A volo d’aquila

In cimaTesto e foto di Rox (Souleiado)

Stamane il cielo è un telo turchese teso ai quattro cardini dell’orizzonte…

La scelta di questa escursione si rivela pertanto ideale ed animata da forti ricordi personali.

L’Aquila è una bella località a meno di 50 km da Torino che offre un fantastico colpo d’occhio sull’intero arco alpino e sulla pianura, a volo d’uccello nel vero senso della parola.

Qui potremmo quasi parlare di “archeologia” alpina e di una progettualità ahimè abortita: L’Aquila è infatti stata una ridente stazione sciistica negli anni ’60/’80 del secolo scorso, ben più importante di ciò che è stato ed è tuttora Pian Neiretto (situato poco sopra Coazze).

Ricordo ancora belle piste molto frequentate, un vivace Sci Club Val Sangone, ed un hotel ristorante tuttora esistente dallo stile vagamente autarchico/bauhaus (ma al limite dell’ecomostro), dove la sera ci si ristorava con cibi e beveraggi vari.

Negli anni ’80 iniziarono le stagioni invernali anomale, quelle senza neve e dai devastanti incendi, e questa stazione sciistica cominciò a decadere: vennero introdotti i primi cannoni, costosissimi allora come adesso, e che solo prestigiose località alpine potevano permettersi. Non fu il caso de L’Aquila, che tra l’altro vantava grossi problemi a livello di approvigionamento idrico: niente acqua, niente soldi, niente cannoni e niente neve nelle annate di “magra”.

Poca o nessuna volontà da parte degli enti locali e della Regione per non far morire “Le piste di sci a due passi da Torino!”: in molti hanno imparato a sciare da ragazzini nei pomeriggi dopo scuola a L’Aquila, quando pullman da Torino e dal suo hinterland vi si dirigevano copiosi, perchè era vicina e adatta a tutte le tasche.

L’edificio di arrivo degli impianti di Pian delle Lese venne ben presto abbandonato al nulla di una montagna morfologicamente nuda, avendo cura di sigillarne le orbite vuote di finestre e porte con muri di mattoni e cemento.

In cimaLa decadenza quale stazione sciistica fu totale, ma mai lo è stata a livello escursionistico invernale polivalente: la montagna resta meta frequentatissima degli scialpinisti e dei ciaspolatori, il “nuovo mattino” della montagna “lenta” a cui io pure appartengo… in estate mountain bikers e camminatori di varia levatura frequentano questo versante caratterizzato dalla mancanza di torrenti, dal gran calore e dalla capacità di imbrigliare facilmente foschie e nubi e promuovere così bruschi cambiamenti di tempo.

Tempo e stagioni: circostanze che sono mutate negli ultimi venti anni a causa delle modificazioni climatiche.

Mentre salgo ripidi pendii battuti di neve già marcia, e pur cercando varianti intonse, mi stupisco nel vedere il mio termometro segnare 19 gradi: siamo ad inizio marzo, e anche se la quota non è elevata, la stagione è “fou”, come direbbero i francesi (in montagna usano spesso il termine “pazzo” per sottolineare anomalie o eventi poco chiari…) e così mi torna in mente un libro che per me è stato un faro a livello di preparazione alla pratica alpina, “I pericoli in montagna” (Paulcke-Dumler, Gorlich Editore, 1972), in cui gli autori descrivevano le condizioni climatiche mese per mese, con la precisazione che “le indicazioni che diamo qui di seguito devono essere considerate di massima. Si può comunque fare ad esse un certo affidamento“.

A proposito di Marzo scrivevano: “Umido. Ad alta quota ancora precipitazioni nevose. Prime bufere di foehn: poi caduta di valanghe di neve dura“.

I tempi e le stagioni si sono modificati.

Fa un caldo innaturale.

Oggi mi sembra di essere su un monte delle Cinque Terre a primavera inoltrata… da qui il mare non si vede, ma la catena di montagne che si snocciolano a sud, verso la Liguria, si… mentre non ho parole per la pellicola di smog che ricopre l’intera pianura, per un’altezza che supera il Musinè, visibile come il Monte San Giorgio, due montagne che paiono torri poggiate su una dilatata scacchiera dagli antropizzati colori.

Amo salire.

smogLa salita, il sudore sul collo, i muscoli che si scaldano, la mente che si svuota, l’anima che ora comincia davvero a pulsare e ad alleggerirsi.

Il mio pensiero finalmente si focalizza sulla parte più vera di me stessa, tra un passo e l’altro, nell’alternanza del movimento di braccia e gambe, nel respiro sempre più regolare… il pendio che porta al Pian delle Lese è la ripida memoria di uno skilift (o seggiovia, ora il ricordo mi sfugge), mi aggancia e fissa il mio sguardo a centinaia di metri sopra di me, superando anche i 50°… conto i passi per non spezzare il ritmo, 20, 40, 70, 100… poi faccio tre respiri profondi, il battito si abbassa, ed io continuo a salire.

Qualcuno ogni tanto si blocca e si appoggia ansimando sui bastoncini, mi fissa con la bocca spalancata ed io sento il sibilo del suo affanno.

Scialpinisti ed altri ciaspolatori come me vanno su e giù per questa montagna, sgranati come chicchi di un rosario, ognuno col proprio ritmo e col proprio mantra interiore…in montagna spesso quando ti fermi, e ti guardi negli occhi di occasionali compagni, finisci col dire tutto senza proferire parola…su per certi muri del pianto non serve parlare…la fatica diventa gioia che brilla negli occhi… no, non è uno sforzo inutile… la neve caricata sulle ciaspole ad ogni passo non pesa mai più di tanto ed i ramponcini mordono bene, anche sul dritto non si scivola.

No, non fa male.

Sì, mi sento bene.

Il mio sguardo vede frammenti di belle immagini ovunque, la fantasia si accende su inquadrature estreme, dettagli irripetibili non sfuggono a chi come me – dopo anni di assenza da me stessa – ha ricominciato a “vedere” pure con un apparecchio fotografico in mano (ora “ri-diventato” un compagno importante, ma non indispensabile).

La mia voglia di tornare a fotografare sta nel voler far vedere anche ad altri ciò che ho vissuto, con molta umiltà.

Sto “re-imparando” che esistono occasioni in cui le parole diventano scarti delle emozioni.

P1080511Oggi la salita alla Punta dell’Aquila mi offre spunti generosi, provo una gioia quasi infantile, la fatica non esiste, solo arsura… al Pian delle Lese molti escursionisti si fermano e non proseguono, si appoggiano contro i muri di un vecchio edificio come gatti che vogliono godere del sole. Da qui in poi lo scenario mi ricorda le Alte Quote, perchè il paesaggio è quasi da 4000, cominciano cioè ad alternarsi cornici di neve, simili a riccioli di burro, che spalancano le gigantesche bocche sdentate sul vuoto del vallone di Dubbione… traversi spettacolari ed anticime dalle schiene pronunciate, mi annunciano che 200 metri di dislivello ancora e sarò sulla Punta, di cui si intravede la croce di vetta, vago dentino di ferro su un labbro candido ai piedi del blu dipinto di blu…

La cappelletta della Madonna della Pace, isolata ai limiti di una cresta, sembra un miraggio in questo deserto bianco, dove giochi di luce e trasformazioni della neve creano textile nevosi con riflessi e consistenze svariate da alta moda… la madreperla domina ovunque alla mia sinistra, mentre calpesto neve sempre più fradicia che a tratti sembra ricoperta da una pelle opaca e tremula come un mare di latte che sta per bollire…

Le gambe ora vanno al passo del cuore, l’unico ritmo che ha un senso mantenere.

Il silenzio sigillerebbe tutto, se non fosse per il cracchettìo delle mie ciaspole e ed il rumore sincopato di scialpinisti che scendono lontano da me… quando la neve viene incisa a fondo, intagliata quasi, schiocca nell’aria una frustata, e gli arabeschi sul pendio si arricchiscono fino a creare maestosi motivi surreali.

Non so cosa sto pensando durante questa salita, ho spento tutto, quel che ricordo è intorno a me e si sta caricando di energia.

Ma gli ultimi passi verso la cima sono 100 metri col cuore che sorride.

Se fosse un sms sarebbe uno smile giallo con le guance rosse.

MonavielUn passo mi ricorda… che duri questi ultimi anni, Rox… l’altro, ciao papà, hai visto? Son tornata quassù… che cosa farò adesso?… un passo ancora e, ciao mamma, anche tu sei qui da qualche parte, vero che mi vedi?… perchè sto attraversando tutto questo!?…fai un passo…vita di merda, ma cosa ho perso veramente…un altro cracchettìo delle racchette, vai… i cattivi pensieri sono spazzatura…nessun peso, Rox… butta via e resetta!

L’ultimo passo mi avvicina alla grande croce bianca di ferro.

Stringo il metallo freddo e mi segno, poi mi volto verso la pianura ai miei piedi e comincio ad accarezzare con lo sguardo la linea dell’orizzonte tutta intorno a me.

Pace e silenzio.

Se non avrò più domande non dovrò cercare risposte.

Resetta.

Neanche più un respiro, sono qui ma altrove, nell’unico posto che mi fa stare bene.

Guardo cosa c’è fra me e il mondo, fra me ed il cielo, so cos’è ogni volta che arrivo in luoghi come questo, ma non lo dirò.

E’ come se tutto il tempo prima di adesso non fosse mai esistito.

La montagna mi rimette sempre un po’ a posto la vita.

Ciao, qui io sto bene…

Rox (Souleiado)

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Per proseguire il “volo d’aquila” qui la presentazione di foto e qui lo slideshow.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

15 Responses to A volo d’aquila

  1. martellot says:

    Bellissimo post! Leggendolo sembrava veramente di vedere il panorama dall’Aquila e di sentire il cracchettio delle racchette. Bello anche come la montagna ci faccia riflettere in merito alla nostra vita e anche alle sue cose più negative.

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    • souleiado says:

      Grazie del tuo commento, che scritto da te mi lusinga davvero… credo che a volte basti poco per trasmettere emozioni intense e profonde, ma trasmissione richiede ricezione e ciò avviene solo se c’è affinità.
      La montagna mi ha sempre fatta riflettere sulla vita e tutti i suoi accadimenti, nel bene e nel male…e spesso mi ha stretta a sè in un abbraccio senza parole, ma pieno di pathos, come un buon padre/madre.

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  2. Rebecca Antolini says:

    In un attimo ho aperto i miei ali… grazie a questo bellissimo racconto… Pif

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    • souleiado says:

      Aprire le ali…hai usato una definizione in cui è forse racchiusa tutta la nostra vita, o meglio quella che vorremmo vivere ma non sempre ci permettiamo di fare…per convenzione, per pigrizia, per difficoltà, o paradossalmente anche per poca fiducia in noi stessi, e quindi per scarsa..”convinzione” nei nostri mezzi…così quelle nostre capaci ali sempre più spesso ce le ritroviamo incollate alla pelle, come palpebre chiuse…
      Grazie per aver gradito ciò che ho scritto di me…

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  3. ventefioca says:

    Complimenti, veramente poetico.. e vero!

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  4. serpillo1 says:

    Mi piace la parte introduttiva ed anche il tuo “metterti a nudo”. A presto 🙂

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    • souleiado says:

      Ciao serpillo e compagno di corda in tante occasioni…tu che mi conosci sai per me quanto non sia così facile “mettermi a nudo”…eppure, questa volta ne ho sentito il bisogno.
      Realmente fisico e pressoché isitintivo…
      Quello cioè di raccontare e fare vedere – in primis a me stessa – qualcosa di BELLO e dal significato che trascende qualunque difficoltà della vita. A presto!

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  5. aboer65 says:

    montagna “lenta” a cui io pure appartengo…
    La salita, il sudore sul collo, i muscoli che si scaldano, la mente che si svuota, l’anima che ora comincia davvero a pulsare e ad alleggerirsi.
    Ah, come ti capisco

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  6. Franz says:

    Racconto grandioso! Una penna magica…

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  7. Beppeley says:

    Rox… volare come aquile… insieme tra le nostre montagne…

    E’ la fine del mondo.

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