Il respiro dell’eterno

EternoConcedimi, o Grande Spirito, di imparare la lezione che hai nascosto in ogni foglia in ogni sasso.
Io voglio essere forte, non per dominare il mio fratello, bensì per combattere il mio più grande nemico: me stesso.
Fai in modo che io possa essere sempre pronto a venire da Te con le mani pulite e lo sguardo leale.
Così che, quando la mia vita finirà sul calare del tramonto, il mio spirito si presenti a Te senza onta.

Preghiera Cheyenne

Borgo, minuscola frazione di Groscavallo, si trova infossato nel fondovalle dell’alta Val Grande di Lanzo a 1117 metri di quota, poco distante da Forno Alpi Graie, ultimo villaggio di questa Valle.

Aldo Chiariglione, nella sua Guida Naturalistica delle Valli di Lanzo, ci spiega come da queste parti faccia mediamente più freddo che a Balme (Val d’Ala), sebbene questo Comune si trovi 300 metri più in alto. Non è infatti insolito trovare ancora i pendii esposti a mezzogiorno ricoperti di abbondante neve, fino a stagione avanzata, quando solo pochi chilometri prima, salendo dalla bassa Valle, invece li si nota totalmente senza.

Subito dopo aver attraversato questo paesino, proprio dall’asfalto della provinciale, si stacca un sentiero strepitoso che, come un ascensore naturale, sa innalzarti fin dove le rocce incontrano il cielo.

Amo tantissimo questo itinerario perché tutte le volte mi accompagna all’incontro con l’eterno, ma non prima di aver avuto la giusta iniziazione dal bosco che lo sostiene, quasi come un’immersione purificatrice.

Queste foreste poderose hanno il compito di condurti su questa soglia temporale, che si incontra a circa 1700 metri di quota, per poter percepire l’anima dilatarsi progressivamente, fino ad aderire alle rocce che tutt’intorno sanno incantarti con maestosi silenzi.

Tocchi Gias Piano e poi, se pensi di proseguire con l'”ascensore”, allora sentirai spalmarti delicatamente sui tuoi occhi le colossali pareti di roccia e le profonde incisioni vallive, dominanti l’orizzonte, fino a quando ti imporranno di fissare l’eternità. Non puoi farne a meno se accetti di stare qui, senza fuggire. Non puoi farne a meno perché tutto intorno ci sono voci che narrano di tempo inafferrabile, quel tempo necessario affinché questo magnifico spazio alpino giungesse fino a noi comuni mortali che disponiamo, se fortunati, di ottant’anni di vita: un battito di ciglia.

Solo qui, tra questi gias, mi capita di subire il fascino incantatore della montagna che, sebbene ruvida, aspra ed imperturbabile, è in grado di farti cavalcare il senso dell’eterno.

Qui bisogna venirci quando la neve ammalia il tuo sguardo perché il bianco candido ha il potere di esaltare le voci dell’eternità, rappresentate da quei innumerevoli segni che ci parlano dell’opera ciclopica compiuta dalle grandi glaciazioni pleistoceniche dell’era quaternaria: un lavoro durato centinaia di migliaia di anni.

E’ uno spettacolo grandioso ed indescrivibile quello che si dispiega davanti ai nostri occhi. Qui il silenzio è profondo, monumentale. Un silenzio modellato dalle ere geologiche di cui noi, miseri umani, stentiamo solo ad immaginarne la grandezza.

E’ il mistero della Val Grande, con la sua imponente muraglia di roccia terminale, e del Vallone di Sea che dirige la prua diritta verso il mio sguardo e che neanche osservandolo dall’alto lo si riesce a dominare: provate a percorrerlo in inverno e comprenderete quanto l’uomo, di fronte alla natura selvatica e indomabile, sia piccolo ed insignificante: un intruso.

Sono venuto a cercarmelo tutto questo. Avevo bisogno di navigare sulle onde di silenzi eterni. Ho colto una finestra di tempo clemente per assaporare qualche ora di tempo liberato, sebbene sapessi che avrei visto avanzare la cavalcata della bufera.

Un po’ di sole al mattino filtrato dalle velature del cielo, l’impazienza della foresta che vuole dipingere il mondo di verde all’unisono con i pascoli, l’acqua che prepotentemente desidera innaffiare il fondovalle, gli uccelli canterini che reclamano primavera, timidi e diffidenti camosci che scappano dall’odore dei nostri passi, plumbee nubi che galoppano verso di noi.

Assordanti segni di Vita che accoglie tra le sue braccia presenze di morte.

E poi questo eterno accecante che sa denudarti della bieca convinzione di poter vivere senza fare i conti sia con il passato che con il futuro: piccoli ed insignificanti esseri convinti di vivere una manciata di anni su questo pianeta come se fossimo immortali, come se tutto dovesse risolversi in un eterno presente, grazie all’invenzione diabolica del tempo breve.

Non siamo al centro dell’universo, deriviamo dalle scimmie e non siamo padroni della nostra coscienza: sono queste le tre ferite narcisistiche con cui dobbiamo fare i conti nella nostra epoca?

Tra queste seducenti pareti e valloni sento rimbalzare questi pensieri.

Il solitario ed imponente senso dell’eterno, che permea la mia anima, mi avvisa che la nostra vita è un attimo evanescente di pura follia.

Se volete contemplare altre foto:

  • qui lo slideshow (suggerisco di cliccare in basso a destra per attivare la visualizzazione a schermo intero).

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

4 Responses to Il respiro dell’eterno

  1. ventefioca says:

    Belle parole per un bellissimo itinerario vhe non conosco… quando mi accompagni? 😉

  2. Meraviglioso, sono incantata, la tua capacità di trasmettere a chi ti legge il tuo amore speciale per la montagna è veramentente unica!

    • Beppeley says:

      Ti ringrazio tanto!
      Sapere che riesco a trasmettere un po’ di questo mio amore, mi ripaga completamente dell’impegno che ci metto per scrivere questi post.

      Grazie!

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