No alla montagna dei divieti

2010Annibale Salsa definisce il tempo che si può vivere in montagna come “tempo liberato” per contrapporlo al “tempo libero” che oramai, nella nostra epoca, si è ridotto ad un mero “luogo” di scambio, dove ogni nostro desiderio è pronto ad essere realizzato: basta pagare.

Peccato che spesso i bisogni nel tempo libero sono indotti, non spontanei e stimolati per sviluppare il business di aziende che producono profitti organizzandoci il “tempo libero”: un tempo nato e studiato dalla scienza del marketing.

Franco Michieli (post “Il tempo in vendita”), quando ci invita ad osservare il tempo degli animali che vivono in montagna, afferma che il Tempo, anche quello destinato al gioco e all’esplorazione, appartiene loro per natura: nessuno si premura di organizzarglielo in cambio di un compenso. Anche l’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni in condizioni simili. La conoscenza dei mille segreti del territorio, del comportamento degli animali e dei possibili utilizzi delle diverse piante doveva bastare alla vita: il tempo libero dalle attività volte alla sopravvivenza permetteva di sviluppare relazioni e pensieri spontanei, che nessuna “agenzia” si occupava di mettere in vendita. Anzi, in epoche arcaiche il Tempo era la divinità stessa: era identificato col moto circolare del cielo, nel quale i vari allineamenti del sole, dei pianeti e delle costellazioni dello zodiaco costituivano gli eventi supremi che influenzavano il corso dell’esistenza sulla terra.

Se volete comprendere profondamente perché ci sono molti alpinisti ed escursionisti che sono seriamente preoccupati dei divieti che vengono innalzati verso la libera frequentazione della montagna, vi suggerisco vivamente di leggere quanto scrisse Franco Michieli nel 2001 a proposito del tempo in vendita e della mercificazione del nucleo più interno della persona.

2007Vietare la montagna significa favorire ed aumentare questo processo di mercificazione, precludendo agli esseri umani qualsiasi sana e spontanea via di fuga dalla société sicuritaire, come la definiscono i francesi, che ha come unico obiettivo quello di annichilire la spontaneità dell’essere umano che invece, per svilupparsi, ha bisogno anche di confrontarsi con luoghi rischiosi e pericolosi per innescare la libera ricerca della responsabilità individuale.

Dove sta scritto che la Terra è un luogo assolutamente sicuro?

Ed è davvero così desiderabile abitare un Pianeta dove ogni rischio è completamente annullato, simbolicamente rappresentato da perfetti binari che ci conducono con la massima sicurezza… dove?

Credo che il continuo attacco a quello spazio di intimità che ciascuno di noi dovrebbe sempre e comunque poter conservare in sé (come scrive Michieli e che Salsa lo chiama, appunto, spazio di tempo liberato) rischia di ridurre l’essere umano ad una macchina esclusivamente funzionale alla produzione di quantità, siano esse esprimibili sotto forma di consumi, di denaro, di quote di mercato, di profitti, di crescita, di CO2, di inquinamento, ecc.: una folle corsa che sta conducendo l’umanità verso il baratro.

Forse ha ragione Feyerabend quando sostiene che il razionalismo occidentale è legato, fin dalla sua origine, a derive totalitarie?

Per concludere vi lascio all’importante e recente contributo su questo tema dell’amico Marco Blatto che si sofferma sui divieti oppressivi che sempre più spesso si innalzano contro la libera frequentazione della montagna.


Un secco “no” alla montagna dei divieti

Colle del GiganteIn un mondo che vede ogni giorno l’accrescersi delle privazioni di ogni forma di libertà nel nome di una società che vuole riservarsi il diritto esclusivo di decidere ciò che è bene per tutti, appiattendo, limitando e omologando, c’era rimasta un’ultima frontiera di libertà: la montagna, intesa come terreno di libera frequentazione escursionistica, alpinistica e sci-alpinistica.

E dico “c’era rimasta” perché, negli ultimi anni, una miriade di sentenze incredibili a danno di “escursionisti colpevoli” ha introdotto una logica malata e deresponsabilizzante che va contro ogni buona regola dell’educazione alla sicurezza. Per un legislatore è assai più facile e logico punire e poco importa se ciò innesca un delirio collettivo e ossessivo della sicurezza ad ogni costo, mutuato da un proibizionismo che a ben vedere non ha alcuna ragione logica d’esistere. E questo perché la montagna (ma non solo), per ragioni ovvie, è un ambito che non potrà mai rientrare nella casistica della prevedibilità totale degli eventi! Vietare il transito ad una strada innevata ove sussiste il potenziale pericolo che si stacchi un blocco di ghiaccio o che rotoli una pietra è un nonsense, perché in realtà nulla è ponderabile e prevedibile! Bisognerebbe, allora, proibire l’accesso ai fiumi ai pescatori che potrebbero scivolare su di un sasso e l’accesso alle medesime strade ai cacciatori che di certo le percorrono tutto l’anno. Quindi sarebbe lecito chiedersi se non sia il caso di impedire ai turisti e ai villeggianti di compiere semplici passeggiate nei boschi, perché potrebbero essere colpiti da un ramo secco che cade da una pianta, oppure essere morsicati da una vipera. Tutto questo, forse, lo si dovrebbe fare ancor prima di vietare l’accesso alle montagne agli alpinisti, le pareti agli arrampicatori, le nevi in quota agli sci alpinisti, le cascate di ghiaccio agli ice-climbers, terreni, questi, dove la “non prevedibilità” ed il “rischio” sono la moneta corrente accettata fin dagli albori di queste discipline! La logica della “colpa” e del “risarcimento” stacolle chalanson determinando un clima di ossessione collettiva, che oltre a costruire una pericolosissima giurisprudenza rischia di ledere ogni legittima libertà dell’agire individuale, che dovrebbe invece essere subordinata all’educazione alla sicurezza e all’auto-responsabilizzazione. Noi, alpinisti ed escursionisti, rivendichiamo le nostre scelte e la libertà di rischiare nei limiti di un buon senso che deve essere costruito, sì con la formazione e con la pratica, ma che accetta la fatalità e l’imponderabile come “regola del gioco”, e ci opponiamo a una visione burocrate, tecnocratica e oppressiva della società!

Un cartello posto al di fuori del Rifugio Torino presso il Colle del Gigante, nel gruppo del Monte Bianco, recita: «Escursionisti! State per addentrarvi a vostro rischio e pericolo in un terreno di alta montagna che esige preparazione ed attrezzatura idonea». Questo è quanto ci piacerebbe leggere, eventualmente, all’inizio di un sentiero o di una strada innevata e non: «Divieto di transito». Si badi, non si tratta promuovere la cultura dell’infrazione quanto quella del senso di responsabilità, opponendosi però con determinazione ad ogni tentativo preconcetto di privazione della libertà in montagna.

Una pronta risposta in tal senso è stata la lettera già inviata dall’“Osservatorio per libertà in montagna” al Procuratore Raffaele Guariniello.

Si invitano tutti coloro che hanno a cuore la questione e il futuro della libertà della persona, a visitare il sito: www.banff.it/tag/osservatorio-della-liberta-in-montagna.

Marco Blatto
Mountain Wilderness
Alpinista Testimonial del GISM

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

5 Responses to No alla montagna dei divieti

  1. Anonimo says:

    E’ proprio quanto è successo a Usseglio 15 giorni fa, dove una ragazza che ha “ignorato” un divieto imposto dal sindaco Fantozzi, ora rischia addirittura una multa! Un strada percorsa da sempre da centinaia di persone, compreso i cacciatori cui fa riferimento Blatto, magari chiudendo un occhio visto la sensibilità per la caccia del primo cittadino. Allora se d’estate una pietra colpisse una vettura che sale a Malciaussia? cosa farebbe l’arguto sindaco? Allora bisognerebbe anche vietare l’accesso al Pian della Mussa e su decine di altre strade dove nessun rischi si può escludere! E’ una vera follia e concordo che bisogna creare una controcultura in queste nostre valli disgraziate, dove tutti sono buoni ad abbassare la testa.
    Franco B.

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  2. serpillo1 says:

    No ai divieti assoluti in montagna ma puntare alla responsabilità ed alla crescita del singolo individuo.
    La strada (intesa come guidare un auto) è ben più pericolosa che la montagna stessa e gli incidenti quotidiani ne sono la prova. Eppure non mi risulta che ti proibiscano di guidare quando ci sono criticità. La macchina rientra nella normalità della nostra vita ma non ce ne rendiamo conto della sua insicurezza.
    Concordo con Franco B. nel creare una controcultura e non essere sempre pecoroni.

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