La musica del silenzio

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La frazione di Almesio affogata nella montagna

Ringrazio di cuore Ariela Robetto e la Redazione del bimestrale “Panorami – vallate alpine” per avermi concesso di pubblicare qui il meraviglioso racconto di una bellissima escursione nel vallone di Almesio, fatta proprio da Ariela Robetto.

Era da tempo che avrei voluto scrivere su questo affascinante luogo alpino e sono molto felice che l’abbia fatto Ariela. Non sarei mai riuscito a fare di meglio.

Ci troviamo all’inizio della Val d’Ala e il borgo dove lasciare l’auto, per iniziare questo viaggio a piedi, è Almesio (755 m, fraz. di Ceres). Risalendo la Val d’Ala in auto è impossibile riuscire a scorgere sulla destra orografica questo vallone, talmente risulta nascosto nella montagna che all’osservatore appare completamente impenetrabile.

Chi mai potrebbe immaginare invece che sopra Almesio ci sia così tanto da scoprire?

Ho percorso questo vallone in tutte le stagioni attratto da una vetta inisignificante, se misurata con il metro della quota, ma oltremodo affascinante se invece la misuriamo con i tesori della cultura alpina. La cima in questione, Testa Pajan (1856 m), mi ha sempre molto attirato (basta dire che gli studiosi ritengono la vetta sede di un antico altare celtico).

Senza voler a tutti costi raggiungere la vetta di questa montagna, è già molto appagante fermarsi a Pianfé (1230 m) di cui Ariela saprà incantarvi con le sue narrazioni.

Le foto che accompagnano questo post sono mie. Vi suggerisco comunque vivamente di acquistare la rivista in quanto ricca di bellissime foto e di altri articoli altrettanto molto interessanti (l’ultimo numero, il 102, da dove è stato tratto questo articolo, è in edicola).

Al termine di questo articolo vi lascerò le note escursionistiche per offririvi le informazioni basilari per scoprire luoghi stupendi.

***

Un’escursione sui monti di Ceres seguendo le tracce di antiche leggende 

Ariela Robetto

Tanti anni fa, quando i miti erano racchiusi nei visceri della montagna, la quale permetteva loro di sopravvivere alla morte, un sentiero saliva le pendici di Testa Pajan lungo il vallone di Almesio; giunto a Pianfé si biforcava per raggiungere gli alpeggi più alti: verso est incontrava le Case Bec Ghiet, i Fragnei, l’Alpët; il ramo che puntava ad ovest conduceva alle Ciavanëtte e all’alp d’Li Dzert. Poco dopo Pianfé, nell’area delimitata dai due sentieri, si aprivano in una roccia due piccole caverne: erano la dimora e la cappella di Ceresin, uno di quegli omnèt che vivono nei boschi, lontano dal consorzio umano e che si rendono invisibili, ben conoscendo la malvagità e la grettezza di questa specie. Capitava però, talvolta, che i bambini, mentre salivano il sentiero verso gli alpeggi con il ghërbin colmo, schiacciati dal peso della fatica e della tristezza di un’infanzia rubata, riuscissero a scorgere Ceresin, mentre, sull’alto della roccia, danzava a piedi nudi la musica del silenzio. Li magnà provarono compassione per quel vecchio bambino e vollero donargli un paio di piccoli zoccoli con cui difendersi dai rigori della fredda stagione. Egli però, conoscendo la doppiezza dell’animo umano, non volle fidarsi e li calzò nelle mani per mantenere i piccoli piedi liberi, sempre pronti a fuggire.

arrivando a Pianfé

Arrivando a Pianfé (1230 m)

Sono trascorsi molti anni ed una lunga pista sterrata consente ai fuoristrada di risalire le pendici di Testa Pajan sin quasi alla vetta della montagna. Abbiamo cercato numerose volte di rintracciare lou roch ‘d Ceresin, ma esso giace sepolto in una fitta boscaglia, talmente intricata da essere inaccessibile agli uomini. Forse Ceresin è fuggito lontano, chissà dove; il suo vallone è stato profanato dal rombo dei motori: gli uomini hanno tradito, ancora una volta.

La storia di Ceresin mi è sempre piaciuta molto: è colma di poesia e ben riflette lo spirito che anima la montagna. È una di quelle forme della conoscenza pre-scientifica e della mentalità mitica che non è possibile distruggere senza gettare via il patrimonio inesauribile degli archetipi depositato in noi attraverso i millenni. A queste immagini elementari è legata la vita stessa della coscienza con le sue grandi scelte morali ed estetiche; sono esse a legare gli uomini alle loro radici. In questo patrimonio consiste il nostro rapporto primigenio con le cose viventi, con tutto quanto fummo, prima di essere uomini nella lunga scala dell’evoluzione.

panorama dalla sterrata

Uno dei tanti panorami che si spalancano dalla sterrata

Ritorno sempre con gioia nel vallone di Almesio, lontano dai sentieri turistici, prezioso nella sua separatezza; lo frequentano i pastori e le mandrie da giugno a settembre, ma, negli altri mesi dell’anno, ancora vive dell’essenza di giorni che precedettero la storia.

Profondamente delusa dal genere umano, mi accorgo di cercare sempre più rifugio nella solitudine, in spazi colmi di natura e vuoti di uomini; il silenzio mi è amico e compagno di viaggio. A motivo di questo amore, rivolgo, oggi più di un tempo, la mia attenzione ai luoghi ormai perduti della montagna, ai vecchi alpeggi abbandonati e corrosi dal tempo, agli anfratti del mito e della leggenda. Le creature della fantasia mi sono prossime nella loro adesione semplice e sincera al bosco, all’acqua, alla roccia, al vento.

Alp d’Li Dzert

Alp d’Li Dzert (1420 m circa)

Oggi, lasciato il villaggio di Almesio con il suo curioso campanile a tre facce, parcheggiamo l’auto sulla piazzetta della cappella di San Grato alle Grange, un piccolo gruppo di abitazioni, strette fra il torrente e la strada sterrata che ha sostituito i vecchi sentieri: essa serpeggia, lunga e sinuosa, per servire gli insediamenti d’altura,  taluni ancora frequentati nella stagione estiva, chiamati dagli abitanti di Ceres, il capoluogo, Ansìma Ruinnës, sopra le frane, ad indicare le caratteristiche del territorio. Essi sono numerosi: l’Arveiri, la Masounëta, Fraspurie, Costa Lougnàna, li PriëtCamminiamo sempre nel bosco, accompagnati, in alcuni tratti, da distese di pervinche, ineguagliabili nella loro semplice bellezza; talora è il fraseggiare di qualche ruscello a ravvivare il silenzio profondo, quasi sacro. Le gambe avanzano, il respiro si fa intenso, la mente vola, libera. Una nuvola di piccoli anemoni stellati ondeggia lieve nella brezza; il cuculo, lontano, ripete la sua melodia malinconica e disincantata; i frassini, ancora scheletriti, mostrano già un languore in pelle, una specie di prurito entro la chiarità lieta della loro corteccia. Insegnano quanto sia importante nella vita il tempo dell’attesa, ben più importante di tutto quanto verrà dopo. Le pause, la riflessione, il rientrare in se stessi valgono ben più dell’azione, del fare tutte le cose che tutti fanno. Se non sapessimo fermarci per assaporare la meraviglia di un germoglio o non fossimo in grado di godere lo splendore della neve al sole, a cosa servirebbe la nostra esistenza? Mentre saliamo, incontriamo due vecchi castagni morti: il tronco contorto, rugoso come il volto e le mani dei vecchi, sul quale si leggono il gelo degli inverni e il calore delle estati, l’aprirsi delle gemme ed il cadere delle foglie. I ricordi incisi nella corteccia come sulla pelle. Che gran scultore il tempo!

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Dall’ombra fredda e buia d’un’abetaia sbuchiamo, d’un tratto, sui pascoli di Pianfé. In certe occasioni vorrei essere capace di ritrarre, con il segno ed il colore, la bellezza di alcuni luoghi; la parola è povera, scarna per rappresentare quanto gli occhi vedono. Pianfé è un tavolozza di verdi che si incupiscono negli avvallamenti e si fanno brillanti sulle alture; ogni albero ostenta la sua chioma rivestita con sfumature diverse, le abetine emergono rigide e scure tra la molle morbidezza del fogliame lucido e nuovo. I poggi lontani, vestiti di boschi, si coprono d’un verde che ha rubato un po’ d’azzurro al cielo. Ma questa tavolozza non è altro che lo sfondo per il primo piano dei ciliegi, in fiore nel mese di maggio. Sono essi i protagonisti sulla scena, i primi attori ad attirare su di sé lo sguardo: candidi quali trine di sposa, s’alzano dall’erba come soffio di vapore leggero. Il mondo si fonda tutto quanto sulla leggerezza. I neutroni, i neutrini, i componenti la materia, il DNA stesso…infinitamente leggeri… Eppure il DNA è la spirale della vita, l’intuizione che a monte degli esseri viventi, nella Natura, esiste un’arcana progettazione; noi stessi siamo frutto di quella pianificazione: prima di noi, di nostra madre, di nostra nonna, sono venuti i piani estremamente complessi della Natura.

Pianfé (1230 m)

Il pascolo già pare aver catturato il languido tepore del sole, lo scherzare amichevole del vento, la freschezza molle della rugiada ed ha consentito alle erbe ed ai fiori di abbandonare l’oscurità protettiva della terra per curiosare nella luce e nell’aria. Ovunque è un fiorire di ellebori, alfieri d’eleganza, rimedio antico contro la follia. Là, dove sgorga una polla sorgiva, sono le calte dal giallo fiore a segnare la fanghiglia della loro allegria. Là dove la conca s’innalza verso l’antico oratorio eretto a protezione di uomini e animali, sono ciuffi di felci appena spuntate, ancora bronzee, arricciolate come pastorali di vescovo. Raccolgo le erbe nuove, buone per la minestra e la frittata. La terra è sempre generosa verso l’uomo. Mentre camminiamo sul prato, il profumo del serpillo si libera nell’aria, amaro e forte come la vita.

Quando si giunge a Pianfé, si è colti da rapita meraviglia per la sua bellezza e si comprende subito come sia nata la leggenda che vuole questo luogo ballo delle fate nelle tiepide notti estive.

Pianfé (1230)

Le grange di Pianfé

Studiando vecchie carte che riportano i sentieri d’un tempo, credo di aver individuato l’area boschiva in cui la tradizione colloca lou roch ‘d Ceresin: un pendio a forma di cuneo, compreso fra una traccia lungo il torrente e la sterrata che ha sostituito la vecchia mulattiera verso l’alpeggio d’li Dzert e Testa Pajan. Lo percorriamo a zig zag esplorando ogni masso alla ricerca della piccola caverna, che, a motivo di una colonnina rimasta indenne all’erosione degli agenti atmosferici, ha sollecitato la fantasia dei montanari. Compiamo un vero e proprio rastrellamento nella faggeta, ma non riusciamo ad individuare il luogo. Pensiamo d’aver fallito per l’ennesima volta il nostro obiettivo, quando, fra la spessa coltre di foglie secche, ci pare di poter individuare una traccia di sentiero che taglia orizzontalmente il pendio: lo seguiamo, curiosi di scoprire dove conduca. In realtà si collega al sentiero costeggiante il torrente che, a questo punto, percorriamo, credendo di salire ai vecchi alpeggi di Fragnei e dell’Alpët. Poco dopo, però, la traccia s’abbassa, aggirando il costone. Delusi, ci fermiamo, alziamo lo sguardo verso il ripidissimo pendio che sovrasta il sentiero. In cima notiamo una paretina rocciosa sulla quale sembra di scorgere un’apertura. Ci inerpichiamo, aggrappandoci ai fusti degli alberi; quando siamo quasi giunti alla meta, noto un piccolo mucchio di spietramento, segno che la zona un tempo era frequentata. Ci avviciniamo e il mio cuore sobbalza allorché scorgo una colonnina di roccia che separa due grotticelle in cui, lenta, stilla acqua dall’alto, goccia a goccia. Sono certa di avere, finalmente, rintracciato lou roch ‘d Ceresin, dopo sedici anni di vana ricerca. So, però, che Ceresin non desidera che la sua dimora sia documentata. Mi ha consentito di raggiungerla, forse come premio alla mia perseveranza, ma non mi permette di mostrarla ad altri. Io rispetterò il suo desiderio di solitudine e non scatterò nemmeno una foto.

Val d'Ala

Val d’Ala (punto panoramico a quota 1515 m salendo verso Testa Pajan)

Le leggende vivono solamente grazie al mistero che le avvolge; quando si pretende di sezionarle ed osservarle sotto la lente come, con presunzione feci io molte volte, svaniscono quale neve al sole e si perde la gioia dell’immaginare quello che non c’è e forse potrebbe esserci.

Saliamo sulla roccia di Ceresin dove un piccolo pianoro accoglie il sussurro del vento fra le foglie delle betulle: la musica che il folletto danzava nella pace di giorni senza tempo.

Ridiscendiamo sulla strada lungo la faggeta: ovunque dal terreno dirompono germogli che in minima parte diventeranno alberi. Ė questa la forza della vita: elargire a piene mani senza preoccuparsi del singolo, ma solamente dell’esistere. Questa verità, l’unica che può salvare dal dolore e dal non senso, spesso non è contemplata dagli uomini che fondano sull’individualismo la costruzione di un pensiero tanto fragile quanto angoscioso.

boschi

Boschi incantevoli e misteriosi contornano la sterrata che sale da Almesio

Riprendiamo la salita, ed il paesaggio, lentamente, muta. All’inizio è ancora il bosco a dominare la scena: sono i faggi, le betulle, i frassini. Tornante dopo tornante, i colori illividiscono, si spengono; avanziamo in una galleria di betulle e sullo sfondo compare, stranamente verde in uno scenario ancora spoglio, l’alpeggio d’li Dzert. Nei tratti esposti al sole, è spuntato il farfaraccio con i suoi fiori lanuginosi e morbidi come pulcini. Si vedono correre tutte le nuvole: una fuga di cavalle; traversano il listone chiaro, a momenti azzurro, del cielo, si avventano non si sa dove, solerte coorte.

Manca pochissimo a raggiungere Li Dzert, quando notiamo un sentiero che risale una dorsale vestita ancora del seccume intriso dalla neve appena sciolta: centinaia di colchici bianchi e viola, gli stami spavaldamente arancio, ridono allegri, disordinatamente sparsi come monelli all’uscita di scuola. Risaliamo il pendio e giungiamo all’alpe delle Ciavanëtte. Se non fosse per la fioritura spensierata dei crochi, si direbbe che siamo ritornati all’inverno: la ciavana ed il croutin, la pietra scura graffiata di licheni, giacciono infossati negli avvallamenti del terreno; alle loro spalle la sommità erta e cupa di Testa Pajan, quale facciata di chiesa medievale, alterna balze chiare, ricoperte di neve, a zone buie, là dove la roccia precipita a perpendicolo. Il cielo si è tutto coperto di una velatura d’opale, il silenzio si rintana ovunque, la solitudine è perfetta. Due aquile volano in ampi cerchi, dispiegando maestosamente le ali. Anche l’uomo solitario, quando sa apprezzare la sua solitudine, diventa come un rondone, una pernice, uno sparviero o una di quelle ghiandaie che si vedono passare attraverso i raggi del sole, così bronzee nelle piume che pare scompongano la luce come cristalli.

Monaviel

Monaviel (1230 m circa) nel versante sud della Val d’Ala

L’alpeggio, a differenza di Pianfé e d’Li Dzert ancora frequentati nella bella stagione, è ormai abbandonato, il tetto della ciavana sta mostrando l’oscurità dell’interno, là dove le lose non hanno resistito alle nevi. Guardo intorno a me i mucchi di spietramento che tanta fatica dovettero costare a intere generazioni per liberare il pascolo ed ottenere qualche manciata d’erba in più. I montanari, orgogliosamente innamorati della loro terra, hanno saputo coniugare il senso estetico all’utilitarismo: sul piccolo promontorio roccioso posto di fronte all’alpeggio e che lo nasconde alla strada sottostante, hanno innalzato due mongioie svettanti contro il cielo, testimoni del loro esserci stati.

Testa Pajan

Testa Pajan da Pianfé

Di lassù si gode d’una vista stupenda su tutta la bassa valle e la pianura: inquietante appare la cava amiantifera di Balangero. La montagna scavata a gradoni, vilipesa ed ora abbandonata, dopo aver recato lavoro a tante persone, ma anche malattia e morte, pare veramente «una ciclopica voragine conica, un cratere artificiale…in tutto simile alle rappresentazioni dell’inferno nelle tavole sinottiche della Divina Commedia» così come la descrisse Primo Levi, che vi lavorò agli inizi degli anni Quaranta del Novecento.

Allorché ritorniamo a Pianfé, decidiamo di risalire le pendici boscose della Testa dou Crot per rivedere il grande masso inciso che la sovrasta. Non appena iniziamo ad inoltrarci fra le betulle, ci accoglie una meravigliosa fioritura di genziane dall’azzurro intenso come il cielo dopo il vento. Una gioia pura e gratuita. Poi, ecco comparire il roccione, quasi in bilico sulla sommità dell’altura, con le sue croci profondamente incise ed il suo triangolo con foro centrale, forse simbolo della vulva femminile, emblema di fertilità e di abbondanza, perpetuamente nascente, perpetuamente racchiusa nella matrice del mondo. L’emozione di fronte a queste voci provenienti dal passato è sempre intensa: un colloquio con ciò che fummo, sedimentato come ambra dorata nel più profondo del nostro essere spirito, ma, soprattutto, della nostra umanità.

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Lasciamo Pianfé nel sole alto del pomeriggio.

Scenderà presto la sera. Forse, nella notte, le fate torneranno a volteggiare sul pascolo avvolto dal silenzio: i loro piedi sfioreranno, leggeri, i calici delle genziane, mentre il profumo intenso ed amaro del timo si diffonderà nell’aria. Ceresin, quando all’alba il sogno svanisce, sentirà il cuore meno triste e danzerà in qualche luogo la musica del silenzio.

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Almesio (755 m) – Testa Pajan (1856 m)

Località di partenza: Almesio (755 m – fraz. di Ceres)20111008-054

Dislivello: 1100 m circa

Difficoltà: T fino all’Alpe del Conte; E per raggiungere la vetta di Testa Pajan

Tempo di salita: 3h e 30 minuti

Periodo consigliato: da maggio a ottobre

Cartografia: Valli di Lanzo carta n. 8, scala 1:25.000 edita dalla FRATERNALI editore

Segnavia: nessuno

Note: suggerito vivamente lasciare l’auto davanti alla chiesa di Almesio. Tutto il percorso lo si effettua su di una strada sterrata che risale il vallone di Almesio fino all’Alpe del Conte (1767 m) offrendo all’escursionista una moltitudine di paesaggi affascinanti con cromature differenti a seconda della stagione (dal bosco fitto ai panorami che spaziano sul fondovalle fino alle cime della Val Grande e dell’alta Val d’Ala). Poco prima dell’Alpe del Conte intercettare un sentiero (ometti) a quota 1740 metri circa che si stacca dalla sterrata in direzione N (puntando ad un larice isolato) per raggiungere in 20 minuti di marcia la vetta di Testa Pajan.

Quest’escursione è fattibile anche nei mesi con innevamento utilizzando le racchette da neve. I tempi si allungano notevolmente soprattutto se il manto nevoso non è portante. Fare molta attenzione al tratto di sterrata che taglia il versante NE di Testa Pajan per rischi di valanghe (assolutamente necessario consultare i bollettini nivologici ed avere un minimo di esperienza in tal senso).

Partendo presto non è infrequente imbattersi nella fauna alpina che vive nel silenzio del vallone di Almesio.

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Questo post è stato possibile grazie alla cortesia e gentilezza dell’Albergo Ristorante Cantoira (Val Grande di Lanzo).

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

4 Responses to La musica del silenzio

  1. appianarosa says:

    Come vorrei poter rifare la gita da Almesio a Testa Pajan! Era una conquista.

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