foto qui pubblicata (o è solo il mio disordine?) tant’è che sono andata a rifotografarla a casa di una mia amica che la tiene  appesa ad una parete.

Qui di seguito una traccia storica ben spiegata da Giorgio Inaudi e pubblicata su Barmes News n.15 del gennaio 2001.

Muli che ostinatamente si rifiutano di attraversare, finché il mulattiere non si fa il segno della croce, monaci misteriosi e incappucciati, che appaiono e scompaiono all’improvviso, globi di fuoco che rotolano, si dividono e si ricompongono. Storie strane ed inquietanti che ancora vengono sussurrate da qualche anziano intorno a questo ponte, tanto suggestivo quanto misterioso, al punto che molti non sanno neppure dov’è.

Ahimè, dobbiamo ormai dire dov’era, perché la piena dello Stura lo ha portato via, durante la disastrosa alluvione del 15 ottobre 2000, ponendo fine a ben 332 anni di onesto servizio.

Da molto tempo, ormai, il ponte non serviva più alla viabilità della Valle di Ala, da quando, nei primi anni del Novecento, la strada carrozzabile fu migliorata con la costruzione dei ponti nei pressi del Rio Ciamnèt e con il traforo della caratteristica galleria che attraversa i contrafforti delle Curbassere. Prima di questi lavori (eseguiti dall’Acquedotto di Torino) la strada correva invece in fondo alla valle, nei pressi del torrente, per risalire poi con molti e ripidi tornanti fino alla cappella di Pian Solet, talmente ripidi che al tempo delle carrozze a cavallo la gente doveva scendere e fare questo tratto a piedi, per alleggerire lo sforzo dei cavalli. E prima ancora, fino al 1873, quando la strada carrozzabile (la vi dou cartoùn) arrivò ad Ala, la mulattiera principale della valle (la vi grossi) seguiva un percorso ancora diverso, seguendo ora il versante soleggiato (l’andrìt) ora quello in ombra (l’anvers) nell’intento di collegare i centri allora più importanti della valle.

Ogni volta che doveva attraversare lo Stura, ciò avveniva su un ponte di pietra, mentre erano di solito di legno le passerelle  (l’pièntchess) costruite sui torrenti affluenti (li riàn).

Il primo attraversamento avveniva a Lanzo, sul famoso Ponte del Roc (o del Diavolo), di qui la mulattiera risaliva la valle sull’indiritto, fin sotto Ceres, dove passava sull’inverso attraverso il Ponte della Vana per toccare il popoloso borgo minerario di Almesio. Sotto Ala, appunto per il Ponte delle Scale, passava di nuovo sull’indiritto e qui proseguiva fino a monte di Balme, dove attraversava di nuovo lo Stura sul Ponte di Bogone, per giungere così al Pian della Mussa.

Una serie di splendide arcate in pietra asciutta, innalzate con la stessa, splendida tecnologia che rimase immutata per un lunghissimo arco di tempo che va dal 1371 (il Ponte del Roc) fino al 1713 (il Ponte di Bogone), costruzioni talmente solide che in passato molti non esitavano ad attribuirle addirittura ai tempi dell’antica Roma.

Il Ponte delle Scale risaliva al 1668 e ricordava, in dimensioni più ridotte quello appunto del Roc, che è il capostipite dei ponti delle Valli di Lanzo e ne è giustamente il simbolo più famoso. Sorgeva proprio nel punto in cui le acque dello Stura attraversano una strozzatura impervia, passaggio obbligato che è certamente il più desolato e selvaggio della Valle d’Ala, quasi a segnare il passaggio tra la bassa e l’alta valle.

Più e più volte ricostruito e sempre portato via dalle piene, la storia del Ponte delle Scale è stata ricostruita su documenti d’archivio dal Can. Giovanni Porporato, autore di una precisa e ricchissima “Storia popolare di Ala di Stura”, pubblicata dalla Società Storica delle Valli di Lanzo nell’ormai lontano 1962. Il primo ponte di pietra fu costruito a due arcate nel 1585 da certo Gasparo Biscant di Almesio (o di Pessinetto), ma durò soltanto una trentina d’anni e fu di nuovo innalzato nel 1617, sempre su due arcate, da Michele Castagneri Lentch di Balme. Il 17 settembre 1665 una disastrosa alluvione lo portò via, insieme al paese di Pertusio, che sorgeva poco a monte, a causa di un’ondata di piena provocata da una frana abbattutasi poco sotto il capoluogo di Ala. Pertusio non fu più ricostruito e soltanto la piccola borgata di Pertusetto ne ricorda ancora il nome, mentre il ponte, indispensabile alle comunicazioni dell’alta valle, fu prontamente ricostruito nel 1668. A erigerlo fu di nuovo un Castagneri di Balme, Giovanni Battista detto Comba, figlio del notaio Francesco, discendente del primo e, come lui, antenato diretto di chi scrive.

Questa volta il ponte era destinato a durare, costruito com’era ad una sola arcata, di ben 15 metri di luce ed alto 10 sul pelo dell’acqua. Il ponte era largo un metro e mezzo e si apriva sui due lati a ventaglio.

Il nome di Ponte delle Scale (lou Pount dal Sàless) deriva forse dalla inclinazione dei due lati del ponte oppure, più probabilmente, dai ripidi tornanti che davano accesso al soprastante Pian Solèt (Pian Soulàt), sito a circa 1000 metri di quota mentre il ponte sorgeva a m. 865. È possibile che lo stesso nome del piano derivi non tanto dall’essere un luogo solitario (cosa certamente evidente), ma dall’esistenza di queste scalinate (salàt).

Sempre il Porporato ricorda che più volte furono messe guardie armate al Ponte, in occasione di guerre e soprattutto di pestilenze, allo scopo di impedire il passaggio da e per la Savoia, che avrebbe potuto favorire il propagarsi del contagio. Ai “fatti strani” accaduti nei pressi, di cui il nostro Autore dà una puntuale e vivace relazione, facendo anche nome e cognome dei testimoni, aggiungiamo una vicenda intesa narrare da un anziano balmese che abitava la borgata della Molera. Rientrando da Torino a piedi, negli ultimi anni del secolo scorso, questi si trovò a passare per il Ponte delle Scale che era ormai notte. Qui fu fermato dai briganti che, senza tanti complimenti, gli chiesero il portafogli. A questo punto, per nulla intimorito, egli estrasse non già la borsa, ma quella che sembrava una pistola ed esclamò minacciosamente: «lassàme passà o v’brùsou!». Approfittando dello sconcerto dei suoi avversari, il nostro amico riuscì a superare il ponte e a rientrare indenne a casa sua. Nel buio, gli aspiranti briganti non si erano accorti che egli aveva estratto non già la pistola (che non aveva), ma semplicemente la pipa!

Testimone di tante avventure e di tanti spaventi, il Ponte è ora scomparso, vittima per una volta non dell’imprevidenza dell’uomo, ma semplicemente della furia delle acque. Chissà, forse anche lo stesso Giovanni Battista Castagneri Comba non aveva sperato che potesse resistere tanto a lungo.

Perduto per sempre? Probabilmente sì, considerando che tante altre ricostruzioni sono certamente più urgenti. Ma non chiudiamo la porta alla speranza. Passata l’emergenza, quando le Valli di Lanzo si saranno leccate le ferite di questo cataclisma, verrà il tempo per riflettere su quel che si potrà fare per questo insigne documento della nostra storia.

In Val d’Ala ci sono ancora capaci artigiani capaci di lavorare la pietra con la stessa perizia dei loro antenati e non mancano forze vigorose di volontariato, come gli alpini, i quali del resto, in un passato recente, avevano già provveduto al restauro dello stesso Ponte.

Ora è presto per parlarne, ma chissà che in futuro il Ponte delle Scale non diventi un simbolo, uno spunto d’orgoglio per la Valle, quasi a riannodare idealmente l’avvenire (con le scelte difficili che esso comporta) con il passato.

E quale simbolo sarebbe più adatto di un ponte?

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

5 Responses to Il ponte delle Scale

  1. ventefioca says:

    Le storie di certi manufatti non finiscono con le opere, se si sa raccontarli così. Non ne conoscevo l’esistenza ed ora mi viene voglia di andare a vedere dove stava…..

  2. ariela robetto says:

    Ho ritrovato nel mio vecchio diario il ricordo del Ponte delle Scale (un luogo del cuore). La pagina risale al 1 novembre 2000, quindici giorni dopo la disastrosa alluvione che lo distrusse.
    “Sono ritornata nelle Valli per riabbracciarle dopo il dolore, come si fa per un amico colpito dal lutto….Voglio andare al Ponte delle Scale per vedere quello che rimane. Scendendo lungo l’abetaia osservo come l’acqua debba essere scesa a rivoli lungo tutta l’estensione assai ripida del sottobosco dilavando sedimentazioni annose di residui vegetali e terriccio. Lungo l’ultimo tratto della china, poco prima della sponda del torrente, come per miracolo, è riemerso un tratto dell’antica Vì Grossi che risaliva la valle ed univa Pessinetto ad Ala di Stura.
    Arriviamo dall’alto in vista del ponte: un momento di confusione e sofferenza stringe il mio cuore: non è rimasto nulla se non una modesta parte del pilone addossato alla roccia e l’accenno iniziale dell’arco acuto che, fiero e maestoso, scavalcava la Stura in uno dei suoi tratti più aspri e selvaggi. Se non fosse per quel brandello di muro proteso sul vuoto, parrebbe essere tutto uguale a sempre: non resti di alberi, non macerie dei ponti travolti più a monte, non un segno, nulla. Se un indizio rimane lo si può leggere nelle cotiche erbose che, ad un’altezza di otto metri dal letto del torrente, avevano colonizzato i massi affioranti fra i larici: ora sono avvolte su loro stesse, ordinatamente arrotolate dal torrente che le ha staccate dai loro supporti, paiono tappeti riposti con cura in una casa destinata a rimanere vuota per lungo tempo.

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