Gian Piero Motti

Siamo ormai quasi giunti alla strada asfaltata: notiamo una croce in ferro battuto posta sul ciglio della sterrata, in un luogo quanto mai scuro e atro. Sui bracci orizzontali alcune iniziali “G.P.M.” e una data “22 – 6 – 1983”. Intuisco immediatamente essere il luogo in cui trovò la morte Gian Piero Motti in quel solstizio d’estate di tanti anni or sono.

M.C.

Gian Piero Motti

Trent’anni fa ci lasciava il grande Gian Piero Motti (6 agosto 1946 – 22 giugno 1983).
Grazie a Bruno Visca (CAI Lanzo) per la foto

Purtroppo non ho avuto l’onore di conoscere personalmente Gian Piero Motti.

Ho potuto conoscerlo solo indirettamente grazie ad un suo libro “I Falliti e altri scritti” (n. 45 della serie “I Licheni” della Vivalda Editori) e a Marco Blatto con i suoi libri e con quanto ha scritto qui, su questo blog. Di sicuro Marco ha l’onore di aver saputo interpretare correttamente il più che abusato pensiero di Gian Piero Motti.

Ma, forse, chi mi ha fatto di più capire questo personaggio straordinario sono i paesaggi della bellissima Val Grande di Lanzo che tanto amava.

Credo di poter dire che Gian Piero Motti era un “visionario”, come sicuramente potrà confermarmi Marco Blatto. Lo era non solo quando osservava le pareti di roccia della Valle dell’Orco o quelle del Vallone di Sea, ma anche sicuramente quando intravedeva, nei decenni che poi verranno, quali sarebbero stati i maggiori pericoli per l’intera umanità.

Tiro fuori proprio dal suo libro uno scritto pubblicato nel febbraio 1976  sulla “Rivista Fila” quanto mai attuale.

All’epoca ero un marmocchio di soli cinque anni inconsapevole che già all’epoca qualcuno nel mondo “vedeva” la via che la nostra umanità avrebbe poi percorso. Sono trascorsi 37 anni da quello scritto: lascio a voi fare un balzo all’indietro e “vedere” il mondo con gli occhi del grande Gian Piero Motti.

***

Dove Va l’Alpinismo?

Che cosa nasconde il formidabile aumento del numero delle persone che cercano la grande avventura in montagna?

Mai come in questo periodo l’industria si sta interessando seriamente agli sport della montagna, ma soprattutto allo scialpinismo e all’alpinismo. Mai come in questo periodo la letteratura di montagna è stata così ricca e feconda di produzioni, purtroppo il più delle volte di valore piuttosto mediocre.

Durante la stagione estiva i gruppi più interessanti della catena alpina sono letteralmente presi d’assalto, una sistematica aggressione da parte di alpinisti di ogni nazionalità, che giungono alla “Mecca” alpina ricorrendo a ogni mezzo. Vi è in tutto il fenomeno una certa tendenza al distacco dal sociale, il movimento hippy sembra si stia trasferendo in montagna. Ed è anche questo molto interessante. Comunque vi è un dato di fatto, ed è quello che la tanto decantata solitudine dell’Alpe pare essere definitiva mente perduta: sulle vie di scalata le cordate si intrecciano, sembrano, viste da lontano, tante formiche che salgono lungo un tronco, sovente i rifugi sono zeppi, ma non importa, vi è chi si arrangia in ogni modo, chi dorme in terra, chi fuori, chi all’ attacco della stessa via. Ogni tabù è stato infranto. Salite che solo dieci anni fa erano appannaggio di pochissimi alpinisti al mondo, ormai sono ripetute da cordate di illustri sconosciuti; sovente anche da solitari. E quando la catena alpina, le “solitarie”, l’inverno, non bastano più, quando la noia subentra alla droga dell’ avventura, ecco apparire l’Himalaya, dove c’è ancora spazio per chi desidera osare l’inosabile. Ma anche qui comincia a farsi sentire un certo affollamento: sovente Chitral ricorda le vie di Chamonix, la valle di Kumbu tra trekkinisti e alpinisti non è che un continuo via vai, il Baltoro ha visto in una sola estate una decina di spedizioni. Anche qui si cerca di arrivare con ogni mezzo, i più ricchi in aereo o con i costosi viaggi organizzati, gli altri con un pulmino diesel magari acquistato di seconda mano. Altri ancora si adattano a ogni mestiere, lecito e non lecito, per poi andare in Oriente, quasi un fascino magnetico li richiamasse in quella direzione. Non so se qualcuno trova ciò che va cercando. Non credo, perché quando poi ritornano alle loro abitudini, il gioco riprende da capo in palestra, dove alla lunghezza e alla sostenutezza si sostituisce il gioco narcisistico della difficoltà pura, dove il gesto e l’estetica giungono al limite delI’onanismo spirituale.

Eccoli gli uomini della “lotta con l’Alpe” degli anni Settanta: i lunghi capelli, l’immancabile fascia in fronte, le pedule di tela lacere e stracciate, i jeans formati non da tessuto, ma da tante toppe messe insieme, lo sguardo perduto in orizzonti indefiniti.

La psicologia ortodossa li definirebbe nevrotici, alienati, forse schizofrenici. Loro lo sanno e se ne fottono, anzi sono felici di esserlo. Eppure fanno tenerezza, come facevano tenerezza (e rabbia) le canzoni di Dylan, come faceva tenerezza la conclusione drammatica di Easy Rider, per chi ancora la ricorda. Fa tenerezza una volta di più il loro tentativo disperato (e forse inutile) di uscire da un ingranaggio mostruoso che li stritola e li dissangua, ma spesso quel loro splendido e ingenuo tentativo può rivelarsi una trappola che li uccide in un modo molto più raffinato.

Si dice che il nostro momento storico sia caratterizzato dal materialismo e dalla concretezza, dalla pianificazione e dal realismo.

A me pare tutto l’opposto, anzi mi sembra proprio che per reazione a questo tentativo emerga ancora una volta la parte più genuina e luminosa di quest’animale chiamato uomo. Proprio l’alpinismo sta a dimostrare un tentativo di evasione, un desiderio di fuga e di elevazione, una sorta di ultima spiaggia prima che inquinamento, incremento demografico e follia diano coscienza al popolo degli uomini della sua assurda corsa verso l’inutile.

Certo la massa dei benpensanti, il gregge, li disprezza o forse li compatisce. Ma forse dietro il disprezzo si celano l’invidia e la paura, la grande paura che inchioda al suolo e fa tremare le gambe. È vero, forse anche il loro tentativo è inutile, forse ci scappa qualche sigaretta speciale di troppo, forse a volte un certo acido li fa salire troppo in alto e troppo in fretta. Eppure io provo tenerezza e simpatia per questo esercito sgangherato e macilento: la montagna è uno dei pochi posti dove vive ancora una poesia genuina, alimentata da una vaporosa ed eterea atmosfera di lucida e consapevole follia. Qui ancora puoi a volte incontrare un sorriso che non sia stato mortificato, uno sguardo luminoso e bruciante che ancora non sia stato spento. Ed è molto, se lo si paragona al viso di coloro che si agitano incatenati nei loro ruoli definiti nel colossale formicaio delle città industriali.

Forse mai come in questo momento l’alpinismo si dibatte in un’impasse che non ha vie di soluzione alcuna. Con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è venuta a creare l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta.

Reinhold Messner un giorno scrisse: «Vi sono due maniere di arrampicare: quella che tende ad adeguare la montagna all’uomo e quella in cui l’uomo si adegua invece alla montagna. La seconda maniera, nella quale l’uomo affronta la montagna senza modificarla, è la sola che ammette una valutazione della difficoltà alpinistica». Vorrei andare più oltre e intravedere una possibile e non utopistica armonia con la montagna, dove competizione e misurazione con se stessi non abbiano più senso alcuno. L’esempio di Preuss, per quanto tacciato di nietzchianesimo, per quanto vivisezionato e ridimensionato dalla psicanalisi, dovrebbe farci riflettere. Certo nell’isterica e volgare oppressione che la montagna subisce, non vi è nulla di gentile, elegante ed armonico, salvo casi molto rari. Anche lo sci, il massimo divertimento oggi sta nel gettarsi giù, con gli assi nei piedi, da pareti di ghiaccio quasi verticali. Basta un minimo errore e ci si ammazza, ma questo pare non importare molto. Importa ciò che si prova durante la discesa, e poi… Inch’ Allah

Dunque a dispetto di ogni voce che grida nel deserto “Pace e bene a tutti”, il momento impone analisi e riflessione. Per ora assistiamo senza commento a questo imponente “ritorno ai monti”.

Gian Piero Motti – “Rivista Fila”, febbraio 1976

______________________________________________________________________________

Proprio Marco Blatto ci informa che verrà dedicata una serata (sabato 22 giugno) in ricordo di questo grande alpinista.

Ricordando Gian Piero Motti.

Cliccate qui per visualizzare la locandina (pdf 82 kb)

Per chi vuole, sarà possibile cenare da Cesarin prenotando direttamente.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

10 Responses to Gian Piero Motti

  1. Franz says:

    Ciao a tutti i bloggers,
    dopo un periodo di assenza, (qualcuno mi conosce bene, molti invece no), è con piacere che riappaio lasciando una mia piccola traccia su questo post… Un ringraziamento a Beppeley che ci ha fatto ricordare la figura di questo grande uomo, le cui parole per me sono sempre spunto di riflessione…grazie!

  2. Anonimo says:

    Mai parole di Motti furono più profetiche ed azzeccate, soprattutto se messe in relazione alle problematiche odierne. Ottima la scelta di citare questo articolo. Grazie Beppe.
    M.B.

  3. Anonimo says:

    Bella serata, quella di sabato scorso a Breno, con pubblico numeroso e attento, molti alpinisti di “quegli anni”. Un bravo a Marco che è riuscito con poche immagini a costruire un ricordo commovente e preciso come sempre, impreziosito alla fine dagli aneddoti di Ugo Manera. Per fortuna che qualcuno in queste valli ancora si ricorda di personaggi importanti come Grassi e Motti, che tanto hanno dato alle nostre montagne. Un grazie anche a questo sito, sempre preciso e attento.
    Renato G.

    • serpillo1 says:

      Sono d’accordo con te, Renato G., sulla serata e sul clima che si è creato da Cesarin. Quattro di noi, che scriviamo sul blog, eravamo presenti. Grazie per la considerazione positiva che hai di questo blog.

  4. Beppeley says:

    La storia dell’alpinismo di Gian Piero Motti: nuova edizione 2013.

    http://www.discoveryalps.it/8792,News.html

  5. Beppeley says:

    Il film Itaca nel sole esce nel 2017
    http://itacanelsole.it

    Il Soggetto
    Il film si inserisce nel filone delle “recherche”, perché Motti è una figura ancora in gran parte inesplorata e il primo atteggiamento a cui ci spinge è quello di “andarlo a cercare”. Il film lo farà, oltre che con l’ausilio del materiale d’archivio a disposizione, attraverso un percorso corale di voci, testimonianze e azioni di chi lo ha conosciuto, ha arrampicato con lui, gli è stato accanto nei momenti privati, oppure di chi, non avendolo conosciuto, ne è stato affascinato dagli scritti e dal pensiero. La montagna sarà la grande protagonista del film, ma non si pensi a un documentario di pareti e corde, linee verticali e chiodi da roccia. Sarà una montagna in gran parte allegorica, così come la intendeva Motti; quel tipo di montagna che spinge l’uomo a grandi sfide e ad ancor più grandi interrogativi: chi siamo? dove andiamo? qual è il nostro destino? cosa c’è laggiù, oltre l’ultima vetta?
    “Itaca nel Sole” diventa un titolo-testamento su cui appoggiare, più che la nuda mano dello scalatore, cuore e mente per capire chi si cela davvero dietro uno dei protagonisti del dibattito alpinistico e filosofico del Novecento italiano.

    http://itacanelsole.it

    • Tanto per chiarezza, la famiglia Motti non appoggia questa iniziativa. Ognuno è libero di scrivere e raccontare ciò che vuole, ma è giusto che si sappia che questo progetto non è condiviso negli intenti. Alla famiglia si allineano gli amici della Val Grande.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: