L’esperienza del margaro. Un anno dopo

arcobalenoE’ trascorso un anno dalla prima esperienza in alpeggio di Felice Alberto e Piergiuseppe (qui il loro post del 4 settembre 2012) e adesso, oramai ragazzi, sono ritornati in montagna, testimoni attivi e partecipi di una civiltà alpina tramandata da generazioni.

Il loro sguardo ed il loro resoconto abbraccia, oltre alla pura vita d’alpeggio, anche alcune delle tematiche attuali con le quali tutti noi, che frequentiamo la montagna nel tempo libero, dobbiamo ineluttabilmente confrontarci: moto da trial che scorazzano sui sentieri impunemente, presenza di cinghiali introdotti negli anni ottanta del Novecento, il luogo montagna ed il suo delicato ecosistema, il susseguirsi delle stagioni della vita, e non solo…

Siamo molto felici ed onorati di poter pubblicare qui il racconto e le foto di Felice Alberto e Piergiuseppe, giovani italiani globalizzati, ma con splendide radici montane, e siamo sicuri che la loro esperienza li proietterà nel mondo degli adulti completamente consapevoli di quanto sia fondamentale ritrovare un sano dialogo con la nostra terra ed il nostro ambiente, senza mai dimenticare la cultura del limite.

Grazie ragazzi, siete davvero meravigliosi!

***

L’avventura, inizia il 2 di agosto per me, Felice Alberto “il grande” dato che ho già quasi 15 anni.

Felice Alberto al lavoro

Mia zia, mi accompagna dai “Gamba”, che mi ospitano all’alpeggio, al Ciavanis, (forse è il caso di ricordare che “il Ciavanis”, è un santuario di montagna, a 1800 metri di altezza, sopra Chialamberto -TO-), ci eravamo già accordati con i fratelli Gamba, nella prima settimana di luglio, pertanto al mio arrivo in alpeggio, dopo chiaramente i saluti e i brevi racconti dell’anno passato, inizia il divertimento.

ciavanis

La mungitura è già terminata, ma le stalle sono ancora da pulire, così posso iniziare ad aiutare Daniel, un aiutante (ma è un dispregiativo chiamarlo così, perché è considerato un componente della loro famiglia) dei Gamba, che ricordo sono 3 fratelli: Dino, Roberto e Marina.

latteIl primo giorno è passato molto veloce, e tutto sommato senza nulla da segnalare di particolare.. è la logica continuazione del “Vacanze da margaro del 2012”. La toma si fa sempre con il latte (per fortuna), la legna per scaldare il latte è pronta dall’anno scorso, (ma adesso tagliamo quella per il prossimo, sempre con le regole che mi hanno insegnato l’anno scorso, cioè valorizzare gli alberi perché abbiano una buona crescita e per fare in modo che ce ne sia sempre da tagliare, anche per gli anni a venire. Altrimenti è necessario scendere troppo in basso per fare legna, e ci sarebbe troppo dispendio di tempo).

Quest’anno, anche se i fratelli Gamba sono fantastici, si sente che c’è qualcosa che non va, ed è chiaro. La prima settimana di luglio, è mancato Notu, il loro papà…, margaro da sempre, e anche se tutti noi sappiamo che Notu ora ci guarda da una posizione privilegiata, ci manca a tutti, anche a me, l’ho incontrato l’ultima volta, nel periodo natalizio nella loro cascina di fondovalle, a S. Maurizio.

Comunque, tiriamo avanti, ci sono mucche da pascolare, da mungere, il che ci aiuta a non pensare troppo, e poi, con un cittadino come me in mezzo a loro, chissà che non riesco a combinare qualche “tavanata” che li rallegro un po’!

al pascolo

Come dicevo prima pur essendo tutto uguale, ho avuto il modo di vedere qualcosa di nuovo.

La grandine! Non è che non l’ho mai vista, ma non ho mai visto l’effetto che fa alle mucche! Sono come impazzite, accecate dai chicchi di grandine e corrono a perdifiato verso le stalle, travolgendo cose e persone che gli si pongono nella loro traiettoria.

Chiaramente bisogna guidarle, altrimenti corrono il rischio di superare le stalle, e a questo punto sarebbe veramente problematico recuperarle, anche dal punto di vista di dispendio di tempo, che in quelle situazioni non ce n’è.

L’unico effetto collaterale positivo, visto che in questi momenti bisogna “mollare tutto” per gestire l’emergenza, è che il latte che si sta scaldando nel paiolo, sul fuoco (di legna), bisogna spostarlo, sennò il latte raggiungerebbe una temperatura troppo elevata,e sarebbe inservibile, invece in questa maniera non raggiunge la temperatura indicata nei tempi idonei, e il risultato è una toma “ca scapa” (che scappa), cioè una toma più morbida, più fontineggiante, più bassa, buonissima!! Purtroppo meno commerciale, a dire il vero è molto apprezzata dagli intenditori, ma i negozi che vendono al pubblico hanno bisogno di forme di formaggio dove l’occhio vuole la sua parte. Mio padre ne ha comperate tre da portarci a casa, in provincia di Padova, dove continueremo ad assaporare il profumo dell’alpeggio per tutto l’inverno!!

C’è poi da dire che la grandine, entra dal tetto in losa (poiché le lose sono solo appoggiate sui centè, ossia sulle travi grezze di legno) e bagna tutto ciò che c’è all’interno, compreso l’abbigliamento asciutto che si userebbe più tardi per cambiarsi.

Nel frattempo mi ha raggiunto mio fratello, Piergiuseppe, che come scritto l’anno scorso è il vero artefice di queste vacanze meravigliose, e assieme abbiamo fatto un’esperienza unica!! Ricordatevi che siamo dei mezzi cittadini.

E’ nato un vitellino!!

vitellino

Fantastico! Dopo un’ora già cercava di mettersi in piedi, prima con le gambe posteriori, prima piegate, poi erette con le gambe anteriori piegate, tremolanti all’inverosimile, poi sempre meno. Le logiche cadute sono state numerosissime, ma anche se eravamo oltre i 1800 metri di altezza, l’organizzazione dei Gamba, ha fatto sì che ci fosse una piccola stalla ben fornita di morbida paglia, dove il “cucciolo di mucca” ha potuto “rodarsi” senza nessun danno. Dopo mezza giornata, il vitellino, asciutto e pulito faceva già i primi insicuri passi, all’esterno della stalla. Essendo sull’alpeggio, è stato necessario che la mamma, non allatti il vitellino, altrimenti “coccola” il vitellino, e non ha più tempo di mangiare l’erba, che è logicamente corta e necessitano molte ore per fare il pieno d’erba, allora con un apposito biberon, lo abbiamo allattato noi due. Penso che lo abbiamo coccolato moltissimo!

Un giorno abbiamo assistito ad uno spettacolo incredibile (qui bisogna mettere tutte le faccine incazz e teschi e fulmini possibili) un gruppo di moto da trial che scendevano dal Passo del Lago del Boiret!

Non è possibile…, non le abbiamo viste salire, e poi ce l’hanno confermato dei conoscenti che li hanno incontrati, sono saliti dalla Val Locana e hanno fatto il giro, scendendo in Val Grande. Dei “ragazzacci” ultracinquantenni!! Scusate, ma non è possibile!! I sentieri sono già malconci dalla non cura umana e dall’incuria del maltempo, NON è possibile che siano ancor più danneggiati da chi si diverte in moto! Fortunatamente le mucche pascolavano lontane e non sono state disturbate dal loro passaggio (le moto sinceramente erano anche poco rumorose, e non è che abbiano fatto chissà quali stupidaggini, ma vederle passare, dove la gente fatica per lavorare, o anche per chi fa escursioni, sempre con una dose di fatica fisica, questi motociclisti hanno come lanciato un messaggio di superiorità, e sinceramente non ci è piaciuto).

Nelle giornate che trascorrevano, tutto sommato giornate “piene”, un giorno Marina ci ha raccontato uno strano avvenimento, accaduto a Dino e Daniel, che ha del soprannaturale. Pertanto non lo possiamo, vogliamo, raccontare, ma il messaggio è molto chiaro. Le montagne vanno amate e soprattutto rispettate. Chi vive in montagna, in alpeggio, ha la possibilità di sentire la montagna che respira, sa che la montagna se non la rispetti si vendica, ma sa che la montagna ti avvisa…. Se hai orecchie per sentire…

Marina e i due ragazzi

Un’altra cosa che “vivendo l’alpeggio”… e ripetiamo, l’abbiamo fatto solo per 2 settimane, è il sentimento che abbiamo per i cinghiali. Dobbiamo comprendere che l’ecosistema in alpeggio è delicato, le stagioni morte (l’inverno) sono lunghe (9 mesi?), la stagione “viva” è molto corta, l’aratura che fanno i cinghiali sull’alpeggio, è profonda, ci va molto tempo, perché la natura, ripari al loro danno… e la stagione è molto corta!

Purtroppo, diciamo NO ai cinghiali, ci dispiace…. ma vivendo certe realtà, da ragazzini (quali noi siamo) possiamo dire che questi animali, non originari dei nostri monti (anche se siamo nati a Padova, ci sentiamo indigeni dei nostri monti di Chialamberto) sono delle piaghe…, e costano molto a chi vive l’alpeggio, in fatica, minor erba per le mucche, ma anche maggior instabilità per il territorio, a fronte delle piogge torrenziali che a volte ci sono, e che nel mio piccolo ho visto!

Ora ci fermiamo con il racconto, ma Piergiuseppe, che ha avuto l’onore di essere chiamato da loro, Giuseppe, come Notu, e il cognome è lo stesso, ed io, vogliamo ringraziare i Gamba, per l’ospitalità, e per quello che ci hanno insegnato, e cogliamo anche l’occasione di complimentarci con Piera Goffo, che tanto sì da fare per organizzare (e molto bene) per la festa del Ciavanis. Quest’anno è addirittura riuscita a far costruire un piccolo bagno (gabinetto), nel “banale” (cioè rifugio in pietra), vicino al santuario, in modo da preservare la pulizia del luogo, in particolar modo il giorno della festa, il sabato vicino il 18 luglio.

Piergiuseppe

Chissà se un giorno diventerà amica dei Camosci Bianchi… avrebbe delle storie fantastiche da raccontarci sulle “nostre montagne”!

by Felice Alberto & Piergiuseppe

***

Riporto un articolo, pubblicato dal quotidiano “La Stampa” il 16 settembre scorso, intitolato “Fare il pastore, mestiere per giovani“.

insieme

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

8 Responses to L’esperienza del margaro. Un anno dopo

  1. blacksheep77 says:

    un mestiere che attrae ancora fortemente i giovani, come ho modo di ripetere ogni volta che presento il mio ultimo libro. peccato solo che vi siano ostacoli sempre maggiori per chi (giovane o meno) vuole/vorrebbe fare il margaro o il pastore.
    burocrazia, speculazioni sui pascoli, leggi al limite dell’assurdo che rendono sempre più difficile praticare un lavoro antichissimo. …e tanta ignoranza, accresciuta attraverso la rete, grazie a persone che non sanno cosa vuol dire amare gli animali e che pensano che voler loro bene vuol dire mettere il cappottino al cane appena fa un po’ frescolino!
    …ce ne sarebbe da dire su questo tema, ma devo prepararmi per tornare all’alpe. ne dibatteremo quest’autunno sul mio blog 🙂

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    • Beppeley says:

      Grazie mille Marzia del tuo commento: in Italia la burocrazia è una piaga sociale che devasta ogni anelito per un futuro ricco di entusiasmo e di voglia di fare.

      Davvero intollerabile accorgersi quotidianamente che ‘sti maledetti burocrati asfissiano gli slanci delle nuove generazioni, in ogni campo.

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  2. Pingback: L’esperienza del margaro. Un anno dopo | Storie di pascolo vagante

  3. ariela r. says:

    Cari ragazzi, il vostro racconto mi ha particolarmente commossa. Il mio papà, mancato all’età di 88 anni, mi ha narrato molteplici volte l’estate che aveva trascorso in alpeggio nel vallone dell’Alpetta, in Val Grande, all’età di 11 anni, per riprendersi, con la buona aria di montagna, dopo una grave malattia. Negli ultimi anni era diventato cieco e mi diceva che il ricordo di quei paesaggi e di quel cielo lo aiutava a vivere e ad immaginare ancora le meraviglie di questo mondo. Ricordava soprattutto un pomeriggio in cui, mentre egli si trovava nel sole, con tempo sereno, al di sotto, nella valle, si era scatenato un furioso temporale ed egli, seduto nell’erba, vedeva i fulmini saettare fra il nero delle nuvole con tuoni che riempivano l’aria. Ricordava poi i cani che sapevano “dividersi” la mandria ed effettuare ciascuno il proprio lavoro con le mucche loro affidate.
    Conservate questa vostra esperienza come cosa preziosa. Sono queste le ricchezze da accumulare e che torneranno utili in tanti momenti della vita. Un proverbio piemontese asserisce che la scuola della vita ci insegna a portare in alto, solamente quello che ci servirà nel momento della discesa. Al mio papà è servito sino all’ultimo quel ricordo lontano a rallegrargli un poco la vecchiaia.
    Grazie Ariela

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    • Beppeley says:

      Mi hai commosso.

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    • Anonimo says:

      Si, è stato molto bello!
      Una scena emozionante, quando appena tornati a casa, Piergiuseppe ha abbracciato il nonno (omonimo di Notu), e gli ha detto “sai nonno, mi chiamavano Giuseppe, come il loro papà”, e si è abbracciato il nonno, il tutto condito da reciproche dolci lacrime.
      Dolcissima scena che ho assistito.

      E come ha scritto un’amica che ha potuto vedere questi ragazzi all’apeggio,
      “Anche se la vostra vita vi porterà su strade e luoghi diversi cercate di conservare dentro di voi questa bella eseprienza di vita.,di rispetto verso questo lavoro, di rispetto verso la montagna che in questo mondo di frenetico consumismo va scemando.”,
      sono sicuro che quando saranno vecchietti, chissà in quale parte del mondo, queste emozioni indelebili, le racconteranno ai loro nipoti, e il Ciavanis, sarà ancora davanti ai loro occhi!

      P.S. Avete mai provato a farvi “ciucciare” le dita da un vitellino? Loro si, non se lo dimenticheranno mai!

      Da vostro genitore … vi invidio!

      ROK 64

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      • serpillo1 says:

        Parole sante.. esperienze così toccanti rimangono dentro di noi e ci permettono/permetteranno di vivere meglio la nostra vita anche in momenti di difficoltà.

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      • Beppeley says:

        La loro bellissima esperienza non tornerà solo “utile” quando saranno in avanti con gli anni: la loro esperienza permetterà di mantenere viva la montagna grazie ai ricordi che brilleranno per sempre nella loro anima.

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