Lou tchavrìn dal ròtches

La vista sul paese sottostante

Balme vista dalla parete rocciosa che la sovrasta

Testo e foto di Gianni Castagneri

Una parte consistente del seppur vasto territorio balmese, risulta essere improduttiva: diversi ettari della sua superficie sono infatti occupati dai ghiacci perenni, rocce e pietraie. In un simile scenario, dove anche la parte ritenuta fruttifera non è poi gran cosa, risulta difficile immaginare l’esistenza di un’economia rurale che sostentò per secoli qualche centinaio di montanari. Quella gran distesa rocciosa esposta a sud, “a l’andrèt”, che sembra solo una rugosa parete che si eleva verso il cielo alle spalle del capoluogo, dalla quale neanche i metalli furono mai estratti, ebbe anch’essa un ruolo nei tempi passati. “Al ròtches at Bàrmes”, le rocce di Balme, fino al secondo dopoguerra, rappresentarono una superficie sulla quale pascolare le capre, le bestie dei poveri. Nel bilancio delle fasce meno abbienti infatti, le capre rivestivano un ruolo importante, poiché il loro mantenimento era poco oneroso: in estate si mantenevano in buona parte con rovi e germogli, dopo le prime gelate autunnali venivano lasciate a brucare erba secca e arbusti e di nuovo ai primi tepori di fine inverno potevano trovare ben presto i primi nutrimenti. A causa anche di una certa propensione alla vita selvatica, succede ancora oggi che branchi di capre debbano essere recuperate nel pieno dell’inverno tra le rocce dove sono state sorprese dalle nevicate, alle quali non sempre sopravvivono. I caprini sono infatti capaci di resistere alle basse temperature, ma non sopportano la pioggia e la neve caduta sul corpo, tanto che tendono a ripararsi da esse correndo alla ricerca di sporgenze rocciose o alberi.

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Il Calcante

Uja di Calcante da Nord

Uja di Calcante da Nord

“Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.”

-Walter Bonatti-

L’Uja di Calcante è una montagna aguzza (“uja” in patois significa ago) che domina lo spazio alpino della bassa Val di Viù e della Val d’Ala. Su di lei confluiscono i territori di Viù, di Mezzenile e di Traves.

Maddalena Vottero-Prina soleva ricordarla come una montagna con la “M” maiuscola. Sfogliando in uno dei  suoi due volumi sulla vita e ricordi della frazione Pugnetto di Mezzenile (A l’ombra ‘d Calcant) ho trovato uno stralcio della sua poesia “La mia montagna” che riporto:

“Questa è la mia montagna

e ciò

che ne imprime il ricordo

quando ne son lontana”

Diversi itinerari permettono di raggiungerla: questa volta abbiamo scelto un bel giro ad anello partendo dalla frazione Fubina di Viù, nell’omonima Valle.

E’ una lunga ma gradevole e panoramica escursione. Si srotola, in gran parte, su un’ottima mulattiera eretta durante i rimboschimenti tra il 1910 e il 1933.

Più di un motivo per esplorare la zona. Leggi il resto dell’articolo

Cercasi foto sugli ecosistemi montani italiani

20100819-266 (1024x768)Diffondo molto volentieri questa iniziativa scoperta sul sito internet del Parco Nazionale del Gran Paradiso via Twitter (@PNGranParadiso).

Vi pregherei di fare altrettanto se ritenete che ci possa essere qualcuno interessato tra i vostri contatti.

Grazie.


lnvito alla partecipazione ad una mostra fotografica sugli ecosistemi montani italiani realizzata nell’ambito del Progetto di Interesse NextData grazie ad una collaborazione fra DTA-CNR, PNGP, AFNI, SICF, IBEX-Fotonatura

Motivazione:

Le catene alpine e appenniniche e le aree montane della Sicilia e della Sardegna giocano un ruolo centrale nel sistema delle aree naturali del nostro Paese. Le montagne ospitano ecosistemi rari e ricchi di biodiversità, ancora almeno in parte risparmiati dall’antropizzazione degli ultimi decenni, forniscono importanti servizi ecosistemici e conservano un patrimonio naturale e culturale che è testimone della millenaria coesistenza fra natura e attività umane. Le aree montane sono fonte di sostentamento e sviluppo economico per intere comunità e “luoghi dello spirito” per tutti coloro che le frequentano, in modo responsabile, per ritrovare un contatto più stretto con il mondo naturale.

Gli ecosistemi montani, tuttavia, sono anche fragili ed esposti alle influenze antropiche, sia dirette come l’inquinamento e la cementificazione incontrollata, sia indirette come l’aumento delle temperature associato al riscaldamento globale, particolarmente intenso sulle Alpi. Le montagne sono ambienti di una bellezza straordinaria e il degrado degli ecosistemi montani e degli ambienti d’alta quota sarebbe una perdita irreparabile per tutti.

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Lago d’Afframont

2014-05-11 080 (1024x768)Il Lago d’Afframont è un incantevole specchio d’acqua alpino incastonato tra i monti come proprio il toponimo originale suggerisce, ovvero Lài fra li mount che in patois significa “Lago fra i monti”.

Si adagia a circa 2000 metri di altezza in una conca appartata delle Valli di Lanzo, precisamente in alta Val d’Ala nel suo versante all’inverso e lo si raggiunge con una breve ma appagante escursione con partenza dal Villaggio Albaron di Balme (provincia di Torino).

Per chi vuole cominciare a liberarsi sui monti, questo delizioso lago rappresenta una vera e propria perla delle Alpi Graie meridionali che ripaga completamente delle energie spese sul sentiero che inizialmente si arrampica ripidamente nei boschi che lo sostengono.

Insomma, se desiderate dedicarvi all’escursionismo, magari cominciando proprio con le Valli di Lanzo, così vicine a Torino, da qui potete iniziare per poi ritrovarvi incantati indelebilmente delle meraviglie custodite dalle nostre montagne, perché in quelle acque cristalline e fragili potrete specchiarvi con i paesaggi della vostra anima che non aspettano altro di manifestarsi al mondo con tutta la loro bellezza.

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Acque fragili. Noi ancora di più

20130714-275 (1024x768)Montagne360, la rivista mensile del Club Alpino Italiano, dedica l’ultimo numero di maggio all’acqua delle montagne.

Chi ci segue da tempo sa con quanta passione ed energia seguiamo, come sentinelle, i desolanti progetti di derivazione dell’acqua per scopi idroelettrici nelle Valli di Lanzo che rischiano di compromettere definitivamente le “grandi bellezze” delle nostre montagne (e non solo esteticamente parlando).

Ringrazio sentitamente il direttore Luca Calzolari per averci concesso di pubblicare qui il suo l’articolo con cui spiega come la redazione ha deciso di affrontare questo tema, delicato e complesso, che riguarda urgentemente tutti, anche chi in montagna non ci va.

Segnalo, per chi non è socio Cai, che Montagne360 lo si può trovare in edicola (€ 3,90).

Le foto che accompagnano l’articolo sono dei camosci bianchi. Leggi il resto dell’articolo

Lavoro ed arte: memorie di un tempo

Donna che fila

Donna che fila la lana
Provenienza foto Claudia – Chiaves

Questo modo di vivere descritto dall’amica Lia può essere considerato green economy ed economia sostenibile?
Buona lettura.

Filare la lana è sempre stato necessario, come tessere la tela. L’uomo, da quando è al mondo, ha dovuto difendersi dal freddo e dalle intemperie, specialmente sulle montagne ove l’inverno è rigido e molto lungo.

Ricordo con tanta nostalgia le lunghe serate nelle stalle, il calore degli animali e il rumore monotono del ruminare delle mucche.

Le mamme e le nonne filavano al lume di una grossa lucerna a petrolio perché nelle frazioni più lontane non c’era ancora la luce. Mentre le dita tendevano la lana e l’arcolaio girava velocemente, ci raccontavano storie di ogni tipo: paurose, educative, anche tristi. E noi bambini aspettavamo con gioia quel momenti. Leggi il resto dell’articolo