Far nascere un filo d’erba (Vassola, un mondo dimenticato)

pascoloDopo il post sull’incantevole Vallone di Vassola descritto da Pier Luigi Mussa, che ci ha fatto così conoscere un mondo straordinario fabbricato dalla natura con la complicità dell’uomo, possiamo tentare di osservare questa valle sospesa indossando i panni del mandriano.

Forse avete già fatto un’escursione nel Vassola (o in altri luoghi simili ricchi di testimonianze di chi praticava la transumanza) e forse qualche domanda, su come potevano vivere i montanari per tre mesi all’anno in valloni così severi, ve la sarete posta, mentre scorrevano, lungo il vostro cammino, i segni inequivocabili degli ultimi colonizzatori dell’alta montagna.

Se quelle domande scabrose vi hanno scosso l’anima mentre eravate rapiti dalla bellezza di un manufatto di pietra creato da natura e uomo, allora è arrivato il momento di incontrare alcune risposte grazie a Maddalena Vottero-Prina che ci fa conoscere un mandriano di altri tempi.

Al termine troverete la sezione della carta n. 8 “Valli di Lanzo” ad alta qualità, relativa all’alto Vallone di Vassola. Ringrazio sentitamente Mario Fraternali per la gentile disponibilità ad aiutarci a comprendere con più chiarezza e profondità il territorio delle Valli di Lanzo, di pregevole valore paesistico, sia naturale che culturale.

Un Mandriano del “tempo passato” ed un “allevatore” del “tempo nostro”

di Maddalena Vottero-Prina

Osservavo, negli anni ‘40, “lê margrij” (le mandrie) che nei primi giorni di giugno, al termine del nostro anno scolastico, giungevano, in treno (nei carri bestiame), fino a Pessinetto.

Venivano scaricate presso la stazione quasi di fronte alla “mia scuola” in quanto il piazzale posteriore alla ferrovia è “immenso” ed allora era pure vicino a prati che i mandriani affittavano per far “ritornare in sè” le mucche e per un po’ di alimentazione.

Gli animali, un po’ “vaneggianti”, erano fatti scendere, raggruppati per un “riposino” ed una “colazione in piedi”, e, poi, avviati, lungo la strada provinciale, verso gli alpeggi della Val Grande e Val d’Ala.

Era bello sentire il “rintocco” dei “campanacci” ed era “orgoglio dei mandriani” un gruppo di “vitelle in bella condizione”.

C’era, negli anni ‘40, una mandria che si recava nella “Vassola” (VaI Grande di Lanzo): un po’ su strada carrozzabile ed un po’ su sterrato si giungeva a Vonzo e, da lì, su sentiero (ora c’é una strada poderale), si raggiungevano i primi pascoli dei “Laghi del Seone”.

20130714-163La vita non era facile: ci si fermava al primo alpeggio e poi, man mano l’erba veniva consumata (e la neve più in alto se ne andava), ci si spostava ai “tramud” (alpeggi più a monte, appartenenti allo stesso “alpeggio estivo”) fino a raggiungere, nel mese di agosto, i Laghi del Seone e ridiscendendo, da “ên tramud” all’altro, fintanto tutta l’erba che era cresciuta nel frattempo non fosse tutta mangiata.

Racconta Rodolfo RUO-RUI, che, negli anni ‘40 si recava “ai laghi”: “Non tutte le cantine per conservare il formaggio (che veniva portato a valle solo a fine stagione) erano “buone” (adatte per una buona conservazione e maturazione del formaggio) e così, anche controvoglia si trasportavano, dal primo alpeggio, le forme, fin nelle cantine a monte (quelle appropriate), per la giusta maturazione”.

Era un lavoro “in più” ma il formaggio (così prodotto — n.d.r.) era proprio quello che, durante l’inverno, era sufficiente “leccare” o mangiarne solo un “granellino” unito ad una “robusta” fetta di polenta.

20130714-444Racconta ancora Dolfo RUO-RUI: “Io ero appena ragazzo, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ed all’Alpe mi alzavo alle quattro del mattino per mungere (a mano s’intende!). Quando portavo le mucche al pascolo avevo un po’ di “relax” (come ora si dice), ma, oltreché badare affinché gli animali non andassero oltre la linea “ideale” per “il pasto di giornata” (allora non c’erano i fili di recinzione, con quella piccola scossa, che permette, ora, di tenere, “in recinto”, le bovine) dovevo anche provvedere a liberare dai sassi le zone ove si poteva far nascere un “filo d’erba” ammucchiando gli stessi in tanti “ciapè” (mucchi di pietre)”.

I praticelli e le radure, così curati, di anno in anno si moltiplicavano e ci si poteva così tenere una “manzetta” in più, dopo qualche tempo.

Si vedono, ancor oggi, i mucchi di pietre che hanno permesso la “moltiplicazione” dei terreni di pascolo.

Avevo pure il tempo – dice il sognatore Rodolfo Ruo-Rui – di osservare il flusso delle nuvole e capire come sarebbe stato il tempo il giorno seguente e, contemplando gli animali al pascolo, potevo dedurre, dalla masticazione, dai loro spostamenti, dalle orecchie abbassate, dalla coda eretta, dall’essere più o meno scalpitanti, quale era lo stato di salute (e l’umore!) di ogni singolo animale.

20130714-664In più se indugiavano a rientrare nella stalla “era vero segno” che il giorno seguente il tempo sarebbe stato brutto, come dire: “debbo mangiare ora perché poi … chissà …!“.

Le capre, poi, sono ancora più sensibili.

Gli animali hanno sensazioni superiori alle nostre e recepiscono cose a noi, ormai, precluse.

Eravamo nel periodo della “Guerra” (non la “Grande Guerra”, quella combattuta da mio Padre) – continua “Dolfo” – e noi avevamo una bella mula che ci fù requisita per “il Servizio Militare” (e che non avremmo più rivisto).

Era un’amica ed io Le volevo molto bene: bastava le battessi una mano sul collo (appena ci arrivavo al suo collo!) e “Lei” si avviava.

Dobbiamo andare all’Alpe e ci serve un mulo: non possiamo portar tutto a spalle anche se in andata (salendo) leghiamo al collo, o con stringhe sulla schiena, alle bovine “più forti”,  i paioli per il formaggio, a quelle più “piccole” “li scagn” (gli sgabelli con tre piedi per mungere) ed a qualcun’altra anche un sacco di farina!”.

Nei primi anni ‘60, in Valsavaranche, ho visto ancora io una mandria che portava “sul dorso” gli attrezzi per “l’Alpe”.

20130714-184Prosegue ancora il sensibile “Dolfo”: “Era tutta una catena di solidarietà: uomo-animale e animale-uomo.

Troviamo, comunque, un giovane (ed allegro) mulo che mai ancora era stato “someggiato”: noi, non avendo scelta, “lo prendiamo”. Il giovane ed “allegro” mulo, quando tentiamo someggiarlo (e, tra noi, ci sono “fior” di “conduttori”), scalcia, s’imbizzarrisce, s’inarca, s’incurva, s’impenna e “lo bast” sta a terra.

Rimediamo, nella disperazione, una macilenta, piccola, umile mula che lo sostituisce e, per tutta l’estate dobbiamo, giocoforza, arrenderci all’evidenza (ed alla volontà dell’allegro “muletto”): una piccola, docile mula che sale, carica fino all’inverosimile, il sentiero dei Laghi del Seone con “il bulletto” che le trotta allegramente a fianco.

Inutile dire — conclude Dolfo — che, al termine della “stagione”, anche “il mangiapane a tradimento” sarà spostato “in altra sede”.

20130714-434A volte i piccoli proprietari di animali (uno o due capi), che “li donàvout a l’alp” (li davano in custodia all’alpeggio), per non bessare” (come è uso dire ora) i loro “capi”, li portavano, direttamente loro, alla prima “base” dell’alpeggio.

Batista ‘d Precastòt portava la sua mucca al Piano della Mussa: partiva prima dell’alba, lui davanti, la bovina (con tanto di campana) al passo (neanche legata: lo seguiva docilmente) ed a volte, per strada, si univa ad altri, giungendo, nel pomeriggio, al Piano della Mussa, ove lasciava, non senza apprensione, “il suo tesoro”, ad un “mandriano di fiducia.

Nell’arco dei “cento giorni di alpeggio” quasi tutti, a piedi, si recavano, almeno una volta, all’Alpe per accertare se le sue condizioni fisiche, morali (ed anche finanziarie) del loro “vivere”, erano soddisfacenti.

Il corrispettivo per il mantenimento era dato dalla misurazione (se c’era) della mucca a San Giovanni e la prima domenica di settembre. La media del latte (delle due misurazioni) determinava se “si era mantenuta”, se “aveva prodotto di più” o se, invece, si doveva pagare il mantenimento.

Il giorno della transumanza, Batista, se l’andava a riprendere e se la portava a casa, con tutte le cautele dovute per il trasporto di “un tesoro”.

20130714-301Ora non ci si sposta più in treno: nella maggior parte dei casi il trasporto è effettuato su “camion” attrezzati per il “trasporto animali”.

Il farli salire, nonostante le pedane “ultramoderne”, comporta “stress”, “bastonature” e varie che rendono “la visione” estremamente “triste” e “condizionante”.

Forse, poi, il vivere all’aria aperta, in un ambiente “libero” e pulito (forse), riscatta il brutto momento della “transumanza-stabulazione”.

Non tutte le “transumanze” però sono “cruente”: assisto, una decina d’anni or sono, alla discesa di una mandria da un Alpeggio (la mandria era all’Alpe “Croziasse” in Val d’Ala, sopra Brachiello). Per “scendere” a Valle risaliva fino al colle verso la Val Grande e ridiscendeva, da Missirola, a Chialamberto: la via più facile (”bontà sua!”), ed al conseguente “carico” su camion a Chialamberto, nella Località Inverso.

20100725-037Dire che “quanto vedo” è “da manuale” è certamente riduttivo: giunge il “mandriano” (allevatore si dice oggi!) con più di trenta bovine (con imponenti corna) che lo seguono docili, docili.

“Lui” sale sulla pedana di carico del camion: le mucche, attente, seguono il suo ‘fare”.

Quando il “tutore” (chiamiamolo così) giunge al culmine della pedana le incita dicendo: “Vèn, Vèn, pasa darè” (vieni, vieni, passa dietro: un modo di dire tra Lui e loro).

Sono stordita (nonostante l’esperienza) e vedo le bovine che, ordinatamente, una dietro l’altra, s’infilano (senza per così dire, colpo ferire) nel camion con la dolce cantilena “pasa darè, pasa darè”.

Una dura lezione al mio “saper tutto!”.

OGGI

8 giugno 1999 a Mezzenile: un giovane “allevatore” (come è in uso chiamarli ora) si appresta alla “transumanza”.

Ama, l’allevatore, i suoi “animali” più di sè stesso e dedica a loro ancor più di quanto sarebbe lecito e molto di più di quanto dedica a se stesso.

La transumanza si svolge tutta a piedi (Km 16 di percorso con mille metri di dislivello), in parte su asfalto, un po’ su sterrato ed ancora qualche “provvidenziale” sentiero.

20100529-004Gli animali “soffrono” l’asfalto e la ghiaia dello sterrato che s’infila tra “li scatijon” (le unghie).

Le bovine (una cinquantina di “adulte”) sono partecipi: hanno i “campanacci” e sanno “che si và”!

Escono dalla stalla svogliate, ma, nel volgere di cinquecento metri, dal “trotto” passano al “galoppo” (pensano e fanno capire: “dobbiamo andare!”).

Davanti c’é “l’allevatore” che cerca di “calmarle” ma: “loro debbono andare” e, quasi di fronte alla Chiesa Parrocchiale, sono “ormai lanciate”!

Chi le ferma più?

L’allevatore si mette, a mani alzate, davanti a loro (come per dire: state calme, rallentate …!) e, da non credere: s’impennano come valli imbizzarriti, una sull’altra, ma … si fermano senza “travolgere” il suo “LUI”.

Seguiranno, nell’arco dei sedici chilometri, momenti di “alti e bassi” e di “non ce la faccio più” da parte delle più “irruenti” alla “partenza” ma quando io mi affianco all’allevatore pe porgergli un “sostegno” morale o fisico (un po’ di aranciata!) mi trovo, inevitabilmente, “la cocca” (la mucca preferita) che mi spintona più o meno “benevolmente”

20100529-011Quando “il loro LUI” cerca un po’ di riposo nel percorso, facendosi “scarrozzare” per qualche centinaia di metri, al momento di salire macchina se le trova tutte dietro: inseguono poi l’auto onde “cercare di tenere il passo”.

Ho avuto occasione, poi, ora, di osservare una mucca durante “il vaglio del parto”: il “padrone” non c’é ma é attorniata da altri che l’accudiscono regolarmente (e che, perciò, conosce!).

Non ci sono estranei, tranne io, che sono molto in disparte.

Ella conosce tutti quanti le stanno vicino ma quando entra “il tutore” volge il capo verso di lui e “gli ronêt” (un mugolio che è quasi un bramito) come dire: “meno male che sei arrivato!”.

D’altra parte, oggi come ieri, il buon allevatore come entra nella stalla s’accorge se qualcuna ha “lo moòro anij” (il muso triste), recpise se sbuffano, sorridono, sono di buon umore o meno, solo vedendo come lo accolgono.

20100529-013Se si sentono “apprezzate” “rendono di più”, come è per una pianta “amata”, che cresce “meglio”!

La vita del mandriano di “un tempo passato” e quella “dell’allevatore odierno” è senz’altro contornata da “privazioni” ma, per Chi la sa “assaporare”, anche da una pienezza di affetto che, difficilmente, trova paragoni.

“Lé cioch” (le campane — le bersane — li rodon, come vengono chiamate a seconda dell’interpretazione e dell’interprete) sono diverse da un tipo di animale all’altro: alle mucche “più belle” ed alle più “anziane” (non tanto d’età, quanto di stalla) o di prestigio rispetto alle altre (e che, ora, sono chiamate “Rejnès”) toccavano (e toccano!) campane con bellissimi collari (anche con dedica) e fibbie che ricordano “un’arpa”.

La campana era forgiata a mano da specialisti ed il suono era più o meno scintillante, in base alla fusione usata.

Le “altre” si dovevano accontentare di cose “più modeste”.

“Li manzon” (le manzette che, fino ad un anno e mezzo circa vengono chiamate “al maschile” appunto: “manzon”; è un po’

dispregiativo, come dire “né sale né pepe”) erano dotati di campane più piccole e con “rintocco” duro.

20091114-0022Le capre avevano campanelle tintinnanti, in lega dorata (forse ottone) e forgiata a “campanellino” come quelli in uso in Chiesa.

Per le pecore, invece, si usavano campanelle in ferro, che avevano un “suono” sordo come il battere di un martello sul ferro e “atono”.

Sentendo le campane, campanelle e campanellini si capiva chi si avvicinava e chi si era allontanato. Anche i cani avevano “un richiamo” ma era, più che altro, per tenere “all’erta” (far allontanare) le vipere.

Le “campane” più “pregevoli” erano un po’ “bombate” e non svasate: dove terminava “il batacchio” si richiudevano leggermente onde poter modulare il suono nel “senso” voluto.

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Qui sotto c’è un estratto della carta ad alta qualità dell’alto Vallone di Vassola: il file che mi ha trasmesso Mario Fraternali è un pdf di 7,08 mb e trovate il link sotto questa immagine (in bassa qualità).

Alto Vallon di Vassola - Fraternali editore

Alto Vallone di Vassola (per gentile autorizzazione di Freternali Editore)

Cliccate qui per visualizzare la carta ad alta qualità della Fraternali Editore (file pdf di 7,08 mb) che permette ingrandimenti davvero straordinari, offrendoci così la possibilità di osservare i dettagli topografici dell’alto Vallone di Vassola. Potete poi scaricarla in formato pdf cliccando in alto a sinistra su “File” e poi su “Scarica”.

Per associare ai toponimi della carta le bellissime foto di Pier Luigi Mussa (con didascalia), vedete la prima puntata del post “Vassola, un mondo dimenticato“, dove al termine trovate i link alla galleria foto e allo slideshow.

Se desiderate avere una visione d’insieme della zona, qui la carta (per gentile autorizzazione dell’ESCURSIONISTA & MONTI editori). La carta è stata inserita nel post “Laghi del Seone e Colle della Terra d’Unghiasse” dove trovate anche una relazione escursionistica dettagliata del percorso con partenza da Vonzo (fraz. del Comune di Chialamberto).

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

5 Responses to Far nascere un filo d’erba (Vassola, un mondo dimenticato)

  1. Rebecca Antolini says:

    Ciao a voi tutti qui.. vi auguro un sereno Natale colmo d’amore… ci sentiamo dopo le feste con amicizia Rebecca

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  2. serpillo1 says:

    ..troppe cose sono cambiate; non siamo cresciuti con la ferrea educazione data da una guerra e con la miseria che ne consegue. Non siamo abituati al sacrifico ed alla fatica.. e non deve stupire se oggi ci si piega al minimo alito di vento.. -Rossano Libera-

    tratto dalla quarta di copertina del libro “Dove la parete strapiomba” di Riccardo Cassin

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  3. blacksheep77 says:

    ci sono cose che sono cambiate e altre che restano sempre uguali, su in alpe… è comunque sempre un piacere leggere testimonianze della vita di un tempo

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