Uja di Ciamarella (3676 m)

Ciamarella da Punta Collerin

Il versante Ovest dell’Uja di Ciamarella (3676 m) dove passa la “normale”

Grazie a Giorgio Inaudi ho potuto apprendere la storia della collocazione dell’immagine della Vergine sulla vetta di una delle mie montagne preferite.

La vicenda si svolge centoquattordici anni fa.

Per chi non lo sapesse, l’Uja di Ciamarella (3676 m) si eleva completamente in territorio italiano e rappresenta la cima più alta delle Valli di Lanzo (superata nel settore delle Alpi Graie meridioniali solo dallo Charbonel, 3752 metri).

Il primo salitore è stato l’ingegnere catastale Antonio Tonini insieme al suo canneggiatore Ambrosini, aprendo così la via “normale” il 31 luglio 1857. Erano ancora lontani i tempi dell’alpinismo eroico ed il Club Alpino Italiano non era ancora stato fondato.

Il nostro uomo si avventura in cima alle montagne per portare a termine il suo lavoro: misurare i rilievi. Le sue doti alpinistiche e di intuizione possono essere paragonate ai grandi alpinisti attuali. Non dimentichiamoci che in quel periodo la montagna era dimora di diavoli, mostri e di anime in pena del purgatorio imprigionate nei ghiacci e lo stesso Tonini non trovò nessuno che in Balme lo accompagnasse nelle sue ascensioni. Ambrosini fu obbligato nella salita sulla Ciamarella, pena il licenziamento.

Ecco il racconto:

Uja di Ciamarella

La Ciamarella dal Piano della Mussa in una foto d’inizio Novecento
(foto tratta dal Cahier MuseoMontagna 73)

“Cinquanta coraggiosi hanno affrontato un viaggio lunghissimo e pericoloso per portare l’immagine della Consolata su una delle più alte vette della Alpi Graie”.

Con queste parole, L’Italia Reale (Quotidiano Nazionale che costava centesimi 5) dava notizia dell’impresa portata a termine dagli “eroi della montagna” nella giornata di martedì 8 agosto 1899. Parole intrise di ingenua retorica, che fanno un po’ sorridere gli alpinisti di oggi, abituati a considerare la Ciamarella come una salita relativamente facile. Facile ma certamente non breve.

Alcuni anni or sono, per iniziativa della sezione del CAI di Ala di Stura, è stata riportata sulla Ciamarella la statua della Vergine, dopo un ennesimo restauro. Non è più l’immagine portata in vetta nel 1899, una vera opera d’arte, donata dall’avv. Emilio Henry, illustre penalista torinese e pioniere dell’esplorazione alpinistica delle nostre valli negli anni a cavallo del secolo. Si trattava di un prezioso bassorilievo in ceramica invetriata, rinchiuso in un tabernacolo in legno di rovere, a sua volta contenuto in un pilone di pietra. Malgrado la protezione, l’immagine venne consumata a poco a poco dalla furia delle bufere e gli ultimi resti scomparvero verso la metà degli anni Cinquanta, travolti dal crollo del pilone che li conteneva.

L’attuale “Madonna della Ciamarella” è una statua in metallo, realizzata anch’essa a cura della famiglia Henry, rimasta da oltre un secolo affezionata villeggiante di Balme (il nipote, Paolo Henry, è una delle più stimate e note guide alpine delle Valli di Lanzo). Fu portata in vetta per la prima volta l’undici agosto 1957, con il concorso unanime dei valligiani di Balme e di Ala (tra di loro Gianàt e Ninétu).

Bessanese_Madonna

La statua della Madonna sul segnale Tonini all’Uja di Bessanese

A differenza di quella della Bessanese, che resiste sulla vetta dal principio del secolo, la Madonna della Ciamarella è stata riportata a valle più volte per essere riparata. Colpa delle bufere, certamente assai violente alla quota di 3676 metri, ma anche delle folgori che l’hanno colpita più volte. Colpa soprattutto dell’eccessiva affluenza gente, tra cui anche alcuni che esitiamo a definire alpinisti. Ci riferiamo a coloro che -a più riprese- hanno asportato, come ricordo, la punta del parafulmine. Un atto di vandalismo che, tra l’altro, potrebbe mettere in serio pericolo coloro che si trovassero in prossimità della vetta durante un temporale.

Ben altro spirito animava i “temerari della Ciamarella” in quei giorni di agosto del 1899. Il mensile “La Consolata” ci aiuta a capire il clima di quell’epoca.

Sono gli anni a cavallo del secolo, quando a Balme e in genere in tutta la valle si vive un momento particolarmente felice. La montagna e l’alpinismo sono di moda, gli aristocratici ed i ricchi borghesi delle città affollano gli alberghi, che si moltiplicano da un anno all’altro. Ville signorili sorgono senza posa nei luoghi più pittoreschi, dando lavoro alla mano d’opera locale, mentre molti valligiani trovano impiego nella professione di guida alpina o in quella più umile di portatore.

I protagonisti della nostra storia, infatti, oltre all’avv. Emilio Henry, sono le due più valide guide del momento: Antonio Boggiatto, detto Glòria (1844-1911), che è il decano delle guide balmesi e Giuseppe Castagneri detto Gèp dei Tuni (1855-1927), fratello del famoso Toni, tragicamente scomparso nove anni prima sul Monte Bianco. Sono coadiuvate dall’intera compagnia delle guide di Balme, che all’epoca, tra guide e portatori, annovera più di venti elementi.

Accanto a loro, sono presenti alcune belle figure di ecclesiastici locali: il parroco, don Angelo Castagneri (della famiglia balmese dei Gianàngel), che morirà prematuramente il 1° ottobre dello stesso anno e il cappuccino Innocenzo Martinengo, anch’egli di Balme, in quegli anni curato della Chiesa della Madonna di Campagna. E’ presente anche un altro giovane sacerdote nativo di Cantoira, don Giuseppe Perotti, allora cappellano di Procaria. Appassionato alpinista, diventerà poi, a sua volta, parroco di Balme lo stesso anno, succedendo a don Castagneri. Proprio sul ghiacciaio della Ciamarella, il 1° agosto 1921, don Perotti troverà la morte per assideramento, vittima di una terribile bufera.

L’ardore alpinistico si intreccia con le fede religiosa ma anche la cultura non manca all’appello. Le manifestazioni hanno inizio in chiesa, con “i più squisiti concerti del violino, toccato niente meno che da artisti come la signora Virginia Teja”. Un’apprezzata strumentista ma anche un’alpinista valente, che diede il nome ad alcune delle punte che si affacciano sulla conca di Balme. I discendenti della famiglia Teja (cui appartenne Casimiro, il famoso caricaturista del giornale satirico risorgimentale “Il Fischietto”) abitano tuttora una delle ville più belle ed antiche della valle, costruita nel 1880.

Alla sera, proprio a Villa Teja nella frazione Cornetti, ha luogo un grande ricevimento, mentre la cascata viene illuminata con bengala a colori “e con palloncini inastati si bacchette di legno e distribuiti ai villeggianti accorsi al magico spettacolo“.

Balme

Balme ad inizio Novecento: La Chiesa Parrocchiale
(foto tratta dal Cahier MuseoMontagna 73)

Il mattino successivo ha inizio l’impresa vera e propria. Alle sette in punto del mattino, un imponente processione lascia Balme per il Pian della Mussa.

Tra lo sparo festoso dei mortaretti, il corteo incomincia a sfilare. Precedono le venerabili confraternite del paese, segue il parroco, in cotta, mozzetta e stola, attorniato dal clero. Viene poi l’immagine della Madonna, portata su due alpenstock incrociati. Segue l’intera popolazione ed una moltitudine di villeggianti. Tutti sono in abito da alpinista, muniti di un lungo bastone ferrato“. Giunti al Piano, vengono celebrate ben due messe solenni, seguite da numerosi discorsi e quindi (per coloro che possono permetterselo) viene il momento di accomodarsi a tavola per “un scelto servizio di ristorante presso l’Albergo Broggi, ivi in corso di costruzione“. Al termine dell'”ottimo pranzo“, la comitiva degli “eroi della montagna“(sono sessantotto ma non tutti arriveranno in vetta) parte risolutamente per il rifugio Gastaldi, salutata da “un amichevole sventolar di cappelli e di fazzoletti, un eccheggiar giulivo di voci auguranti“. L’immagine della Vergine viene issata sulle spalle dell’uomo più forte del paese (la cronaca non dice chi fosse).

Rifugio Gastaldi 1880

1880 – Rifugio Gastaldi – Antonio Castagneri è davanti alla porta.
(foto tratta dal Cahier MuseoMontagna 73)

Al rifugio la cena è molto più parca. L’edificio-albergo sarà costruito soltanto cinque anni più tardi, nel 1904. Per il momento c’è soltanto la modesta baita di pietra, costruita circa venti anni prima. Le guide accendono il fuoco, mentre lo stesso avvocato Henry si mette ai fornelli e “le signore lavano e riempiono successivamente quante volte basti le poche scodelle“.

Intanto, come in ogni copione romantico che si rispetta, scoppia un temporale terribile. Tra tuoni e lampi che illuminano il piccolo rifugio attraverso le finestrelle, “un po’ di sgomento s’insinua nel cuore dei pellegrini che temono per l’ultimo e più arduo tratto dell’ascensione, da effettursi al domani“. Viene esposta l’immagine della Vergine e si incomincia a pregare.

La bufera infuria per tutta la notte per poi placarsi improvvisamente al mattino. Il drappello, rinfrancato dalle poche ore di riposo, si mette in cammino. Al Crot delle Vigne iniziano le prime difficoltà: un nevaio con “un’inclinazione di oltre cinquanta gradi”. Alcuni rinunciano e fanno ritorno al rifugio, altri “procedono adagio, in silenzio, prendendo le necessarie precauzioni”. Ad un tratto, si sfiora la tragedia: un giovane pastore scivola, prende velocità e precipita verso le rocce al fondo del nevaio. Ma “percorsi forse cento metri, il corpo, come trattenuto da una forza misteriosa, rallenta, si arresta...” Si rialza indenne ed anzi si dichiara pronto a riprendere la strada. Ma intanto nessuno più osa muoversi. Sono le guide a risolvere la situazione. Una di esse “pianta la picca nel ghiaccio e poi, ritto sui piedi, si lascia sdrucciolare giù per il ghiacciaio, di tratto in tratto si ferma e poi ricomincia la sua discesa. Egli è il dominatore del ghiacciaio, cui affidare sicuri la nostra vita”. L’avventura continua.

Ciamarella Madonna

La Madonna sulla vetta della Ciamarella

Superato il Ghiacciaio di Pian Ghias “lungo parecchi chilometri”, la salita procede faticosamente fino ad un “enorme crestone con passaggi scabrosissimi, fra pareti di roccia quasi a picco e finalmente appare, in tutta la sua terribile imponenza, il Ghiacciaio della Ciamarella”.

Fatte le cordate, le guide tagliano i gradini nel ghiaccio ed infine si affronta la “piramide terminale, alta circa cinquecento metri, tutta biancheggiante di neve caduta nella notte”.

Alle dieci e un quarto i primi pellegrini mettono piede sulla vetta, le guide provvedono a piazzare il tabernacolo e la Madonna nel pilone in pietra già costruito in precedenza. Con le rocce della vetta costruiscono un altare, dove ben tre messe vengono celebrate successivamente. Officiano tre sacerdoti i quali (la relazione ci tiene a sottolineare) hanno compiuto l’intera salita a digiuno, come richiede la celebrazione del sacro rito. Intanto il tempo ritorna a peggiorare rapidamente. “Una tormenta impetuosa ci coglieva alle spalle, tanto da renderci difficilissimo il ritorno. Il vento ci sbatteva, il nevischio ci percuoteva il viso, ci riempiva gli occhi e le orecchie, cadevamo ad ogni passo, in un roboar di tuoni e di lampi. Finalmente, dopo otto ore di viaggio difficilissimo, ci ritrovammo sul Piano della Mussa, dove le mille volte ringraziammo Maria per la grande grazia ottenuta”.

Piano della Mussa

1887 – Il Piano della Mussa prima dell’impianto dell’Acquedotto Municipale di Torino e la costruzione dell’Hotel Savoia Broggi. Al centro sono ancora visibili le baite della Mussa dei Tuni demolite ad inizio secolo.
(foto tratta dal Cahier MuseoMontagna 73)

Quasi mezzo secolo era passato dal 1857, quando l’ing. Antonio Tonini aveva compiuto la prima ascensione della Ciamarella, in circostanze avventurose e senza che alcun montanaro del luogo volesse accompagnarlo, ma evidentemente la montagna manteneva ancora tutto il suo fascino, ingenuo e solenne.

Giorgio Inaudi – Barmes news 12

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

4 Responses to Uja di Ciamarella (3676 m)

  1. aboer65 says:

    Fantastica storia di un alpinismo eroico dei tempi che furono.
    Grazie di averci resi partecipi!

  2. martellot says:

    è vero che oggi la via normale della Ciamarella è una via facile (così mi hanno detto gli alpinisti, io sono solo un escursionista delle “basse quote”!) ma scalare questa vetta a quell’epoca doveva essere veramente un’impresa! Un po’ per l’attrezzatura, un po’ per le previsioni meteo ovviamente inesistenti non doveva essere stato per nulla facile salirci sopra. Grazie Serpillo per il tuo post!

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